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Tuscania

Tuscania è un'antica città murata fondata secondo la leggenda dal figlio di Enea, Ascanio, che qui vi ritrovò dodici cuccioli di cani (da cui il nome "Tus-cana"). Stupirà sapere che il grande regista americano Orson Welles ambientò in parte qui il colossal The Tragedy of Othello: The Moor of Venice (1949), in cui lui stesso interpretava la parte del geloso protagonista. (Vedi qui il film completo in inglese:

Le location di The Tragedy of Othello: The Moor of Venice furono in Marocco e a Venezia, Viterbo e Tuscania. In una scena si vede la loggia del Palazzo dei Papi di Viterbo, fatta passare per un castello di Cipro e con tanto di mare e nave in arrivo. Naturalmente il mare a Viterbo non c'è e pertanto quello che si vede è frutto degli effetti speciali dell'epoca, oggi superati ma allora di ottimo livello. Anche la residenza di Otello e Desdemona a Cipro che si ammira nel film in realtà è la cripta della Chiesa di S. Pietro a Tuscania. Le riprese iniziarono nel 1949 ma si conclusero solo tre anni dopo a causa delle difficoltà economiche. Fu premiato con il Grand Prix du Festival al Festival di Cannes del 1952. La Chiesa di S. Pietro è stata location di diversi film. Chi infatti non ricorda la splendida chiesa medievale in cui Romeo e Giulietta si sposano in segreto, con le sue tre lunghe navate e il pavimento geometricamente decorato? Si tratta diRomeo e Giulietta (1968), diretto da Franco Zeffirelli. Non ci troviamo a Verona bensì proprio nella Chiesa di San Pietro, di cui vedremo anche successivamente la cripta, funereo tabernacolo della sfortunata Capuleti. Il film, vincitore di numerosi premi, fra cui due Oscar (Migliore fotografia e Migliori costumi) e il David di Donatello per la Migliore regia, portò a casa anche il Nastro d’Argento per la Migliore scenografia, un riconoscimento per cui non poco peso deve aver avuto la scelta dell’ambientazione all’interno della chiesa tuscanese. (Vedi qui uno spezzone:

Sempre lì furono girate alcune scene di L'armata Brancaleone, come quella in cui l'armata si reca alla reggia della famiglia di Teofilatto dei Leonzi (Gian Maria Volontè) e dove Brancaleone si becca le frustate della sadomaso zia di Teofilatto (Barbara Steele). (Vedi qui uno spezzone:

Il film, girato nel 1966, fu un enorme successo di critica e pubblico, cosa che rese doppiamente felice il regista Monicelli. Non solo per il successo ma anche per il suo guadagno, visto che aveva rinunciato al suo compenso in cambio di una percentuale sugli incassi del botteghino, che inaspettatamente furono enormi. Monicelli raccontò: "Mettemmo da parte il soggetto e solo qualche anno dopo ne parlammo con il produttore, Mario Cecchi Gori. Inizialmente lui oppose delle resistenze: non gli piaceva come era raccontato. Diceva che erano una serie di vagoncini attaccati l'uno dietro all'altro ma senza una trama, cosa indubbiamente vera. Inoltre era preoccupato per la lingua – un linguaggio assurdo, medievaleggiante e buffo –, temeva che nessuno l'avrebbe capita, che sarebbe stato come fare un film muto. Viceversa questo non ci impensieriva affatto, anzi io e gli altri due autori Age e Scarpelli eravamo convinti, e io lo sono sempre di più, che il vero cinema sia muto e in bianco e nero e che dal 1928, quando è stata introdotta la colonna sonora, sia cominciata la corruzione del cinema. L'impiego di questo tipo di linguaggio, in fondo, dimostrava proprio la nostra ricerca, la nostra tensione a fare un film muto. Il linguaggio in Brancaleone è importante per l'immagine del Medioevo ma non serve ai fini della comprensione della storia. Aspettammo alcuni mesi, io rinunciai anche al compenso pur di girare il film, fino a che Cecchi Gori si convinse, brontolando che sarebbe andato incontro a un salasso. Per quello che mi riguarda, al contrario, questo è il film in cui ho guadagnato di più perché entrai in compartecipazione sugli incassi. Dopo L’armata Brancaleone nessuno mi ha più fatto un contratto a incassi, a partire da Cecchi Gori per il seguito del film". (Vedi il film completo qui:

La trama di questo film immortale e di enorme successo è la seguente: Brancaleone da Norcia (interpretato, come solo lui poteva, da Gassman), spiantato ma coraggioso, valente e leale rampollo di presunta nobile famiglia decaduta – anzi, più che decaduta direi crollata –, viene posto a capo di un manipolo di pezzenti di varia natura venuti in possesso di una pergamena imperiale scritta da Ottone I il Grande. Questa assegna al latore della stessa il ricco feudo di Aurocastro (i cui magazzini sono ricolmi di verdure, cacio, pani e vino, così lo descrive il manipolo povero e perennemente affamato) che aspetta qualcuno che ne diventi duce e affronti la nera... non si capisce bene cosa, poiché la pergamena manca di un pezzo. Il gruppo, fra peripezie di ogni tipo, attraversa buona parte d'Italia e alla fine arriva alla meta, che sta nelle Puglie. Attenzione, il gruppo è composto da umani miserabili ma pure da un cavallo, ossia il famoso Aquilante, la cavalcatura gialla di Brancaleone che ragliava come un asino ed era parimenti cocciuto. Pure lui è entrato nella storia del cinema mondiale. Lo si faceva passare per un mulo ma era un grande e robusto cavallo messo a disposizione da una ditta che forniva supporti al mondo cinematografico. Per gli autori Aquilante avrebbe dovuto ricordare il cavallo di D'Artagnan e di Don Chisciotte, personaggi letterari entrambi caratterizzati da coraggio e cronica mancanza di mezzi. Monicelli raccontò: "Anche la cavalcatura di Brancaleone avrebbe dovuto essere miserabile, una specie di ruminante macilento. Gassman, però, aveva il terrore di avvicinarsi ai cavalli, stava a cavallo solo da fermo. Dovevamo cercare una bestia molto tranquilla ma trovammo solo un cavallone sfiancato, robusto e pesante. La sceneggiatura prevedeva che fosse di un colore giallino e Gherardi (lo scenografo e costumista Piero Gherardi NdA) gli mise addosso una gualdrappa fatta con una specie di rete strappata che lo rendeva ancora più improbabile. Era un set curioso e divertente, c'era un cavallante che tutte le mattine molto presto, mentre noi preparavamo le altre cose, dipingeva l’animale di giallo e tutte le sere lo ripuliva per evitare che soffocasse per la vernice".

Oggetto di un recente restauro, la pellicola risulta essere oggi una testimonianza senza pari della Tuscia di quarant'anni fa, risultato oltre che della grandezza artistica di Monicelli anche della sapienza tecnica del direttore della fotografia Carlo Di Palma il quale, proprio per questo film, vinse il Nastro d'Argento. L'armata Brancaleone ottenne enorme successo di critica e di pubblico, tanto che divenne subito campione di incassi sfiorando alla fine di dicembre 1970 il miliardo e novecento milioni di lire, che allora era una somma enorme. Anche il sequel Brancaleone alle crociate (1970), sempre di Monicelli, ebbe grande successo. In entrambi c'era una certa dose di violenza. Monicelli difatti dichiarò: "Brancaleone si caratterizzava, soprattutto nelle scene iniziali, per una violenza inusitata per la commedia in quegli anni. La scelta fu mia, nel senso che fui indotto a caricare ulteriormente quanto era previsto dalla sceneggiatura, il saccheggio di un villaggio, dal luogo che avevamo scelto con Piero Gherardi, un posto vicino a Nepi. Fu una delle prime volte che nel cinema italiano si presentava una violenza così esplicita e dura ma l'intento era sempre quello di far ridere anche se in modo truculento: un manigoldo che nel tentativo di tagliare la testa all'avversario mozza il braccio al suo compagno".

Fin dal primo film al successo contribuì anche la colonna sonora di Carlo Rustichelli, alla quale collaborò anche Monicelli, divenuta subito popolarissima (Branca, Branca, Branca, Leon, Leon, Leon, Fiii... Bum!). Anzi, il termine "armata Brancaleone" è entrato nel linguaggio comune tanto da essere riportato nei dizionari della lingua italiana per indicare un gruppo di persone disorganizzate, incompetenti e con pochi mezzi. L'autore Age, ossia Agenore Incrocci, disse: "Questo detto dell'armata Brancaleone è rimasto e me ne rendo conto, forse un po' troppo tardi. Qualche volta ci penso, quando lo leggo". Idem per l'altro autore, Furio Scarpelli: "Ogni tanto lo sento o lo leggo, soprattutto in politica. Come lo vivo? Senza gonfiarmi d'orgoglio".

I film di Brancaleone – nei quali spiccavano i fantastici costumi e soprattutto gli elaborati cappelli ideati dal costumista e scenografo Piero Gherardi – erano efficaci anche per lo strano linguaggio usato, inventato da Incrocci, Scarpelli e Monicelli unendo il dialetto e il latino con una strana formula scolastico-umanistica-parodistica. Raccontò Monicelli: "Avevamo elaborato appositamente un linguaggio assurdo, medievaleggiante e buffo, caratterizzante per Brancaleone. Vittorio era riuscito a impadronirsene in pieno, a scioglierlo, a farlo fluido, a dargli credibilità". Gassman confermò: "C'era la bellissima invenzione di quel linguaggio e di quel personaggio, una specie di samurai che ormai tutti conoscono e che è stato credo il personaggio che mi ha dato più popolarità". Incrocci però spiegò che questa invenzione era buona solo per l'Italia: "Questo però fu anche un problema, infatti all'estero il successo della serie di Brancaleone fu limitato proprio dagli astrusi e non traducibili termini, che non avevano quel corrispettivo nelle altre lingue. Nella storia, degli Stati Uniti per esempio, non esiste certo il medioevo e neppure la lingua volgare. Insomma, questa caratterizzazione fu anche un limite per i due film". Scarpelli volle chiarire anche: "Di tutto Brancaleone si potrebbe dire che nulla nasce puramente dalla fantasia, altrimenti sarebbe stata solo una favola sciocca, che invece non è. Satirica sì, ma si riferiva a vicende storiche e alle saghe nordiche, italiane e francesi. Insomma, c'è dietro una cultura, forse in alcuni casi nemmeno tanto profonda ma che ci ha impedito di lavorare solo di fantasia, che è la cosa più stupida che si possa immaginare. Le stesse favole non sono solamente invenzione, hanno comunque una base reale. Ci sono state delle imitazioni di Brancaleone, ma talmente scarse che non saprei nemmeno citarle. Se si imita un film si razzola a fior di terra, se invece si parte da qualcosa che giunge da una cultura più alta del cinema, i risultati sono chiaramente migliori".

A proposito delle lavorazioni, il regista Monicelli raccontò: "Il clima della lavorazione fu improntato al divertimento e alla leggerezza, come succede quando si ha a che fare con attori grandi, di qualità assoluta". La cosa fu confermata da uno degli autori, Furio Scarpelli:"L'atmosfera sul set era piacevole, pacata, e ci si divertiva anche molto".Stessa versione di Gigi Proietti, che partecipò al seguito Brancaleone alle crociate (1970), sempre diretto da Monicelli: "Ricordo Vittorio Gassman compagno di bevute, di mangiate, mai annoiato. Lo ricorderò come allora domani, mentre rideva e rideva sul set di Brancaleone alle crociate per i miei tanti personaggi, per il mio ruolo di Pattume, che tanto lo faceva ridere". (Vedi qui:

Sempre Scarpelli disse a proposito degli interpreti dei due film: "Enrico Maria Salerno era un uomo estremamente sensibile, di alta cultura teatrale. Fu anche doppiatore di molti film e un vero artista, intendo un artista completo, come al momento in Italia non c'è nessuno. Forse negli Stati Uniti, ma da noi no". A tal proposito Monicelli specificò: "Il personaggio del monaco fu caratterizzato da Enrico Maria Salerno. Mi ricordo che mi capitò in casa mentre stavo lavorando al film proprio cercando di capire a chi affidare la parte. Mi disse che aveva letto la sceneggiatura e che voleva farla lui a ogni costo. Mi fece sentire due o tre squilli di quella voce bianca con la tonalità in falsetto che mi convinse immediatamente. Il mio grande rammarico invece è per la scena di Folco Lulli e l'orsa, che non venne bene. Nella sceneggiatura era scritta molto bene questa convivenza con l'orsa. Purtroppo non trovammo una vera orsa ammaestrata e utilizzammo un attore travestito con un costume". Scarpelli a proposito degli interpreti dei due film aggiunse: "La Spaak è una persona molto a modo, con un'ottima cultura. Ha anche un importante bagaglio personale e culturale, non a caso era figlia di Charles Spaak, sceneggiatore belga, e nipote di un importante uomo politico dell'allora regno belga. Ne ho stima, ha delle qualità che ha dimostrato anche nella sua carriera televisiva. Non ho mai incontrato Lino Toffolo, ma lo vedo in televisione e mi è simpatico. Ha un'intelligenza che non è soltanto quella della recitazione, il contatto con la realtà quotidiana è sempre una cosa importante. Adolfo Celi era una persona piacevole, simpatica. Molto amico di Gassman, appartenevano entrambi a una certa scuola, una cerchia di attori validissimi e di vecchio stampo, come Vittorio Caprioli e Franca Valeri. Insomma non erano soltanto attori, erano anche persone intelligenti".

Monicelli e Gassman durante una pausa della lavorazione.

Monicelli inizialmente non era convinto su Volonté. Difatti raccontò: "Carlo Pisacane è l'ebreo Abacuc. Lui era napoletano ma per me aveva già fatto l'emiliano in I soliti ignoti. Nasceva come attore di strada, faceva le sceneggiate. Fu così che lo trovai. La scelta di Gian Maria Volonté invece la contrastai molto, secondo me era sbagliato per quel ruolo. Lo volle prendere Cecchi Gori, preoccupato che il film andasse male, perché vedeva Brancaleone come una sorta di western. Allora non sapevo neanche che Volonté fosse diventato molto polare come attore di western grazie a Sergio Leone. Io invece cercavo un tipo diverso, un attore molto magro, rastremato, evanescente, come sono raffigurati i bizantini, ma al contempo mascalzone. Avrei voluto prendere, non gliel'ho mai detto, Raimondo Vianello, perfetto con la sua aria aristocratica fasulla. Di Volonté non fui mai soddisfatto perché invece era robusto, corpulento, forte, più simile a Brancaleone. Infatti lui e Gassman, pur mantenendo tra loro il massimo fairplay, entrarono in competizione sull'immagine dell'attore. Si sfidavano su chi fosse il più forte, finché, una sera in un ristorante a Crotone, fecero una gara di lotta e vinse Gassman". (Vedi qui una scena:

Agenore Incrocci raccontò di Volontè: "Gian Maria Volontè era un tipo garbato, grandissimo attore ma misurato, serio e professionale. Era molto impegnato politicamente. Andava d'accordo con gli altri e con Gassman, del resto sarebbe stato difficile il contrario, specialmente nel caso in cui il regista era anche amico degli attori e che quindi il clima sul set era molto disteso. Anche se comunque Monicelli, com'è giusto, riusciva a imporre le proprie scelte. Per quanto riguarda Paolo Villaggio, la figura dell'ostrogoto (Mangold, interpretato da Ugo Fangareggi N.d.A.) de L'armata Brancaleone fu sostituita nel secondo film da quella interpretata da Paolo. Evidentemente l'attore Villaggio, che aveva anche il riconoscimento professionale di Gassman oltre che ovviamente di Monicelli, fu preferito. Gassman e Villaggio erano già allora grandi amici".Scarpelli precisò: "E' vero, ma si consideri che Villaggio aveva già portato sulle scene e con successo personaggi divertenti e molto simili a quello di Torsch, cinici, germanici e prepotenti. Insomma, Torsch era Villaggio, chiaramente quello delle scene". (Vedi qui:

L'interpretazione fatta da Gassman di Brancaleone fu tale che nessun altro potrà mai calarsi con lo stesso successo in quei panni, come accadde anche in altri casi come Fernandel e Gino Cervi con i personaggi di don Camillo e Peppone, oppure di Peter Sellers con l'ispettore Closeau. In questi e altri casi la perfetta interpretazione dell'attore si cala talmente nel personaggio da "ucciderlo" e nessun altro potrà mai sostituirlo con gli stessi risultati. Incrocci e Scarpelli erano dello stesso parere: "E' vero, è una prerogativa del grande attore che incarna quel personaggio. Forse, nel caso di James Bond non è così perché altri l'hanno interpretato con successo come Roger Moore, ma pensandoci nessuno come Sean Connery, che era e rimane lo 007 per antonomasia. Perché questo capiti è molto difficile da spiegare, non è una cosa scontata. Forse la popolarità dell'attore, i risultati del film, e poi la condizione che lo spettatore riconosca in quell'attore il personaggio importante, condiviso e credibile. Tanto che in questi casi quando si dice il nome del personaggio si intende in effetti quello dell'attore. Uniti per l'eternità". Anche Monicelli era dello stesso parere: "Il personaggio nacque addosso a lui. Io, Age e Scarpelli pensavamo a una saga medievale finalmente realistica, all'opposto di quel mondo di cavalieri erranti e donzelle leziose su cui volevano illuderci a scuola. Il nostro medioevo sarebbe stato barbaro, pieno di lerciume e miseria, popolato da condottieri sbruffoni e goffi. Vittorio diede senso a tutto questo, nelle vesti di Brancaleone si autoparodiò genialmente, facendo il verso alla propria esaltazione e retorica di attore serio, riconosciuto e consumato".

Pure molte scene di Francesco (1989) di Liliana Cavani furono girate nella Chiesa di S. Pietro. Il film, con protagonista Mickey Rourke, vinse nel 1989 il David di Donatello per la Migliore scenografia e due Nastri d'argento (Migliore scenografia e Migliore attore non protagonista a Fabio Bussotti). Sullo stesso tema Liliana Cavani aveva diretto nel 1966 anche il film per la televisione Francesco d'Assisi. Il santo effettivamente fu a Tuscania nel 1221, tanto che nel 1281 gli fu dedicato un convento e una chiesa poi distrutti nel 1971 dal terremoto. Il primo fu ristrutturato, la chiesa no. (Vedi qui il film completo:

Non basta. In Ladyhawke (1985), di Richard Donner, la scena del combattimento a cavallo fra il capitano Etienne Navarre (Rutger Hauer) e il cavaliere al soldo del vescovo di Aguillon (John Wood) si svolge in una chiesa, ed è sempre quella di San Pietro. Ma attenzione, c'è il trucco. Ammesso che la produzione volesse girare quella scena proprio lì dentro, e non lo crediamo, senza dubbio la Soprintendenza avrebbe preferito fare ripristinare la Santa Inquisizione – visto che il tema è quello medieval-fantasy – e fare impalare tutta la troupe. Del resto la chiesa, risalente all'XI secolo, era stata devastata dal terremoto del 1971 e all'epoca era stata da poco pazientemente restaurata, prezioso pavimento incluso. Impossibile che ci si facesse galoppare dei cavalli, e la scena infatti fu girata in un set costruito tale e quale, pur con qualche piccola differenza. (Vedi qui uno spezzone:

A proposito di cavalli, il capitano Navarre cavalca uno splendido e gigantesco stallone nero, il cui vero nome era Othello, un esemplare di 19 anni di razza frisona (ma se ne usarono più d'uno). Per capire la potenza di questo animale – e i danni che i suoi zoccoli (e parimenti dell'altro cavallo della scena) avrebbero potuto causare al pavimento della chiesa se fosse stato usato lì – basti pensare che un giorno Matthew Broderick doveva cavalcarlo. Broderick, bravo attore, allora aveva 23 anni e non era, e non lo è neppure adesso, un gigante, essendo alto 1,73. Del resto interpretava proprio la parte del piccolo ladro Philippe Gaston, detto le Rat, il ratto, anche per le sue ridotte dimensioni. Il problema fu che Rutger Hauer diede una pacca al cavallo per farlo partire, ma la diede troppo forte e lo stallone stizzito partì al galoppo con la velocità e forza di una locomotiva. Il povero Broderick, che ci stava sopra, tentò di tirare le briglie per fermarlo ma non era abbastanza forte. Insomma, sparirono all'orizzonte e alla troupe non restò altro da fare che sedersi, attendere lo sbollimento della furia di Othello e che tornasse indietro. Cosa che fece parecchio dopo. A Tuscania a maggio si dedica una manifestazione annuale proprio agli equini ed è uno degli eventi equestri più importanti a livello nazionale. Si tratta di Nitriti di Primavera, una fiera di tre giorni che, oltre alla bellissima esposizione di cavalli, permette di godere di numerose attrazioni, rivolte sia agli adulti che ai bambini. A gennaio invece c'è la Sagra della frittella che, a dispetto del nome, non è solo un evento gastronomico in quanto vi partecipano anche i butteri a cavallo.

Tornando ai film, una ventina di anni prima di Ladyhawke la forza visiva di questi luoghi era già stata celebrata da un maestro della cinematografia nazionale. Parliamo di Pier Paolo Pasolini che, nel 1966, aveva scelto la Tuscia per girare Uccellacci e Uccellini. Commuove ricordare l'interpretazione di Totò, qui protagonista insieme all'attore pasoliniano per eccellenza, Ninetto Davoli. E, per contro, invece di commuovere, non solo le interpretazioni ma l'intero film può lasciare interdetti o anche peggio. Insomma, dipende se Pasolini piace o no, e non è affatto una cosa così scontata. Per chi non lo ricordasse, il film racconta la storia di Totò e Ninetto, due disgraziati che vagano nelle campagne intorno alla Capitale per andare a minacciare di sfratto una famiglia insolvente. Durante il percorso un corvo marxista racconta loro delle vicende di Ciccillo e Ninetto (interpretati dagli stessi attori), nel vano tentativo di dissuaderli dal loro compito. Il povero uccello non li convince, però li sfama, visto che se lo mangiano. Il tutto in un universo di desolazione e miseria che si staglia alle loro spalle, riportando la materialità dell'esistenza a dominare incontrastata. (Vedi qui uno spezzone:

Se è vero che Totò e Ninetto si muovono nella periferia romana, le scene di ambientazione medievale furono realizzate proprio nei pressi di Tuscania. Tra le location riconoscibili c'è la valle del fiume Marta, che fa da sfondo alla sequenza in cui Ninetto porta sulle spalle Ciccillo; i ruderi del rivellino presso i quali alcuni popolani prendono in giro Ciccillo e dove il frate parla con i falchi; la possente Chiesa di Santa Maria Maggiore visibile nella sua parte esterna. Molte inquadrature sono poi dedicate ancora una volta alla Chiesa di San Pietro di cui vediamo, oltre agli esterni, anche il cortile interno, dove Frà Ninetto gioca a campana. Pasolini conosceva bene questi luoghi e già nel 1964 non aveva perso occasione per inserirli in quella che è considerata la sua più grande opera e cioè Il Vangelo secondo Matteo. (Vedi qui il film completo:

 

Locandine dei film girati in questa location

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