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Arrone

Ad Arrone c'è un alto viadotto, dal quale anni fa si rischiava la vita al Bungee jumping Le Marmore, buttandosi giù nella certezza – presunta – che il robusto cavo elastico avrebbe impedito l'impatto con il suolo, laggiù. Ma il primo maggio del 2002 proprio lì si verificò il primo incidente mortale di tal tipo e inseguito l'attrazione fu chiusa. La stessa cosa, ma solo la bravata del salto e non la tragedia (avvenuta l'anno dopo), la si vede in L’ultimo bacio (2001), diretto da Gabriele Muccino e interpretato, per citarne solo alcuni, da Giovanna Mezzogiorno, Stefano Accorsi, Stefania Sandrelli, Martina Stella, Pierfrancesco Favino e Sergio Castellitto. Il film fu premiato con cinque David di Donatello e due Nastri d'argento.

Ecco la trama: la vostra fidanzata vi accusa di essere atletico come un bradipo? Che avete il senso dell'avventura di vostra zia Gertude quando si reca al mercato? Allora stupitela, e provate almeno una volta a condividere con lei uno sport estremo. Potreste farlo in un giorno qualsiasi della vostra vita (che così smetterà di essere un giorno qualsiasi) oppure, come fanno i protagonisti de L’ultimo bacio, in occasione di un evento speciale, come un addio al nubilato. Di per sé evento festoso, che dovrebbe significare l'avvio di una nuova vita….e non la fine della vita, come invece pare comunicare la pellicola! Perché il messaggio che passa è un po' che il matrimonio sia la tomba dell'amore. Anzi, a ben guardare, sono tutte le responsabilità che uccidono l'esistenza stessa dell'uomo (quindi la genitorialità, la convivenza, ecc.), quasi che questa, per essere degna di venire vissuta, vada esentata da incombenze: insomma, la storia di Peter Pan (che poi, sarà pur stato un bambino che si rifiutava di crescere, ma la sua responsabilità, e pure bella grossa, ce l’aveva, essendo addirittura il capo di una banda!). A riprova di ciò il fatto che la crisi non attanaglia solo le coppie giovani, ma pure quelle più datate: Anna (interpretata da Stefania Sandrelli), la madre di Giulia (Giovanna Mezzogiorno), trascorre un periodo di forte crisi con il marito Emilio (Luigi Diberti), che la porta a gettarsi tra le braccia di una sua vecchia fiamma (Sergio Castellitto), che però ormai è sentimentalmente impegnato e neopapà. Carlo (Stefano Accorsi) attende un figlio dalla fidanzata Giulia, ciò nonostante rimane incantato da Francesca (Martina Stella), fresca di maggiore età, e ci scappa il tradimento. Nel frattempo, Adriano (Giorgio Pasotti), in crisi con la moglie Livia (Sabrina Impacciatore), rimugina la decisione di andarsene di casa. Paolo (Claudio Santamaria) è depresso a causa del padre malato e dell'abbandono da parte della fidanzata Arianna (Regina Orioli). Alberto (Marco Cocci) passa da un'avventura all'altra, incapace di creare legami stabili. Insomma, stanno messi tutti piuttosto male; per non parlare dell'attacco di nervi che coglie Giulia quando costringe Carlo a  confessare il suo tradimento, tanto che sbatte la porta e se ne torna da mamma, che nel frattempo si è riconciliata con papà, ma niente paura: dopo liti, urla e pianti disperati (e dopo che Carlo avrà "consumato" con Francesca), le cose ritorneranno al loro posto, infiocchettate anche dalla nascita di una bella bambina. Se non fosse che nella scena di chiusa, viene ricordato a tutti i noi che le relazioni sono un coacervo di responsabilità e che gli occhi, pure quelli delle donne, sono fatti per guardare (e forse le menti per sognare, e i corpi per tradire!), e questo un poco poco riesce a riscattare le figure femminili, tutte alquanto passive o succubi (o nevrasteniche). (Vedi qui:

Arrone – facente parte della bella Valnerina  ossia la valle attraversata dal fiume Nera, tutelata dall'omonimo parco fluviale – al turista sportivo offre comunque attrazioni meno estreme del precedente e cessato bungee jumping, come il trekking e la mountain bike e, più elettrizzante, il rafting lungo il fiume Nera. Ma offre anche altre attrazioni perché essendo un paese di origine medioevale non manca di storia e arte e pure di ottima cucina, cosa che non guasta mai, grazie alla produzione tipica locale di tartufo, pesce d'acqua dolce, frutti di bosco, insaccati e altro.

L'abitato di Arrone, circondato da un sistema di torri e cinte murarie, è composto da due antichi nuclei abitativi e da un terzo molto più recente: i nuclei più antichi sono denominati La Terra (un tempo) e Casteldilago. La Terra rappresenta di fatto l'insediamento primordiale, tanto da testimoniare ancora i caratteri di rocca difensiva grazie alla presenza del castello degli Arroni (da cui il nome). Oltre al palazzo, la gotica chiesa di San Giovanni: l'interno ad una sola navata custodisce diversi oggetti notevoli, come le pareti dipinte con figure di Santi, fatte eseguire dalle famiglie arronesi per grazie ricevute o per essere protezione; una traccia di croce in rosso su fondo bianco del tipo dei Cavalieri di Malta, di significativo valore storico in quanto probabile testimonianza della partecipazione di qualcuno della famiglia degli Arroni alle Crociate; e le numerose tele dedicate soprattutto a S. Antonio Abate e S. Sebastiano, considerati i protettori dalla peste che nel mondo fece molte decine di milioni di morti e pure ad Arrone prese il suo tributo. Non solo la chiesa, ma ancora: le mura difensive della città (delle quali solo una in buone condizioni); il Campanile Civico (anch'esso di epoca medioevale); una torre squadrata addossata al campanile, in un vano della quale venne collocato nel 1617 un orologio a pesi di pietra, perfettamente funzionante anche oggi; una grande torre a base quadrata, costruita durante la dominazione longobarda; e ovviamente il già citato castello, nel cui interno, dal dicembre del 1994, viene allestito un famoso presepe vivente, da decenni capace di richiamare numerosi fedeli e visitatori, grazie anche al fatto che vi furono girate alcune scene della miniserie, andata in onda su Canale 5, Padre Pio (2000), diretta da Carlo Carlei e con attore protagonista Sergio Castellitto. (Vedi qui:

E' dunque un territorio variegato quello di Arrone: non distante dalla Cascata delle Marmore, dal Lago di Piediluco e dalle vette appenniniche. Nel mezzo, distribuiti in 40 chilometri quadrati, tanti borghi medioevali caratteristici, ovvero le cinque frazioni comprese nel comune capoluogo: Casteldilago, Palombare, Rosciano, Castiglioni e Buonacquisto. La prima di queste frazioni, tra l'altro, fu la location del torneo cavalleresco che si svolge nel mitico L'armata Brancaleone (1966) di Mario Monicelli. (Vedi qui:

L'armata Brancaleone fu un enorme successo di critica e pubblico, cosa che rese doppiamente felice il regista Monicelli. Non solo per il successo ma anche per il suo guadagno, visto che aveva rinunciato al suo compenso in cambio di una percentuale sugli incassi del botteghino, che inaspettatamente furono enormi. Monicelli raccontò: "Mettemmo da parte il soggetto e solo qualche anno dopo ne parlammo con il produttore, Mario Cecchi Gori. Inizialmente lui oppose delle resistenze: non gli piaceva come era raccontato. Diceva che erano una serie di vagoncini attaccati l'uno dietro all'altro ma senza una trama, cosa indubbiamente vera. Inoltre era preoccupato per la lingua – un linguaggio assurdo, medievaleggiante e buffo –, temeva che nessuno l'avrebbe capita, che sarebbe stato come fare un film muto. Viceversa questo non ci impensieriva affatto, anzi io e gli altri due autori Age e Scarpelli eravamo convinti, e io lo sono sempre di più, che il vero cinema sia muto e in bianco e nero e che dal 1928, quando è stata introdotta la colonna sonora, sia cominciata la corruzione del cinema. L'impiego di questo tipo di linguaggio, in fondo, dimostrava proprio la nostra ricerca, la nostra tensione a fare un film muto. Il linguaggio in Brancaleone è importante per l'immagine del Medioevo ma non serve ai fini della comprensione della storia. Aspettammo alcuni mesi, io rinunciai anche al compenso pur di girare il film, fino a che Cecchi Gori si convinse, brontolando che sarebbe andato incontro a un salasso. Per quello che mi riguarda, al contrario, questo è il film in cui ho guadagnato di più perché entrai in compartecipazione sugli incassi. Dopo L’armata Brancaleone nessuno mi ha più fatto un contratto a incassi, a partire da Cecchi Gori per il seguito del film". (Vedi il film completo qui:

La trama di questo film immortale è la seguente: Brancaleone da Norcia (interpretato, come solo lui poteva, da Gassman), spiantato ma coraggioso, valente e leale rampollo di presunta nobile famiglia decaduta – anzi, più che decaduta direi crollata –, viene posto a capo di un manipolo di pezzenti di varia natura venuti in possesso di una pergamena imperiale scritta da Ottone I il Grande. Questa assegna al latore della stessa il ricco feudo di Aurocastro (i cui magazzini sono ricolmi di verdure, cacio, pani e vino, così lo descrive il manipolo povero e perennemente affamato) che aspetta qualcuno che ne diventi duce e affronti la nera... non si capisce bene cosa, poiché la pergamena manca di un pezzo. Il gruppo, fra peripezie di ogni tipo, attraversa buona parte d'Italia e alla fine arriva alla meta, che sta nelle Puglie. Attenzione, il gruppo è composto da umani miserabili ma pure da un cavallo, ossia il famoso Aquilante, la cavalcatura gialla di Brancaleone che ragliava come un asino ed era parimenti cocciuto. Pure lui è entrato nella storia del cinema mondiale. Lo si faceva passare per un mulo ma era un grande e robusto cavallo messo a disposizione da una ditta che forniva supporti al mondo cinematografico. Per gli autori Aquilante avrebbe dovuto ricordare il cavallo di D'Artagnan e di Don Chisciotte, personaggi letterari entrambi caratterizzati da coraggio e cronica mancanza di mezzi. Monicelli raccontò: "Anche la cavalcatura di Brancaleone avrebbe dovuto essere miserabile, una specie di ruminante macilento. Gassman, però, aveva il terrore di avvicinarsi ai cavalli, stava a cavallo solo da fermo. Dovevamo cercare una bestia molto tranquilla ma trovammo solo un cavallone sfiancato, robusto e pesante. La sceneggiatura prevedeva che fosse di un colore giallino e Gherardi (lo scenografo e costumista Piero Gherardi NdA) gli mise addosso una gualdrappa fatta con una specie di rete strappata che lo rendeva ancora più improbabile. Era un set curioso e divertente, c'era un cavallante che tutte le mattine molto presto, mentre noi preparavamo le altre cose, dipingeva l’animale di giallo e tutte le sere lo ripuliva per evitare che soffocasse per la vernice".

Oggetto di un recente restauro, la pellicola risulta essere oggi una testimonianza della Valnerina di quarant'anni fa, risultato oltre che della grandezza artistica di Monicelli anche della sapienza tecnica del direttore della fotografia Carlo Di Palma il quale, proprio per questo film, vinse il Nastro d'Argento. L'armata Brancaleone ottenne enorme successo di critica e di pubblico, tanto che divenne subito campione di incassi sfiorando alla fine di dicembre 1970 il miliardo e novecento milioni di lire, che allora era una somma enorme. Anche il sequel Brancaleone alle crociate (1970), sempre di Monicelli, ebbe grande successo. In entrambi c'era una certa dose di violenza. Monicelli difatti dichiarò: "Brancaleone si caratterizzava, soprattutto nelle scene iniziali, per una violenza inusitata per la commedia in quegli anni. La scelta fu mia, nel senso che fui indotto a caricare ulteriormente quanto era previsto dalla sceneggiatura, il saccheggio di un villaggio, dal luogo che avevamo scelto con Piero Gherardi, un posto vicino a Nepi. Fu una delle prime volte che nel cinema italiano si presentava una violenza così esplicita e dura ma l'intento era sempre quello di far ridere anche se in modo truculento: un manigoldo che nel tentativo di tagliare la testa all'avversario mozza il braccio al suo compagno". Fin dal primo film al successo contribuì anche la colonna sonora di Carlo Rustichelli, alla quale collaborò anche Monicelli, divenuta subito popolarissima (Branca, Branca, Branca, Leon, Leon, Leon, Fiii... Bum!). Anzi, il termine "armata Brancaleone" è entrato nel linguaggio comune tanto da essere riportato nei dizionari della lingua italiana per indicare un gruppo di persone disorganizzate, incompetenti e con pochi mezzi. L'autore Age, ossia Agenore Incrocci, disse: "Questo detto dell'armata Brancaleone è rimasto e me ne rendo conto, forse un po' troppo tardi. Qualche volta ci penso, quando lo leggo". Idem per l'altro autore, Furio Scarpelli: "Ogni tanto lo sento o lo leggo, soprattutto in politica. Come lo vivo? Senza gonfiarmi d'orgoglio".

I film di Brancaleone – nei quali spiccavano i fantastici costumi e soprattutto gli elaborati cappelli ideati dal costumista e scenografo Piero Gherardi – erano efficaci anche per lo strano linguaggio usato, inventato da Incrocci, Scarpelli e Monicelli unendo il dialetto e il latino con una strana formula scolastico-umanistica-parodistica. Raccontò Monicelli: "Avevamo elaborato appositamente un linguaggio assurdo, medievaleggiante e buffo, caratterizzante per Brancaleone. Vittorio era riuscito a impadronirsene in pieno, a scioglierlo, a farlo fluido, a dargli credibilità". Gassman confermò: "C'era la bellissima invenzione di quel linguaggio e di quel personaggio, una specie di samurai che ormai tutti conoscono e che è stato credo il personaggio che mi ha dato più popolarità". Incrocci però spiegò che questa invenzione era buona solo per l'Italia: "Questo però fu anche un problema, infatti all'estero il successo della serie di Brancaleone fu limitato proprio dagli astrusi e non traducibili termini, che non avevano quel corrispettivo nelle altre lingue. Nella storia, degli Stati Uniti per esempio, non esiste certo il medioevo e neppure la lingua volgare. Insomma, questa caratterizzazione fu anche un limite per i due film". Scarpelli volle chiarire anche: "Di tutto Brancaleone si potrebbe dire che nulla nasce puramente dalla fantasia, altrimenti sarebbe stata solo una favola sciocca, che invece non è. Satirica sì, ma si riferiva a vicende storiche e alle saghe nordiche, italiane e francesi. Insomma, c'è dietro una cultura, forse in alcuni casi nemmeno tanto profonda ma che ci ha impedito di lavorare solo di fantasia, che è la cosa più stupida che si possa immaginare. Le stesse favole non sono solamente invenzione, hanno comunque una base reale. Ci sono state delle imitazioni di Brancaleone, ma talmente scarse che non saprei nemmeno citarle. Se si imita un film si razzola a fior di terra, se invece si parte da qualcosa che giunge da una cultura più alta del cinema, i risultati sono chiaramente migliori".

A proposito delle lavorazioni, il regista Monicelli raccontò: "Il clima della lavorazione fu improntato al divertimento e alla leggerezza, come succede quando si ha a che fare con attori  grandi, di qualità assoluta". La cosa fu confermata da uno degli autori, Furio Scarpelli:"L'atmosfera sul set era piacevole, pacata, e ci si divertiva anche molto".Stessa versione di Gigi Proietti, che partecipò al seguito Brancaleone alle crociate (1970), sempre diretto da Monicelli: "Ricordo Vittorio Gassman compagno di bevute, di mangiate, mai annoiato. Lo ricorderò come allora domani, mentre rideva e rideva sul set di Brancaleone alle crociate per i miei tanti personaggi, per il mio ruolo di Pattume, che tanto lo faceva ridere". (Vedi qui:

Sempre Scarpelli disse a proposito degli interpreti dei due film: "Enrico Maria Salerno era un uomo estremamente sensibile, di alta cultura teatrale. Fu anche doppiatore di molti film e un vero artista, intendo un artista completo, come al momento in Italia non c'è nessuno.  Forse negli Stati Uniti, ma da noi no". A tal proposito Monicelli specificò: "Il personaggio del monaco fu caratterizzato da  Enrico Maria Salerno. Mi ricordo che mi capitò in casa mentre stavo lavorando al film proprio cercando di capire a chi affidare la parte. Mi disse che aveva letto la sceneggiatura e che voleva farla lui a ogni costo. Mi fece sentire due o tre squilli di quella voce bianca con la tonalità in falsetto che mi convinse immediatamente. Il mio grande rammarico invece è per la scena di Folco Lulli e l'orsa, che non venne bene. Nella sceneggiatura era scritta molto bene questa convivenza con l'orsa. Purtroppo non trovammo una vera orsa ammaestrata e utilizzammo un attore travestito con un costume". Scarpelli a proposito degli interpreti dei due film aggiunse: "La Spaak è una persona molto a modo, con un'ottima cultura. Ha anche un importante bagaglio personale e culturale, non a caso era figlia di Charles Spaak, sceneggiatore belga, e nipote di un importante uomo politico dell'allora regno belga. Ne ho stima, ha delle qualità che ha dimostrato anche nella sua carriera televisiva. Non ho mai incontrato Lino Toffolo, ma lo vedo in televisione e mi è simpatico. Ha un'intelligenza che non è soltanto quella della recitazione, il contatto con la realtà quotidiana è sempre una cosa importante. Adolfo Celi era una persona piacevole, simpatica. Molto amico di Gassman, appartenevano entrambi a una certa scuola, una cerchia di attori validissimi e di vecchio stampo, come Vittorio Caprioli e Franca Valeri. Insomma non erano soltanto attori, erano anche persone intelligenti".

Monicelli e Gassman durante una pausa della lavorazione.

Monicelli inizialmente non era convinto su Volonté. Difatti raccontò: "Carlo Pisacane è l'ebreo Abacuc. Lui era napoletano ma per me aveva già fatto l'emiliano in I soliti ignoti. Nasceva come attore di strada, faceva le sceneggiate. Fu così che lo trovai. La scelta di Gian Maria Volonté invece la contrastai molto, secondo me era sbagliato per quel ruolo. Lo volle prendere Cecchi Gori, preoccupato che il film andasse male, perché vedeva Brancaleone come una sorta di western. Allora non sapevo neanche che Volonté fosse diventato molto polare come attore di western grazie a Sergio Leone. Io invece cercavo un tipo diverso, un attore molto magro, rastremato, evanescente, come sono raffigurati i bizantini, ma al contempo mascalzone. Avrei voluto prendere, non gliel'ho mai detto, Raimondo Vianello, perfetto con la sua aria aristocratica fasulla. Di Volonté non fui mai soddisfatto perché invece era robusto, corpulento, forte, più simile a Brancaleone. Infatti lui e Gassman, pur mantenendo tra loro il massimo fairplay, entrarono in competizione sull'immagine dell'attore. Si sfidavano su chi fosse il più forte, finché, una sera in un ristorante a Crotone, fecero una gara di lotta e vinse Gassman". (Vedi qui una scena:

Agenore Incrocci raccontò di Volontè: "Gian Maria Volonté era un tipo garbato, grandissimo attore ma misurato, serio e professionale. Era molto impegnato politicamente. Andava d'accordo con gli altri e con Gassman, del resto sarebbe stato difficile il contrario, specialmente nel caso in cui il regista era anche amico degli attori e che quindi il clima sul set era molto disteso. Anche se comunque Monicelli, com'è giusto, riusciva a imporre le proprie scelte.  Per quanto riguarda Paolo Villaggio, la figura dell'ostrogoto (Mangold, interpretato da Ugo Fangareggi N.d.A.) de L'armata Brancaleone fu sostituita nel secondo film da quella interpretata da Paolo. Evidentemente l'attore Villaggio, che aveva anche il riconoscimento professionale di Gassman oltre che ovviamente di Monicelli, fu preferito. Gassman e Villaggio erano già allora grandi amici".Scarpelli precisò: "E' vero, ma si consideri che Villaggio aveva già portato sulle scene e con successo personaggi divertenti e molto simili a quello di Torsch, cinici, germanici e prepotenti. Insomma, Torsch era Villaggio, chiaramente quello delle scene". (Vedi qui:

L'interpretazione fatta da Gassman di Brancaleone fu tale che nessun altro potrà mai calarsi con lo stesso successo in quei panni, come accadde anche in altri casi come Fernandel e Gino Cervi con i personaggi di don Camillo e Peppone, oppure di Peter Sellers con l'ispettore Closeau. In questi e altri casi la perfetta interpretazione dell'attore si cala talmente nel personaggio da "ucciderlo" e nessun altro potrà mai sostituirlo con gli stessi risultati. Incrocci e Scarpelli erano dello stesso parere: "E' vero, è una prerogativa del grande attore che incarna quel personaggio. Forse, nel caso di James Bond non è così perché altri l'hanno interpretato con successo come Roger Moore, ma pensandoci nessuno come Sean Connery, che era e rimane lo 007 per antonomasia. Perché questo capiti è molto difficile da spiegare, non è una cosa scontata. Forse la popolarità dell'attore, i risultati del film, e poi la condizione che lo spettatore riconosca in quell'attore il personaggio importante, condiviso e credibile. Tanto che in questi casi quando si dice il nome del personaggio si intende in effetti quello dell'attore. Uniti per l'eternità". Anche Monicelli era dello stesso parere: "Il personaggio nacque addosso a lui. Io, Age e Scarpelli pensavamo a una saga medievale finalmente realistica, all'opposto di quel mondo di cavalieri erranti e donzelle leziose su cui volevano illuderci a scuola. Il nostro medioevo sarebbe stato barbaro, pieno di lerciume e miseria, popolato da condottieri sbruffoni e goffi. Vittorio diede senso a tutto questo, nelle vesti di Brancaleone si autoparodiò genialmente, facendo il verso alla propria esaltazione e retorica di attore serio, riconosciuto e consumato".


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