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Todi

Todi è un comune della provincia di Perugia, edificato su una collina a 600 metri sul livello del mare e costeggiato dal fiume Tevere. Il suo territorio fu teatro di eventi storici importanti, che  influenzarono anche la sua cultura: dalla fondazione a opera degli umbri all'annessione all'Impero romano, dalle invasioni (ultime in ordine di tempo quelle dei Malatesta e degli Sforza) alle lotte garibaldine per l'Unità d'Italia. A proposito di cultura, visitiamo Todi seguendo le tracce del suo più illustre cittadino, il simbolo della sua cultura, ossia Jacopone da Todi. Pare sia nato, forse nel 1233, in un palazzetto ancora esistente in piazza Martino I, nei pressi della Chiesa di San Fortunato. Fatto sta che una targa ne commemora l'evento. Con tutta probabilità studiò legge a Bologna, poi si sposò e trascorse la vita matrimoniale a Palazzo Pongelli-Benedettoni. L'attuale costruzione sorgerebbe sui resti della casa nuziale: un ciclo di affreschi, visibile al primo piano, ricorda le vicende salienti della sua vita.

Vi pare di conoscerli? Forse li avete visti nel L’arcano incantatore (1996), film di Pupi Avati, che diresse la vicenda del seminarista Giacomo Vigetti (interpretato da Stefano Dionisi), costretto a lasciare Bologna per aver ingravidato una ragazza e averla indotta ad abortire. Il giovane, in cerca di un posto dove rifugiarsi, stipula un giuramento di sangue con una vecchia dama e poi ripara in Toscana, dritto nelle grinfie dell'arcano incantatore (interpretato da Carlo Cecchi). Sebbene la pellicola tratti dell'occulto, non vi aspettate strabilianti effetti speciali oppure carneficine sbudellanti: in realtà il regista compie una riflessione ponderata e matura sulla morte, sull'onnipresenza del male personificato, del Demonio, servendosi di mezzi abbastanza "minimal" come un semplice lampadario che penzola in una biblioteca o un contrasto tra le luci dorate della campagna e i minacciosi toni oscuri all'interno del castello. Altri luoghi di Todi sono riconoscibili nella pellicola, come la scalinata del Duomo: non perdetevi ovviamente la visita a questa chiesa di stile romanico-gotico, una delle più importanti della regione, all'interno della quale si può ammirare un affresco di ispirazione michelangiolesca e visitare il museo della cripta. Nel film riconosciamo anche la Fonte di Scarnabecco, nella parte bassa della città, costituita da un portico sostenuto da sette colonne con capitelli, che contiene quattro vasche; la fonte costituì per tutto il medioevo il più importante punto di approvvigionamento idrico della città; semidistrutta da una frana, fu ricostruita nell'800 (della struttura originaria restano soltanto le colonne e i capitelli). Fermatevi anche alle Gole del Forello (nella valle situata tra Todi e Orvieto) e vedrete un'altra location del film: al cartello "Parco fluviale del Tevere" scendete per una piccola stradina non asfaltata e vi ritroverete in riva al lago (artificiale) dove Avati girò una scena. La gran parte del film è però ambientata nell'abitazione dell'Arcano Incantatore, una torretta con annesse piccole case: si tratta della Tenuta di Fiore a Fiore, una delle numerose frazioni in cui è suddiviso il territorio di Todi. (Vedi qui il trailer del film:

Avati pare decisamente innamorato di Todi (e dell'Umbria in generale), tant'è che vi ha ambientato  altre due pellicole, nelle quali coltiva la sua predilezione per il medioevo. La prima è Magnificat (1993), che vede durante la settimana santa intrecciarsi le storie di diversi personaggi: il boia Folco (Arnaldo Ninchi, molto noto anche come doppiatore) con l'aiutante Baino (interpretato da Massimo Bellinzoni, che esordì sul grande schermo con Evelina e i suoi figli, film del 1990 diretto da Livia Giampalmo); Margherita, ragazzina di ceto medio-alto che viene mandata in convento dal padre; il signore di Malfole (Luigi Diberti), feudatario ormai in fin di vita che dispone tutti i preparativi per la sua morte; Roza (Dalia Lahav, attrice israeliana più volte diretta da Avati, ossia ne Il cuore altrove del 2003, La rivincita di Natale del 2004 e Il papà di Giovanna del 2008), che passa gli ultimi giorni della sua gravidanza compiendo rituali di buon auspicio per dare alla luce il figlio del re. Quello che ne risulta, secondo le intenzioni del regista, è un quadro corale (tant'è che nel montaggio non vi sono quasi mai primi piani, ma spesso mezze figure), che più che soffermarsi sui singoli personaggi tenta di rievocare una cultura mista di religiosità e superstizione, crudeltà e sogni, determinazione e contraddizione, facendola apparire come metafora di un presente simile a quel passato. La seconda pellicola è I cavalieri che fecero l’impresa (2001), un kolossal con combattimenti e scene di grande respiro, e riferimenti che vanno dal ciclo di Re Artù all'horror (quel poco che basta!) fino al fantastico. Un suggestivo "on the road" in cappa e spada, con episodi che si incastrano, alla ricerca della Sacra Sindone che porta i protagonisti (guidati da Raoul Bova nei panni di Giacomo di Altogiovanni) dal cuore dell'Italia a Tebe e infine in Francia. Avati girò il film principalmente in Puglia (parecchie le sequenze nel fossato del castello di Barletta e di Otranto), ma le location sono moltissime anche in Umbria (Peschici, Monte Sant'Angelo, Siponto e San Terenziano vicino a Todi, usata come base per i cavalli). (Vedi qui:

http://video.sky.it/cinema/trailer/i_cavalieri_che_fecero_limpresa__il_trailer/v28357.vid

Torniamo a Jacopone da Todi. Un brutto giorno del 1268 sua moglie Vanna, sposata appena un anno prima,  morì improvvisamente. E di sicuro il termine è adattissimo, in quanto trapassò di punto in bianco durante una festa da ballo per cedimento del pavimento. La poveretta, vuoi perché obbligata dal marito o perché convinta di doversi punire per qualche vizietto oppure perché semplice bigotta masochista, si scoprì essere una praticante del "facciamoci male", in modo letterale. Nel comporre il suo corpo privo di vita si scoprì infatti che sotto gli abiti indossava un cilicio, che a seconda dei gusti era un ruvidissimo indumento portato a contatto della pelle oppure una cinghia uncinata o una corda ruvida costellata di nodi, stretta attorno alla vita o alla coscia in modo da provocare continuo dolore. Chi lo portava era convinto di fare penitenza e così di mondarsi dai peccati... Comunque sia, Jacopone fu talmente colpito da quella perdita che quello stesso inverno del 1238 distribuì i propri averi ai poveri,  vestì l'abito dei francescani e si mise a peregrinare per ben dieci anni, vivendo di stenti ed elemosina. E' in questo periodo che probabilmente visse in prossimità delle Gole del Forello (le stesse con riprese di Avati), con pareti rocciose alte più di 200 metri ammantate di fitta vegetazione, situate tra Todi e Orvieto e formate dal fiume Tevere, note per gli importanti complessi di grotte scavate dall'acqua, tra cui la Grotta della Piana (dove sono stati ritrovati reperti risalenti al neolitico e all'età del bronzo) e quella del Vorgozzino. Pure se siete dei principianti potrete cimentarvi nell'impresa di visitare la prima, che vi richiederà 3-4 ore di percorrenza, mentre la discesa nella Grotta del Vorgozzino è meglio lasciarla agli speleologi...

Nei pressi di questi luoghi sorge il Santuario di Santa Maria della Pasquarella, per la prima volta citato in un documento del 1275, anche se la tipologia architettonica farebbe retrocedere l'edificazione di almeno un secolo. Se vi piacciono le leggende questo è il luogo adatto a voi: alcuni vogliono che sia stata eretta nel luogo dove venne rinvenuta un'immagine della Madonna al ritirarsi della acque di un'inondazione; secondo altri un manipolo di abitanti, trovata un'immagine della Madonna, la portarono nella chiesa parrocchiale, ma l'immagine miracolosamente veniva sempre ritrovata sul greto del fosso.  Se siete invece alla ricerca di un miracolo potreste pure soffermarvi ad osservare l’affresco La Vergine con il Bambino e San Giuseppe mentre ricevono i doni dei Magi, oggetto di culto al quale sarebbero legati fenomeni a dir poco strani, come il sudore della Vergine e del Bambino.

Con l'avvento al soglio pontificio di Bonifacio VIII, Jacopone cominciò quella lotta che lo portò al carcere. Dove? Nei sotterranei del Convento di San Fortunato. Attigua al convento è la chiesa: originariamente paleocristiana e realizzata su strutture etrusche o romane, alla fine del Duecento venne riconvertita allo stile gotico. Ai piedi della scalea troviamo un monumento al nostro mistico realizzato nel 1930, e nella cripta il sepolcro con i resti della sua mascella! Il capitolo conclusivo della vita di Iacopone si scrive nei Conventi di Montecristo e di Montesanto, probabili luoghi della morte. La storia del Complesso di Montecristo inizia nel XII secolo prima coi benedettini poi con le clarisse, fino a che nel 1885 diventa sede della Regia Scuola Pratica di Agricoltura, oggi Istituto Tecnico Agrario, dove si stanno realizzando anche corsi di vinificazione. E proprio di vino parla Come le formiche (2007), secondo lungometraggio della regista napoletana Ilaria Borrelli, dopo Mariti in affitto (2004) con Maria Grazia Cucinotta. La pellicola racconta del sogno dell'enologa umbra Sveva (Galatea Ranzi, che ricordiamo in La grande bellezza del 2013 di Paolo Sorrentino, vincitore dell'Oscar) di produrre il Rubro, un vino fatto con un vitigno antico riscoperto dalla madre, morta dieci anni prima. Interessante il tentativo di analizzare alcuni rapporti, come quello della protagonista col padre Ruggero (F. Murray Abraham, che troviamo pure nel cast de I cavalieri che fecero l'impresa di cui sopra), rinchiuso nel suo dolore di vedovo e incapace di complicità con la primogenita; o anche la relazione tra le due sorelle Sveva e Desideria (Patrizia Pellegrino): nonostante si tradiscano a vicenda con il marito dell'altra (Enrico Lo Verso nei panni di Fabrizio e Philippe Caroit di Nicolas), le due rimangono comunque unite per salvare l'azienda agricola e le loro passioni. E a proposito di questo, la regista Ilaria Borrelli dichiarò: "Nel cinema italiano raramente si vedono donne protagoniste di una storia, e ancora più raramente donne che siano mosse da una passione che non sia quella sentimentale. Credo sia importante offrire degli esempi che mostrino come si possa essere felici realizzando un sogno lavorativo pur rimanendo madri e mogli". Nel film risalta l'incanto di Todi (il Duomo, le abbazie, i paesaggi campestri) perché, continua la regista: "Vorrei mostrare la bellezza del nostro paese e la sua forza che risiede non solo nel nostro patrimonio artistico e culturale ma anche nei suoi abitanti che questo patrimonio difendono, come fa Sveva che riesce, malgrado le avversità, a salvare l'antico vino di famiglia". (Vedi qui: http://www.mymovies.it/trailer/?id=49346

Ma torniamo ai Conventi di Montecristo e di Montesanto: pare che nell'antichità Montesanto fosse chiamato Monte Mascarano, e vi sorgesse un tempio dedicato al dio Marte e alla dea Bellona; agli inizi del Duecento arrivarono le clarisse, che fondarono il convento, per poi abbandonarlo dopo poco meno di 150 anni, quando fu trasformato in rocca militare, per tornare convento a metà del Quattrocento. Eccolo lì che lo si vede nel film Tre colonne in cronaca (1990) diretto da Carlo Vanzina e liberamente tratto dall'omonimo romanzo di Corrado Augias e Daniela Pasti. Il film è solo apparentemente un giallo in cui il commissario (Massimo Dapporto) deve scovare l’assassinio. Di sicuro c'è qualcosa di sospetto nella vicenda su cui deve indagare il commissario, che sbotta: "Certo che è strano, tutte le volte che c'è sotto un impiccio grosso la gente si suicida. Uno si butta giù da una finestra della questura, un altro si impicca sotto un ponte, un altro ancora s'avvelena in carcere col caffè e stavolta c'è uno che si uccide con il veleno di un serpente che non è velenoso". La risposta (e il senso più profondo e vero della pellicola) è in una battuta di Landolfi (interpretato da Gian Maria Volonté): "Qualcuno ha scritto che questo paese è attraversato da miraggi, che la realtà non esiste e che se esiste è praticamente impossibile scoprirla". Curiosità: la pellicola descrive un'immaginaria scalata (con delitto) alla proprietà di un grande quotidiano, che nel romanzo, per molti aspetti, assomiglia a La Repubblica; difatti, quando il film arrivò nelle sale, era davvero in atto un tentativo di impadronirsi della proprietà e del controllo del succitato quotidiano. (Vedi qui il film completo:

Arriva la morte, ma non di certo la fine della fama di Iacopone, e nemmeno del nostro viaggio sulle sue tracce, che ritroviamo nel museo sito in piazza del Popolo, agli ultimi piani di due palazzi attigui: Palazzo del Capitano e Palazzo del Popolo. Il primo, che inizialmente aveva funzioni paragonabili a quelle degli attuali palazzi di giustizia, è in stile gotico e vi si distinguono soprattutto le finestre e la Sala del Capitano. Il secondo, in stile romanico-lombardo, è il più antico palazzo pubblico della piazza. Orbene, nella Sala delle Ceramiche del museo è presente un ritratto di Jacopone ma risalente al XVIII secolo. Piazza del Popolo fu ripresa nel film Giulietta e Romanoff (1961), diretto e interpretato da Peter Ustinov e con Sandra Dee, John Gavin e, tra i tanti, il caratterista Akim Tamiroff. Si tratta di una piacevole e godibilissima parodia della vicenda di Giulietta e Romeo.

Todi: Peter Ustinov in un momento di pausa sul set del film Giulietta e Romanoff.

Tra l'altro piazza del Popolo compare anche nel film Il tormento e l'estasi (1965) del regista Carol Reed, con Charlton Heston (che interpreta Michelangelo Buonarroti), Rex Harrison (nei panni di papa Giulio II) e Tomas Milian (nella parte di Raffaello). Ci permettiamo di azzardare un paragone tra il beato di Todi, di cui stiamo seguendo le tracce in questo nostro viaggio, e il protagonista della pellicola: come infatti Jacopone ebbe il coraggio di opporsi al pontefice Bonifacio VIII – e per questo venendo scomunicato e imprigionato per cinque anni, fino all'avvento del nuovo papa Benedetto XI – anche il geniale artista incaricato dal papa di realizzare un affresco nella Cappella Sistina si scontra con la curia che vorrebbe costringerlo a seguire la sua volontà. Piazza San Pietro a Roma venne ricreata sfruttando piazza del Popolo a Todi. Una curiosità: nel film si trovano spesso utilizzate musiche da chiesa dell'epoca rinascimentale; una però, il Cantemus Domino di Hans Leo Hassler, è un anacronismo in quanto il musicista tedesco nacque molto tempo dopo i fatti della Cappella Sistina. Altro appunto: mirabili la cura dei particolari, le scenografie e lo sfarzo dei costumi, però durante la scena del banchetto pare di trovarsi più nell'antica Roma che nella Roma rinascimentale. (Vedi qui:

Piazza del Popolo la si vede anche in Per grazia ricevuta (1971), diretto e interpretato da Nino Manfredi. Fu il film più visto in Italia dell'intera stagione 1970-71, incassò quattro miliardi di lire e fu premiato al Festival di Cannes per la Migliore opera prima, con due Nastri d'argento e un David di Donatello speciale a Nino Manfredi. L'attore, insieme ad Alberto Sordi, Ugo Tognazzi, Vittorio Gasmann e Marcello Mastroianni è considerato un pilastro della commedia all’italiana. Il tema trattato non fu dei più facili, ma il regista riuscì a conquistare critica e pubblico cercando di cucire assieme toni drammatici e comici, raccontando così una storia dal sapore un po' amaro. Proprio Manfredi raccontò che la storia di Benedetto Parisi, da lui interpretato, nacque anche da un'esperienza personale, fonte d'ispirazione per la vicenda raccontata nel film. Durante l'infanzia Manfredi fu affetto dalla tubercolosi e in questo periodo si ritrovò a riflettere e a formulare un pensiero rivolto proprio a Dio. "Se c'è un Dio buono, perché c'è il male?". Da qui nacque quella riflessione che inciderà fortemente sul protagonista del film, portandolo anche a un confronto aperto con l'amico farmacista e ateo (Lionel Stander), altro protagonista chiave della vicenda narrata. La scena girata a Todi riguarda proprio un colloquio con lui, in piazza del Popolo.

La trama racconta di Benedetto Parisi, un uomo in procinto di diventare padre che arriverà, dopo un evento per lui profondamente drammatico, a tentare il suicidio. Proprio durante quello stato quasi onirico, nel quale Benedetto si troverà tra la vita e la morte, si ripercorrono attraverso numerosi flashback avvenimenti caratterizzanti la vita del protagonista. Orfano, è cresciuto da una zia nubile in un paesino della Ciociaria. Per tenere a bada l'intraprendenza di Benedetto, attraverso la religione la zia – nubile e morigerata sì ma ben incline a relazioni occasionali pure con uomini di passaggio – lo rimprovera e lo mette in guardia in continuazione, tanto che il senso di peccato e colpa si fanno in lui sempre più presenti. Accidentalmente precipita in un profondo dirupo ma ne esce incolume, tanto che la gente grida al miracolo attribuendolo a Sant'Eusebio. Una curiosità: le parole della canzone Viva Sant’Eusebio cantata durante la processione le scrisse Manfredi. Comunque, grazie a questo miracolo, la zia approfitta per sbarazzarsi del nipote, dedicandolo al santo protettore e affidandolo a un convento di francescani per anni. Però la vocazione non arriva e Benedetto scopre invece il mondo femminile, realizzando che la vita in convento non è adatta a lui, perché nota troppe incongruenze nella dottrina religiosa. Varie vicissitudini lo portano infine a tentare il suicidio buttandosi in mare (ovviamente questa scena non riguarda l'Umbria... ma Scauri, in Lazio) però neppure questa volta muore e ciò lo costringe a rivedere le proprie certezze. Il film, con location anche in Tuscia e Ciociaria, fece molto scalpore proprio per il tema trattato. (Vedi qui:

Anche il discorso anticlericale di Benedetto e del farmacista non potevano passare inosservati nell'Italia di quegli anni, pur rivoluzionari e con grandi innovazioni del pensiero sociale, tanto che un gesuita ebbe il compito di intervenire più volte per modificare alcune battute. Questa disponibilità dimostrata da Manfredi – raccontò poi sua moglie nel programma di Rai3 Io lo conoscevo bene – fu ricompensata da papa Giovanni Paolo II che lo invitò alla rappresentazione in Vaticano di una commedia giovanile scritta dallo stesso Karol Józef Wojtyła, ossia il papa. Alla fine, il pontefice gli chiese un parere e Manfredi, pur con una certa riluttanza, gli rispose che come scrittore teatrale era stato un bene che non avesse proseguito a scrivere, "altrimenti avremmo perso un grande Papa". Il pontefice invece di aversene a male accolse il commento con grandi risate.

Todi e piazza del Popolo li si riconosce pure in Una famiglia perfetta (2012), commedia del regista Paolo Genovese che mette in scena la solitudine e le trovate che allestiamo, e le maschere che vestiamo, per provare a ingannarla: Leone (Sergio Castellitto), ricco e cinico, che si crede solitario ma invece è solo, il quale ingaggia una compagnia di attori per fargli interpretare la famiglia che non ha mai avuto. Insomma, quasi un festival dello squallore! Il giorno scelto per la farsa è ovviamente quello più triste dell'anno, nel caso in cui si debba fare i conti col proprio senso di abbandono, e cioè la notte di Natale. Risultato? Un disastro! Accanto al già citato Castellitto figurano Marco Giallini che interpreta Fortunato, Claudia Gerini e Carolina Crescentini  rispettivamente nei ruoli di Carmen e Sole, Ilaria Occhini (la nonna, finta pure lei), i confusi ma ambiziosi ventenni interpretati da Eugenia Costantini ed Eugenio Franceschini. E, accanto al tema già detto della solitudine e delle farse allestite per gabbarla, il regista Paolo Genovese (che è anche sceneggiatore) affronta pure altri temi scottanti: il rischio di sacrificare la propria dignità per mangiare, il rimpianto per scelte forse sbagliate e la paura per quelle ancora da compiere. "Sono dieci anni che ho in mente questa storia, l'ho ripresa quando mi sono sentito pronto ad affrontare un problema che mi sta molto a cuore, e cioè il peso delle scelte che vengono fatte nella vita. Ci sono cose dalle quali a un certo punto non si può più tornare indietro. Il nostro protagonista ha la strada segnata, ma per un attimo si può illudere di avere a disposizione altre possibilità. In questa vicenda due vite scorrono parallelamente: c'è il dramma allestito dalla compagnia e c’è la realtà della compagnia stessa. Naturalmente i due piani si mescolano e si confondono, con esiti comici ma comunque inaspettati". (Vedi qui:

Sergio Castellitto ha dichiarato: "Mi piace quando un film riesce a esplorare così bene la solitudine, vedendone però anche il lato comico. La trovo, la pellicola, molto elegante e complessa al punto giusto perché capace di essere nello stesso tempo crudele e dolce, sarcastica ed emotiva". Se Claudia Gerini ha accettato di lanciarsi nel progetto per poter tornare a lavorare con Sergio Castellitto, già suo collega in Non ti muovere (2004), film di cui era pure regista, a spingere la Crescentini ad accettare la parte è stata l'originalità di Una famiglia perfetta rispetto a tante altre commedie. L'unico personaggio del film che non fa parte della finzione messa in scena dalla compagnia è stato affidato a Francesca Neri: "Il mio personaggio si chiama Alice e nella famiglia perfetta rappresenta l'imperfezione. Arriva improvvisamente e getta scompiglio". Il regista Genovese dice di non pensare a punti di riferimento specifici scrivendo un film, però un po' è inevitabile che alla nostra mente si affacci il richiamo a Sei personaggi in cerca di autore (1921), capolavoro letterario di Pirandello. (Vedi il trailer: http://www.comingsoon.it/film/una-famiglia-perfetta/49079/video/?vid=10032

E con questo abbiamo concluso il nostro viaggio alla scoperta di Todi, sulle orme di quello che è stato forse il più illustre cittadino di questa città che, secondo la leggenda, doveva essere costruita ai piedi del colle, sulla riva sinistra del Tevere; tuttavia, la tovaglia con cui i fondatori stavano facendo colazione sarebbe stata presa da un'aquila che, volando, l'avrebbe fatta cadere sulla cima del colle: l'accadimento venne interpretato come un segno degli dei, così si decise che la fondazione sarebbe avvenuta sulla sommità.

Locandine dei film girati in questa location

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