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Cortona

Cortona, comune di quasi ventitremila abitanti situato nella provincia di Arezzo, è il principale centro culturale e turistico della rinomatissima Val di Chiana. Questa splendida località fu uno dei principali centri della civiltà etrusca per via della sua fondamentale importanza strategica, tanto che fu elevata a lucumonia, ossia sede del "lucumone", come venivano definiti i re etruschi, tra l'VIII e il VII secolo a.C. Segno dell'importanza di Cortona presso gli Etruschi sono anche le sue imponenti mura, innalzate intorno al IV secolo a. C., che circondano la città per circa tre chilometri, oltre alle caratteristiche tombe nobiliari sparse nei dintorni della città e al monumentale altare funerario – al  Melone II del Sodo, che si trova sulla sponda destra del rio Loreto – adornato su un lato della scalinata da una sfinge. I "meloni" sono tre. Si tratta di grandi tumuli sepolcrali risalenti alla fine del VII - prima metà del VI sec. a.C., detti appunto localmente "meloni".

L'altare del Melone II. In basso a destra si nota la sfinge.

Nel 310 a.C. Cortona strinse dapprima un'alleanza con Roma, che però non fu rispettata e che portò a un'epica battaglia combattuta tra le legioni romane e i soldati etruschi nei pressi del Lago Trasimeno. Con l'arrivo dei barbari, per la precisione i goti nel 450 d.C., che occuparono Cortona, la potente città etrusca conobbe un periodo di grave declino. Il dialetto che si parla a Cortona, e che appartiene ovviamente all'alveo del toscano, è il cosiddetto chianino, tipico di coloro che abitano in Val di Chiana. E a proposito di questa valle, ancora oggi Cortona è uno dei principali centri nei quali si può trovare quella che viene universalmente considerata una delle varietà di carne più pregiate al mondo, la "chianina".

Esemplare di razza chianina.

La storia e le curiosità di questa razza bovina sono davvero interessanti, a cominciare dal fatto che ai tempi degli etruschi e dei romani le mucche e i tori chianini venivano utilizzati esclusivamente come forza motrice e tutt'al più, per via del loro manto lucido color porcellana, nei cortei trionfali e per essere sacrificati alle divinità pagane. Si tratta, come si può vedere nella foto sotto, di un bovino di taglia molto grande, poiché i maschi possono raggiungere più di 190 cm di altezza al garrese, con un peso che può sfiorare le due tonnellate, mentre le femmine possono anche superare i 155 cm al garrese e arrivare a un peso di oltre una tonnellata! E tanto per restare nel novero delle cifre iperboliche che contraddistinguono questa razza, basterà ricordare che per fecondare la femmina c'è bisogno che il maschio metta a disposizione non meno di 600 mila spermatozoi, in quanto la vagina della mucca secerne un acido corrosivo che rende vana spesso la procreazione. Come si sa, questa razza fornisce una delle migliori carni del mondo (insieme con il Black Angus del Kentucky, il Kobe giapponese e il manzo argentino) che trova la sua sublimazione culinaria nella famosa bistecca alla fiorentina, la quale dev'essere alta non meno di tre centimetri e del peso superiore al chilo!

 

Sempre per restare nell'ambito delle specialità aretine (che fanno parte anche della tradizione cortonese) come non citare i "Grifi all'Aretina", ossia le parti magre e callose del muso del vitello, alle quali si aggiungono anche le guance? Nella tradizione gastronomica locale è d'uso una ricetta che sfrutta queste parti cuocendole in umido con aromi, spezie, odori e pomodoro, realizzando un piatto semplice, ma gustoso e saporito. Ora, dopo una bella mangiata, sarà il caso di fare una passeggiata per Cortona, al fine di conoscere meglio le sue tante bellezze. Questa cittadina, a tutt'oggi, ha conservato meravigliosamente l'aspetto e la struttura della città medievale assieme a pregevoli architetture rinascimentali, a cominciare dal centro cittadino, con la suggestiva piazza della Repubblica in cui si trova il duecentesco Palazzo Comunale. Nella stessa piazza si trova il palazzo pretorio, eretto nel Duecento, la cui facciata fu realizzata nel 1613 da Filippo Berrettini (cugino del celeberrimo pittore Pietro da Cortona). In questo palazzo si trova la sede dell'Accademia Etrusca e del suo museo, con interessanti reperti come il famoso "Lampadario Etrusco" in bronzo del quinto secolo a.C. e del peso di quasi sessanta chili. A pochi passi dal Museo dell'Accademia Etrusca si trova il Duomo, eretto sui resti dell'antica Pieve Romanica di Santa Maria, mentre di fronte si trova l'ex Chiesa del Gesù, dove oggi ha sede il Museo Diocesano, con una pregevole raccolta di dipinti d'arte toscana, a iniziare dalla  Annunciazione del Beato Angelico. Si è detto della tipologia medievale che contraddistingue Cortona; per averne una facile conferma, basta scendere per via del Gesù, dove si arriva in via Iannelli, che conserva intatte alcune case medievali, le cui caratteristiche facciate sporgono a sbalzo sopra la strada, rafforzate da travi di legno. Alle fondamenta di queste abitazioni è possibile rinvenire tracce di antiche case etrusche e romane. Ma certamente Cortona ha molto da offrire al turista.

Fra le tante cose che si possono visitare a Cortona è imperdibile la visita all'Eremo delle Celle e alla Fortezza di Girifalco, fatta costruire nel 1556 dal Granduca di Toscana Cosimo I de' Medici, anche se non si ricordano battaglie legate al suo nome. Il convento de "Le Celle" costituisce uno dei primissimi insediamenti francescani scelti e voluti da Francesco d'Assisi. Trovatosi a predicare proprio presso Cortona nel 1211, Francesco richiese un luogo isolato nel quale potersi ritirare in preghiera, messogli prontamente a disposizione dal giovane e nobile cittadino Guido Vagnottelli (che poi divenne il Beato Guido, uno dei primi compagni del Poverello di Assisi). Francesco dovette trovarcisi bene, pur scomodo com'era, e anzi tutto fa pensare che fin dalla sua prima permanenza abbia lasciato, proprio lì a Le Celle, alcuni adepti. Nel 1215 Francesco sarebbe tornato in loco per trascorvi la Pasqua.

La Fortezza di Girifalco invece aveva scopo difensivo, ha forma trapezoidale con quattro grandi bastioni e fu eretta su resti di antiche fortificazioni etrusche, romane e medievali. Recentemente restaurata, è di proprietà comunale e sede di un centro di documentazione sulla civiltà contadina e di esposizioni. L’accesso alla Fortezza avviene per mezzo di un grande portone rivestito di ferro e ulteriormente protetto da una chiusura a saracinesca. Ai lati dell'accesso si vedono subito due casematte progettate per il fuoco incrociato. Saliti al livello superiore si trovano i quattro bastioni, l'imponente Maschio, che può essere visitato, con il cortile interno. Dalla Fortezza e dal suo camminamento si possono ammirare tutta la Val di Chiana fino al Monte Amiata e al Monte Cetona oltre che vedere un suggestivo scorcio del Lago Trasimeno.

Ovviamente, non si possono dimenticare le sagre che vengono organizzate nella cittadina aretina, soprattutto quelle della Bistecca e del Fungo Porcino. La prima rappresenta l'evento gastronomico più importante dell'estate cortonese e si tiene ogni anno presso i giardini del Parterre il 14 e 15 agosto. In una gigantesca gratella di quattordici metri vengono preparate su carboni ardenti di legno resinoso molte bistecche alla fiorentina, rigorosamente di razza chianina e cotte al sangue, come vuole l'antica tradizione toscana, accompagnate da ottimo vino Chianti DOC. Questa sagra promuove anche la diffusione e la vendita dei prodotti tipici locali e toscani grazie a numerosi stand gastronomici, dove si possono trovare i celebri formaggi pecorini di Pienza, i salumi di cinta senese, conserve e marmellate, vini, olio e cantucci. La Sagra del Fungo Porcino, invece, si tiene ogni anno nel week-end successivo a quella della Bistecca, sempre presso i giardini del Parterre. Si tratta di un altro evento gastronomico da non perdere dove si possono assaporare gustosissimi piatti a base di funghi raccolti nelle montagne del territorio cortonese.

Immersa in uno dei punti più belli e affascinanti della Toscana, Cortona è una delle location preferite delle produzioni cinematografiche, ossia fin dal 1950, quando il regista Mario Bonnard girò Margherita da Cortona, storia romanzata della vita di una delle maggiori mistiche del XIII secolo, appunto Margherita da Cortona. Bonnard, da giovane, prima di diventare un apprezzatissimo regista soprattutto di film di masse e storici, interpretò spesso al cinema muto il ruolo di un raffinato e languido dandy, sul quale anni dopo Ettore Petrolini costruì e portò al teatro la spassosa gag di "Gastone".

Anche se il film è ambientato a Lavinio (un piccolo borgo che si trova nei pressi di Cortona, dove la mistica nacque e visse), in realtà alcune scene vennero girate nella bellissima cittadina aretina, come si può vedere fin dalle primissime sequenze.

 

La trama racconta di una bella pastorella, Margherita appunto (interpretata dalla sassarese Maria Frau, al suo debutto cinematografico), la quale vive con il padre Tancredi e la perfida matrigna Lucia (un classico di tante fiabe e film...), interpretata dalla conturbante Isa Pola, la quale è amante di Marco (che ha il volto di un giovanissimo Mario Pisu), un facoltoso commerciante che, oltre ad avere una relazione con la matrigna, non disdegna di buttare l’occhio anche sulle procaci forme della bella pastorella, suscitando inevitabilmente la gelosia di Lucia. La situazione precipita quando Margherita un giorno conosce Arsenio, un giovane di buona famiglia di Cortona, del quale si innamora perdutamente. Il bieco commerciante, però li scopre e pensa bene di avvertire il padre di lei, che decide di chiudere in convento la figlia. La storia si complica ulteriormente quando Arsenio riesce a rapire la sua fanciulla e a portarla nella sua magione di Cortona, ma viene ucciso da Marco con la complicità di Rinaldo degli Uberti (un quasi irriconoscibile Tino Buazzelli), fratello di Francesca, la quale era stata precedentemente promessa ad Arsenio. Ma quando Francesca viene a sapere della morte di colui che amava, presa dalla disperazione si uccide, mentre la povera Margherita viene perseguitata dai compaesani aizzati dalla sempre più perfida (eh sì…) matrigna. Ma è proprio in quei frangenti che la povera pastorella comincia ad avere le prime visioni divine. Nel frattempo, Cortona è colpita dalla peste e Margherita si dedica alla cura degli infermi, spinta dalle visioni celestiali, mentre Lucia (divenuta un po' meno perfida del solito) ha il coraggio di denunciare l'amante Marco per l'assassinio di Arsenio. Il film si conclude (finalmente) con Margherita che, ormai consacratasi alla santità, assiste fino all'ultimo la matrigna (quando si è vicini alla morte chissà perché non si è più perfidi…) colpita dalla peste. Vent'anni dopo, nel 1970, anche la TV arrivò a Cortona per girare buona parte di La croce azzurra, primo dei sei episodi di una delle serie più famose di quell'epoca, I racconti di padre Brown, tratti dall'omonima opera letteraria dello scrittore inglese Gilbert Keith Chesterton, per la regia di Vittorio Cottafavi.

Il personaggio di padre Brown è quello di un prete cattolico con la passione per le investigazioni, al punto di trasformarsi, alla bisogna, in un sagace e instancabile detective. La produzione RAI vide giustamente in Renato Rascel l'attore ideale per interpretare il ruolo del prete inglese, visto che Chesterton lo definisce nei suoi romanzi e racconti "piccolo di statura, cocciuto, ironico, bonario, ma anche senza peli sulla lingua". Al suo fianco ci fu un altro grande attore dell'epoca, l'indimenticabile Arnoldo Foà, nei panni di Flambeau, l'incallito ladro convertito e riportato sulla retta via dal piccolo prete cattolico fino a diventare addirittura il fidato e arguto compagno di mille avventure. Noi ricordiamo spesso Renato Rascel solo per le sue gag televisive (a cominciare da quella del "corazziere"), ma dimentichiamo che è stato anche un ottimo cantante, tanto che vinse l'edizione del 1960 del Festival di Sanremo, in coppia con Tony Dallara, con la canzone Romantica (di cui era l'autore della musica, così come fu per l'altro grandissimo successo Arrivederci Roma). Non solo, era un grande attore teatrale e, incredibile a dirsi, anche un bravo ballerino.

Rascel avrebbe potuto avere un successo ancora maggiore, se solo avesse avuto un altro carattere. Già, perché di certo non era un artista simpatico a chiunque, poiché a causa della sua proverbiale arroganza fu capace di litigare con quasi tutti, a cominciare dai registi con i quali lavorò. Basterà un solo esempio: tanti anni fa Rascel avrebbe dovuto prendere parte a una trasmissione televisiva in compagnia di quella grande artista che fu Paola Borboni (altro personaggio che in fatto di acidità non era seconda a nessuno…). Tutti erano in attesa che l'attrice arrivasse per iniziare la trasmissione e siccome tardava, Renato Rascel, spazientito, disse ad alta voce: "Ma quando arriva questa vecchia?" (un'inutile cattiveria, visto che a quell’epoca la Borboni non aveva ancora raggiunto i settant'anni!). Proprio in quel momento, però, l'attrice arrivò e fece in tempo a sentire il commento salace di Rascel, al che sbottò, sempre a voce alta: "Io sarò anche vecchia, ma sono stata bella e giovane. Tu, alto, mai!". Ora dal sacro passiamo al profano, visto che due anni dopo, nel 1972, Cortona smise i panni cattolici per indossare quelli boccacceschi del film Canterbury proibito, diretto da quel buon mestierante che è stato Italo Alfaro e che rientra a pieno titolo nel filone cinematografico del "Decamerotico", ossia di quelle pellicole più o meno scollacciate che riprendevano i racconti del Decamerone di Giovanni Boccaccio. Film contrassegnati da una comicità pecoreccia, condita da battute volgari, con un trionfo di doppi sensi, culi e tette bene in vista a profusione e immancabili flatulenze (doveva però ancora arrivare quell'autentico genio "nel tema" di Alvaro Vitali, nei panni di Pierino…), per dare vita a raccontini stereotipati, ambientati in un medioevo molto, ma molto casereccio, tanto che per produrre film di questo tipo bastavano un piccolo borgo medievale, un cast di attori praticamente sconosciuti, una sceneggiatura che definire inesistente significa essere ottimisti e dieci giorni di riprese quasi a costo zero, con pause durante le quali figuranti e "attori" (si fa per dire) mangiavano insieme pane e mortadella. Tanto per far comprendere a che punto si giunse per trovare nuovi titoli allettanti per questo filone, esauriti termini quali "Canterbury", "Decamerone" e quant'altro, si pensò bene di girare una pellicola intitolata I racconti di Viterbury, forse perché il nome della città laziale suonava meglio rispetto a improbabili "Rietibury" o "Frosinonbury". Nel cast, che in tutta onestà non è passato alla storia del cinema, faceva però parte la leggendaria Femi Benussi, un'attrice di origine istriana dotata dalla natura di incantevoli e prodigiose forme per le quali divenne giustamente famosa.

Come si noterà subito, notevole prova espressiva e interpretativa di Femi Benussi (ma in un'altro film).

Tanto per rendere un'idea del curriculum cinematografico della suddetta Femi basterà ricordare titoli quali Tarzana, sesso selvaggio (1969), Che fanno i nostri supermen tra le vergini della jungla? (1972), Rivelazioni di un maniaco sessuale al capo della squadra mobile (1972), La sanguisuga conduce la danza (1975), La professoressa di lingue (1976, noto per la sua carovanata di doppi sensi), Un toro da monta (1976), fino allo stratosferico Mizzzzica... ma che è proibitissimo? (1983). Tutta la troupe alloggiò presso l'albergo San Luca, appena inaugurato. Il film fu girato a ritmi serrati (ci credo...), con ampio uso di comparse locali (tra cui Aldo Cardosi, personaggio leggendario della Cortona degli anni Settanta, autore di una prestazione maiuscola nell'episodio – uno dei sette del film – Il gallo cantachiaro e  in grado di vantare una mimica facciale degna di Totò) che accettarono di buon grado di fare da figuranti. La produzione organizzò la "prima" del film proprio nella cittadina aretina, che fu proiettato al Teatro Signorelli nell'ottobre di quello stesso anno, dove fu accolta con ovazioni (immaginiamo soprattutto quando apparivano le curve della Femi Benussi: chi non ci credesse è pregato di vedere la foto in basso). Tra le location cortonesi scelte in quel film spiccano via del Gesù, Santa Margherita, Porta Montanina, via dell'Orto della Cera, le Chiese di San Cristoforo e San Niccolò. Anche il grande Mario Monicelli volle immortalare Cortona nel 1985 in un suo film, Le due vite di Mattia Pascal, tratto dal capolavoro letterario di Luigi Pirandello Il fu Mattia Pascal. A dire il vero fu una delle sue pellicole meno riuscite, anche se prese parte al 38° Festival di Cannes. Riadattando il testo pirandelliano, il regista toscano trasformò il personaggio di Mattia Pascal (interpretato da Marcello Mastroianni) da siciliano a cortonese, facendolo scappare dalla natia cittadina aretina per farlo rifugiare tra Venezia e Monte Carlo, dove rinascerà una seconda volta. Oltre alla versione cinematografica, esiste anche la versione televisiva che dura quasi tre ore.

Nel 1993, il critico cinematografico e regista Michele Picchi girò, in VHS, un film-denuncia contro il razzismo, intitolato Le memorie di Ali, mai giunto nelle sale cinematografiche e che narra la storia di un ragazzo di colore sbandato, adottato da una famiglia toscana che abita appunto a Cortona. Nessun attore è professionista, ma interpreta semplicemente se stesso, a cominciare dai due genitori adottivi. Tre anni dopo, tenuto conto del successo avuto con il film Benvenuti in casa Gori, il regista e attore toscano Alessandro Benvenuti decise di girare il sequel Ritorno a casa Gori, mantenendo quasi tutto il cast del film precedente, con l'aggiunta di Alessandro Haber e Sabrina Ferilli. Com'è costume nei film di Benvenuti, non manca (lo stesso fece anche Francesco Nuti), quel bravissimo caratterista toscano che è Novello Novelli, inconfondibile con il suo intercalare dialettale. Nel 1997 Roberto Benigni girò una scena del film La vita è bella  – vincitore nel 1999 di tre Oscar: Migliore film straniero, Migliore attore protagonista a Roberto Benigni, Migliore colonna sonora a Nicola Piovani – proprio a Cortona, davanti al Teatro Signorelli, una vera e propria istituzione culturale della cittadina aretina, quando il protagonista Guido Orefice (interpretato dallo stesso Benigni) fa salire in macchina Dora (Elisabetta Braschi), colei che è la sua "Principessa" e che diventerà la sua consorte prima che la guerra e la persecuzione ebraica a opera dei nazisti spezzino per sempre il loro amore. Altre location furono Arezzo, Montevarchi, Castiglion Fiorentino, Ronciglione, Roma e Papigno (Terni).

Ma è indubbio che lo "spot pubblicitario" grazie al quale Cortona è diventata famosa è rappresentato dal film Sotto il sole della Toscana girato nel 2003 dalla regista e sceneggiatrice californiana Audrey Wells, con Diane Lane e il nostro Raoul Bova. La trama è presto detta, vista l'esiguità della pellicola (che ha il solo merito di mostrare gli scorci più belli non solo di Cortona, ma anche di Roma e Positano): Frances (Diana Lane) è una scrittrice di San Francisco, che si trova ad affrontare una profonda crisi e uno stato depressivo a causa della separazione dal marito. Per questo, nel tentativo di aiutarla, la sua migliore amica Patti (Sandra Oh) decide di regalarle un viaggio per farle conoscere la Toscana. Quando giunge in Italia, Frances è affascinata dal "Bel Paese" e decide di cambiare vita, trasferendosi proprio a Cortona, dove compra una villa abbandonata, Villa Bramasole (in realtà si tratta di una villa che non porta questo nome e che si trova al di fuori delle mura cittadine). Ovviamente, in questa atmosfera così decisamente bucolica poteva mancare l'amore? No, e appare sotto le forme di Marcello, il bellone italico interpretato da Bova, che seduce la bella scrittrice yankee mostrandole il meglio del paesaggio nostrano nonché il suo corpo, of course!

Oltre a I racconti di padre Brown, la TV è tornata in loco nel 2006, quando il regista Alberto Negrin girò la fiction in due puntate Gino Bartali, l’intramontabile, dedicata al leggendario ciclista italiano, rivale irriducibile del "campionissimo" Fausto Coppi, per il quale Paolo Conte ha composto una delle sue canzoni più belle, Bartali.

Lo sceneggiato ha visto Pierfrancesco Savino nei panni del Ginettaccio – così era soprannominato il ciclista – , il quale da buon toscano verace non le mandava di certo a dire e che non si stancava mai di ripetere quello che è diventato il suo motto per antonomasia: "Gl'è tutto sbagliato, gl'è tutto da rifare". Un toscanaccio coraggioso e dal cuore d'oro, però, visto che dopo la sua morte, avvenuta nel maggio del 2000, si venne a sapere che durante i terribili anni dell'ultima guerra mondiale il ciclista fiorentino, allenandosi per le strade toscane, faceva segretamente anche da staffetta per la Chiesa, portando salvacondotti e documenti falsi che avrebbero permesso a tanti ebrei italiani di salvarsi dai campi di stermini nazisti. Bartali, rischiando la vita, ebbe l'idea di nascondere queste carte avvolte all'interno del telaio della bicicletta con la quale si allenava, come si vede al punto 01.28.15 della prima parte dello sceneggiato.

Da ultimo, nel 2010 il regista iraniano Abbas Kiarostami girò tra Lucignano, Arezzo e Cortona il suo film Copia conforme, con l'attrice francese Juliette Binoche e l'attore inglese William Shimell. Certo, non un film facile, visto che questo cineasta da sempre appartiene al gotha del cinema d'autore (quello che molti, assai sbrigativamente, liquidano con il termine "palloso"). Ecco la trama: lo scrittore inglese James Miller (William Shimell) è invitato a presentare ad Arezzo il suo ultimo libro, Copia conforme, un ponderoso saggio nel quale spiega la relazione tra l'opera originale e la copia nel campo dell'arte pittorica. Alla conferenza incontra Elle (Juliette Binoche), una gallerista francese che vive e lavora da diversi anni in un piccolo borgo della Toscana, nel quale ha il suo negozio di antiquariato. Tra i due nasce subito una profonda e sensuale intesa, che diviene più salda quando decidono di fare insieme una gita durante la quale la proprietaria di un bar li scambia per marito e moglie. Affascinati da questo gioco, i due decidono di fingere di essere realmente sposati e la loro finzione si rivela così una copia conforme della vita coniugale, nella logica della filosofia di vita che fa da sfondo al saggio dello scrittore. Ma quando la gita volge al termine e James deve andare alla stazione per tornare in Inghilterra, appare chiaro come di fronte alla realtà, ossia l'originale, i sogni, i desideri, cioè le sue "copie", queste ultime debbano lasciare spazio solo a ciò che è vero.

Una scena di Copia conforme.

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