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Pavia

Il Ponte Coperto sul Ticino

La città di Pavia è situata sul Ticino, poco a nord dalla confluenza di questo fiume nel Po, a circa trentacinque chilometri a sud di Milano, e proprio per via della sua posizione altamente strategica nella parte meridionale della Pianura Padana fu scelta per essere la capitale del regno longobardo. Fin dal medioevo, insieme con Bologna, la città lombarda è sede di una delle più antiche e prestigiose università italiane che, insieme con la Scuola Superiore Universitaria IUSS, costituisce il cosiddetto Polo universitario pavese. A proposito di istruzione, anche se per via della sua ancora giovanissima età non ebbe mai la possibilità di studiare nella prestigiosa università – sede di un'importante facoltà di matematica – per circa un anno, nel 1894, in via Ugo Foscolo al numero 11 (conosciuta come Casa Cornazzani, foto sotto) abitò il quindicenne Albert Einstein con la sua famiglia. Un'altra sua eccellenza di Pavia è il Policlinico San Matteo. Anche se potrà sembrare curioso, fino al 1872 Pavia (sempre per via della sua posizione altamente strategica) fu in effetti in tutto e per tutto una città fortificata, finché con una rivoluzione urbanistica i suoi bastioni furono trasformati in viali e giardini pubblici.

Si è detto di Pavia capitale dei Longobardi. Questi ultimi la conquistarono nel 572, chiamandola Papia (da cui il nome attuale), un dominio il loro che durò esattamente due secoli, quando poi fu conquistata da Carlo Magno, dando avvio al cosiddetto periodo carolingio. Ma di certo il nome di questa città è storicamente legato alla battaglia omonima, combattuta il 24 febbraio 1525 tra le truppe francesi e quelle imperiali, queste ultime costituite principalmente da fanteria spagnola e lanzichenecchi tedeschi, fedeli a Carlo V, guidate sul campo da Fernando Francesco d'Avalos e Carlo di Borbone, mentre le prime erano comandate dallo stesso re Francesco I, il quale fu sconfitto, catturato e rinchiuso nella fortezza di Pizzighettone, vicino a Cremona, prima di essere deportato in Spagna, che poté lasciare dopo aver firmato un trattato di pace a dir poco umiliante. Le cronache della battaglia ci raccontano che a causare la cattura del sovrano francese fu il capitano di ventura di Forlì Cesare Hercolani, il quale ferì a morte il cavallo di Francesco I, favorendone la cattura. Legata a questa storica battaglia vi è un piatto tipico della cucina locale, ossia la buonissima e semplicissima zuppa alla pavese, una pietanza a base di pane secco, uova, formaggio e burro cucinata da una povera contadina del posto al sovrano francese, appena fatto prigioniero, con i pochi ingredienti che aveva a disposizione. Ebbene, si racconta che a Francesco I piacque così tanto da farla inserire nel menù di corte, una volta ritornato in Francia, con il nome di soupe à la pavoise.

 

E visto che siamo in ambito culinario, vediamo quali sono altre ricette tipiche della cucina pavese, a cominciare da una bontà come l'insalata di nervetti. I nervetti, in realtà, sono i tendini che uniscono la zampa al ginocchio dello stinco del vitello e sono alimenti semplici, sani e che contengono pochissimi grassi. Fin dal medioevo, nella zona del Pavese, erano un alimento destinato ai poveri, in quanto scartato per i piatti dei signori e potenti del tempo. In epoche più recenti, invece, spesso nelle tipiche osterie venivano serviti come accompagnamento al bicchiere di vino bianco, insomma, una specie di patatine e noccioline come vengono servite adesso nei bar. Un'altra prelibatezza è il Bata Lavar, come viene chiamato nel dialetto locale, ossia il caratteristico agnolotto pavese, dal peso di circa quaranta grammi e dal diametro di sette centimetri, che viene servito rigorosamente in brodo. La definizione dialettale di Bata Lavar deriva dalle sue grandi dimensioni (la forma, infatti, viene data utilizzando come stampo un bicchiere!) che lo rendono impossibile da mettere in bocca per intero; per questo motivo, quando lo si mangia, "batte sulle labbra" perché fuoriesce dalla bocca. La tradizione del passato voleva che ne venissero serviti quattro per ciascun uomo e al capofamiglia, mentre alle donne e ai bambini ne spettavano solamente due. Infine, non bisogna dimenticare gli Uslin scapà, ossia gli "uccellini scappati", un piatto che oggi viene preparato con fettine di vitello o manzo e pancetta, ma che un tempo la povera gente cucinava con gli scarti di carne, come sostituti della più prelibata e ricercata selvaggina. Una leggenda narra che la stessa povera contadina che aveva preparato la zuppa alla pavese per sfamare Francesco I, dovesse servire agli ospiti presenti della finta selvaggina per ovviare alla mancanza di quella reale.

Ma, al di là delle ghiottonerie, Pavia resta una città da visitare per le sue innumerevoli bellezze artistiche e monumentali, a cominciare dal Castello Visconteo e il suo museo, la Pinacoteca Malaspina, il Duomo, Palazzo Bottigella, le Chiese di Santa Maria al Carmine e di San Michele Maggiore e il famoso Ponte Coperto sul Ticino. Quest'ultimo (detto anche Ponte Vecchio) collega il centro storico cittadino e il resto della città, che comprende il pittoresco quartiere, un tempo posto fuori dalle mura periferiche della città, di Borgo Ticino. Il ponte, che simbolicamente rappresenta Pavia, vanta cinque arcate ed è completamente coperto con due portali alle estremità e dotato di una piccola cappella religiosa al centro. Molti pensano che questo ponte sia vetusto, ma in realtà fu  ricostruito nel 1949, dopo i danni subiti nel corso del secondo conflitto mondiale, anche se ripropone le forme dell'antico Ponte Coperto, quello sì risalente al XIV secolo. A proposito dei bombardamenti effettuati dalle forze alleate nel settembre del 1944, le esplosioni danneggiarono il ponte trecentesco e provocarono il crollo di un'arcata. Alla fine della guerra ci furono aspre polemiche tra chi voleva ripristinare il vecchio ponte e chi, invece, voleva demolirlo per edificarne uno nuovo. Per timore di ulteriori crolli che avrebbero potuto far straripare il Ticino nei periodi di piena, nel febbraio del 1948 si decise  di demolire con la dinamite l'antico manufatto e, ancora oggi, i resti dei piloni del vecchio ponte sono ben visibili nelle acque del fiume.

A proposito di questa costruzione, non può ovviamente mancare una leggenda, ben conosciuta dai pavesi doc, che racconta come sarebbe stato costruito il vecchio ponte. Questa storia narra che nell'anno 999 Pavia non aveva nessun ponte sul Ticino, perciò, chi voleva passare da una riva all'altra doveva adoperare un'imbarcazione. La sera della vigilia di Natale di quell'anno molti pellegrini avevano pensato di recarsi ad ascoltare la Messa di mezzanotte in città perché, in nome della celebre profezia "Mille e non più mille", molti erano certi che la fine del mondo fosse ormai prossima. Così, sulla riva sinistra si formò ben presto una gran folla di persone in attesa di essere traghettata, ma le tre imbarcazioni di servizio, proprio per il gran numero di persone da portare sull'altra riva, viaggiavano a rilento. In più ci si mise anche un nebbione fittissimo a complicare la situazione. Fatto sta che nessuno veniva a prendere quei fedeli. Improvvisamente, fece la sua apparizione un gentiluomo vestito di rosso, il quale assicurò che ci avrebbe pensato lui a far passare tutti, purché lo seguissero. Infatti, dopo averli guidati lungo l'argine del fiume, mostrò ai pellegrini stupefatti l'ombra di un ponte che pareva fatto di nebbia. "Vedete? Questo ponte diventerà di pietra, se il primo essere che lo passerà sarà mio eternamente", disse il gentiluomo, con sguardo infuocato. Tutti allibirono e furono assaliti dalla paura, perché compresero che quel distinto signore in realtà era il diavolo in persona e che quel ponte fatto di nebbia non si poteva usarlo che accettando i suoi patti. Ma tra i presenti vi era un uomo che nessuno aveva prima notato. Era l'arcangelo Michele, che dalla vicina chiesa aveva visto ed era accorso (parrebbe che Pavia allora fosse una meta di VIP...). Senza timore, avanzò verso il diavolo e gli disse: "Caro Belzebù, noi desideriamo un po' di tempo per riflettere e decidere chi passerà per primo il ponte. Tu, però, comincia a costruirlo di pietra e poi ti terrai il primo che passerà". Il diavolo accettò e, fatto il ponte, si pose sul pilone centrale ad attendere il primo passante. Ma l'angelo, astutamente, si fece portare un caprone e, dopo averlo afferrato per il collare, con una sferzata, l'obbligò a passare per primo. Preso dall'ira per essere stato gabbato, il diavolo scatenò un violento nubifragio, con pioggia, vento, turbini e saette che si abbatterono sul ponte, ma nulla poterono contro la saldezza delle arcate e le pesanti colonne di pietra (del resto, l'aveva fatto lui, e pure a regola d'arte...). I pavesi, perché il diavolo se ne stesse lontano, costruirono poi, sul grande pilone di mezzo, una chiesetta dedicata al santo dei fiumi, Giovanni Nepomuceno.

Un'altra leggenda narra la vicenda dell'Angelo della peste, che si svolse all'epoca in cui San Damiano fu vescovo di Pavia, ossia nella seconda metà del VII secolo. Quando la città fu colpita da una tremenda pestilenza che decimò la popolazione, molti pavesi per evitarla fuggirono sulle colline e nelle campagne, mentre per la città deserta durante la notte avveniva un fenomeno inquietante, osservato dai pochi rimasti in città che vedevano due angeli, uno vestito di bianco e uno di rosso, che si aggiravano per le vie cittadine. L'angelo bianco, quello della vita, impugnava una spada fiammeggiante e tentava di scacciare l'angelo rosso. Quest'ultimo, angelo della morte, percuoteva le porte delle case cittadine: tanti i colpi dati, tante le persone che sarebbero morte in quell'abitazione il giorno successivo. San Damiano, che aveva tentato di tutto per far cessare la peste, ispirato dal Signore fece portare da Roma la reliquia del braccio di San Sebastiano. La sacra reliquia, portata in processione per la città, operò (così credono alcuni...) il miracolo invocato, ossia quello di scacciare  l'angelo bianco. Seguendo il percorso della reliquia, giunto in Strada Nuova (una delle arterie principali di Pavia) e incontrato l'angelo rosso, gli fu facile allontanarlo dalla città, insieme con la peste. Non solo, la leggenda vuole che l'angelo bianco sia tornato a Pavia per fermare un'esondazione del Ticino che già aveva invaso buona parte di Strada Nuova. Ci riuscì ergendosi davanti alle acque minacciose e alzando un braccio per intimare alla marea di regredire. Ebbene, a ricordo del fatto, i pavesi fecero murare in Strada Nuova, all'angolo con via Bernardino Gatti, un angelo in marmo bianco col braccio teso verso Porta Ticino a indicare la miracolosa cacciata della peste e l'interruzione dell'inondazione della città.

L'angelo bianco.

Si è accennato a Borgo Ticino, ossia il quartiere di Pavia che si trova al di là del Ponte Coperto, sulla riva sinistra del Ticino. La parte più caratteristica del quartiere è quella situata sull'argine basso del fiume (come si vede nella foto sotto). Per raggiungerla, dopo aver attraversato il ponte provenendo dal centro storico, si deve svoltare subito a sinistra in via Milazzo. Subito dopo il ponte, si trova un monumento in bronzo: si tratta di una statua che ritrae una lavandaia, una delle tante donne che nei secoli scorsi hanno lavato i panni dei cittadini nel Ticino. Più avanti si trovano le case basse caratteristiche del Borgo Basso (Burg-à-bass, come si dice nel dialetto locale), le quali sono soggette a sporadici allagamenti in corrispondenza delle esondazioni del fiume, anche se risultano affascinanti nei loro caratteristici colori.

Pavia è stata la location di quello che viene considerato il film più importante e riuscito di uno dei nostri maggiori registi, il lombardo Alberto Lattuada, ossia Il cappotto (1952), tratto dall'omonimo racconto dello scrittore russo Nikolaj Gogol. Questa pellicola, cupa, melanconica, tragica per molti versi, come buona parte della produzione letteraria dello scrittore russo, è uno spietato atto d'accusa nei confronti della cieca burocrazia e dell'indifferenza dell'uomo nei confronti dei propri simili, oltre a deridere la corruzione e il vizio a cui sono avvezzi i potenti. Lattuada traspose la vicenda dalla San Pietroburgo di metà Ottocento alla Pavia degli anni Trenta dello scorso secolo. Il protagonista, il mite e timido scrivano comunale Carmine De Carmine (interpretato in modo magistrale da Renato Rascel), conduce una vita assai modesta nella sua misera camera a pensione. Sebbene sia un lavoratore indefesso e puntuale, data la sua mitezza viene continuamente mortificato e vessato dal suo capoufficio (ossia il segretario generale del Comune) e dallo stesso sindaco (che ha il volto del noto caratterista Giulio Stival), il quale incarna il tipico politico ambizioso e corrotto, oltre ad essere un incallito tombeur de femmes, nonostante sia già sposato. Il povero Carmine, in pieno inverno, soffre un freddo cane perché il suo magro stipendio non gli permette di comprarsi un cappotto nuovo e caldo di cui avrebbe un disperato bisogno. Ma un giorno il destino sembra finalmente sorridergli, perché per strada, vestito in modo miserabile al punto da sembrare un mendicante, fa la conoscenza fortuita di una donna affascinante ed elegante (interpretata dalla bellissima Yvonne Sanson), la quale impietositasi del poveretto gli dona una discreta somma di denaro. Denaro che si trasforma in un sostanzioso acconto per permettere al povero scrivano di ordinare a un sarto un cappotto su misura.

Alla fine, il cappotto è pronto e gli sta a pennello e Carmine, emozionato come non mai, lo indossa con grande soddisfazione, passeggiando a testa alta per tutta la città, fatto oggetto di commenti lusinghieri e anche un po' invidiosi, pensando al fatto che nella serata di Capodanno potrà recarsi al ricevimento organizzato dal perfido e viscido segretario comunale, indossando il suo bellissimo cappotto nuovo. E così avviene e con sua somma sorpresa proprio durante la festa rivede la bellissima donna che gli aveva regalato quella somma di denaro. Ma il povero Carmine ignora che lei, Caterina, è l'amante segreta del sindaco. Alticcio per i numerosi brindisi, prima di tornare a casa riesce a danzare un valzer proprio con lei, sentendosi finalmente un uomo realizzato e felice. Ma dopo mezzanotte, tornando a casa in una Pavia ammantata di neve, Carmine attraversa proprio il Ponte Coperto, sotto il quale viene derubato da un disperato che si appropria del suo cappotto, lasciandolo tramortito al suolo.

Ripresosi, Carmine chiede aiuto disperatamente, ma si scontra davanti al muro dell'indifferenza altrui, a cominciare da chi, vigili e poliziotti, dovrebbe salvaguardare la protezione e la sicurezza del cittadino. Perfino i funzionari comunali e lo stesso sindaco si rifiutano di aiutarlo. Avvilito e amareggiato, Carmine è vittima di una devastante depressione che lo porta fino alla morte. Solo nell'aldilà Carmine troverà la sua giusta vendetta. Nelle sembianze di un fantasma, torna nelle strade di Pavia, terrorizzando i cittadini con improperi e insulti e a spogliarli dei loro cappotti e mantelli nelle fredde e nebbiose serate invernali. Poi, non soddisfatto, giunge al punto di intrufolarsi nell'appartamento di Caterina, sorprendendola con il sindaco. Infine, appare a quest'ultimo per spaventarlo a morte, costringendolo a pentirsi di tutte le colpe, le corruzioni, i soprusi di cui si era reso protagonista. Un pentimento tardivo, però, che non restituirà al povero scrivano comunale né la vita, né tantomeno il suo amato cappotto.

A dire il vero, in un primo momento il film non si sarebbe dovuto girare a Pavia, bensì a Lucca. Ma poi, visti gli impegni concomitanti di Renato Rascel a Milano, dove in quel periodo recitava a teatro, Lattuada scelse la città lombarda quale location per girare gli esterni. Riprese che iniziarono nel gennaio del 1952 e che finirono due mesi dopo. La scelta del periodo era stata fatta nella convinzione che la troupe si sarebbe potuta avvalere sulla presenza della neve, in quegli anni assai frequente nel corso degli inverni, ma inaspettatamente non cadde un solo fiocco e così la produzione fu costretta a ricorrere a tonnellate e tonnellate di neve artificiale. Eppure la scelta si rivelò azzeccata, visto che quando Il cappotto fu proiettato alla quinta edizione del Festival di Cannes, come ricordò lo stesso Lattuada, il regista fu avvicinato dalla delegazione sovietica che si complimentò con lui e con la produzione per la decisione di girare il film in una città come Pavia,  che per l'opprimente bianco e nero, il taglio delle inquadrature e l'immagine dell'inverno rigido, a parere loro sembrava assomigliare più a uno scorcio della sovietica San Pietroburgo. In effetti, il film impressionò moltissimo sia il pubblico, sia la giuria di Cannes e Il cappotto sfiorò addirittura un premio, senza contare che all'interpretazione di Renato Rascel fu preferita quella di Marlon Brando, protagonista di Viva Zapata! D'altronde, ancora a distanza di molti anni la prova del comico torinese (nato per sbaglio nel capoluogo piemontese, visto che rimase legato per tutta la vita a Roma e ai romani) nei panni dello sfigato scrivano comunale resta impressa nella memoria (si guardi la scena della lettura del verbale, per comprendere lo spessore della sua interpretazione:

Ma non si deve dimenticare il coraggio dimostrato da Lattuada quando decise di dare proprio a Rascel la parte del protagonista. In un primo tempo, la scelta era caduta su Totò, ma il regista lombardo si rese conto che affidare un ruolo così delicato e "labirintico" all'attore napoletano significava mettere in mano un candelotto esplosivo acceso a un cieco in una santa barbara; troppo estroso, troppo "anarchico", troppo improvvisatore per una parte che doveva risultare il compromesso tra le doti interpretative di un attore e i consigli, i suggerimenti, i cambiamenti di rotta opportuni da fare al momento giusto voluti dal regista. E così Rascel, dopo essersi fatto una fama di attore di varietà e avanspettacolo, fece capire di che pasta era fatto anche nell’affrontare ruoli drammatici e tragici, al punto che la sua interpretazione di Carmine De Carmine gli valse il premio Nastro d’Argento quale Migliore attore dell’anno. Un ultimo aneddoto: proprio nel corso delle riprese de Il cappotto, mentre era impegnato a recitare in teatro a Milano, durante una delle repliche a Rascel fu rubato il cappotto che teneva in camerino, un episodio che dimostra come ebbe perfettamente ragione il grande scrittore irlandese Oscar Wilde quando affermò che "la natura imita sempre l'arte". La scelta di Lattuada fu pertanto premiata, sia come critica sia al botteghino (incassò circa 440 milioni di lire, piazzandosi fra i primi quindici film di successo su 143 prodotti in Italia nel  1952). Rascel era un grandissimo professionista, e non solo come attore, ma era una persona caratterialmente molto spigolosa.

Tre anni dopo – nel 1955 – a Pavia iniziarono le riprese del film drammatico I sogni nel cassetto, ma l'opera ebbe una lavorazione lunga, tanto che uscì nei cinema nel 1957. Diretto da Renato Castellani e tratto dal romanzo omonimo di Adriana Chiaromonte (che collaborò come sceneggiatrice del film), fu interpretato, fra gli altri, da Lea Massari, Enrico Pagani, Lilla Brignone, Sergio Tofano e Cosetta Greco

Pavia è stata la location di alcune scene per altri film. Dario Argento vi girò parte del suo unico film che non appartiene al filone horror, ma a quello storico, ossia Le cinque giornate di Milano (1973), ambientato nel capoluogo lombardo nel pieno della rivolta antiaustriaca durante il 1848, con Adriano Celentano ed Enzo Cerusico quali interpreti principali di quest'opera che come minimo lascia il tempo che trova. Il primo nei panni del piccolo delinquente Cainazzo, il secondo in quelli del panettiere Romolo, i quali si trovano coinvolti, in modo del tutto fortuito, nei moti rivoluzionari di quei giorni, durante i quali assistono a un variegato campionario umano che vede oltre ai veri idealisti e patrioti, anche semplici opportunisti, avventurieri, biechi traditori, aristocratici, tra cui una contessa interpretata da Marilù Tolo. In una scena del film, si vede chiaramente una parte del centro storico di Pavia, con il Collegio Borromeo, situato nell’omonima piazza, dove un reparto di cavalleria austriaca cerca di disperdere un gruppo di rivoltosi.

Stelvio Massi girò a Pavia il film Squadra volante (1974), una tipica pellicola del genere poliziottesco, con Tomas Milian (in una delle rarissime volte in cui la sua voce non viene doppiata), Mario Carotenuto, Gastone Moschin (nel ruolo del cattivo di turno, ossia il Marsigliese), Ray Lovelock e Stefania Casini. Che la location sia Pavia lo si nota anche dalla presenza in alcune scene della celebre pellicceria Annabella (che per anni ha bombardato le emittenti televisive con gli spot pubblicitari delle sue pellicce) e anzi uno dei personaggi femminili del film, ossia Fede (la cognata dell’ispettore Ravelli, interpretato appunto da Tomas Milian), lavora proprio lì. Nella centralissima piazza Castello, in pieno centro, fu girata una scena spettacolosa di una rapina che viene effettuata facendo credere ai cittadini presenti che si tratti, in realtà, di una scena di un film!

Lo stesso regista girò il primo episodio del trittico, di buon successo al botteghino, dedicato al poliziotto Mark, interpretato dallo sfortunato Franco Gasparri, rimasto paralizzato dopo un incidente con la sua motocicletta nel 1980 e morto nel 1999. In questo film, dal titolo Mark il poliziotto (1975), c'è una scena girata nel centro storico di Pavia, nella quale si vede via Goldoni con in fondo il celebre Collegio Ghislieri (dove studiò in gioventù anche Carlo Goldoni, dal quale venne cacciato per aver composto una satira boccaccesca sulle fanciulle pavesi). Anche qui non mancano scene spettacolari.

Indubbiamente, quelli erano anni in cui il genere poliziottesco furoreggiava nel cinema italiano, visto che il regista Romolo Guerrieri girò Liberi armati pericolosi (1976), una sorta di "Gioventù bruciata alla pavese" con tre giovinastri convinti di godersi la bella vita spadroneggiando, rubando, picchiando e scappando in auto sotto il naso della polizia. Da notare in questa pellicola un giovanissimo (e irriconoscibile) Diego Abatantuono e una bellissima Eleonora Giorgi. In questa scena, l’ennesimo inseguimento automobilistico, ancora con via Goldoni e il Collegio Ghislieri.

Nello stesso anno, sempre girato a Pavia, uscì La orca (1976) diretto dal regista Eriprando Visconti, nipote del ben più noto Luchino. Racconta della ricca Alice (interpretata da Rena Niehaus), ragazza sequestrata da tre bellimbusti e tenuta segregata in un casolare abbandonato nella campagna pavese. Inizialmente la ragazza deve subire ma poi ha psicologicamente la meglio sul suo carceriere Michele (Michele Placido), tanto da ucciderlo a sangue freddo quando questi, impaurito, le consegna la pistola all'arrivo della polizia. Il film, a basso budget, ebbe comunque buoni riscontri, non fosse altro che per alcune scene abbastanza esplicite (per quei tempi...) che fecero scalpore e per via del fatto che erano gli anni boom dei veri sequestri. Il soggetto dovette piacere parecchio al regista, tanto che appena l'anno dopo uscì il seguito Oedipus orca, sempre con la tedesca Niehaus – la quale per questa interpretazione vinse l'anno dopo il Globo d'oro alla Miglior attrice rivelazione – e persino con Michele Placido, sempre nel ruolo del carceriere seppure ucciso nel film precedente (nel secondo film Alice ricorda la sua esperienza).

Anche Luciano Salce girò una scena a Pavia, per la precisione usando il Collegio Ghislieri per il suo film Il Belpaese (1977), con protagonisti Paolo Villaggio (ormai abbonato a ruoli similfantozziani), Silvia Dionisio, Massimo Boldi, l'immancabile Gigi Reder, Pino Caruso, Anna Mazzamauro e un giovanissimo (appena diciannovenne) Aldo Baglio (sì, proprio lui, il comico del trio Aldo, Giovanni e Giacomo. Un film che avrebbe voluto affrontare, attraverso il filo rosso della comicità di Villaggio, i mali, le peculiarità e i difetti italiani di quegli anni, conditi da terrorismo, criminalità organizzata, rivolte studentesche, lotte di classe, ma che non ebbe un grandissimo successo. A proposito dei ruoli similfantozziani, guardate qui e notate l'ultima parte in cui addenta il pane.

Bene, la gag viene ripresa da Villaggio successivamente, nel film – non girato a Pavia –  Fantozzi contro tutti (1980) diretto da Neri Parenti e dallo stesso Villaggio, anche se quest'ultima è ben più piacevole e riuscita, grazie anche alla bravura dell'attore pugliese Silvano Spadaccino nella parte del severissimo e sadico dietologo tedesco professor Birkermaier.

Il già citato regista Stelvio Massi ebbe modo di girare diversi film a Pavia, inclusa una scena in prossimità di Ponte Vecchio per un altro dei suoi film poliziotteschi (ne diresse una ventina), La tua legge è lenta, la mia... no (1979), con protagonista un habitué di questo genere cinematografico come Maurizio Merli, insieme con il "re della sceneggiata" Mario Merola, Francisco Rabal, Massimo Dapporto e all'ex pattinatrice su ghiaccio Matilde Ciccia. Pavia la si vede, e parecchio (è ambientato lì) , anche nel film Fantasma d'amore (1981), diretto da Dino Risi e tratto dall'omonimo romanzo dello scrittore pavese Mino Milani, splendido autore di tanti romanzi inclusa quelli del bel ciclo western Tommy River. Fantasma d'amore non fece grandissimi incassi, però è un bel film, malinconico e strano, con la bella colonna sonora di Riz Ortolani che si avvalse anche del grande Benny Goodman al clarinetto. Di Pavia si notano molti scorci: le piazze Borgo Calvenzano e San Teodoro, le vie Scarpa, Porta, Bordoni,  Albertini, Bligny, la Chiesa di San Michele Maggiore, il Cimitero monumentale e il Ponte Coperto. Altre riprese furono fatte nei pressi della Certosa di Pavia, agli esterni della Villa Meriggi di Villanterio, alla Cassina Po di Broni e al ponte in barche di Bereguardo (un sentito grazie per l'aiuto all'eccezionale sito cinematografico Il Davinotti!). Il titolo del film è azzeccatissimo, e lo capirete subito. Nino (Marcello Mastroianni) amava fin dalla giovinezza Anna (Romy Schneider), poi persa di vista. D'improvviso la incontra su un autobus, vecchia e malmessa. La rivede in concomitanza con un efferato delitto ma poco dopo un amico medico gli dice che è morta. Da quando?? Da tre anni, di cancro. La cosa comincia a diventare strana. Tempo dopo però Nino incontra ancora Anna, ed è giovane e bella come un tempo. Si danno un appuntamento sulle rive del Ticino, là dove si erano innamorati tanti anni prima. Disgraziatamente la donna finisce in acqua e affoga. Ma Nino la rivede a Pavia (di nuovo vecchia), dove Anna muore "ancora una volta" nel Ticino. Tuttavia quando l'innamorato – forse un po' frastornato – finisce in una casa di cura se la ritrova lì come infermiera, bella e giovane come un tempo. Capito il titolo Fantasma d'amore? L'attrice Romy Schneider forse in quel periodo era in qualche modo veramente a cavallo fra la vita e la morte, come un fantasma. Divenuta famosissima anni prima, nel triennio 1955-1957, interpretando nei film la principessa Sissi, si innamorò di Alain Delon, col quale ebbe una lunga relazione. Si lasciarono nel 1964 ma fu un duro colpo. Si sposò infine con regista Harry Meyen e nacque il loro figlio David. Meyen poi, già colpito da un tumore, si impiccò con una sciarpa. Nel 1981 il figlio David, ormai quattordicenne, morì dopo essere rimasto infilzato da un cancello che tentava di scavalcare a casa dei nonni. La  Schneider non si riprese mai più e quando interpretò  Fantasma d'amore era ormai depressa e dedita all'alcol. Eppure durante le riprese era perfetta, piena di vita radiosa, o almeno così sembrava. Allo stop però cambiava e in seguito Dino Risi raccontò che aveva continui sbalzi d'umore e isterismo. Si suicidò l'anno dopo. Aveva 44 anni. È sepolta accanto al figlio David, a Boissy-sans-Avoir, un piccolo paese vicino a Parigi.

Anche la "pregiata ditta" Castellano & Pipolo utilizzò Pavia per una scena de Il ragazzo di campagna (1984) con Renato Pozzetto, Massimo Boldi, Enzo Cannavale e Massimo Serato. Il film vede protagonista il giovane contadino Artemio (Pozzetto) che vive in un piccolo centro della campagna pavese, insieme con la madre nella loro grande casa colonica. Ma un giorno, al compimento del suo quarantesimo compleanno, Artemio si scopre stufo di fare quella vita lontano dal caos della città e della modernità e decide di tentare la fortuna alla volta di Milano. Qui, tra cugini arraffoni e malavitosi (Severino, interpretato da Massimo Boldi), bellissime ragazze dal cuore di pietra (Angela, interpretata dall'americana Donna Osterbuhr) e lavori vari tentati inutilmente, decide di suicidarsi buttandosi nel Naviglio ma finisce nella barca di un uomo (Serato) che gli propone però di spacciare droga. Così Artemio capisce che è meglio tornare al paese e sposare una ragazzotta che l'ha sempre amato. La scena in cui si butta (o almeno tenta di farlo...) nel Naviglio fu girata a Milano in via Lodovico il Moro ma nella scena successiva la barca ebbe come location il Lungo Ticino Sforza, poco distante dal Ponte Vecchio. Anche il cinema d'autore ha fatto riferimento su Pavia, visto che la cineasta tedesca Margarethe von Trotta vi diresse buona parte di Paura e amore (1988), trasposizione cinematografica del capolavoro teatrale Tre sorelle di Anton Cechov. Delle tre, Sandra (interpretata da Valeria Golino), Velia (la bellissima Fanny Ardant) e Maria (Greta Scacchi) solo la prima è sposata (con un comico televisivo), mentre le altre due perdono i loro amanti (ossia un uomo sposato e un giovane professore che muore in un incidente). Sono tanti gli scorci di Pavia che si ammirano nel film (una Pavia invernale, avvolta nella nebbia), come l'università, il Lungo Ticino (con la passeggiata in bicicletta delle tre sorelle), piazza del Collegio Borromeo.

E per restare nell'ambito della cinematografia d'autore, il regista Giuseppe Bertolucci, fratello minore del più famoso Bernardo Bertolucci, utilizzò per il film I cammelli (1988) – con Paolo Rossi, Diego Abatantuomo, Sabina Guzzanti, Ennio Fantastichini e Laura Betti – una location di Pavia, ossia un ristorante sito in viale Alessandro Brambilla 63, anche se nella finzione della sceneggiatura viene trasformato in un motel. Anche Mario Monicelli ebbe modo di girare in parte a Pavia Facciamo Paradiso (1995), con Margherita Buy, Lello Arena, Philippe Noiret e Mattia Sbragia. Il film, tratto da un romanzo di Giuseppe Pontiggia e a dire il vero di scarso successo sotto tutti gli aspetti, narra la storia di Claudia (Margherita Buy), che vive e prende parte al Sessantotto, occupando l'università. Le scene furono girate nell'ateneo pavese, anche se nella finzione si fa credere che sia la Statale di Milano. Il Policlinico San Matteo fu la location, invece, di un film di Carlo Vanzina, che appartiene al genere del cosiddetto "Cine-cocomero", ossia Un'estate ai Caraibi (2009), pellicola interpretata da attori abbonati a questo tipo di prodotti cinematografici, da Enrico Brignano a Enrico Bertolino, da Carlo Buccirosso a Paolo Ruffini, da Martina Stella a Alena Seredova, da Maurizio Mattioli a Biagio Izzo, oltre a vedere la partecipazione di Gigi Proietti. Il nosocomio cittadino appare nell'episodio che vede protagonisti Carlo Buccirosso nel ruolo di Roberto, un bancario ipocondriaco a cui è stato diagnisticato un male in fase terminale e Enrico Bertolino, nei panni di Giacomo, il medico che si rende conto che in realtà il primo è stato vittima di un malaugurato scambio di cartelle cliniche. In anni più vicini, la regista Marina Spada diresse in parte a Pavia Il mio domani (2011), con interpreti del calibro di Claudia Gerini, Raffaele Pisu, Paolo Pierobon… Una pellicola che ha riscosso un ottimo successo di critica, ma non di pubblico, e che descrive la vita di Monica (Claudia Gerini), una donna la cui vita è scandita da quotidiani e normali abitudini, suddivise tra la casa, un lavoro non molto gratificante, un padre (Raffaele Pisu, sempre bravissimo!) ossessionato dalla religiosità e dalla spiritualità, e un rapporto sentimentale vissuto con un uomo sposato. Ma l'improvvisa morte del genitore e un banale rimprovero subito al lavoro da parte di un suo superiore le sconvolgono la vita, dando inizio a un discorso profondo e liberatorio con se stessa.

Nel 2015 a Pavia – fra le tante location anche la Cupola Arnaboldi, Castello Visconteo e l'Università – sono state girate scene di Magic Card, pellicola prodotta con capitali italiani, cinesi e statunitensi e diretta da Jian Guomin. Questo film d'azione, con interpreti Maria Grazia Cucinotta, Simon Yam e Tony Leung Ka Fai, è stato girato anche a Milano e in Cina.

 

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