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Montalto di Castro

Spiaggia delle Murelle, Montalto di Castro

Montalto di Castro fu fondato forse nel VI secolo dai profughi provenienti dalla città costiera di Gravisca, oggi nota anche come Porto Clementino e appartenente al comune di Tarquinia. Ebbe il suo principale sviluppo in epoca medioevale, quando si affermò come uno dei principali scali portuali del Mare Tirreno. Il celebre Castello Guglielmi fu invece quasi sicuramente eretto dagli Orsini agli inizi del rinascimento. Sottoposto in seguito a ristrutturazioni, assunse l'aspetto definitivo nel secolo scorso, quando fu aggiunta l’attuale loggia e merlatura. Fortemente legato alle sue origini e storia, Montalto di Castro appare ancora oggi un luogo non intaccato dalla frenesia e dal caos delle città moderne. Il mare è splendido, tanto da essere premiato nel 2014 (insieme a Ponza e Sperlonga) con ben quattro "Vele" dalla Guida Blu di Legambiente e Touring club. Il massimo è cinque.

In quelli che attualmente sono i territori dei comuni di Montalto di Castro e del confinante Canino esisteva millenni fa Vulci (oggi è tutelata dal Parco Archeologico Naturalistico di Vulci) , una delle più grandi città-stato dell'Etruria, come testimoniano le numerose necropoli che la circondano, situate nei territori di Cavalupo, Ponte Rotto, Polledrara, Osteria, Campo di Maggio, Camposcala, Montalto di Castro e Canino. Vulci ebbe un forte sviluppo marinaro e commerciale con Grecia e Oriente, come testimoniano i sontuosi corredi funebri ritrovati nelle necropoli adiacenti, oggi sparsi nei musei di tutto il mondo. La città-stato fu distrutta dai Romani nel 280 a.C. Nelle necropoli, in quelle che oggi sono le località di Cavalupo, Ponte Rotto, Polledrara, Osteria, Campo di Maggio e Camposcala, si trovano circa 30.000 tombe, dalle forme e tipologia diverse: fosse, tumuli, tombe a cassone, tombe a camera e tombe a corridoio. Tra le più note: il grandioso tumulo della Cuccumella (alto 18 metri e con un diametro di 75 metri), la Cuccumelletta e la Rotonda, la Tomba François, quelle dei Tori, delle Iscrizioni e dei Due Ingressi. A Osteria sono presenti diverse tombe a camera caratterizzate dal soffitto scolpito, come era in uso nelle abitazioni etrusche, vedi qui:

Una curiosità: Montalto di Castro e Canino sono collegati dal cosiddetto Ponte del Diavolo, costruito nel III secolo a.C. dagli antichi romani e che offre una vista mozzafiato ai suoi visitatori dall'alto dei suoi oltre 25 metri d’altezza, trasmettendo quel senso del sublime così eloquentemente celebrato dai poeti romantici dell'800. George Dennis, famoso archeologo di quel secolo, volle celebrarlo nella sua dissertazione dal titolo Città e Necropoli dell’Etruria scrivendo: "E' davvero una costruzione magnifica, che scavalca l’abisso di roccia come un colosso, con il Fiora che si increspa e si copre di spume molto più in basso". Sull'esatta datazione del ponte ci sono ancora molti dubbi, essendo il risultato di diverse opere di edificazione etrusche e romane che lo rendono una testimonianza mirabile dei diversi stili e tecniche di lavorazione. Appena al di là del ponte, nel territorio di Canino, c'è il Castello di Vulci, detto anche della Badia, edificato nel XII secolo dai monaci cistercensi su quella che nel IX era un'abbazia dedicata a San Mamiliano, distrutta dalle incursioni dei saraceni. Il castello divenne dal XIII secolo un importante centro di assistenza ed accoglienza dei pellegrini e fu per mezzo secolo gestito in collaborazione con i cavalieri del Tempio, ossia i Templari. Uno dei proprietari del castello – poi dogana dello Stato Pontificio (era situato ai confini con il Granducato di Toscana), passò ai Bonaparte, ai Torlonia e infine allo Stato Italiano – fu nel XVI secolo Alessandro Farnese, ossia Papa Paolo III, che vi operò alcuni restauri. Dal 1975, è sede del Museo archeologico di Vulci.

Il Ponte del Diavolo e Castello della Badia

Insomma, un perfetto set a cielo aperto che non poteva perciò sfuggire agli occhi attenti di tanti registi. Fra tutti va sicuramente ricordato Mario Monicelli che proprio qui e nei luoghi vicini della Tuscia girò gran parte di un film cult della cinematografia nazionale, ossia L'armata Brancaleone. In una scena Brancaleone (Vittorio Gassman) attraversa in sella al fido Aquilante proprio il Ponte del Diavolo per raggiungere, al fine di liberarla, l'amata Matelda (Catherine Spaak) rinchiusa in un convento. Attenzione, si potrebbe pensare che come location del convento sia stato utilizzato l'attiguo castello, invece fu il Convento di San Francesco, in viale Garibaldi, a Canino. Il manipolo di miserabili guidato da Brancaleone si muove in buona parte del film proprio su queste terre; oltre a Montalto di Castro e Canino possiamo infatti riconoscere Palazzo Chigi a Viterbo, l’acquedotto di Nepi, la chiesa di San Pietro a Tuscania, Vitorchiano, Valentano, la Torre di Chia, la selva Cimina, le aree a ridosso dei laghi di Bracciano e di Bolsena. Il film, girato nel 1966, fu un enorme successo di critica e pubblico, cosa che rese doppiamente felice il regista Monicelli. Non solo per il successo ma anche per il suo guadagno, visto che aveva rinunciato al suo compenso in cambio di una percentuale sugli incassi del botteghino, che inaspettatamente furono enormi. Monicelli raccontò: "Mettemmo da parte il soggetto e solo qualche anno dopo ne parlammo con il produttore, Mario Cecchi Gori. Inizialmente lui oppose delle resistenze: non gli piaceva come era raccontato. Diceva che erano una serie di vagoncini attaccati l'uno dietro all'altro ma senza una trama, cosa indubbiamente vera. Inoltre era preoccupato per la lingua – un linguaggio assurdo, medievaleggiante e buffo –, temeva che nessuno l'avrebbe capita, che sarebbe stato come fare un film muto. Viceversa questo non ci impensieriva affatto, anzi io e gli altri due autori Age e Scarpelli eravamo convinti, e io lo sono sempre di più, che il vero cinema sia muto e in bianco e nero e che dal 1928, quando è stata introdotta la colonna sonora, sia cominciata la corruzione del cinema. L'impiego di questo tipo di linguaggio, in fondo, dimostrava proprio la nostra ricerca, la nostra tensione a fare un film muto. Il linguaggio in Brancaleone è importante per l'immagine del Medioevo ma non serve ai fini della comprensione della storia. Aspettammo alcuni mesi, io rinunciai anche al compenso pur di girare il film, fino a che Cecchi Gori si convinse, brontolando che sarebbe andato incontro a un salasso. Per quello che mi riguarda, al contrario, questo è il film in cui ho guadagnato di più perché entrai in compartecipazione sugli incassi. Dopo L’armata Brancaleone nessuno mi ha più fatto un contratto a incassi, a partire da Cecchi Gori per il seguito del film", vedi il film completo qui:

La trama di questo film immortale e di enorme successo è la seguente: Brancaleone da Norcia (interpretato, come solo lui poteva, da Gassman), spiantato ma coraggioso, valente e leale rampollo di presunta nobile famiglia decaduta – anzi, più che decaduta direi crollata –, viene posto a capo di un manipolo di pezzenti di varia natura venuti in possesso di una pergamena imperiale scritta da Ottone I il Grande. Questa assegna al latore della stessa il ricco feudo di Aurocastro (i cui magazzini sono ricolmi di verdure, cacio, pani e vino, così lo descrive il manipolo povero e perennemente affamato) che aspetta qualcuno che ne diventi duce e affronti la nera... non si capisce bene cosa, poiché la pergamena manca di un pezzo. Il gruppo, fra peripezie di ogni tipo, attraversa buona parte d'Italia e alla fine arriva alla meta, che sta nelle Puglie. Attenzione, il gruppo è composto da umani miserabili ma pure da un cavallo, ossia il famoso Aquilante, la cavalcatura gialla di Brancaleone che ragliava come un asino ed era parimenti cocciuto. Pure lui è entrato nella storia del cinema mondiale. Lo si faceva passare per un mulo ma era un grande e robusto cavallo messo a disposizione da una ditta che forniva supporti al mondo cinematografico. Per gli autori Aquilante avrebbe dovuto ricordare il cavallo di D'Artagnan e di Don Chisciotte, personaggi letterari entrambi caratterizzati da coraggio e cronica mancanza di mezzi. Monicelli raccontò: "Anche la cavalcatura di Brancaleone avrebbe dovuto essere miserabile, una specie di ruminante macilento. Gassman, però, aveva il terrore di avvicinarsi ai cavalli, stava a cavallo solo da fermo. Dovevamo cercare una bestia molto tranquilla ma trovammo solo un cavallone sfiancato, robusto e pesante. La sceneggiatura prevedeva che fosse di un colore giallino e Gherardi (lo scenografo e costumista Piero Gherardi NdA) gli mise addosso una gualdrappa fatta con una specie di rete strappata che lo rendeva ancora più improbabile. Era un set curioso e divertente, c'era un cavallante che tutte le mattine molto presto, mentre noi preparavamo le altre cose, dipingeva l’animale di giallo e tutte le sere lo ripuliva per evitare che soffocasse per la vernice".

Oggetto di un recente restauro, la pellicola risulta essere oggi una testimonianza senza pari della Tuscia di quarant'anni fa, risultato oltre che della grandezza artistica di Monicelli anche della sapienza tecnica del direttore della fotografia Carlo Di Palma il quale, proprio per questo film, vinse il Nastro d'Argento. L'armata Brancaleone ottenne enorme successo di critica e di pubblico, tanto che divenne subito campione di incassi sfiorando alla fine di dicembre 1970 il miliardo e novecento milioni di lire, che allora era una somma enorme. Anche il sequel Brancaleone alle crociate (1970), sempre di Monicelli, ebbe grande successo. In entrambi c'era una certa dose di violenza. Monicelli difatti dichiarò: "Brancaleone si caratterizzava, soprattutto nelle scene iniziali, per una violenza inusitata per la commedia in quegli anni. La scelta fu mia, nel senso che fui indotto a caricare ulteriormente quanto era previsto dalla sceneggiatura, il saccheggio di un villaggio, dal luogo che avevamo scelto con Piero Gherardi, un posto vicino a Nepi. Fu una delle prime volte che nel cinema italiano si presentava una violenza così esplicita e dura ma l'intento era sempre quello di far ridere anche se in modo truculento: un manigoldo che nel tentativo di tagliare la testa all'avversario mozza il braccio al suo compagno".

Fin dal primo film al successo contribuì anche la colonna sonora di Carlo Rustichelli, alla quale collaborò anche Monicelli, divenuta subito popolarissima (Branca, Branca, Branca, Leon, Leon, Leon, Fiii... Bum!). Anzi, il termine "armata Brancaleone" è entrato nel linguaggio comune tanto da essere riportato nei dizionari della lingua italiana per indicare un gruppo di persone disorganizzate, incompetenti e con pochi mezzi. L'autore Age, ossia Agenore Incrocci, disse: "Questo detto dell'armata Brancaleone è rimasto e me ne rendo conto, forse un po' troppo tardi. Qualche volta ci penso, quando lo leggo". Idem per l'altro autore, Furio Scarpelli: "Ogni tanto lo sento o lo leggo, soprattutto in politica. Come lo vivo? Senza gonfiarmi d'orgoglio".

I film di Brancaleone – nei quali spiccavano i fantastici costumi e soprattutto gli elaborati cappelli ideati dal costumista e scenografo Piero Gherardi – erano efficaci anche per lo strano linguaggio usato, inventato da Incrocci, Scarpelli e Monicelli unendo il dialetto e il latino con una strana formula scolastico-umanistica-parodistica. Raccontò Monicelli: "Avevamo elaborato appositamente un linguaggio assurdo, medievaleggiante e buffo, caratterizzante per Brancaleone. Vittorio era riuscito a impadronirsene in pieno, a scioglierlo, a farlo fluido, a dargli credibilità". Gassman confermò: "C'era la bellissima invenzione di quel linguaggio e di quel personaggio, una specie di samurai che ormai tutti conoscono e che è stato credo il personaggio che mi ha dato più popolarità". Incrocci però spiegò che questa invenzione era buona solo per l'Italia: "Questo però fu anche un problema, infatti all'estero il successo della serie di Brancaleone fu limitato proprio dagli astrusi e non traducibili termini, che non avevano quel corrispettivo nelle altre lingue. Nella storia, degli Stati Uniti per esempio, non esiste certo il medioevo e neppure la lingua volgare. Insomma, questa caratterizzazione fu anche un limite per i due film". Scarpelli volle chiarire anche: "Di tutto Brancaleone si potrebbe dire che nulla nasce puramente dalla fantasia, altrimenti sarebbe stata solo una favola sciocca, che invece non è. Satirica sì, ma si riferiva a vicende storiche e alle saghe nordiche, italiane e francesi. Insomma, c'è dietro una cultura, forse in alcuni casi nemmeno tanto profonda ma che ci ha impedito di lavorare solo di fantasia, che è la cosa più stupida che si possa immaginare. Le stesse favole non sono solamente invenzione, hanno comunque una base reale. Ci sono state delle imitazioni di Brancaleone, ma talmente scarse che non saprei nemmeno citarle. Se si imita un film si razzola a fior di terra, se invece si parte da qualcosa che giunge da una cultura più alta del cinema, i risultati sono chiaramente migliori".

A proposito delle lavorazioni, il regista Monicelli raccontò: "Il clima della lavorazione fu improntato al divertimento e alla leggerezza, come succede quando si ha a che fare con attori grandi, di qualità assoluta". La cosa fu confermata da uno degli autori, Furio Scarpelli:"L'atmosfera sul set era piacevole, pacata, e ci si divertiva anche molto".Stessa versione di Gigi Proietti, che partecipò al seguito Brancaleone alle crociate (1970), sempre diretto da Monicelli: "Ricordo Vittorio Gassman compagno di bevute, di mangiate, mai annoiato. Lo ricorderò come allora domani, mentre rideva e rideva sul set di Brancaleone alle crociate per i miei tanti personaggi, per il mio ruolo di Pattume, che tanto lo faceva ridere". (Vedi qui:

Sempre Scarpelli disse a proposito degli interpreti dei due film: "Enrico Maria Salerno era un uomo estremamente sensibile, di alta cultura teatrale. Fu anche doppiatore di molti film e un vero artista, intendo un artista completo, come al momento in Italia non c'è nessuno. Forse negli Stati Uniti, ma da noi no". A tal proposito Monicelli specificò: "Il personaggio del monaco fu caratterizzato da Enrico Maria Salerno. Mi ricordo che mi capitò in casa mentre stavo lavorando al film proprio cercando di capire a chi affidare la parte. Mi disse che aveva letto la sceneggiatura e che voleva farla lui a ogni costo. Mi fece sentire due o tre squilli di quella voce bianca con la tonalità in falsetto che mi convinse immediatamente. Il mio grande rammarico invece è per la scena di Folco Lulli e l'orsa, che non venne bene. Nella sceneggiatura era scritta molto bene questa convivenza con l'orsa. Purtroppo non trovammo una vera orsa ammaestrata e utilizzammo un attore travestito con un costume". Scarpelli a proposito degli interpreti dei due film aggiunse: "La Spaak è una persona molto a modo, con un'ottima cultura. Ha anche un importante bagaglio personale e culturale, non a caso era figlia di Charles Spaak, sceneggiatore belga, e nipote di un importante uomo politico dell'allora regno belga. Ne ho stima, ha delle qualità che ha dimostrato anche nella sua carriera televisiva. Non ho mai incontrato Lino Toffolo, ma lo vedo in televisione e mi è simpatico. Ha un'intelligenza che non è soltanto quella della recitazione, il contatto con la realtà quotidiana è sempre una cosa importante. Adolfo Celi era una persona piacevole, simpatica. Molto amico di Gassman, appartenevano entrambi a una certa scuola, una cerchia di attori validissimi e di vecchio stampo, come Vittorio Caprioli e Franca Valeri. Insomma non erano soltanto attori, erano anche persone intelligenti".

Monicelli e Gassman durante una pausa della lavorazione

Monicelli inizialmente non era convinto su Volonté. Difatti raccontò: "Carlo Pisacane è l'ebreo Abacuc. Lui era napoletano ma per me aveva già fatto l'emiliano in I soliti ignoti. Nasceva come attore di strada, faceva le sceneggiate. Fu così che lo trovai. La scelta di Gian Maria Volonté invece la contrastai molto, secondo me era sbagliato per quel ruolo. Lo volle prendere Cecchi Gori, preoccupato che il film andasse male, perché vedeva Brancaleone come una sorta di western. Allora non sapevo neanche che Volonté fosse diventato molto polare come attore di western grazie a Sergio Leone. Io invece cercavo un tipo diverso, un attore molto magro, rastremato, evanescente, come sono raffigurati i bizantini, ma al contempo mascalzone. Avrei voluto prendere, non gliel'ho mai detto, Raimondo Vianello, perfetto con la sua aria aristocratica fasulla. Di Volonté non fui mai soddisfatto perché invece era robusto, corpulento, forte, più simile a Brancaleone. Infatti lui e Gassman, pur mantenendo tra loro il massimo fairplay, entrarono in competizione sull'immagine dell'attore. Si sfidavano su chi fosse il più forte, finché, una sera in un ristorante a Crotone, fecero una gara di lotta e vinse Gassman", vedi qui una scena:

Agenore Incrocci raccontò di Volontè: "Gian Maria Volontè era un tipo garbato, grandissimo attore ma misurato, serio e professionale. Era molto impegnato politicamente. Andava d'accordo con gli altri e con Gassman, del resto sarebbe stato difficile il contrario, specialmente nel caso in cui il regista era anche amico degli attori e che quindi il clima sul set era molto disteso. Anche se comunque Monicelli, com'è giusto, riusciva a imporre le proprie scelte. Per quanto riguarda Paolo Villaggio, la figura dell'ostrogoto (Mangold, interpretato da Ugo Fangareggi N.d.A.) de L'armata Brancaleone fu sostituita nel secondo film da quella interpretata da Paolo. Evidentemente l'attore Villaggio, che aveva anche il riconoscimento professionale di Gassman oltre che ovviamente di Monicelli, fu preferito. Gassman e Villaggio erano già allora grandi amici".Scarpelli precisò: "E' vero, ma si consideri che Villaggio aveva già portato sulle scene e con successo personaggi divertenti e molto simili a quello di Torsch, cinici, germanici e prepotenti. Insomma, Torsch era Villaggio, chiaramente quello delle scene", edi qui:

L'interpretazione fatta da Gassman di Brancaleone fu tale che nessun altro potrà mai calarsi con lo stesso successo in quei panni, come accadde anche in altri casi come Fernandel e Gino Cervi con i personaggi di don Camillo e Peppone, oppure di Peter Sellers con l'ispettore Closeau. In questi e altri casi la perfetta interpretazione dell'attore si cala talmente nel personaggio da "ucciderlo" e nessun altro potrà mai sostituirlo con gli stessi risultati. Incrocci e Scarpelli erano dello stesso parere: "E' vero, è una prerogativa del grande attore che incarna quel personaggio. Forse, nel caso di James Bond non è così perché altri l'hanno interpretato con successo come Roger Moore, ma pensandoci nessuno come Sean Connery, che era e rimane lo 007 per antonomasia. Perché questo capiti è molto difficile da spiegare, non è una cosa scontata. Forse la popolarità dell'attore, i risultati del film, e poi la condizione che lo spettatore riconosca in quell'attore il personaggio importante, condiviso e credibile. Tanto che in questi casi quando si dice il nome del personaggio si intende in effetti quello dell'attore. Uniti per l'eternità". Anche Monicelli era dello stesso parere: "Il personaggio nacque addosso a lui. Io, Age e Scarpelli pensavamo a una saga medievale finalmente realistica, all'opposto di quel mondo di cavalieri erranti e donzelle leziose su cui volevano illuderci a scuola. Il nostro medioevo sarebbe stato barbaro, pieno di lerciume e miseria, popolato da condottieri sbruffoni e goffi. Vittorio diede senso a tutto questo, nelle vesti di Brancaleone si autoparodiò genialmente, facendo il verso alla propria esaltazione e retorica di attore serio, riconosciuto e consumato".

Il Ponte del Diavolo citato prima, e ovviamente anche l'attiguo Castello di Vulci sulla sponda di Canino, di sicuro è una vista impressionante e colpisce la fantasia, tanto che vi furono girate delle scene del film Blood for Dracula (1974) diretto da Paul Morrissey in collaborazione con Antonio Margheriti, che solo la pruriginosa fantasia italiana poteva far ribattezzare Dracula cerca sangue di vergine...e morì di sete!!! A prescindere dalla effettiva o no carenza di tale caratteristica, il film è quello che è, nonostante la partecipazione in qualità di attori di Vittorio De Sica (ormai settantatreenne e che morì quello stesso anno) e di Roman Polanski, il quale aveva diretto film sul tema orrorifico di ben altro livello come The Fearless Vampire Killers (Per favore non mordermi sul collo! 1967) e Rosemary's Baby (1968), vedi qui:

L'ideatore di Dracula cerca sangue di vergine...e morì di sete!!! fu Andy Warhol, fra l'altro pittore, scultore, direttore della fotografia, attore, figura predominante del movimento della Pop art e, ahimè – da quando nel 1963 comprò una cinepresa Bolex 16mm dopo avere visitato una cineteca –, anche soggettista, produttore e regista di una serie di corti e lungometraggi che definire capolavori sarebbe peggio che dichiarare guerra alla Croce Rossa. Basti pensare che già l'anno prima, nel 1973, insieme a Carlo Ponti e altri aveva prodotto Flesh for Frankenstein (Il mostro è in tavola... barone Frankenstein, altro bel titolo italiano...) pure questo interpretato da Joe Dallesandro, attore e modello statunitense diversamente in sintonia con Warhol. In Dracula cerca sangue di vergine...e morì di sete!!! oltre la rocca, spacciata come la casa di Dracula in Transilvania, è ben visibile anche il Ponte del Diavolo o dell'Abbadia, attraversato dal terribile vampiro in una suggestiva inquadratura, qui uno spezzone del film:

Come già scritto, il Ponte del Diavolo valica il fiume Fiora, che dà vita al piccolo Lago del Pellicone, facente parte del suggestivo complesso storico-naturalistico del Parco di Vulci. La sponda di Canino è praticamente un ripido baratro, mentre quella di Montalto di Castro è facilmente accessibile. Questa fu la location di Non ci resta che piangere (1984) –scritto, diretto e interpretato da Roberto Benigni e Massimo Troisi – relativamente al primo incontro dei due nientepopodimeno che con un disponibile ma ovviamente confuso Leonardo da Vinci, al quale vogliono spiegare come funziona il treno, la corrente elettrica, il termometro e persino il semaforo ma facendolo in modo talmente approssimativo da non farlo capire neppure a noi spettatori, che pure li utilizziamo, vedi qui uno spezzone:

Nata dal connubio artistico fra Roberto Benigni e Massimo Troisi, Non ci resta che piangere (1984) è una delle commedie più amate e di successo del cinema italiano. Realizzò il maggior incasso del periodo 1984-85, pari a 15 miliardi di lire. Il merito va tutto all'estro e genialità dei due attori, perfettamente a loro agio anche nelle vesti di soggettisti, registi e autori della sceneggiatura, scritta insieme a Giuseppe Bertolucci. Nonostante il film scorra con naturalezza su un impianto perfetto di gag e battute, quasi da sembrare il frutto di un'improvvisazione spontanea e immediata dei due artisti, l’opera ebbe invece una gestazione lunga e faticosa. Si racconta infatti che, in cerca di ispirazione, Benigni e Troisi chiesero di trascorrere qualche tempo a Cortina D'Ampezzo a spese della produzione. Forse rigenerati, ma completamente a "mani vuote" quanto a lavoro svolto, decisero di cercare altrove uno spunto brillante da cui far partire la commedia. Lo trovarono nel cuore del Senese, nella verdeggiante Val d'Orcia. Fu qui infatti che elaborarono il nucleo centrale da cui si sarebbe sviluppata tutta la storia. Quasi specularmente alla condizione dei due interpreti in carne e ossa, in viaggio alla ricerca di un'idea, anche i protagonisti di Non ci resta che piangere sono alle prese con un viaggio, anche se in questo caso si tratta di un viaggio nel tempo. Benigni e Troisi sono qui rispettivamente Saverio, un maestro elementare un po' frustrato che cerca in tutti i modi di accasare la sorella, e Mario, un bidello imbranatissimo e iperansioso, suo grande amico. I due, in macchina, stanchi di attendere l’arrivo di un treno davanti a un passaggio al livello, decidono di imboccare una stradina sconosciuta, perdendosi nel bel mezzo della campagna. Giunta la notte, cercano rifugio all’interno di un casolare dove vengono accolti da una giovane donna che li guarda sospettosi. L'ambiente appare loro sin da subito alquanto strano: buio, senza luce né gas e privo addirittura del bagno. Al risveglio li attende una sconcertante notizia: sono capitati a Frittole (paesino immaginario) nel bel mezzo dell'anno 1492. Da qui prendono avvio una serie di rocambolesche avventure che vedono Saverio e Mario alle prese con il tentativo di fermare la spedizione di Cristoforo Colombo ed evitare così la scoperta dell’America. Fra i momenti più simpatici c’è sicuramente l’episodio in cui i due protagonisti scrivono una lettera a Savonarola, un omaggio alla simile e celeberrima scena di Totò, Peppino e…la malafemmina (1956) diretto da Camillo Mastrocinque, edi qui:

Se è vero che il film rappresenta un'interpretazione tutta nostrana di un tema appartenente all'immaginario collettivo universale, ossia il viaggio nel tempo, a renderla inconfondibilmente una creatura "made in italy" contribuiscono i bellissimi paesaggi che i due personaggi incontrano lungo il tragitto. Nonostante l’ambientazione toscana del film, moltissime scene furono invece girate nell’alto Lazio. La ferrovia che si vede all’inizio è infatti quella che da Viterbo porta a Roma e il passaggio a livello davanti a cui sostano i protagonisti è quello del casello di Capranica Scalo. Non mancano poi incantevoli panoramiche della maremma laziale che, per la sua bellezza aspra e primitiva, rappresenta lo scenario ideale per quest’avventuroso salto nel passato.

Il Lago del Pellicone fa parte di uno scenario estremamente suggestivo e proprio per questo è stato spesso location ideale per registi cinematografici e televisivi. Tra questi, ad esempio, Marco Bellocchio che vi girò alcune scene di La visione del Sabba (1988), con il lago che diventa una sorta di spartiacque fra il tempo presente e un passato popolato di streghe, e il regista americano Richard Donner che vi ha ambientò alcune scene del film cult fantasy Ladyhawke (1985), con una giovanissima Michelle Pfeiffer, oltre a Rutger Hauer e Matthew Broderick. E' la storia del prode Etienne Navarre che di notte diventa lupo, e della sua amata Isabeau d'Anjou che di giorno diventa falco. In pratica, da umani contemporaneamente non si vedono mai e ciò per via del maleficio di un crudele vescovo in combutta col diavolo. I due, aiutati da un ladruncolo, alla fine – dopo avere ucciso il vescovo e rotto l'incantesimo – vivranno felicemente. E' una bella fiaba di grande successo, con location soprattutto abruzzesi (Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, Pereto, Campo Imperatore, Rocca di Calascio, Castel del Monte) ma anche in Veneto ( Passo Giau e lago d'Antorno), in Emilia Romagna (Castello di Torrechiara, Castell'Arquato e Bacedasco, frazione di Vernasca), Lombardia (Rocca di Soncino) e appunto in Lazio, tra Canale Monterano e Vulci. In una scena si vedono distintamente il Ponte del Diavolo e il Castello di Vulci. (Vedi qui uno spezzone:

Le stesse due location citate prima si vedono in Tiburzi (1996), diretto da Paolo Benvenuti e inerente la travagliata vita del brigante Domenico Tiburzi. Tutta questa zona era un tempo selvaggia e ostile e per queste caratteristiche rifugio di briganti. Il film fu girato anche a Capalbio, Roccaccia di Montauto del comune di Manciano, Riserva Naturale Selva del Lamone, nel comune di Farnese, sagrestia della chiesa Collegiata nel comune di Canino, lago di Mezzano, eremi di Chiusa del Vescovo e di Poggio Conte nonché Tagliata etrusca, ossia una gola nel comune di Ischia di Castro. (Vedi qui uno spezzone:

Chi ha visto Tre uomini e una gamba (1997) ricorderà gli interpreti ossia i comici Aldo, Giovanni e Giacomo – che ne furono anche i registi insieme a Massimo Venier – esibirsi in una sorta di nuoto sincronizzato in un laghetto, che è sempre quello del Pellicone. (Vedi qui:

Tre uomini e una gamba ha rappresentato la consacrazione cinematografica di uno dei trii più riusciti dello spettacolo italiano. Parliamo ovviamente di Aldo, Giovanni e Giacomo, affermatisi nel mondo della televisione e divenuti celebri per i propri sketch tra il surreale e il melanconico. Questo loro primo film è stato un successo clamoroso, tanto da sbancare letteralmente i botteghini e attestarsi al quarto posto nella classifica dei film più visti di quella stagione. E tutto a dispetto di una trama che, sulla carta, assicurava ben poche certezze. Aldo, Giovanni e Giacomo sono tre commessi di una ferramenta di Milano chiamata "Il paradiso della brugola". Conosciuti da tutto il quartiere come dei fannulloni, l'unico modo in cui sono riusciti a trovare un lavoro è stato quello di accasarsi con le alquanto bruttine figlie di un ricco imprenditore, tal Eros Cecconi (Carlo Croccolo). Se Aldo e Giovanni sono già convolati a nozze, all'appello manca ancora Giacomo, il più sognatore del gruppo che, da lì a tre giorni, dovrà sposare la fidanzata (Giuliana Littizzetto), alquanto bruttina pure lei, in trepidante attesa a Gallipoli. Per raggiungere la meta pugliese, i tre si mettono in viaggio in compagnia di Ringhio, il bulldog tanto amato da Cecconi ma che farà una brutta fine, e di una gamba di legno, quotatissima opera d’arte acquistata dall'imprenditore e valutata una cifra esorbitante. Ma durante il tragitto una serie di peripezie cambia radicalmente le loro vite. Tanto per cominciare, in ossequio al famoso e sacrosanto detto "donna al volante pericolo costante" vengono tamponati da Chiara (Marina Massironi), una bella ma sbadata ragazza, che fa perdere completamente la testa a Giacomo. Fra chiacchiere, risate, incidenti, la perdita e il recupero della gamba di legno, "a cui neanche sono state disegnate le unghie", Aldo, Giovanni e Giacomo prendono coscienza del valore dell’amicizia e dei veri sentimenti, decidendo così di rinunciare a una vita da mantenuti per inseguire un incerto destino. Tre uomini e una gamba fa parte di una trilogia, costituita anche dai successivi Così è la vita (1998) e Chiedimi se sono felice (2000).

A Montalto di Castro si svolgono alcune manifestazioni popolari che continuano da anni a richiamare molti turisti. Tra queste c’è sicuramente la messa e benedizione degli animali, celebrata a gennaio in onore di S. Antonio Abate. Si tratta di un evento che Montalto e i paesi limitrofi attendono ogni anno con grande partecipazione. La festa ha inizio con la parata dei cavalli e dei cavalieri e prosegue con una serie di eventi gastronomici volti a valorizzare le tradizioni culinarie del territorio. A carattere prettamente religioso sono poi le processioni del 9 marzo, dedicate ai patroni S.S Quirino e Candido e quella dell’ultima domenica di aprile, in onore della Madonna della Vittoria, che prevede l'infiorata delle strade del paese, un'iniziativa che si ripete anche in altri periodi dell’anno. Insomma, Montalto di Casto è una località ricca di storia e bellezze ma pure un luogo dove vivere piacevolmente e serenamente lontano dalle metropoli. E' probabilmente per questo motivo che il regista Paolo Virzì lo scelse come paese d'origine della famiglia Iacovoni, protagonista del film Caterina va in città. La pellicola, girata nel 2003 con un cast di tutto rispetto – Sergio Castellitto, Margherita Buy, Claudio Amendola, con camei di Roberto Benigni, Michele Placido, Maurizio Costanzo – , racconta lo smarrimento vissuto dalla piccola Caterina in seguito al trasferimento dal piccolo centro di Montalto di Castro a Roma. La semplicità e genuinità della vita di paese è messa in contrapposizione con l'ipocrisia ed eccentricità di quella metropolitana, soprattutto all'interno di quegli ambienti altolocati a cui il padre di Caterina desidererebbe tanto appartenere. Al di là dell’immagine che emerge in questo film, e che forse fa pensare a Montalto come un luogo non dotato di grande appeal, in realtà questo paese di quasi 9000 abitanti vede ogni estate arrivare moltissimi visitatori, desiderosi di godere le bellezze del suo mare. Situata sulla costa, con tanto di torre medievale di avvistamento anti-saraceni e a poca distanza dal Monte Argentario, la frazione di Montalto Marina si distingue per un'organizzazione turistico-alberghiera di primo livello, offrendo ai vacanzieri una spiaggia tra le più pulite del Lazio e variegate occasioni di svago. Un paio di chilometri a sud del centro di Montalto Marina, a pochi metri da Punta delle Murelle, si trova immerso il porto etrusco di Regisvillae. Da segnalare anche la spiaggia della frazione di Pescia Romana, un tempo zona paludosa malsana e malarica ma oggi piacevole località balneare il cui mare è meta ogni estate di moltissimi turisti. Del resto Montalto di Castro ha una storia fatta dal vicino mare e soprattutto da chi lo navigava. Difatti si racconta che il castrum Montis Alti fu fondato nel secolo V-VI dagli abitanti della vicina città costiera di Gravisca, completamente distrutta dai pirati.

Montalto Marina

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