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Courmayeur

A Courmayeur un tempo la gente viveva di allevamento e agricoltura su imponenti montagne che, però, circa 2000 anni fa attirarono l'attenzione dell'antica Roma in quanto ricche di quarzo aurifero, con relativi schiavi al lavoro e presidio militare sulla strada che tramite il Col de La Seigne scendeva nell'attuale Francia. La gente, a lungo legata  ai tradizionali culti pagani, vide la prima chiesa solo nel VIII secolo, costruita al Purtud, in Val Veny, allora ben più coperta di fitti boschi. La gente del luogo rimase sempre impressionata da quelle alte montagne dirupate, dai tenebrosi valloni boscosi immersi nella nebbia o nella neve e dalle lunghe notti invernali. Erano convinti che in quella natura selvaggia in cui si muovevano i temuti lupi (estinti nel XIX secolo a forza di fucilate e bocconi avvelenati, ma negli anni scorsi tornati in Valle d'Aosta), le linci (a Courmayeur l'ultima fu abbattuta nel 1813 e un'altra avvistata nel 1864, ma pure la lince è tornata in Valle d'Aosta) e orsi (estinti, almeno finora), ci fosse ben altro. Cosa? Diavoli, draghi, mostri, streghe e folletti.
Di sicuro, questa era la convinzione di tanti, abbondavano sul Monte Maudite, ossia Monte Maledetto, che incombeva sulle case. Narra una leggenda che la cima fosse perennemente sotto le tempeste di pioggia e grandine, tanto violente da provocare continue frane e valanghe. Insomma, neve poca, visto che come già detto un tempo ci sarebbero stati più boschi e meno ghiacciai. Una sera d‘estate però giunse un misterioso viandante e, come ringraziamento per essere stato sfamato (la gente qui è da sempre ospitale), promise che il Cielo sarebbe intervenuto con grandi nevicate e ghiacci perenni, seppellendo e bloccando gli spiriti malevoli che infestavano il monte. Così accadde e da allora il nome della montagna fu cambiato in Monte Bianco. Naturalmente è una leggenda, comunque sia speriamo che i cambiamenti climatici non intervengano fin lassù, liberando spiriti e folletti legittimamente imbufaliti dalla lunga inattività causa neve.

Senza neve però a essere imbufaliti sarebbero i residenti di Courmayeur, i quali sul turismo soprattutto invernale ci campano e anche più che dignitosamente visto che in generale, crisi o non crisi, il Pil pro capite in Val d'Aosta è fra i più alti in Italia. Una curiosità: il Monte Maudit (alto 4.468 metri) esiste veramente e sta tra il Monte Bianco e il Mont Blanc du Tacul. Maledetto in un certo qual mondo lo è davvero, visto il numero di alpinisti morti. Per esempio nel luglio 2012 una frana ne uccise in un sol colpo nove, ferendone altri quattordici. Ma qualsiasi montagna è pericolosa, anche il Monte Bianco, se non la si rispetta e la si sottovaluta.
Attenzione, il primo turismo a Courmayeur non fu quello sciistico ma termale, difatti nella seconda metà del XVII secolo la località divenne nota per le virtù curative delle sue sorgenti ferruginose e solfuree. Ciò comportò la nascita, con la trasformazione di una torre nobiliare dei La Court, dell'Hotel Union, seguito dall'Hotel Ange, pure questo precedentemente magione patrizia, precisamente dei Carron. Per il turismo alpestre delle alte quote si dovette aspettare qualcuno che avesse il fegato di andare lassù, scoprendone il modo. Una precisazione: dal 1713 tutto il Massiccio del Monte Bianco (e la Savoia e Nizza) fece parte del Regno di Sardegna e quindi dei Savoia, futuri re d'Italia, rimanendolo fino al 1861 con un breve interludio napoleonico. Pertanto lo era anche Chamonix, oggi sul versante francese del Monte Bianco. C'è da notare che i francesi da sempre nelle loro cartine, e nei loro desideri portati avanti con nazionalistica enfasi, considerano la vetta del Monte Bianco tutta loro, mentre per l'Italia ovviamente non è così. Comunque sia, proprio di Chamonix erano il  cercatore di cristalli e cacciatore di camosci e stambecchi Jacques Balmat e il medico condotto Michel Gabriel Paccard, i quali affrontarono l'impresa ringalluzziti anche dal premio di tre ghinee messo in palio da decenni dallo scienziato Horace-Bénédict De Saussure, il quale era solito osservare la vetta dell'invitta cima dalla sua casa di Ginevra.
Ci riuscirono  l'8 agosto 1786, affrontando il gigante passando per la cima del Dôme du Goûter. A un certo punto della salita Balmat ebbe una premonizione sulla figlia, era talmente preoccupato da volere tornare indietro. Ma non specificò il perché della sua inquietudine al compagno, il quale lo convinse a proseguire. Il giorno dopo, tornato a Chamonix, Balmat seppe che la figlia era morta. Molti anni dopo Balmat scomparve nella vallata di Sixt e il suo corpo non fu mai ritrovato. Paccard, che era stato il primo a raggiungere la vetta, dovette subire le invidie di molti, fra cui lo scrittore ginevrino Marc Théodore Bourrit il quale riuscì a fare credere che Balmat fosse stato il primo. E ciò nonostante il fatto che l'onesto e leale Balmat, in una dichiarazione giurata pubblicata sulla Gazzetta di Losanna, confermasse il record del compagno. Solo dopo anni, e altre prove, il merito di Paccard fu ufficialmente riconosciuto. Una volta aperta la via il turismo alpinistico decollò, anche grazie alla costruzione di alberghi e servizi decisi dal Regno di Sardegna nella zona, quindi sia nella parte oggi italiana sia nella parte oggi francese. Fu così che Courmayeur divenne il famoso centro alpinistico e turistico che è oggi (grazie anche alla costruzione di imponenti impianti di risalita e al traforo del Monte Bianco), sede fin dal 1850 della prima società di guide di alta montagna.
Il primo lungometraggio con scene girate anche a Courmayeur fu il francese La rosa sulle rotaie (1923, La Roue), ovviamente muto e in bianco e nero, qui il film completo:

Le riprese furono fatte quasi interamente in esterni, in particolare con set lungo i binari della ferrovia a San Rocco, nei pressi di Nizza, e sul Monte Bianco ad un'altitudine di 3300 metri. Ecco succintamente la "gioiosa" trama: incidente ferroviario con caterva di morti; si salva una bambina, soccorsa e poi adottata dall'ingegnere ferroviario Sisif; Norma, la bambina, cresce insieme a Elie, il  figlio di  Sisif, che crede suo fratello; la moglie di Sisif e madre di Elie ovviamente è morta dandolo alla luce; Sisif, con tutte le donne che ci sono in giro, va a innamorarsi proprio della figlia adottiva, ma lo tiene per sé, salvo confidarsi con il suo collega Hersan; costui vede Norma e decide di sposarla, e lo fa ricattando Sisif, se non dà il consenso spiffera a tutti il suo malsano sentimento; Sisif è costretto ad accettare, e così fa Norma, accortasi di essere innamorata del presunto fratello Elie e pertanto in fuga da quel che crede un sentimento incestuoso; Sisif guida lui stesso il treno che porta Norma al matrimonio, quasi provocando un nuovo disastro ferroviario per via del dolore e soprattutto del liquore ingerito; disperato, Sisif si licenzia e va a lavorare alla funivia sul Monte Bianco; Norma e il marito Hersan all'improvviso fanno visita a Sisif e Elie; Hersan scopre che anche Elie è sempre stato innamorato di Norma e i due litigano sulla montagna, ammazzandosi a vicenda; Sisif, infuriato per la morte di Elie, incolpa Norma e la scaccia. Lei però torna a vivere con lui, e Sisif per un po' manco si accorge di averla per casa, essendo diventato cieco; infine i due si rappacificano, vivendo come padre e figlia, finché Sisif – attendendola alla finestra poiché Norma è andata a una festa da ballo – muore.
Ammettiamolo, questo drammone poteva finire anche peggio. Chessò, poteva piovere... giusto quello mancava. Se il regista Abel Gance voleva creare qualcosa per tirare su il morale della gente, allora fallì di sicuro. Ma forse sua intenzione era rappresentare i sentimenti di quell'epoca, e allora non c'era certo da stare allegri. Il film difatti fu girato poco dopo quella mostruosa macchina tritacarne di milioni di giovani vite che fu la Prima guerra mondiale, seguita subito dopo dalla terribile influenza "spagnola" che uccise molti dei sopravvissuti facendo a livello internazionale il doppio o il triplo dei morti della guerra mondiale. Senza contare che nel decennio successivo di guerra mondiale ne sarebbe scoppiata una seconda...
Anzi, Gance fu uno dei pochi che si ammalò di spagnola riuscendo però quasi miracolosamente a guarire, visto che il tasso di mortalità fra gli ammalati toccò anche il 70%, In un certo senso Gance era un fortunato: figlio illegittimo di un medico subito eclissatosi, poverissimo, si ammalò di tubercolosi (allora sovente letale) e ciò allo scoppio della Prima guerra mondiale gli salvò la ghirba facendolo esentare dalla leva quasi subito, dopo avere fatto il barelliere e averne viste di tutti i colori. Ma in guerra alla fine ci tornò lo stesso ma nel servizio cinematografico dell'esercito, vedendo e documentando tanti e tali orrori da rimanere sempre disgustato dalle guerre. Possiamo dire che Gance fosse provato anche durante le riprese di La rosa sulle rotaie, visto che la sua compagna Ida Danis stava morendo di tubercolosi.

Non solo, anche il suo grande amico Séverin- Marte (che interpretava Sisif) si era gravemente ammalato, tanto che morì poco dopo il completamento del film. A dire il vero anche l'opera, ossia La rosa sulle rotaie, rischiò di fare una strage, però a mezzo suicidi. Erano state usate ben 32 bobine, pari a quasi nove ore di film. I produttori giustamente si chiesero chi mai avrebbe potuto sopportare l'immane impresa di vederselo tutto. E difatti tagliarono il più possibile, tanto che il film, girato fra il 1919 e il 1920, uscì nei cinema solo nel 1923. Attenzione, Gance comunque era un genio, facendo cinematograficamente e tecnicamente cose allora neppure immaginate. Con la camera era un mago e un innovatore, e anticipò di trent'anni il cinemascope e il cinerama. Durante la lavorazione di  La rosa sulle rotaie quasi ogni sequenza fu sperimentale, come ammise il direttore della fotografia, Léonce-Henri Burel: "Non finirei mai, se dovessi elencare tutte le prove che abbiamo fatto, tutti gli effetti speciali che ho inventato e tutte le novità abbiamo lanciato". Il grande regista Akira Kurosawa dichiarò: "Il primo film che mi ha davvero colpito è stato La rosa sulle rotaie".


Ivy Close (Norma) in una scena di La rosa sulle rotaie




Altro film ambientato e girato in montagna – ad Arosa in Svizzera e sul Monte Bianco a Chamonix e Courmayeur – è il tedesco Tempeste sul Monte Bianco (1931, Stürme über dem Mont Blanc), diretto da  Arnold Fanck, pioniere del cinema di montagna, qui uno spezzone:

E' una passabile storiella a lieto fine che si avvale di belle riprese e di grandi sciate da parte dei protagonisti, fra cui Leni Riefenstahl, pupilla del regista Fanck che la diresse in quattro film. E poi pupilla, sempre la Riefenstahl ma in qualità di regista, di Adolf Hitler. Una precisazione, spesso si legge che l'attrice esordì in questo film, mentre invece lo fece nel ruolo di una ballerina (era pure quello, e brava, oltre che abile e persino spericolata sciatrice e alpinista) in Wege zu Kraft und Schönheit - Ein Film über moderne Körperkultur (1925) diretto da Nicholas Kaufmann e Wilhelm Prager, e come protagonista in Der heilige Berg (1926) di Arnold Fanck. Anche in questo film ha il ruolo di una ballerina che in montagna si innamora di un ingegnere nonché sciatore, interpretato da Luis Trenker, col quale poi ebbe veramente una relazione.

Tempeste sul Monte Bianco fu girato come un classico film muto e poi venne aggiunto il doppiaggio, con effetti che in certe parti disorientano un po' lo spettatore. In questo film esordì con un piccolo ruolo anche il campione di sci Gustav Adolf Lantschner, detto Guzzi, poi divenuto anch'esso regista e produttore di documentari. Una curiosità: nel film Orizzonte perduto (1937, Lost Horizon) diretto da Frank Capra – film premiato l'anno dopo con gli Oscar alla Migliore scenografia e Migliore montaggio – il protagonista si muove a fatica fra le nevi che coprono le montagne dell'Himalaya. In realtà si tratta del Monte Bianco e quelle scene furono prese da due film tedeschi, fra cui proprio Tempeste sul Monte Bianco, come svelò l'aiuto regista Andrew Marton.


Sepp Rist e Leni Riefenstahl in Tempeste sul Monte Bianco




Arnold Fanck a Courmayeur girò scene anche de Il re del Monte Bianco (1934,  Der ewige Traum, conosciuto anche come Balmat), che in modo efficace ma ovviamente un po' romanzato racconta la storia dei due alpinisti citati prima e cioè Jacques Balmat e Michel Gabriel Paccard. Balmat era interpretato da Sepp Rist – lo stesso di Tempeste sul Monte Bianco –, Paccard da Ernst Nansen e Maria da Brigitte Horney la quale, a dispetto del nome, era tedesca. Il re del Monte Bianco non era male, però il regista non aveva valutato bene cosa ne avrebbero pensato i nazisti, allora al potere, e soprattutto l'intelligente ma feroce ministro della Propaganda Joseph Goebbels, talmente fanatico che quando Hitler decise di suicidarsi lo seguì uccidendo sua moglie Magda, consenziente, i loro sei figli e infine se stesso. Goebbels tollerava giocoforza Leni Riefenstahl, pupilla di Adolf Hitler, e forse ce l'aveva pure con lei a causa di presunte avances respinte. Ma, potentissimo qual era, non tollerava altri e controllava tutto, giornali, radio, cinema e qualsiasi altra forma di comunicazione. Ora, secondo lui era impensabile che un regista tedesco facesse un film su due francesi che eroicamente conquistavano il Monte Bianco.
In quel periodo i nazisti stavano facendo la scrematura degli artisti, mettendo alla berlina quelli invisi o riottosi e dando spazio (e soldi) ad altri. Goebbels non ce l'aveva tanto con il protagonista del film, Sepp Rist, ai suoi occhi meritevole perché grande atleta (salto con gli sci), ex marinaio durante la Prima guerra mondiale e poi poliziotto a Norimberga. Ma con il regista Fanck sì, che aveva fatto Il re del Monte Bianco con i soldi del produttore ebreo Gregor Rabinovitch, saggiamente fuggito all'estero per il rotto della cuffia. Senza contare, come già detto, che mitizzava – orrore! – due francesi. Goebbels fu così efficace che Fanck  non ebbe più lavoro, riottenendolo solo quando si sottomise, obtorto collo ma senza farsene accorgere (troppo) dai nazionalsocialisti, a Goebbels e agli altri caporioni. Il bello è che alla fine della Seconda guerra mondiale, per via di questa forzosa collaborazione con i nazisti, i governi militari alleati con lui fecero lo stesso (e idem con Leni Riefenstahl, la quale però era una convinta nazista), tanto che dovette campare facendo il taglialegna nei boschi.
La stampa tedesca diede molto risalto alle difficoltà delle riprese, innegabili vista la location e la tecnologia di quegli anni. Allora, per salire lassù e godere di quel fantastico panorama, occorreva tempra, fisico adeguato e coraggio, ben di più di oggi. Grazie alla Funivia dei Ghiacciai, fin dagli anni '50 è possibile fare un emozionante itinerario che, pur non arrivando alle vette, è qualcosa di mirabolante. Si consideri che il cantiere, all'epoca il più alto al mondo, a causa delle condizioni proibitive dovette utilizzare come operai parecchi alpinisti, e quattro di questi sfortunatamente vi morirono. Recentemente la Funivia è stata riprogettata ed è stato realizzato un nuovo tratto funiviario, con nuove stazioni e cabine sferiche.
Sempre sullo stesso tema montano, cosa ovvia visto che siamo sempre a Courmayeur e sul Monte Bianco, è Premier de cordée (1944), di Louis Daquin. Narra di un aspirante guida alpina che non demorde nonostante un incidente. Gli attori erano praticamente sconosciuti in Italia, ma uno, allora trentenne, in seguito divenne noto anche in Italia. Si trattava di Jacques Dufilho, perfetto nel ruolo di un alto ufficiale un po' strano, forse anche un poco fuori di testa, nei film degli anni '70 e tutti diretti da Mino Guerrini: Un ufficiale non si arrende mai nemmeno di fronte all'evidenza, firmato Colonnello Buttiglione, seguito da Il colonnello Buttiglione diventa generale, Buttiglione diventa capo del servizio segreto e Von Buttiglione Sturmtruppenführer. Temo che il personaggio comico sia divenuto famoso anche perché aveva lo stesso cognome di un politico italiano e si sa, purtroppo, che la politica italiana in generale fa spesso ridere, e non si sa bene dove finisca un ruolo e dove inizi l'altro. E dire che il comico Dufilho non solo partecipò a oltre 160 film ma era anche un fior di attore capace di calarsi in tutti i ruoli, anche drammatici, tanto che durante la sua lunga carriera teatrale e cinematografica ricevette diversi riconoscimenti, fra cui due volte il Premio César per il Migliore attore non protagonista e il Premio Molière per il Migliore attore. Nel 1945 uscì Monte Miracolo, le cui riprese però erano terminate due anni prima. Il regista nonché interprete è quel Luis Trenker citato prima, il quale pure lui dovette svicolare parecchio per non incappare nelle grinfie di Goebbels, che lo teneva d'occhio. Il film – storia della rivalità fra un ingegnere rude e un altro metropolitano e viziato – vale poco o niente, ma almeno le riprese in montagna sono suggestive e soprattutto belle le discese di noti e abili alpinisti che vi parteciparono, come Giuseppe Pirovano, Leo Gasperi e Luigi Carrel.

A Courmayeur arrivò anche il divo Errol Flynn. O meglio, quel che ne rimaneva nel 1953. Questo attore merita un po' di presentazione. Nato in Australia, interpretò parecchi film nella parte del bell'uomo avventuroso, simpatico, senza macchia né paura, come in Capitan Blood (1935), La carica dei 600 (1936), La leggenda di Robin Hood (1938), Il principe e il povero (1937) e La storia del generale Custer (1941). In effetti nei suoi film non usò quasi mai la controfigura, ma il suo fisico aitante fu minato fin dai primi anni, quando si ammalò di malaria in Nuova Guinea. Avrebbe voluto arruolarsi, lui attore già famoso, per combattere nella Seconda guerra mondiale ma fu scartato per problemi di cuore. Eppure fece di tutto: pescatore di perle, cercatore d'oro, impiegato, cuoco di bordo, poliziotto, sorvegliante di una piantagione, contrabbandiere di diamanti,  contadino, manovale,  pugile e tanto altro. Per esempio, fu accanito fumatore, drogato, alcolizzato. Una delle sue frasi era: "Faccio quello che mi piace. Ho intenzione di vivere la prima metà della mia vita. Non mi importa del resto". Di lui si diceva che se anche solo il 25% di ciò che raccontava delle sue avventure fosse stato vero, la sua era stata una vita incredibile. Piaceva moltissimo alle donne ed ebbe tantissime avventure, anche con uomini. Ebbe fama di grande amatore, in ciò anche aiutato da una particolare ed evidente dote fisica (le case cinematografiche dovevano "ritoccare" le sue foto in costume da bagno). Diciamo che, se l'avesse visto la Inga del film Frankenstein Junior (1974) di Mel Brooks, avrebbe sbottato dicendo che aveva "un enorme schwanzstück!"

Fu pure processato  in California con l'accusa di avere avuto rapporti sessuali con due sedicenni consenzienti (comunque allora considerato stupro) nel 1942, ma venne assolto dalla giuria (composta da nove donne su dodici) quando si appurò che le due ragazze volevano ricattarlo. O almeno, così alla fine risultò. Tuttavia fece scalpore, negli ultimi due anni della sua vita, per la sua relazione con la segretaria quindicenne Beverly Aadland. Flynn diceva, "Mi piace il vecchio whisky e le donne giovani". In effetti quando nel 1953 arrivò a Courmayeur per girare La leggenda di Guglielmo Tell aveva 44 anni ma era talmente alcolizzato che – così raccontò l'attrice Maureen O'Hara, che aveva lavorato più volte con lui e lo conosceva bene – i registi quando lo dirigevano vietavano l'uso di alcol durante le riprese. Flynn allora addentava in continuazione chili di arance, inspiegabilmente ubriacandosi lo stesso. Si scoprì poi che, di nascosto, con una siringa vi iniettava vodka. Flynn arrivò in Italia dopo avere litigato con il produttore cinematografico Jack Warner e quindi avere cessato il contratto con la Warner Brothers. Deciso a mettersi in proprio, investì una parte dei suoi averi (scoprì poi che invece gli erano rimasti solo quelli, poiché il suo agente si era rubato il resto) e cioè 500.000 dollari in La leggenda di Guglielmo Tell. Prima lo si sarebbe voluto girare in buona parte a Cinecittà ma poi si decise di costruire appositamente un intero villaggio a Courmayeur, esattamente nella frazione di Planpincieux.


Errol Flynn sul set di La leggenda di Guglielmo Tell



Nella sua autobiografia, My 1959 Wicked, Wicked Ways, Errol Flynn scrisse: "Sono entrato in una produzione indipendente per fare Guglielmo Tell. Ho scritto lo script io stesso. Sono entrato in affari con un gruppo di italiani, al 50%, con un budget di 860 mila dollari ... Ho costruito uno dei più bei set proprio nel paese stesso di Guglielmo Tell (qui evidentemente Flynn sbaglia, Guglielmo Tell – fra l'altro non si sa se neppure mai vissuto – è un eroe svizzero NdA) a Courmayer, nel Nord Italia, dove le Alpi sono molto alte. Ho costruito un piccolo, intero villaggio, con un ruscello che scorre attraverso di esso dove avremmo dovuto girare la famosa scena clou della mela sulla testa del ragazzo... mi piacerebbe insegnare a Jack Warner come fare i film". Altri interpreti del film sarebbero stati Orson Welles e Gina Lollobrigida. Il primo poi lasciò il progetto mentre Gina Lollobrigida venne sostituita da Antonella Lualdi (un'allora quasi sconosciuta Sophia Loren, che all'epoca si faceva chiamare Sofia Lazzaro, non convinse Flynn al provino e fu scartata).

Rimaneva, nel cast, l'attore Bruce Cabott, suo amico e che forse alcuni ricorderanno nella parte del marinaio Jake Driscoll che salva la bionda di turno nel capolavoro del 1933 King Kong, regia di Merian C. Cooper ed Ernest B. Schoedsack. Quando però i coproduttori italiani si ritirarono e non versarono quanto pattuito ed Errol Flynn si trovò nei guai finanziari – e nonostante tutto la troupe lavorò altre sei settimane senza ricevere la paga – proprio Cabott, accusandolo di non averlo pagato, per mezzo dei suoi legali gli fece pignorare i beni, inclusi quelli della moglie e persino i vestiti dei suoi figli. Andò a finire che il film fu interrotto e la troupe un bel giorno abbandonò di soppiatto l'Hotel Royal, senza pagare il conto. Il finto villaggio cadde in rovina e non esiste più. Inutile dire che anche La leggenda di Guglielmo Tell non ebbe seguito. E ne ebbe poco pure Errol Flynn, morto d'infarto ad appena 50 anni. Si trovava a Vancouver nell'appartamento del suo amico Grant Gould al quale stava vendendo, per incassare un po' di quattrini visto che era al verde, il suo amato yacht "Zaca".  Pare che le sue ultime parole siano state di rammarico per dover morire prima "di quello stronzo di Jack Warner". L'autopsia dimostrò quanti abusi avesse fatto della sua vita: il suo corpo era nelle condizioni di quello di un uomo di 75 anni.
La dogana di Entrèves, frazione di Courmayeur, la si vede brevemente in Detenuto in attesa di giudizio (1971), diretto da Nanni Loy e che valse l'anno dopo al protagonista Alberto Sordi il David di Donatello come Migliore attore protagonista e l'Orso d'Oro al Festival di Berlino come Migliore attore. Fu il primo film italiano a denunciare a chiare lettere l'arretratezza e l'inadeguatezza dei sistemi giudiziario e carcerario italiani e c'è da dire che la terribile trama è superata solo dalla realtà che ancora oggi a volte si presenta. La stessa dogana, prima del traforo del Monte Bianco, la si vede nel sentimentale Amarsi un po' (1984), diretto da Carlo Vanzina e con Claudio Amendola, Tahnee Welch e Virna Lisi, ecco il film completo:

Dopo il discreto, e anche meno, Qualcosa di biondo (1984), di Maurizio Ponzi e con Sophia Loren, con scene girate anche a Pré-Saint-Didier, Courmayeur fu location pure di Vacanze sulla neve (1999), diretto da Mariano Laurenti e la cui trama verte sulla solita settimana bianca con flirt e vicende varie fra gli ospiti dello stesso hotel. Il film, definito pessimo da praticamente tutti, in realtà è peggio: è penoso, e tanto malfatto da raggiungere suo malgrado le vette dell'inguardabilità e pertanto meritevole di visione per i più masochisti cinefili.
Fonti locali mi dicono che sul territorio di Courmayeur siano state fatte riprese del film hollywoodiano La montagna (1956), di Edward Dmytryk. A dire il vero personalmente non ho trovato nulla, ma è possibilissimo sia stato fatto. Di certo è che molte riprese riguardarono il versante francese del Monte Bianco, ossia Chamonix, incluse le vette dette Aiguilles de Chamonix. La trama prende spunto da una tragedia realmente accaduta pochi anni prima e cioè nel novembre  1950. Un aereo, il cui nome era Malabar Princess, della Air India e diretto a Londra si schiantò contro il Monte Bianco, provocando la morte delle 8 persone dell'equipaggio e dei 40 marinai indiani trasportati. Durante le ricerche morì anche un soccorritore francese. Parte dei resti dell'aereo e delle vittime furono trovate sparse su una vasta area evidentemente perché l'aereo esplose. Incredibilmente, un altro aereo indiano si schiantò poco distante sedici anni dopo, e le vittime furono 117. Nel 1978 furono rinvenute delle lettere trasportate dal Malabar Princess, che furono recapitate ai destinatari molti anni dopo il disastro, e questo fu uno degli spunti del film Il favoloso mondo di Amélie (2001) diretto da Jean-Pierre Jeunet e nel quale la protagonista, dopo avere saputo del ritrovamento delle lettere, decide di confortare una delle vedove scrivendo e consegnando una falsa lettera d'amore del marito.
Come già detto anche La montagna prende spunto da questa disgrazia. Ecco la trama: Zaccaria (Spencer Tracy) e Cristoforo (Robert Wagner) vivono nei pressi di un'altissima montagna contro cui si schianta un'aereo. Il primo, che a causa della notevole differenza d'età col secondo gli ha fatto praticamente da padre, era una guida alpina ma dopo la morte di un cliente si è dato alla pastorizia. Il più giovane invece cerca il modo di arricchirsi e andarsene e suppone che il modo sia quello di andare lassù, cercare il relitto e impossessarsi del denaro e dei gioielli delle povere vittime.

Insomma, una sorta di tesoro. Zaccaria non vuole partecipare però alla fine, preoccupato per il fratello, lo accompagna. Trovano l'aereo e una sopravvissuta, visto che la tragedia è appena accaduta. Cris, da quel galantuomo che è, tenta di strangolare la ragazza in quanto testimone della razzia nonché peso morto da portare giù fra gli ovvi pericoli. Zaccaria la salva. Cris muore cadendo in un crepaccio. Zaccaria, portata la ragazza al villaggio, cerca di addossarsi tutte le colpe per salvare il ricordo (già pessimo fra la gente) del fratello ma nessuno gli crede. Una curiosità, però mia: come faceva Henry Troyat, autore del romanzo La neve a lutto da cui è tratto il film nonché soggettista di La montagna a sapere che c'era veramente un tesoro lassù, visto che solo nel 2012 fu ritrovata sul Monte Bianco una scatola metallica con tanto di dicitura "Made in India" e contenente sacchetti pieni di rubini, smeraldi e zaffiri? Il bello è che nessuno li reclamò mai né si seppe di chi fossero, però l'ulteriore ritrovamento di documenti appartenuti a un diplomatico (c'era scritto "Posta diplomatica") fa pensare che qualcuno volesse alla chetichella mettere al sicuro i gioielli in Svizzera, visto che gli aerei facevano tappa lì. Si suppone che tutto ciò fosse a bordo dell'aereo schiantatosi nel 1966, e non su quello del 1950. Comunque sia, il film La montagna parla di gioielli da cercare e poi effettivamente ne furono trovati, anche se dev'essere una coincidenza.
La montagna è un film abbastanza massacrato dalla critica – soprattutto perché Tracy allora aveva 56 anni ed era poco credibile come fratello maggiore, sembrando più un padre –, ma per altri è invece bello e ben fatto. Il regista Dmytryk fu colpito dall'interpretazione di Tracy e dichiarò: "Tracy era un attore, non un alpinista, ma nessuno, a mio parere, ha mai interpretato un alpinismo più reale, più straziante o più pericoloso di come fece lui. La scena in cui si arrampica lungo una cengia di roccia di circa un centimetro di larghezza, con le dita sanguinanti mentre i suoi scarponi armeggiano per trovare un appiglio sulla parete rocciosa, è coinvolgente e angosciante. In realtà era in piedi su una cassetta di mele rovesciata, forse a venti centimetri da terra, ma avreste giurato che fosse una questione di vita o di morte sull'Everest. Questo è recitare". Tracy allora aveva già vinto due Oscar, per le interpretazioni di Capitani coraggiosi (1938) e La città dei ragazzi (1939).

 Robert Wagner e Spencer Tracy in La montagna




Fu Tracy a fare pressioni per fare assegnare il ruolo del fratello a  Robert Wagner, con il quale aveva già lavorato (interpretando suo padre) in La lancia che uccide (1954), diretto sempre da Dmytryk, e Wagner gliene fu sempre grato. Il regista infatti voleva per quel ruolo Charlton Heston, e in effetti forse quest'ultimo sarebbe stato più adatto. Wagner dimostrò la sua riconoscenza aiutando Tracy a superare la sua paura per l'aereo – e certo la storia vera alla base del film non lo aiutava. Addirittura Tracy propose al regista di trovare un altro attore, pur di non volare. Wagner allora viaggiò con lui e gli regalò pure una medaglia con l'effige di San Bernardo, patrono degli alpinisti, che Tracy tenne addosso per tutto il viaggio. Tuttavia forse non l'aveva con sé, oppure San Bernardo l'aveva preso in antipatia, perché all'inizio delle riprese la funivia che li trasportava si guastò, lasciandoli a gambe a penzoloni per ore. E Tracy temeva le altezze. Quella sera in albergo Wagner trovò lo scosso Tracy – alcolista, ma stava tentando di smettere di bere – ubriaco fradicio, mentre stava litigando con il barman. Wagner, cercando di placare la discussione alzò la mano per impedire che Tracy scagliasse un bicchiere contro il barman ma il vetro in frantumi lo ferì alla mano. Durante le riprese ebbe bisogno di un trucco speciale per nascondere i punti di sutura. Una volta finito il film, visionandolo col regista, però a Tracy non piacque e disse che era un fallimento. Sullo stesso tema –  due ragazzi vanno alla ricerca dei resti di un aereo precipitato sul Monte Bianco –  è il film francese Malabar Princess (2004), diretto da Gilles Legrand e fino a oggi mai uscito nei cinema italiani.
Fra le tante location (Marocco, Montecarlo, Spagna, San Remo) di OK Connery (1967) c'è anche la Valle d'Aosta e precisamente Fénis e Courmayeur. Il film, parodia di quelli di 007 James Bond, tutto sommato è guardabile se si vuole passare un po' di tempo senza pensieri e soprattutto non si è pagato un biglietto per vederlo, il film in inglese qui:

Narra – già questo termine è eccessivo – del servizio segreto inglese che deve intervenire contro il cattivo di turno, ma che al momento non può incaricare 007 perché altrimenti affaccendato. Forse sta imbottigliando il vino, non so... Fatto sta che gli inglesi, acuti come pochi, risolvono il problema quando vengono a sapere che James Bond ha un fratello. Lo convocano, lo assumono e lo spediscono in loco. Semplice. Il cattivo di turno è Thair Beta, un miliardario che, non avendo forse null'altro da fare, sta facendo costruire in una grotta un grande magnete che interrompa tutti i mezzi meccanici da New York a Mosca. Perché? Perché sì. Comunque sia, lo sta facendo costruire in una fabbrica marocchina di tappeti (!) in cui lavorano solo dipendenti ciechi (!!) che così non possono vedere che stanno maneggiando materiale radioattivo (!!!). Connery, aiutato da una bella agente di  Thair Beta passata dalla sua parte, dopo le solite peripezie di siffatto genere di film giunge in Svizzera, dove in una caverna vicina a un castello è stato montato il famoso magnete. Connery viene raggiunto da un gruppo di agenti vestiti come tanti Guglielmo Tell e ovviamente armati di arco e frecce visto che il magnete, per motivi solo a lui conosciuti (al magnete...) non fa funzionare qualsiasi cosa meccanica. Difatti anche l'esercito privato di Thair Beta è armato solo di fucili lancia-fiocine ad aria compressa (meccanici sì, ma forse il magnete fa un'eccezione).
Da notare che gli agenti britannici potrebbero accorrere al castello in elicottero, visto che con quello sono arrivati in Italia. Del resto lo stesso Connery è atterrato con un elicottero proprio a fianco del castello. E invece non lo fanno. Accorrono in automobile, in pullman? Manco quello. Ci vanno a cavallo! Sono decine, e li si vede galoppare nelle strade ghiacciate del centro e nella periferia di un paese montano, che appunto come location è Courmayeur, fino al castello. Ecco, qui potrete notare che a volte, magari non sempre, un testo come quello che state leggendo ora, intendo proprio questo, può essere utile. Allora: il castello nel film è in Svizzera, ma in realtà è quello di Fénis. Da Courmayeur a Fénis sono oltre 40 km, ma in linea retta! Fatto sta, ovvio, ci arrivano in un batter d'occhio. Poco lontano, là sotto, c'è la grotta. Nel film e solo in quello, perché è bene sappiate che in realtà l'antro è quello spagnolo di Nerja, vicino a Málaga, a oltre 1880 km da Fénis. Fatto sta che alla fine Connery e i “buoni” vincono, mentre i "cattivi" perdono e il film termina con i complimenti del capo dei servizi segreti che elogia il novello agente dicendogli: "Ok, Connery sei stato quasi più bravo di tuo fratello". Da cui, con non troppa fantasia, il titolo del film.
Sia chiaro, nelle intenzioni non era male – e ripeto che è godibile – e fu distribuito all'estero con vari titoli: Operation Kid Brother, Operation Double 007 e Secret Agent 00. Si avvalse per la colonna sonora di Ennio Morricone e Bruno Nicolai nonché di bravi attori che avevano lavorato nei (veri) film di James Bond: Adolfo Celi, ossia Thair Beta, era stato il cattivo Emilio Largo in Agente 007 - Thunderball: Operazione tuono; Bernard Lee era l'interprete di "M", ossia il capo dei servizi segreti britannici; Lois Maxwell era la mitica interprete di miss Moneypenny, la segretaria di "M"; Daniela Bianchi aveva interpretato Tatiana Romanova in Agente 007 - Dalla Russia con amore; Anthony Dawson invece aveva avuto il ruolo di Ernst Stavro Blofeld sempre in Agente 007 - Dalla Russia con amore e poi in Agente 007 - Thunderball: Operazione tuono. Precedentemente era stato il professor Dent in Agente 007 - Licenza di uccidere. E l'agente Connery del film invece chi era? Neil Connery e cioè il vero fratello di Sean Connery, il 007 per antonomasia. Rispetto a lui Neil è però più giovane di 8 anni e un poco più basso, 185 cm contro 189. Dimenticavo, rispetto a Sean è anche imparagonabile come attore, e difatti fece ben poco, solo due film, lavorando però in serie televisive. Insomma, il regista Alberto De Martino aveva preso spunto dal copione. Nel film viene ingaggiato il fratello di 007? E io ingaggio il fratello di Sean Connery. Saputo della sua esistenza, l'aveva fatto cercare, assunto con 5000 dollari e poi reso più presentabile grazie anche a un dentista, visto che gli mancavano due denti. Neil raccontò: "Quando mi hanno chiamato pensavo cercassero uno scenografo, invece mi sono trovato a fare un provino da attore".


Courmayeur, Daniela Bianchi in una scena di OK Connery.
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Il vulcanico De Martino ebbe anche un'altra pensata: se non posso avere Sean come protagonista, forse sarà disposto a un cameo, a una fugace apparizione nel film, visto che ci lavora suo fratello. E andò veramente da Connery a proporglielo, ricevendo come risposta un invito ad andare... Bene, avete capito. Alberto De Martino, noto anche con lo pseudonimo Herbert Martin, è un mito per tanti registi, anche stranieri. E pure per i produttori, poiché i suoi film non costavano tanto, incassavano molto ed erano venduti in tutto il mondo. E' uno dei registi italiani preferiti da Quentin Tarantino. De Martino però a un certo punto, pur gloriosamente, dovette quasi fermarsi (in realtà diresse altri tre film) dopo L’uomo puma (1980). Raccontò: "C’era appena stato il successo americano di Superman e io mi inventai questo superuomo che veniva da una tradizione azteca e che volava ed era invulnerabile. Ma i miei trucchi non erano come quelli degli americani, facevano pena e il risultato fu modesto. Io mi sentii morire, perché capivo che quello che avevamo fatto fino a quel momento, e cioè copiare a basso costo i film di Hollywood, non sarebbe più stato possibile. Tuttavia lo facemmo uscire in sala, sperando che la gente andasse a vederlo. Il film uscì a Torino, al cinema Capitol. La sera alle 10 chiamai la sala per chiedere come stava andando. Mi rispose un signore molto gentile con un forte accento piemontese: cosa vuole che le dica, non è venuto nessuno, ma proprio nessuno".
Uno degli episodi di cui è composto Fantozzi (1975) diretto da Luciano Salce e primo della serie sullo sfortunato ragioniere – ideato e interpretato da Paolo Villaggio – si svolge a Courmayeur.

Fantozzi, innamorato della collega signorina Silvani (Anna Mazzamauro), va nella località sciistica insieme al geometra Luciano Calboni (Giuseppe Anatrelli). Fantozzi ovviamente è il terzo incomodo. Courmayeur naturalmente la si vede bene nell'episodio e in particolare sono da menzionare due location: l'Hotel Royal (oggi Gran Hotel Royal e Golf), ossia lo stesso da cui fuggì alla chetichella senza pagare il conto l'intera troupe di La leggenda di Guglielmo Tell. In Fantozzi, quando i tre arrivano all'albergo, si può notare proprio dietro una torre svettante. E' la Malluquin, situata in piazza Petigax, a pochi passi dalla chiesa evangelica valdese. La torre, almeno del XIV secolo, è composta da sette piani molto bassi divisi da solai in legno ed è sede di mostre. Naturalmente l'attuale ingresso è recente, poiché in origine era a un'altezza di circa otto metri e raggiungibile solo con una scala prontamente tolta in caso di pericolo. Alle spalle della torre si vede il Monte Chétif (ossia Monte Gracile), alto 2.343 metri e dal quale si può ammirare la splendido panorama da Courmayeur fino a Pré-Saint-Didier, oltre naturalmente al versante italiano del Massiccio del Monte Bianco. Lo si può raggiungere per mezzo di sentieri che partono da Plan Chécrouit e da Pré de Pascal, oppure con la ferrata di Courba Dzeleuna. Altra location di Fantozzi  è stato il ristorante La Maison de Filippo. In quest'ultimo in due giorni di lavoro fu girata la scena del ricevimento dato dalla figlia della Contessa Serbelloni Mazzanti Viendalmare, a cui i tre vengono invitati

Fantozzi finisce in un pentolone di polenta.


Fantozzi a Courmayeur.



Francois Garin, l'attuale titolare e figlio dei precedenti gestori, allora aveva 16 anni e ricorda bene. Il pentolone in rame, ancora esposto nel rinomato ristorante (accusato però di dare porzioni fin troppo abbondanti ai clienti, cosa che però non guasta), non era adatto alla cottura ma è un oggetto d'antiquariato nel quale si faceva il formaggio. Fantozzi doveva caderci dentro per intero e così il regista Salce utilizzò una controfigura simile a Villaggio ma un po' più piccola. Anche così però, nonostante le dimensioni del pentolone, la povera controfigura, cadendoci di schiena come da copione, batté la testa e rimase quasi tramortito. Si dovette rifare e ancora capitò lo stesso. Nuove riprese per la terza volta, altro infortunio. Salce voleva rifarla una quarta volta ma il resto della troupe intervenne dicendo che c'era il rischio che la controfigura si facesse veramente male, e così alla fine si montò il tutto con quel che c'era. Secondo copione Fantozzi, o meglio la controfigura, doveva affondare per intero nella polenta, ma questa essendo consistente non l'avrebbe permesso

Fu fatto allora un pastone con acqua e polvere di compensato, ricoperto solo in superficie di farina. Il problema però fu che essendo poco densa, ogni volta che la controfigura ci cadeva dentro la sala veniva sporcata di schizzi di pastone e quindi bisognava perdere qualche ora per pulire tutto. Garin si ricorda ancora della troupe, dell'affabile Luciano Salce, della gentilezza di Anna Mazzamauro e Giuseppe Anatrelli e della riservatezza di Paolo Villaggio, che stava sulle sue. A proposito di Giuseppe Anatrelli, attore di teatro specializzato in ruoli brillanti, divenne noto proprio nella parte dell'arrivista e ruffiano geometra Luciano Calboni, interpretandolo anche ne Il secondo tragico Fantozzi (1976) e Fantozzi contro tutti (1980). Anzi, lo fece talmente bene che, dopo la sua improvvisa morte per infarto nel 1981, a soli 56 anni, fu del tutto vano sostituirlo per lo stesso ruolo con il pur bravo Riccardo Garrone in Fantozzi subisce ancora (1983), film fra l'altro dedicato proprio a Anatrelli, e così il personaggio fu eliminato del tutto. Nell'episodio girato a Courmayeur Fantozzi, con abiti e sci da inizio secolo, deve scendere da una pista, cosa che ovviamente si risolverà in una "tragica" performance. Girare la scena non era facile, anche perché bisognava utilizzare sci vecchio tipo, di legno e lunghi ben 220 cm. Fu allora assoldato Marcellino Brocherel, ritenuto il migliore maestro di sci locale, il quale riuscì perfettamente. Una curiosità: Francois Garin racconta che i suoi genitori misero gratuitamente a disposizione il ristorante, ritenendo che divenendo la location del film ne avrebbero avuto grande ritorno d'immagine e ovviamente di affari. Avevano ragione, ancora oggi arrivano clienti al corrente del fatto che lì fu girato il cult movie Fantozzi.
Prima citavo l'Hotel Royal, il più antico della valle, ben due secoli di vita e ospiti famosissimi come Margherita Maria Teresa Giovanna di Savoia, prima regina d'Italia e stimata ovunque in tutti gli ambienti, perfino dal popolino che a Siena le dedicò il panforte Margherita e a Napoli la pizza Margherita. In Italia, inarrivabile vetta mondiale del buon cibo, quando si ottiene un titolo "gastronomico" si è veramente arrivati al massimo. La regina, che una volta stupì piacevolmente il popolo mangiando una coscia di pollo con le mani, a sua volta credo si sarebbe stupita sapendo che il suo nome, Margherita, viene ripetuto in tutto il mondo alcuni miliardi di volte ogni anno, ordinando l'omonima e più diffusa pizza. Solo Garibaldi e Mussolini suscitarono in Italia maggiori entusiasmi di questa regina. Eppure, come mi ha spiegato il simpatico direttore dell'Hotel Royal, pare che quella prestigiosa e storica presenza nell'albergo alla clientela di oggi interessi poco o niente. O forse oggi in tanti manco sanno chi fosse. Passando a un'altra regina, sempre relativamente a Courmayeur, accennerò ad Alexandrina Vittoria, regina d'Inghilterra. Cosa c'entra con Courmayeur? Bene, nell'800 il Monte Bianco (prima tenebroso e ostile luogo da evitare) conquistò l’Europa e ciò avvenne anche grazie al giornalista inglese Albert Smith, il quale costruì un diorama della montagna, lo montò su un calesse e con quello andava in giro raccontando storie di orridi precipizi innevati ed eroici alpinisti sprezzanti del pericolo. Insomma, raccontava la verità. A una di queste rappresentazioni assistette il giornalista Charles Dickens il quale raccontò la cosa alla regina Vittoria. Questa allora fece contattare Smith, proponendogli di mettere in scena il tutto a Windsor per i ragazzi della corte. Andò a finire che Smith dovette fare ben duemila repliche, guadagnandoci naturalmente un sacco di soldi. Ma molti di più finirono, grazie al turismo, a chi stava lassù e che prima in massima parte conduceva una vita grama, come un po' ovunque allora. Tutto ciò contribuì moltissimo al successo in Gran Bretagna dell'alpinismo alpino e soprattutto del Monte Bianco. Sarò di parte, essendo pure io giornalista, ma sarà bene sottolineare che parte di questo successo lo si deve proprio a due colleghi, Smith e Dickens... Oggi, il Monte Bianco vede file di centinaia di turisti-alpinisti inerpicarsi lassù, quasi tutti i santi giorni, come tante formichine con merende e cellulari squillanti.
L'Hotel Royal fu anche la location, per quattro giorni di riprese, di La moglie in vacanza... l'amante in città (1980) di Sergio Martino, film di genere sexy, però contenuto, ben interpretato e piacevole. La trama è in linea con tante produzioni di quegli anni: l'industriale parmense Andrea Damiani (Renzo Montagnani), sposato con Valeria (Barbara Bouchet), ha per amante Giulia (Edwige Fenech), la quale vuole farlo divorziare per sposarselo lei. Valeria però si scoprirà che non è la santerellina che il marito pensava perché quando si ritrovano in vacanza a Courmayeur... Tutti gli attori sono bravi (incluso Lino Banfi, qui:

e in particolare Montagnani, specializzato in ruoli di fedifrago assatanato sciupafemmine, qui:

E dire che Montagnani – anche doppiatore di Charles Bronson, Trevor Howard, Philippe Noiret e Michel Piccoli (sapeva anche cantare, come dimostrò doppiando nella versione italiana il gatto Romeo nel film della Walt Disney Gli Aristogatti (1970) – molti di questi ruoli in film di serie "B" li accettò per pura necessità. Il grande giornalista Indro Montanelli, suo amico, disse di lui: "Anche come attore ha sacrificato il suo talento, che era grande, accettando qualsiasi cosa. Una vita disgraziatissima, la sua, da questo punto di vista". In effetti Montagnani aveva poco da stare allegro. Doveva guadagnare per pagare le ingenti spese di ricovero permanente in una clinica londinese di suo figlio, nato nel 1977 con una gravissima malformazione. Per questo Montagnani accettava di lavorare in qualsiasi film. Lo fece anche quando scoprì di essere affetto da un tumore, fino alla fine. Morì nel 1997, a 67 anni.
Tornando a La moglie in vacanza... l'amante in città, avere una moglie come Barbara Bouchet e per amante una come Edwige Fenech è pura fantasia eccessiva. Anzi, fantascienza, ancor più di quella di  Alien vs. Predator (2004), diretto da Paul W. S. Anderson e con riprese fatte anche a Courmayeur, esattamente sulla Punta Helbronner, la cui cima svetta a 3.462 metri d'altezza. Fa parte del Massiccio del Monte Bianco e la sommità si trova lungo la frontiera tra l'Italia e la Francia. La scena iniziale in cui la protagonista femminile Alexa Woods (interpretata da Sanaa Lathan) si sta arrampicando su una parete ghiacciata e viene contattata per fare parte della spedizione, nel film avviene in Nepal ma in realtà il tutto fu girato a Punta Helbronner, all'epoca raggiungibile con la  Funivia dei Ghiacciai. Nonostante questa comodità per gli spostamenti della troupe e dei materiali, per realizzare una scena che nel film dura meno di mezzo minuto ci volle un'intera settimana di lavoro a quasi 3.400 metri d'altezza, sovrastati dalle cime del Dente del Gigante (4.014 metri) e quelle del Grandes Jorasses (Punta Walker, 4.208). Ovviamente Sanaa Lathan non fece realmente, lassù, quel che il film vorrebbe fare credere... Il ritorno turistico dato da questo film è inesistente o ridottissimo, a meno che lo spettatore non sappia che la location è italiana e non nepalese, cosa possibile solo documentandosi con testi come questo. Del resto le produzioni scelgono, spacciandole per altre, località o studios in cui i costi e le difficoltà organizzative sono minori. Per esempio, essendo il budget di "soli" 50 milioni di dollari (ma in totale ne incassò oltre 172!), buona parte di Alien vs. Predator fu girato ai Barrandov Studios di Praga al costo di 2 milioni di dollari. A Hollywood ce ne sarebbero voluti 20. Il film è interpretato da validi attori, come Lance Henriksen, apparso, fra i tanti della carriera, prima con un piccolo ruolo da poliziotto in The Terminator (1984), poi nella parte dell'androide Bishop in Aliens (1986) e Alien 3 (1992) e infine in questo Alien vs. Predator nel ruolo di un miliardario finanziatore della spedizione. Il risultato comunque è sempre quello: viene ammazzato a prescindere, ora da un terminator, ora da un alieno bavoso, ora da un predator. La storia di  Alien vs. Predator, per dirla succintamente, è quella di una spedizione inviata sottoterra a esplorare una misteriosa e gigantesca piramide nella quale da millenni si svolgono battute di caccia fra alieni e predator, e non si sa bene chi sia la preda e il predatore. Ovviamente gli umani ci vanno di mezzo, con ammazzamenti multispecie e, devo dire, pertanto democratici. Nel film c'è anche, meritatamente, il nostro Raoul Bova.
Courmayeur è una famosa località sciistica, però ha grandi bellezze anche nella bella stagione. Le due valli Ferret e Veny sono percorse dai due rami della Dora, che confluiscono poco a valle della frazione di Entrèves (ultima località della Valle d'Aosta prima del traforo del Monte Bianco), prima di Courmayeur. In queste foreste, in larga parte protette, vivono fra gli altri anche marmotte, camosci, stambecchi, caprioli e cervi, nonché aquile reali. Anzi, se noterete aquile particolarmente grandi sappiate che si tratta di gipeti o avvoltoi degli agnelli, reintrodotti sulle Alpi  e di cui una coppia vive, riproducendosi, proprio in zona. Sono rapaci timidi e inoffensivi e si cibano prevalentemente di ossa di animali selvatici o domestici trovate nelle radure e pascoli. In estate in queste aree è facile vedere le vacche, col cui latte si produce il famoso formaggio fontina. In Val Veny c'è il Ghiacciaio del Miage, il più grande valdostano. C'è anche un piccolo laghetto glaciale e uno più grande, quello di Checrouit, a 2165 metri sul versante destro orografico della Val Veny, nei pressi di Courmayeur. A ricordare ai turisti che con le montagne non si deve rischiare e che bisogna rispettarle, in valle c'è il santuario di Notre-Dame de Guérison, dedicato alla Madonna e contenente moltissimi ex voto lasciati dagli alpinisti che durante le ascese sul Monte Bianco o l'attraversamento dei valichi hanno salvato la pelle, appunto, per miracolo.

Una scena di Alien vs. Predator

Nel maggio 2010, nell'ambito della seconda stagione della serie televisiva Crimini, andò in onda su Rai2 l'episodio Neve sporca, diretto da Davide Marengo e tratto dall’omonimo racconto di Giancarlo De Cataldo. A mio parere Neve sporca, fra tutti i film italiani e stranieri girati a Courmayeur da sempre, è quello che dà la migliore rappresentazione delle selvagge bellezze della località. Vedendolo è impossibile non desiderare di andare in quei luoghi e pertanto Marengo e la Rai dovrebbero ricevere il primo la carica di assessore al Turismo perpetuamente e la seconda come minimo le chiavi della città, alberghi inclusi. Ovviamente scherzo, ma in tal senso, oltre che avvincente, Neve sporca è un eccezionale promozione turistica. Del resto i luoghi sono effettivamente splendidi. L'episodio, ambientato a Courmayeur oltre che girato lì in molti set, racconta di uno scambio di cocaina andato male. Due commercialisti (Marcello Mazzarella e Thomas Trabacchi), a contatto con il mondo della malavita, ricevono dal boss della camorra don Saro (Ernesto Mahieux) l'incarico di ritrovare una valigetta contenente cocaina che nel frattempo è stata trovata da un fattorino di un albergo (Alessandro Roja) che si fa aiutare a vendere la droga dalla sua amica disoccupata Manuela (Lavinia Longhi). Sulla vicenda però sta indagando anche il commissario Mancuso (Roberto Citran). Altri interpreti sono Therry Toscan e Pascal Zullino. In seguito a Courmayeur – nonché, per quanto riguarda la sola Valle d'Aosta,  a Verrand, Saint Vincent e Chamois – furono girate scene di Bangali Babu inglese Mem (2014), film indiano sentimentale diretto da Ravi Kinnagi e i cui ingredienti sono i soliti tanto amati in quella nazione: belle ragazze e ragazzi come da noi in Occidente ce le sognamo (buono solo per chi crede che in India sia veramente così...), nessun problema economico, colori sgargianti a secchiate e musica e danze a profusione. Gli interpreti sono Soham Chakraborty, Mimi Chakraborty e Laboni Sarkar. Dal 1993 si svolge ogni anno a dicembre il Courmayeur Noir in festival, dedicato sia alla produzione cinematografica noir sia alla letteratura gialla e che assegna, fra le altre sezioni, il Premio Raymond Chandler e il Premio Scerbanenco.

Una scena di  Bangali Babu inglese Mem

 

Locandine dei film girati in questa location

Clicca per ingrandire le locandine

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