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Savona

Savona, situata sulla Riviera di Ponente, con i suoi quasi 60 mila abitanti rappresenta il terzo comune ligure per popolazione, preceduta solamente da Genova e da La Spezia. Assai curiosa è l'origine del suo nome visto che molti sostengono che il termine sapone deriverebbe proprio da quello di questa città. Ad avvalorare questa ipotesi sarebbe anche il fatto che il sapone fu inventato, intorno al II secolo d.C., dai Galli che lo utilizzarono in realtà come pomata, visto che la sostanza era molto molle. Semmai, fu in seguito il popolo dei Liguri a solidificarla e a renderla come la conosciamo noi oggi, tanto che tra Genova e Savona ci fu una fiorente produzione che è continuata per secoli, senza dimenticare la leggenda locale che vorrebbe che proprio a Savona la moglie di un pescatore avesse creato, in un modo del tutto fortuito, il sapone, facendo bollire assieme olio di oliva e liscivia di soda. Al di là delle bellezze storiche, dei suoi monumenti e dello splendido e caratteristico centro storico, Savona conserva notevoli esempi di architettura Liberty, a cominciare dal prestigioso e pregevole Palazzo Delle Piane, noto anche con l'appellativo di "Palazzo delle Palle", non per il fatto che chi lo costruì alla fine le aveva piene, ma per via di sei grandi sfere di rame poste sul tetto e sostenute da una struttura a forma di braciere (come si vede nella foto sotto). Progettato dal celebre ingegnere e architetto Alessandro Martinengo, fu realizzato, con la collaborazione di Adolfo Ravignetti, tra il 1910 e il 1911. Semplicemente incantevole è la policroma presenza di maioliche raffiguranti anemoni in campo azzurro, un aspetto che probabilmente è debitore del tipico stile della "Secessione viennese", senza dimenticare la visione delle classicheggianti finte cariatidi che corrono lungo l'intero perimetro dell'edificio.

 

Ma ciò che colpisce la fantasia del visitatore, quando si aggira tra le strade e le piazze di Savona, è sicuramente l'imponente mole della cinquecentesca Fortezza del Priamar, che si erge su un rilievo collinare davanti al mare (il suo nome significa, appunto, "pietra sul mare") innalzata sulle rovine di un oppidum romano (ossia, come veniva chiamata dai latini, una città fortificata priva di un confine sacro). Nell'Ottocento questa inespugnabile fortezza fu trasformata in una prigione militare e divenne celebre per essere stato il luogo di reclusione di Giuseppe Mazzini tra il novembre del 1830 e il gennaio del 1831. Proprio durante questo periodo di detenzione, Mazzini ideò e formulò il programma di un nuovo movimento politico chiamato Giovine Italia. Oggi la Fortezza è un museo, annesso a un'area archeologica che permette di conoscere, attraverso un percorso a ritroso nel tempo, la storia di questa possente costruzione.

Sempre a proposito di costruzioni militari, un fascino del tutto particolare ha la Torre del Brandale, detta anche "Campanassa", costruita intorno alla metà del 1100. Questa costruzione è stata la principale delle cinquanta torri che troneggiavano sulle mura della città medievale e che, grazie ai grandi fuochi accesi sulla sommità, fungevano da veri e propri fari, tanto che il nome Brandale deriverebbe da "brand" (luce, falò nel dialetto locale), anche se alcuni lo fanno derivare da Papa Gregorio VII della famiglia degli Aldobrandeschi. Divenuta proprietà del Comune nel 1305, fu la sede ufficiale del Podestà e nel 1349 vi fu installata la prima campana per chiamare il popolo al Parlamento e per avvisarlo di possibili pericoli. In origine, questa torre si ergeva di venticinque metri in più che furono eliminati nel 1552, in quanto impedivano la visuale tra la roccaforte costruita sul Priamar e il Castello dello Sperone (di cui oggi restano solo poche rovine dietro il Teatro Chiarello Chiabrera). Nel 1668 venne sostituita la campana, e ancora nel 1919 e pure nel 1931 (evidentemente la usavano molto e si usurava spesso… ), quando si riportò la torre alla sua originaria altezza, aggiungendo di nuovo i venticinque metri troncati quasi quattro secoli prima.

La Torre del Brandale.

Se leggendo queste storie vi è venuta fame, allora sappiate che a Savona le specialità gastronomiche non mancano, anzi è il contrario, visto che la tradizione culinaria di questa località unisce i sapori tipici liguri a quelli piemontesi. A cominciare dalla cosiddetta "colazione del marinaio", che si degusta nelle piccole trattorie in prossimità del porto e che consiste in una deliziosa trippa in brodo. Un capitolo a parte è costituito dalla tradizione, celebre della Liguria, delle torte e focacce, prima di tutto dalla "panissa" (una schiacciata di farina di ceci) che viene tagliata a pezzi e fritta. Ottima e famosissima è la farinata savonese, diversa da quella genovese che è gialla in quanto ottenuta con farina di ceci, mentre quella di Savona è bianca poiché preparata con farina di grano, talvolta cosparsa di rosmarino. Tra le focacce gustosissimi sono i "fazzini" (focaccine di patate cotte alla piastra) e gli "sciaccarotti" (che rispetto ai precedenti hanno in più prezzemolo e parmigiano).

 

Chi poi ha il coraggio di affrontare un altro tipico piatto della cucina savonese, è il benvenuto: stiamo parlando dei "maccheroni con la trippa", una zuppa della città composta da maccheroni, trippa a listelle e salciccia a pezzi, una cosuccia che ovviamente è meglio degustare nel corso dei mesi invernali. Infine, non si può non citare la produzione e la lavorazione dei chinotti: tradizionali sono quelli canditi o al liquore, ma la fantasia dei pasticcieri savonesi lo propone anche in forme insolite. Un tempo in molti caffè italiani e francesi, sul banco di vendita, si poteva trovare un vaso con un cucchiaino di maiolica pieno di piccoli agrumi verdi immersi nel Maraschino. Erano, appunto, i chinotti di Savona, famosi e unici per qualità, aroma e ottimi come digestivo. La pianta, sempreverde, è alta poco più di un metro e mezzo, ma sviluppa sui pochi rami un'incredibile quantità di frutti e di fiori. Il chinotto viene coltivato solo nel territorio rivierasco da Varazze a Finale, ma pochi sanno che è una pianta originaria della Cina. Intorno al 1500, un navigatore savonese la trapiantò sulla costa ligure e qui trovò un ambiente ideale che, nel tempo, ne migliorò le qualità organolettiche. Oggigiorno solo poche pasticcerie offrono ancora i chinotti di Savona, poiché questi agrumi si possono consumare esclusivamente canditi (perché quando sono freschi risultano troppo amarognoli) oppure sotto sciroppo. La lavorazione comincia con un'immersione in salamoia – un tempo si utilizzava l'acqua di mare – che si prolunga per tre settimane circa. Gli agrumi, quindi, sono torniti a mano per togliere un sottile strato di buccia contenente gli estratti e gli aromi più amari e rimessi poi in salamoia. Dopo questi passaggi i chinotti sono pronti per essere conciati con bolliture successive in sciroppi dolci a concentrazione crescente e infine posti in liquore, preferibilmente Maraschino, oppure canditi.

Si è accennato all'inverno, quando si è descritta la cucina locale, ma è ovvio che grazie alle sue spiagge Savona gode di un notevole afflusso turistico nel corso del periodo estivo. E tanto per sfatare il luogo comune, secondo il quale le acque e le spiagge delle città di mare non sarebbero un esempio di pulizia ed ecologicamente inappuntabili, basti dire che anche nel 2014 Savona è stata premiata con la Bandiera Blu per la sua Spiaggia delle Fornaci, che si vede sotto, (ricordiamo che la Bandiera Blu è un prestigioso riconoscimento assegnato alle località turistiche balneari che rispettano restrittivi criteri relativi alla gestione sostenibile del territorio). Ma tornando all'inverno, anche in questa rigida stagione non mancano motivi per poter visitare Savona, a cominciare da una tipica manifestazione che si svolge nei giorni precedenti il Natale, quella del Rito del Confuoco, le cui origini sono molte antiche e risalgono ai Saturnali di epoca romana. Le prime testimonianze storiche, invece, fanno risalire questa tradizione al terzo decennio del secolo XIV e tanto per far comprendere come sia sentito questo rito non solo a Savona, ma in buona parte di tutta la Liguria, lo stesso lo si ritrova in diverse altre località della regione, a cominciare da Genova, senza dimenticare, tra gli altri, Albenga, Pietra Ligure, Varazze, Santa Margherita Ligure, Rapallo, Chiavari e Sestri Levante, tutti luoghi anticamente sede di podesterie e capitaneati. A Savona il Rito del Confuoco si tiene nel corso dell'ultima domenica prima del Natale in piazza Sisto IV con la tradizionale cerimonia dell'accensione del ceppo dal quale si traggono gli auspici per il futuro. L'evento è arricchito da un corteo storico. La tradizione vuole che se le lingue di fuoco vanno lateralmente, spinte dal vento, sarà un anno negativo, mentre se saliranno in cielo la città avrà fortuna.

Però, anche gli appassionati di informatica trovano qui pane per i loro denti, poiché Savona vanta il museo con i prodotti Apple più completo e aggiornato di tutto il mondo! Nato nel 2002 grazie a un gruppo di volenterosi collezionisti, il museo All About Apple ha una enorme collezione di novemila pezzi, un tesoro composto da un migliaio di personal computer anche non Apple dell'epoca pre Ms-Dos, centinaia di monitor, stampanti, periferiche come tastiere, mouse, floppy drive, senza contare rarità davvero introvabili come manuali, brochure, poster, senza dimenticare il software e il materiale promozionale. Un patrimonio nato davvero da un evento fortuito, in quanto l'attuale presidente del museo, Alessio Ferraro, collaborava con un rivenditore Apple di Savona e quando il negozio cambiò gestione il nuovo proprietario gli cedette a titolo puramente gratuito tutto il contenuto del magazzino. Così, il professionista del settore entrò in possesso di un patrimonio che mise a disposizione di tutti. Ebbene, aperto il museo, nel 2005 ecco arrivare una telefonata da Cupertino, sede generale della Apple, con la quale i vertici del colosso informatico non solo si complimentarono con gli ideatori dell'iniziativa, ma dissero loro senza mezzi termini che avevano più materiale storico a Savona che a Cupertino! A proposito, il materiale raccolto è così vasto che nel 2015 è prevista l'apertura della nuova sede del museo nella Darsena della città. Il bello di questo museo è che è vivo, visto che si può toccare tutto, si possono vedere le macchine in funzione, provare computer con interfacce grafiche testuali, scoprire cos'è un floppy. Tra le chicche c'è il TAM, "Twentieth Anniversary Macintosh", il computer realizzato nel 1997 per i venti anni della Mela che ancora oggi offre un design assolutamente all'avanguardia. Ma c'è anche il Newton trasparente, un'edizione limitatissima che veniva data a pochi rivenditori selezionati per mostrare cosa c'era dentro il palmare. Impossibile non fargli visita.

Grazie alle sue atmosfere, ai suoi luoghi, al fascino di città di mare, Savona è stata privilegiata come location cinematografica, a partire dal 1931, quando il regista Anton Giulio Bragaglia vi girò (cinematograficamente fu la sua opera prima, e pure l'ultima...) alcune sequenze di Vele ammainate, un film ambientato addirittura a Puerto Blanco, una località dei tropici, ma che in realtà mostra vedute della vecchia Savona e del suo porto! Una storia d'amore tra una fanciulla, serva in una squallida osteria, vessata dal bieco padrone, e un giovane capitano di marina, costretto a stare in porto (da qui il titolo) a causa della perdita della bussola. Fu interpretato dalla stella del cinema italiano dell'epoca Dria Paola e da Carlo Fontana, Umberto Sacripante, Umberto Cocchi, Renato Malavasi, Renato Chiantoni e Giuseppe Pierozzi. Mitica, divertente e velenosa la critica di Guglielmo Giannini (in Kines, 21 dicembre 1931): "Cos’è questo Vele ammainate? C'è una fanciulla inverosimilmente pura che fa la serva in una osteria-tabarin dove non fa che cantare. Il padrone di questa osteria – il classico bruto della cinematografia americana – è "Cimaste" l'antico rivale di Maciste, dalla bellissima testa: risorsa drammatica di per sé. C'è un giovane e bel capitano il quale salva la fanciulla dalla manomissione del rivale e la manomette lui, riaffermando l'antico principio che le pulzelle sono al mondo solo allo scopo di essere spulzellate. Niente di straordinario e niente di eccessivamente piatto. Il difetto principale non è dunque nel soggetto ma nella sceneggiatura. Sceneggiatura e dialogo formano un insieme assolutamente ebete per cui il pubblico ha accolto il film con urli e fischi…Bragaglia dice che gli hanno imposto il soggetto, sceneggiatura, attori, inquadrature. Sarà (…) per me Bragaglia ha avuto il torto di accettare e torto a non far di testa sua, una volta accettato. Ad un artista sono lecite certe ribellioni".

Dria Paola.

Di ben altro spessore è Fari nella nebbia (1942), pellicola di Gianni Franciolini, che resta uno dei film più interessanti e riusciti del nostro cinema durante la guerra. Una storia cupa, con atmosfere che richiamano le classiche ambientazioni dei romanzi di Georges Simenon, con protagonisti il camionista Cesare (Fosco Giachetti), la moglie Anna (Mariella Lotti) e Piera (la conturbante Luisa Ferida), l'amante di lui. Trascurato dalla consorte che vuole soltanto divertirsi e darsi alla bella vita, Cesare cede allo sconforto, al punto che il suo lavoro ne risente molto, fino a lasciarsi sedurre da Piera che conosce fortuitamente, quando la donna è vittima di un incidente con la sua bicicletta (fotogramma sotto).

Mariella Lotti e  Fosco Giachetti in Fari nella nebbia.

Ma Cesare cerca sempre di ricucire il rapporto con sua moglie, invano, come gli spiega lei stessa in un confronto, durante il quale gli sbatte in faccia la sua intenzione di non voler invecchiare pensando solo a pulire la casa e di voler divertirsi con i soldi che guadagna, quando Cesare, invece, vorrebbe che lei si occupasse del focolare domestico e non a uscire la sera fino a tardi per andare a ballare oppure al cinema con altri uomini, vedi qui:

E anche se non mancherà l'inevitabile lieto fine, questa pellicola suscitò l'interesse della critica per la coinvolgente fotografia (diverse scene sono girate nella Darsena di Savona) e per la sagace interpretazione dei tre protagonisti, a cominciare dal torbido ruolo interpretato da Luisa Ferida. A proposito di quest'ultima, non può non essere raccontata la sua tragica vicenda, alla quale fu legata con il suo amante e altro celebre attore del Ventennio fascista, Osvaldo Valenti. Attrice apprezzatissima, dal temperamento sanguigno, Luisa Ferida si fece strada nel mondo dei "Telefoni bianchi", come venne chiamato il genere cinematografico della commedia sentimentale sotto il fascismo, fino al punto da recitare, con un giovane Totò, in una celebre pellicola dell'epoca, Animali pazzi (1939), diretto da Carlo Ludovico Bragaglia (fratello dell'Anton Giulio di Vele ammainate).

Sul set cinematografico di Un'avventura di Salvator Rosa (1940) di Alessandro Blasetti conobbe quello che sarebbe stato il grande amore della sua vita, il divo Osvaldo Valenti, il quale durante la guerra ebbe il torto di arruolarsi (un arruolamento del tutto propagandistico e di immagine) nella X Flottiglia MAS della Repubblica di Salò. Questa scelta non gli venne mai perdonata da chi liberò l'Italia dal nazifascismo, al punto che lui e Luisa Ferida, catturati dai partigiani a Milano, furono fucilati (lei, di 31 anni, era incinta) dopo un sommario e sbrigativo processo, senza che potesse venire loro addebitato qualsiasi colpa o crimine. Giuseppe Marozin, detto Vero, capo della Brigata partigiana Pasubio e responsabile dell'esecuzione della Ferida, dichiarò nel corso del procedimento penale a suo carico per quei fatti: "La Ferida non aveva fatto niente, veramente niente. Ma era con Valenti. La rivoluzione travolge tutti". Dalla casa milanese di Osvaldo Valenti e Luisa Ferida i partigiani sottrassero molto denaro e gioielli, spariti nel nulla. L'ordine di fucilazione di entrambi fu dato da Sandro Pertini, poi divenuto il più amato presidente della repubblica della storia italiana.

Tornando a Savona come location, nel 1974 il regista Andrea Bianchi (noto anche nel filone erotico) girò diverse sequenze nella città ligure di Quelli che contano, truculenta pellicola di ambito mafioso sulla falsariga di Per un pugno di dollari di Sergio Leone, quest'ultimo film per la cronaca scopiazzatura de La sfida del samurai di Akira Kurosawa. Ecco la trama di Quelli che contano: Tony Aniante (con il volto del celebre caratterista Henry Silva) torna nella sua terra, in Sicilia, dopo aver trascorso molti anni in America. Si tratta di un uomo duro, cinico, efficace, spietato, la cui "professionalità" nel crimine fa molto gola a due famiglie mafiose rivali, quella dei Cascemi e quella degli Scannapieco, le quali tentano di aggiudicarsi entrambe i servizi di Aniante, ma senza sapere che il suo piano è proprio quello di mettere gli uni contro gli altri per poter prendere il potere. Da notare la presenza di una affascinante e disinibita Barbara Bouchet.

Sempre nell'ambito dei film polizieschi, anzi nel genere "poliziottesco" (quello a base di sparatorie, frenetici inseguimenti e morti ammazzati a gogò), si inserisce, l'anno successivo, la pellicola di Stelvio Massi Mark il poliziotto spara per primo (1975), con l'allora divo dei fotoromanzi nonché attore Franco Gasparri. Amante dei mezzi potenti e veloci, cinque anni dopo questo film – di grande successo come gli altri due sella serie – Gasparri fu purtroppo vittima di un incidente con la sua motocicletta Kawasaki Z900, rimanendo paralizzato. Morì nel 1999 all'ospedale San Carlo di Nancy. La scena dell'inseguimento in Mark il poliziotto spara per primo fu girata fra Savona, Vado Ligure e Genova.

In Mark il poliziotto spara per primo lavorarono anche l'ottimo attore americano Lee J. Cobb, Nino Benvenuti (questo è il secondo e ultimo film al quale prese parte l'ex campione del mondo dei pesi medi, che si era ritirato dal mondo del pugilato soltanto tre anni prima) e Massimo Girotti. Massi girò qualche scena nel centro storico di Savona e all'entrata del cinema Astor (oggi non più esistente essendo stato demolito), anche se l'interno della sala cinematografica in realtà non era quella del cinema savonese. Negli ultimi anni sono stati girati due film che hanno visto Savona quale location,  ossia Oggetti smarriti del 2011 e La regola del piombo del 2014. La prima pellicola, diretta da  Giorgio Molteni, ha come protagonisti Roberto Farnesi, Chiara Gensini e Giorgia Würth. E' un film molto particolare che vede Farnesi nei panni di Guido, un architetto rampante, affascinante e dedito a una vita agiata, circondato dalle belle donne. Una sera, mentre sta per conoscere una nuova ragazza, si presenta l’ex moglie Silvia (Giorgia Würth) per affidargli la figlia Arianna di otto anni. Guido si trova costretto a rimandare la serata e a confrontarsi per la prima volta con la dimensione di essere padre. Ma, improvvisamente, senza alcuna possibile spiegazione, la bambina si perde in casa. Da qui il protagonista vive un'esperienza sconvolgente, in bilico tra la realtà e la finzione onirica, facendo la conoscenza con una nuova vicina, Sofia (Chiara Gensini) che proverà ad aiutarlo nella ricerca della figlia. L'altro film è appunto La regola del piombo del regista Giacomo Arrigoni, nel quale il fantasma di un assassino, Humphrey (interpretato da Marco Continanza), per redimere la propria anima viene rimandato sulla Terra per permettere alla giovane disadattata Lara (l'attrice Gledis Cinque) di salvare un gruppo di bambini sbandati dagli abusi di un'organizzazione criminale. Sebbene sia l'opera prima di questo giovane regista, il film, lanciato in prima mondiale al Bright Minds Film Festival, ha conquistato la giuria statunitense aggiudicandosi il Best Feature Film Award.

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