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Fondi

Se gli dèi l’avessero situata in California, a due passi da Los Angeles, Hollywood se ne sarebbe innamorata, eleggendola a sede privilegiata delle scorribande dei banditi, cowboy e indiani di celluloide che hanno animato i primi brevi film di Edwin S. Porter e John Ford. Il binomio cinema-paesaggio ben si addice, infatti, alla città e alla piana di Fondi e alle propaggini collinari e costiere, che in direzione dei monti Ausoni e Aurunci costeggiano Monte San Biagio, Lenola e Itri e verso il Mare Tirreno si estendono con un litorale sabbioso di ben 13 km posto tra Terracina e Sperlonga. Nel 1922 fu girato Il corsaro (1923) diretto da Augusto Genina, affiancato da Carmine Gallone. Le riprese riguardarono la limitrofa Sperlonga ma la storia, quella vera, c'entra anche con Fondi. Difatti nel 1534 le orde del pirata Kair-ed-Din, il famigerato Barbarossa, approdarono sulla costa e, dopo avere messo a ferro e fuoco parte di Sperlonga, procedettero verso Fondi per rapirvi la contessa Giulia Gonzaga e recarla in dono al sultano di Costantinopoli, Solimano "Il Magnifico". La contessa però fuggì e trovò rifugio in un convento di monache sulla collina di Monte Vago, da dove si può ammirare il paesaggio fondano nella sua piena bellezza e ancora oggi vi è una stele che rammenta ai visitatori l’avventurosa vicenda. La Gonzaga, cantata per la sua bellezza dall'Ariosto nell'Orlando Furioso, resse la contea di Fondi circondandosi di dotti, artisti e poeti. Il Palazzo Caetani, magione rinascimentale che la ospitò per quasi un decennio, è stato oggetto di restauro grazie all'intervento della Regione Lazio ed è tornato ad essere accessibile al pubblico, ospitando eventi di livello nazionali e internazionale.

 

Il pittore e cinefilo Domenico Purificato, nativo di Fondi,in un suo scritto del 1939 si schierava a favore di una cinematografia "nomade", degli spazi aperti e dei luoghi naturali, contro quella "sedentaria" dei fondali, dei modellini e delle città di cartapesta. Sembrò raccoglierne l'eco il suo compaesano Giuseppe De Santis, nel 1941, quando da critico di punta della rivista Cinema gettò le basi teoriche per il futuro Neorealismo in un articolo intitolato Per un paesaggio italiano, nel quale auspicava l'autenticità della rappresentazione cinematografica. E proprio a Fondi – dopo essere passato dietro la macchina da presa e conquistato il pubblico internazionale con Caccia tragica (1947) e Riso amaro (1949, con cui ebbe anche una nomination all'Oscar per il Miglior soggetto) – De Santis decise di ambientare due dei suoi film. Ne tratteremo a breve, non prima di esserci addentrati in una breve panoramica descrittiva della città, che ha origine ben prima di Roma. Di "Fundi" si scrisse già nell'anno 338 a.C., quando ottenne la cittadinanza romana "sine suffragio" (ossia senza diritto di voto), per poi vedersi riconosciuti tutti i diritti nel 188 a.C. E' inoltre menzionata nelle fonti antiche per la sua importante produzione vinicola, e in particolare per il prestigioso Cecubo – ancora oggi prodotto da viticultori locali – esaltato in poesia da Orazio e Marziale e descritto da Plinio il Vecchio come uno dei migliori dell'epoca. L'attuale corso Appio Claudio, che percorre al centro il quadrilatero fortificato di epoca preromana che costituisce il nucleo cittadino, corrisponde a un tratto dell'antica Via Appia, Regina Viarum. Ancora oggi i cardini e i decumani del centro storico guidano i visitatori alla scoperta di mura ciclopiche, reticolati e affascinanti quartieri come quello dell'Olmo Perino, sede di una colonia israelitica presente a Fondi già prima dell'avvento del cristianesimo, che è sede della cosiddetta Casa degli Spiriti, l'antica sinagoga ufficialmente riconosciuta dagli studiosi ebrei quale luogo di culto e di studio. Numerosi e pregevoli sono gli edifici storici della città, edificati in svariate epoche, tra cui il Castello e il già ricordato Palazzo Caetani, le chiese di San Pietro, Santa Maria e San Francesco d’Assisi e il convento di San Domenico, con il suggestivo chiostro e la chiesetta dedicata a San Tommaso d'Aquino.

Il Dottore Angelico (San Tommaso veniva chiamato così per sottolinearne la purezza di cuore unita all'ingegno) trascorse molto tempo nel convento di Fondi, dove esercitò l'ufficio di lettore, e per alcuni anni vi trovarono riposo le sue spoglie. Fuori dal perimetro urbano, ai piedi del monte Arcano, sorge l'Abbazia di San Magno, edificata a partire dal 522 da Sant'Onorato. Un recente restauro, che ha portato alla luce pregevoli affreschi del XII secolo che ripercorrono la vita di San Benedetto, consente di visitare la struttura in tutta la sua imponente bellezza. In questa terra splendida, ricca di Storia e di storie della terra stratificatesi con il lavoro ininterrotto di pastori e contadini, Giuseppe De Santis decide di ambientare nel 1950 Non c’è pace tra gli ulivi. (Vedi qui:

Il luogo natio è il lembo costiero della Ciociaria cantata dal poeta conterraneo Libero de Libero, terra di "ulivi e cipressi scalmanati… arancio novello e armenti di vigne". E de Libero figura anche tra gli autori della sceneggiatura. E' lo stesso De Santis a introdurre con la sua voce il film, come uno scrittore che presenta la storia e i suoi personaggi nelle prime pagine di un libro. Immagini e parole scorrono parallelamente, alla scoperta di un paesaggio che comincia sin dai primi metri di pellicola a farsi protagonista della vicenda: "Questa è la Ciociaria. Una terra che confina con il Lazio, la Campania e l'Abruzzo. Essa è nota a tutti soltanto come una regione dove la gente porta ai piedi la ciocia (un tipo di calzature morbide molto diffuse un tempo fra i popolani N.d.A.) e balla il saltarello; eppure, non lontano da qui, è Cassino, ultimo segno di una sua secolare sofferenza… Chi vi parla è il regista del film. Sono nato anch'io da queste parti e conosco molte storie accadute qui…". Le immagini che accompagnano questa descrizione della Ciociaria e della sua gente sono tra le più affascinanti del cinema italiano del Dopoguerra, articolate in un lunghissimo piano sequenza. La storia del pastore Francesco Dominici (Raf Vallone), a cui il "cattivo" Agostino Bonfiglio (Folco Lulli) ha rubato le pecore e che decide di farsi giustizia da solo, ha un'impostazione volutamente teatrale, come se gli attori recitassero in un enorme palcoscenico, il paesaggio. La macchina da presa si inerpica tra rocce, uliveti della contrada Querce – dove si rappresenta il passionale saltarello ballato da Lucia Bosè –, dirupi (al confine tra Vallecorsa e Lenola) e stradine tortuose che dalla spiaggia di Sperlonga approdano fino alla sommità delle colline – tra cui quella che giunge al santuario della Madonna della Civita di Itri, dove tradizione religiosa e potenza figurativa dell'immagine si fondono in una delle sequenze più belle di tutto il film. Assistente operatore, alla sua prima esperienza, é un altro fondano: Pasqualino De Santis, fratello minore di Giuseppe, che inizierà da qui una gloriosa carriera che lo porterà, primo direttore della fotografia italiano a conquistare l'ambito premio, a vincere il premio Oscar per la fotografia nel 1969 con il film Romeo e Giulietta di Franco Zeffirelli.

Tanto aspro appare il territorio di Non c’è pace tra gli ulivi, così solare e straripante di sfumature cromatiche è il paesaggio di Giorni d’amore, uscito nelle sale nel 1954. Il primo film a colori di De Santis e uno dei primi nella storia del cinema italiano, si avvale della collaborazione del citato prima pittore Purificato come scenografo e consulente per il colore, oltre che della partecipazione di de Libero alla sceneggiatura. Tre intellettuali fondani, dunque, riuniti nel raccontare una storia interamente ambientata a Fondi. La gradazione dei toni e degli impasti coloristici di chiaro impianto anti naturalistico fecero tributare al film il premio per il colore al Festival di San Sebastian. Giorni d’amore racconta la favola d’amore dei contadini Angela e Pasquale, interpretati dai giovanissimi Marina Vlady e Marcello Mastroianni. Anche in questa occasione il paesaggio è da intendersi come un vero e proprio personaggio principale che accoglie la tragicomica lite tra le famiglie dei fidanzati. (Vedi qui uno spezzone:

La campagna di Fondi è accarezzata dalla macchina da presa di De Santis, solcata dalla bicicletta dei protagonisti, dai carretti delle famiglie rivali che si inseguono per le stradine di campagna, dai muli, dagli asini, dal corteo di un matrimonio contadino che sembra germogliare dai pennelli di Chagall, dai barchini che attraversano l'incontaminato lago.

Si gira una scena di Giorni d’amore sul Lago di Fondi: Giuseppe De Santis è seduto al fianco della macchina da presa, Marcello Mastroianni sulla prua del "sandalo", tipica imbarcazione dei pescatori.

(Per gentile concessione del Comune di Fondi)

Numerosissime sono le sequenze dove appaiono arance, limoni, pomodori, cocomeri ed altri frutti o ortaggi multicolori. Una curiosità in tal senso: Fondi è infatti rinomata per l'ortofrutticoltura e la commercializzazione dei prodotti agricoli, tanto che già nel XVII secolo i monaci dell'Abbazia di San Magno svolgevano un'attività agricola e commerciale. Nei primi decenni del '900 alcuni agricoltori locali intrapresero l'esportazione della produzione locale – soprattutto il succoso arancio biondo – sui mercati dell'Europa centro-orientale e dal 1974 a Fondi è operante il MOF, il più grande e moderno centro italiano di concentrazione, condizionamento e smistamento di prodotti ortofrutticoli freschi, tra le maggiori realtà europee del settore. Di particolare impatto, quasi al termine del film, è la purezza incontaminata del litorale sabbioso, ancora oggi tra i più belli d'Italia. Servito da numerose strutture ricettive al'’aria aperta e da alberghi, situati tra la duna e le vaste pinete e boschi di eucaliptus, il lido di Fondi è il luogo ideale per trascorrere una vacanza all'insegna del relax e della pratica sportiva. Lungo il litorale, in zona Sant'Anastasia, vi è un'ampia piazza limitrofa a un sito archeologico con i resti di una villa romana con pavimentazione in mosaico. Il ponte che sovrasta il canale omonimo affaccia sulle isole pontine e sul promontorio del Circeo.

Nel 1960 Fondi tornò ad essere set cinematografico per la trasposizione su grande schermo a opera di Vittorio De Sica del romanzo di Alberto Moravia La ciociara, concepito dallo scrittore nei lunghi mesi trascorsi insieme ad Elsa Morante proprio a Fondi, in località Sant'Agata, dal settembre del 1943 fino a maggio del '44. Il film non è la riduzione letterale del romanzo, ma un commovente ed elegiaco racconto in soggettiva di due donne. De Sica volle ambientarlo quanto più possibile nei luoghi dove Moravia trasse ispirazione: a Fondi, naturalmente, ma anche ad Itri e a Vallecorsa. Ecco la trama: la giovane e risoluta vedova Cesira (Sophia Loren) durante la Seconda guerra mondiale parte da Roma verso Fondi, suo paese d'origine. Con lei è la figlia tredicenne Rosetta (Eleonora Brown). Giunta a destinazione conosce un rifugiato, il giovane intellettuale comunista Michele (Jean-Paul Belmondo), e i due si innamorano. Ma pure Rosetta prova attrazione per Michele, il quale però viene catturato dai tedeschi. Madre e figlia ripartono per Roma ma fermatesi in una chiesa diroccata per riposarsi vengono stuprate da un gruppo di soldati nord-africani alleati. Rosetta, profondamente traumatizzata, conosce il camionista Florindo (Renato Salvatori) e ha rapporti sessuali con lui. Infine madre e figlia – saputo intanto che Michele è stato fucilato – riescono insieme a superare le avversità. (Qui uno spezzone:

La troupe soggiornò per alcune settimane presso l’albergo-ristorante Dei Fiori, nel cuore del centro storico, alle cui pareti ancora sono esposte le foto di De Sica e della Loren. Molti fondani furono coinvolti nelle riprese partecipando come comparse in numerose sequenze e sono ancora nei ricordi dei meno giovani le passeggiate del regista e di Jean Paul Belmondo per il corso Appio Claudio, in pausa tra un ciak e un altro, e le caramelle donate ai ragazzini da Sophia Loren. La regia di De Sica non manca del pudore necessario nel raccontare le vicende più delicate, come quella dello stupro, girata all'interno della chiesa sconsacrata di San Francesco a Fondi. Inizialmente Sophia Loren avrebbe dovuto interpretare il ruolo di Rosetta – che ovviamente non avrebbe avuto tredici anni – mentre per Cesira era stata convocata Anna Magnani, la quale però non accettò di entrare nella parte della madre di Sophia. La Loren all'epoca aveva 26 anni, la Magnani 52 e quindi sarebbe stato credibile ma la Magnani la vedeva diversamente, e si sa che quel che pensano veramente le donne è cosa aliena per noi uomini. Fatto sta che la figlia Rosetta fu interpretata dalla dodicenne Eleonora Brown, e vista la sua giovane età il regista e la troupe non le spiegarono che quel che si doveva girare nella chiesa abbandonata era una scena di stupro ma "solo"di percosse. Ovvio che per questa scena ci volesse un'interpretazione di altissimo livello, e la giovanissima Brown non ne era ovviamente all'altezza. Lei stessa raccontò: "Ricordo che De Sica per farmi avere quel famoso sguardo, posizionò dietro la cinepresa un bastone con attaccato un foglio di carta bianca e al centro un puntino nero che io dovevo fissare mentre lui lentamente spostava il bastone. Ma forse l'episodio più intenso avvenne durante la scena finale in cui mi si dice che Michele, il giovanotto a cui volevo bene, è morto. Dovevo piangere e De Sica arrivò a dirmi che i miei erano morti in America in un incidente d'auto. Piansi a dirotto, dovettero interrompere il lavoro, non riuscivo a girare. Continuammo solo dopo che mi fu giurato che non era vero".

Vittorio De Sica non era nuovo a trucchetti del genere. Quando diresse Ladri di biciclette (1948) notò un bambino che aiutava alla bancarella il padre fruttivendolo e lo scelse per la parte del figlio nel film. Si trattava di Enzo Stajola. Come riuscì a farlo piangere in modo credibile, come richiesto dal copione, lo spiegò lo stesso De Sica: "Il piccolo Stajola quel giorno non aveva voglia di piangere, allora un macchinista della troupe mi dice: 'Signor De Sica, je metta in tasca quattro o cinque cicche, poi lo rimproveri e vedrà che piagne. Misi le cicche senza farmene avvedere nelle tasche di Enzo e gli dissi: ma Enzo, perché non piangi, che ci hai in tasca, le cicche? Allora sei un ciccarolo! Lui pianse e io girai". Naturalmente un regista deve anche capire il carattere degli attori, oltre che la loro bravura, e all'occasione dev'essere indulgente. Di Jean Paul Belmondo, sul set de La ciociara, De Sica raccontò: "Belmondo è il più insolente attore che io abbia mai conosciuto e ci vuole la mia pazienza ed il mio entusiasmo per spingerlo a stare con la testa al lavoro ed eseguire, e l'esegue, la scena come si deve. E' distratto, sbadiglia, bisogna sempre chiamarlo perché starebbe sempre in camerino a dormire. Ma è molto simpatico e intelligente e questo compensa il suo menefreghismo".

Nella chiesa di San Francesco a Fondi, Jean-Paul Belmondo e Vittorio De Sica si rilassano fumando una sigaretta durante una pausa di lavorazione de La ciociara. (Per gentile concessione del Comune di Fondi)

Per quanto riguarda la Loren, De Sica la stimava molto e cinematograficamente la considerava un po' una sua creatura, ciò nonostante Carlo Ponti (produttore del film, amante e poi marito della Loren) cercava di ottenere per lei sempre maggiore risalto. De Sica, riferendosi però alla lavorazione di Matrimonio all'italiana, raccontò: "E' venuto Ponti che ha veduto il materiale in moviola. Gli è piaciuto. A sera la montatrice mi ha detto che Ponti ha suggerito di diminuire i primi piani di Mastroianni e di aumentare quelli di Sofia, tenendoli il più possibile fermi: se io seguissi il suo consiglio risulterebbe un personaggio statuario, colto da paralisi progressiva…". La ciociara è un film diretto da un grande Vittorio De Sica, tratto dall'altrettanto grande romanzo di Alberto Moravia, ma in fin dei conti l'opera appartiene più alla Loren, che accettò di "sporcare" la sua immagine di giovane diva abbracciando un ruolo perfettamente connaturato ai suoi mezzi e al suo temperamento, regalando alla sua carriera d’attrice una delle migliori interpretazioni. Memorabile, oltre a quella della violenza su Cesira e Rosetta, è la scena (girata sulla Magliana, la tortuosa strada che collega Itri a Sperlonga) in cui la Loren scaglia pietre contro una camionetta di soldati americani. Per questa interpretazione la Loren fu premiata come Migliore attrice protagonista con l'Oscar, BAFTA, Nastro d'Argento, David di Donatello, New York Film Critics Circle Award e al Festival di Cannes. Il film vinse anche il Golden Globe come Migliore film straniero. Appena sapute queste notizie, la Rai inviò il giornalista Lello Bersani dalla Loren per intervistarla. Erano le 6 del mattino e la Loren era ancora in vestaglia. Non solo, con lei c'era Carlo Ponti, il quale secondo la legge italiana era ancora sposato con un'altra. Un po' troppo per la Rai bacchettona di quel tempo. Risultato, l'intervista non fu mandata in onda.

Tornando a Fondi, a De Sica e a De Santis va dato merito di aver saputo mostrare e far conoscere agli spettatori di tutto il mondo luoghi di bellezza aspra e seducente, angoli di un territorio che se valorizzato sempre più potrà certamente continuare ad offrire un valido contributo alla promozione culturale, così come è stato decenni or sono per il tramite di illustri protagonisti. Proprio a Fondi fu costituita nel 1999 un’associazione intitolata a Giuseppe De Santis, che nel corso degli anni ha promosso in Italia e all'estero retrospettive, convegni, pubblicazioni e organizza il FONDIfilmFESTIVAL, una rassegna che coniuga cinema e paesaggio, autori classici ed emergenti.

Esattamente a cinquant'anni anni dalle riprese della Ciociara, nel 2010, Fondi ospitò nuovamente una troupe: una produzione canadese infatti vi ambientò un film in lingua inglese diretto dall’esordiente Dev Khanna che è sin dal titolo – Fondi '91 – un omaggio sentito alla città. Alla domanda su quale regista italiano amasse particolarmente, il giovane cineasta citò tra gli altri proprio De Sica, sottolineando la sua predilezione per Ladri di biciclette e La ciociara, senza sapere che quest'ultimo film era stato girato proprio a Fondi… Una curiosa casualità, certamente, ma che ancor più avvalora per questi luoghi l'appellativo di "Terra del Cinema".

Locandine dei film girati in questa location

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