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Campello sul Clitunno

Situato sulle sorgenti del fiume che dà il suo nome, il paese umbro di Campello sul Clitunno, con i suoi 2.500 abitanti, fa parte della provincia di Perugia, a metà strada tra Foligno e Spoleto, a pochissima distanza da dove si trovano le sorgenti del fiume Clitunno. Questo agglomerato, a dire il vero, è principalmente suddiviso in alcuni nuclei sparsi, di cui due più importanti, quello più recente, che si trova alle pendici del Pettino, e quello storico, denominato Campello Alto, che è adagiato sulla sommità di un colle limitrofo, a oltre cinquecento metri di altitudine. Quest'ultimo nucleo storico, attualmente abitato da una cinquantina di persone, è formato principalmente dal castello, costruito prima dell'anno mille da un nobile francese, Rovero di Champeaux, barone di Borgogna. I fatti che videro protagonista questo maniero meritano di essere raccontati, perché sono appassionanti come la trama di un film di avventure.

Dunque, la storia inizia quando da Reims questo nobile feudatario giunse in Italia, al seguito di Guido, duca di Spoleto. Per i suoi servigi e per la sua fedeltà ottenne dal duca di poter edificare una fortezza su questo colle. Tale privilegio fu confermato e rafforzato da Lamberto, imperatore del Sacro Romano Impero, grazie a un’investitura che risale al 921 circa, secondo la quale nel feudo appena sorto, chiamato Gualdi Ranieri, facevano parte anche otto villaggi, disposti ai piedi del colle. Dal nome di Champeaux a quello di Campello il passo fu breve, cosicché i discendenti di Rovero divennero i conti di Campello, dando così il nome al paese sorto sotto il maniero. Che fosse gente tosta lo si capisce da un documento del 1226 giunto fino a noi, dal quale si evince che i conti, a cominciare da Tancredi, furono attivi sostenitori dell'imperatore Federico II e nemici, quindi, della Chiesa. Non c’è da meravigliarsi se il Pontefice del tempo, Papa Onorio III, lo definì, assai poco carinamente, "figlio del diavolo".

Questa avversione contro la Chiesa proseguì anche con gli eredi di Tancredi, visto che le cronache della prima metà del XIV secolo ci dicono che il conte di Campello del tempo, Argento, fu un fiero oppositore dei Papi. Fatto sta che questi conti non erano di certo benvoluti dai signorotti del circondario, tanto è vero che qualche anno dopo Pietro Pianciani, signore di Spoleto, decise di assoggettare il castello dei Campello, in quanto si era messo in testa che fosse suo diritto impossessarsi di tutti i manieri e fortezze del territorio. Il conte di Campello del tempo, Paolo, successore di Argento, onde evitare il peggio cercò di rabbonire il signorotto locale, ma quest'ultimo mise a ferro e fuoco il castello, massacrò tutti e diede alle fiamme pure il borgo. Ma, evidentemente, gli stessi spoletini non amavano granché il loro signore, perché poco tempo dopo si ribellarono e lo cacciarono dalla cittadina. Così, il conte di Campello poté tornare dai superstiti del suo paese e diede subito ordine che il castello fosse ricostruito. Oggigiorno, Campello Alto può essere visitato sia all'interno sia all'esterno e fuori dalle mura si possono fare pic-nic e colazioni al sacco (attenzione: all’interno della fortificazione non vi sono luoghi di ristoro, quindi bisogna attrezzarsi onde evitare di restare senza bevande e cibarie durante la visita).

Il castello di Campello Alto.

A poca distanza da Campello Alto si trova il monastero dei SS. Giovanni e Pietro, che risale al XIII secolo per ciò che riguarda la sua parte più antica e che ospitò l'ordine delle Benedettine. Dopo secoli di abbandono, fu acquisito dalla Congregazione dei Padri Barnabiti e destinato alle vacanze dei loro studenti di teologia, oltre a dare ospitalità a turisti e visitatori. Dopo i danni subiti nel terremoto del 1997, fu sottoposto a restauri e riaperto come Casa di accoglienza e di preghiera, offrendo ospitalità a singoli e a gruppi che desiderano vivere momenti di raccoglimento e riflessione. A Campello sul Clitunno si arriva dalla Strada Statale 3, l'arteria che collega Foligno con Spoleto. Approfittando del fatto che questo paese vanta prelibatezze gastronomiche non indifferenti, sarà bene approfittarne prima di visitare i luoghi più caratteristici. Cominciamo da quello che è il grande protagonista della cucina locale, il prelibato olio extravergine di oliva, la cui importanza viene rimarcata dalla manifestazione Festa dei Frantoi, che si svolge ogni anno a dicembre. Qui la fa da padrone anche il tartufo nero, utilizzato nella preparazione di diversi piatti, come l'agnello al tartufo nero e i crostini alla norcina. Per Carnevale, invece, come per la tradizione spoletese, viene preparato un dolce assai particolare ossia la Crescionda, di origine medievale e la cui ricetta, visto che i gusti sono mutati nel corso dei secoli, è stata decisamente modificata.  In loco sono visitabili le Fonti del Clitunno, che si estendono su una superficie di quasi un ettaro. Non c'è da meravigliarsi se fin dall'antichità pittori, poeti e scrittori, come Plinio il Giovane, Virgilio, Corot, Byron e Giosuè Carducci, trassero ispirazione da questo luogo. Proprio per ricordare la visita nel 1910 di quest'ultimo poeta vi è una stele marmorea. Le Fonti del Clitunno sono alimentate da sorgenti sgorganti da fenditure della roccia, nell'antichità tanto copiose da dare vita addirittura a un fiume navigabile fino a Roma.

 

Proprio per ricalcare il senso di pace che questo scorcio naturale riesce a emanare, nel 1977 per il suo film Casotto il regista e attore Sergio Citti decise di ambientarvi la scena del sogno di cui è protagonista Gigi Proietti, dopo aver ricevuto una botta in testa che lo tramortisce e gli provoca un sogno-delirio. Nella prima parte del sogno, Gigi si trova in un prato circondato da una moltitudine di pecore che comincia a contare. Quella scena fu girata proprio alle pendici di Campello Alto. Dopodiché, continuando a sognare, Gigi si imbatte in una conturbante Catherine Deneuve (un delizioso cammeo il suo, nel quale recita in italiano) che prima lo blandisce, lo tenta, e poi, di fronte alla riottosità di lui, per capriccio tenta di suicidarsi. Ebbene quella scena venne girata dapprima alle Fonti del Clitunno e poi davanti al portale della chiesa di San Donato, sempre a Clitunno Alto. Fra l'altro proprio durante le riprese alle Fonti la Deneuve perse fra l'erba un prezioso anello, mai più ritrovato nonostante le ricerche.

Nella foto scattata sul set delle Fonti del Clitunno si riconoscono Gigi Proietti, Catherine Deneuve e Sergio Citti.

 

 Quando questa pellicola uscì (non si dimentichi che Citti ha sempre risentito degli influssi cinematografici del suo maestro, Pier Paolo Pasolini), provocò un qual certo dibattito per alcune scene forti, e anche una grande curiosità in quanto tra gli interpreti ci fu anche l'allora quindicenne Jodie Foster, reduce dal clamoroso successo ottenuto con Taxi driver nel quale aveva vestito i panni di una baby-squillo, al fianco di un istrionico Robert De Niro. Casotto è in un certo senso un film provocatorio, visto che lo stesso Citti spiegò così per quale motivo aveva deciso di girarlo: "Mi è venuto il sospetto che non si guardi più per strada, che non si veda più cosa fa realmente la gente. Tanto meno al cinema. Allora mi sono detto: facciamo un film in cui non succede niente, così forse si imparerà di nuovo a guardare attorno a sé". Per questo film "che non avrebbe raccontato nulla", l'oggi scomparso Citti ebbe a disposizione un cast a dir poco stellare. Fu lo stesso Citti, con il suo tipico intercalare romanesco, a spiegare come ebbe a disposizione tutte queste star per il suo film: "Tutti questi attori che c'erano… è venuto fuori all'osteria. C'era Ettore Scola che voleva collaborare alla sceneggiatura, Mastroianni che voleva fa' un pezzo, addirittura Sophia Loren che m'avrebbe fatto un paio di giorni se trovavo una parte per lei. Era nata una cosa così, come si dice, una solidarietà, una riffa… Come quando è successo il terremoto che tutti hanno mandato gli stracci… Ma molto carinamente, tutti. (…) Tanti l'ho dovuti eliminà perché non sapevo che fargli fa', è stata 'na cosa irripetibile. Nel contesto di come lavoravamo noi, dove non c'erano sdraio, dove non c'era la roulotte, dove non c'era il truccatore che stava sempre intorno, tu vedi gli altri che fanno così e tu ti adatti come gli altri, anche se sei un divo, una diva…".

A prima vista sembra una pellicola dal sapore grottesco che sfiora il nonsense, ma in realtà rappresenta un chiaro esempio dell'arte cinematografica che mostra l'irruzione della rivoluzione sessuale, che ormai stava dilagando in Italia, Paese ancorato a rigidi costumi sociali e morali. D'altronde, è lo stesso titolo del film, giocando sul doppio senso del termine (quello che definisce nel dialetto romanesco la cabina collettiva di una spiaggia, ma indica pure la gioiosa confusione e spensierata libertà) che ci fa capire come Citti, con l'aiuto di Vincenzo Cerami, il quale scrisse la sceneggiatura partendo dal romanzo da lui scritto, abbia voluto dare uno scossone affinché la pigrizia dello spettatore/cittadino venisse risvegliata dal tema del film che, da tipico esempio di commedia all'italiana, si trasforma in un satirico atto d'accusa contro la falsa e bacchettona morale di quegli anni.

Il film inizia con una panoramica che mostra una spiaggia deserta, di quelle libere, dove non si paga l'ombrellone e, appunto, la cabina. Il primo attore ad apparire è Ninetto Davoli, nel ruolo di Ninetto, che chiude la porta del casotto dove, d'ora in poi, si svolge l'intera pellicola, mostrando diversi personaggi, alcuni assurdi, altri squallidi, altri ancora ambigui, una carrellata umana costellata da tanti difetti e vizi e con un denominatore comune, il sesso, così cercato, agognato, sognato da apparire sfuggente, inafferrabile. Ovviamente queste sequenze non riguardano l'Umbria – dove oggettivamente si farebbe una certa fatica a trovare il mare... – ma Ostia.

A meno di un chilometro dalle Fonti del Clitunno si trova il Tempietto del Clitunno, più precisamente nella frazione di Pissignano. Questo monumento appartiene al sito tematico "Longobardi in Italia: il luoghi del potere", che comprende sette luoghi ricchi di tesori architettonici, pittorici e scultorei della civiltà longobarda – gli altri luoghi sono Cividale del Friuli, Brescia, Castelseprio, Spoleto, Benevento e Monte Sant'Angelo –, un sito talmente importante da essere inserito nel 2011 dall'UNESCO nella lista dei Patrimoni dell'umanità. Questo tempietto è in realtà una chiesa longobarda, per la precisione la Chiesa di San Salvatore. La sua costruzione risalirebbe al IV-V secolo dopo Cristo, riutilizzando, probabilmente, le rovine e le fondamenta di un antico sacello (un'area sacra recintata) pagano. Come si potrà vedere, questo tempietto è immerso in un contesto naturale idilliaco che ispira pace, tranquillità e meditazione. Da qui si può ben comprendere la scelta degli antichi Romani prima e dei Longobardi poi di edificare un edificio sacro proprio in questo punto del territorio umbro.

Il Tempietto del Clitunno.

La particolare conformazione geografica di questo territorio, ricco di avvallamenti e colline, ha permesso all’uomo di edificare in passato diversi manieri e roccaforti. Proprio nella zona di Campello sul Clitunno, oltre al Castello di Campello Alto, si trovano il Castello di Pissignano, quello di Acera e quello di Agliano. Se il Castello di Pissignano è posto nei pressi della via Flaminia, quelli di Acera e di Agliano si trovano immersi sulle colline, ricoperte di boschi, in prossimità della Valnerina. Il castello di Pissignano, posto sopra il Tempietto del Clitunno, è l'unico in tutta l'Umbria a vantare la forma triangolare, tipica dei manieri costruiti sui pendii. Più che di un vero e proprio castello, si tratta di un centro abitato cinto da mura ed edifici difensivi sorti tra la fine del XI e gli inizi del XII secolo e che furono poi rafforzati nel corso del Cinquecento. La sua posizione è strategica, in quanto dominava la via di accesso verso Spoleto. Sulla parte più alta del pendio si trova la cosiddetta torre di vertice, mentre poco più in basso si erge la massiccia torre pentagonale, trasformata poi in campanile della Chiesa di San Benedetto. Fin dalla prima costruzione del comprensorio, per ridurre l'inclinazione del terreno, fu realizzato un terrazzamento, sopra il quale vennero costruite le abitazioni, che ancora oggi mantengono la tipica struttura medievale. Il cuore di questo castello-paese è costituito dalla Chiesa di San Benedetto e dal palazzo comunale.

Il Castello di Acera, completamente ristrutturato dopo il terremoto del 1997, si trova all’incrocio di una fitta rete di comunicazione che univa il territorio di Spoleto alla Valnerina, posto a 972 metri di altitudine, alle pendici dei monti Maggiore e Grande, in una posizione altamente strategica, in una zona ricca di pascoli e di tartufaie. La storia ci ricorda che Acera fu la prima villa del contado di Spoleto che divenne castello e, a partire dal XIV secolo, ebbe un proprio castellano. Dopo il 1860 questo territorio e il suo Castello furono inclusi in quello del Comune di Campello sul Clitunno.

Il Castello di Agliano, infine, è in realtà, come quelli di Acera e di Pissignano, un piccolo borgo fortificato adagiato sulla montagna di Campello, posto a oltre mille metri di altitudine, e ci si arriva con l'antica Via della Spina, a meno di venti chilometri da Spoleto. Costruito verso la fine del XIV secolo, data la sua posizione fu ben presto definito la "sentinella" spoletina dei territori a Nord-Est. Il paese venne incorporato dapprima nel comune di Postignano (fine XVIII secolo) e poi aggregato, come il Castello di Acera, a Campello sul Clitunno nel 1860. Fino al 1950 contava più di 150 abitanti, ma poi si è spopolato progressivamente. Oggi i pochi abitanti rimasti, che praticano l’allevamento del bestiame nei pascoli montani circostanti, con l’arrivo dell'inverno si trasferiscono con i loro animali verso le zone più basse e meno fredde del territorio spoletino. Al contrario, nel corso della stagione estiva, ai pochi abitanti si aggiungono numerosi villeggianti che hanno ristrutturato molte case.

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