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Trieste

Il Faro della Vittoria a Trieste

Trieste, sull'omonimo golfo, dista pochi chilometri dal confine con la Slovenia ed è l'ultimo comune nord-orientale della nostra bella Italia. E' collinosa e poi subito montagnosa: insomma, davanti il mare blu e subito alle spalle le montagne che paiono sprofondarvi dentro bruscamente. Qui, quando tira il vento, lo fa davvero. E' la bora, dalle raffiche brevi ma potenti che passa fischiando fra i valichi montani e si abbatte sulla città e sul golfo e che in estate, quando eccezionalmente spira, può fare aumentare il caldo. Tuttavia in altri periodi la sensazione che provoca è quella di un freddo superiore a quel che realmente è.

Nell'antichità facente parte dell'impero romano e poi di quello bizantino, dopo varie peripezie Trieste nel XIV secolo rientrò sotto la rassicurante cappa del duca d'Austria e col tempo divenne molto importante, in quanto unico sbocco sul Mare Adriatico dell'Impero Austriaco. Per capire, nel XVIII secolo superava i 200.000 abitanti, era ricca, moderna, efficiente e cosmopolita. I teutonici, poi austro-ungarici, ne fecero architettonicamente e urbanisticamente una città del tutto particolare, ed è proprio questa sua atmosfera mitteleuropea che rese e rende Trieste una location cinematografica e televisiva privilegiata, come piazza Unità d'Italia, il salotto di Trieste nonché la più estesa d'Europa che si affacci sul mare.

Piazza Unità d'Italia

Nel periodo 2001-05 piazza Unità d'Italia fu ristrutturata e così pure i palazzi presenti, fra cui spiccano quello della Luogotenenza austriaca, ora sede della Prefettura (i mosaici che rappresentavano lo stemma imperiale austro-ungarico furono sostituiti con quello sabaudo);  il Palazzo Stratti, che ospita lo storico bar Caffè degli Specchi; il Palazzo Modello; il Palazzo Municipale, sulla cui torre i due automi bronzei "Mikeze" e "Jakeze" con i loro rintocchi segnano le ore; Palazzo Pitteri, il più antico della piazza; Palazzo Vanoli, sede di un prestigioso albergo; e il palazzo della compagnia di navigazione Lloyd Austriaco di Navigazione, poi Lloyd Triestino e oggi sede della Regione. In piazza si trova la settecentesca Fontana dei Quattro Continenti. Gli austro-ungarici non lasciarono il loro segno solo architettonicamente e urbanisticamente ma inculcarono nella popolazione una mentalità ed efficienza che in media stride con l'immagine di noi italiani. Provate a telefonare a un ufficio, un ente, al comune, e vi risponderanno subito. Potrà sembrare strano ma noi, che per questi testi sul cineturismo abbiamo contattato centinaia di uffici pubblici, sappiamo che la cosa non è affatto scontata nel nostro Paese. Devo dire che, dopo le note vicende belliche e il ritorno di questi territori sotto la sovranità italiana, molti pregi si sono mantenuti, e altri se ne sono aggiunti poiché anche noi ne abbiamo a usura, checché se ne dica.

La città, prima filmata solo in documentari, negli anni '10 del XX secolo cominciò a essere location di lungometraggi, praticamente tutti d'impronta patriottica come Guglielmo Oberdan, il martire di Trieste (1915) di Emilio Ghione, Trieste o i Vendicatori di Oberdan (1915) di Enzo Longhi e A Trieste -Vincere O Morire! (1915) di Armando Brunero. Tanto ardore nei titoli è spiegato dal fatto che Trieste – e pure Trento – in quegli anni fossero al centro del movimento irredentista, che mirava all'annessione all'Italia, cosa che avvenne (dopo scontri e attentati) nel 1918 con l'entrata a Trieste dell'esercito italiano, fatto poi sancito con il Trattato di Rapallo del 1920 che assegnò la città definitivamente all'Italia. Saltando alcuni film arriviamo all'ottimo Alfa Tau! (1942), diretto da Francesco De Robertis. Narra del rientro alla base del sommergibile "Enrico Toti" dopo una missione, durante la Seconda guerra mondiale. Dopo la breve licenza utilizzata per incontrare le famiglie, i membri dell'equipaggio tornano in mare e speronandolo affondano un sottomarino inglese. Per la cronaca, la storia è vera. La notte del 15 ottobre 1940 l'Enrico Toti fu attaccato dal sommergibile inglese HMS Triad, che lanciò un siluro, ma gli italiani riuscirono a evitarlo di misura. In superficie le due unità si spararono e colpirono a vicenda con i cannoni e le mitragliatrici, tanto da vicino che il marinaio Nicola Stagi, la cui arma si era inceppata, si tolse una scarpa e la tirò contro l'unità nemica.

Curiosamente Stagi fece quasi la stessa cosa di Enrico Toti nella Prima guerra mondiale, esattamente nell'agosto 1916 durante la sesta battaglia dell'Isonzo che si concluse con la presa di Gorizia. Toti, seppur ferito a morte da tre pallottole, lanciò la sua stampella contro il nemico, venendo decorato con la  medaglia d'oro al valor militare alla memoria. Nel luogo in cui morì - a Sablici, sopra Monfalcone - in un bosco da cui si scorge il mare si trova un cippo posto in suo onore. E' sepolto a Monfalcone. Per coloro che si domanderanno come mai avesse la stampella basti dire che questo ex ferroviere anni prima aveva perso una gamba in un incidente sul lavoro, cosa che non gli aveva precluso di andare in bicicletta coprendo il percorso Roma-Parigi-Belgio-Paesi Bassi-Danimarca-Finlandia-Lapponia-Russia-Polonia. Il tutto pedalando con la sola gamba rimastagli. Inoltre questo fegataccio si arruolò volontario nella Grande Guerra, compiendovi anche quello straordinario gesto. Non c'è da stupirsi che gli fosse stato dedicato il sommergibile Enrico Toti.

Tornando allo scontro col nostro sottomarino, l'HMS Triad infine affondò, ovviamente non a causa della scarpa ma perché colpito da due cannonate e da un siluro. Purtroppo non vi furono sopravvissuti. Il Toti fu l'unico sommergibile italiano ad affondarne un altro durante la Seconda guerra mondiale (ma non speronandolo come nel film Alfa Tau!). Dopo la guerra il film fu bloccato dal governo italiano poiché vi si vedevano riferimenti al fascismo e al re – del resto il periodo storico era quello, eppure questa opera è riconosciuta come scevra di retorica patriottica – e il divieto fu revocato solo nel 1948. Alfa Tau! è riuscitissimo anche perché interpretato da (pur validi) attori non professionisti, persone che veramente svolgevano quei compiti.

Fra gli interpreti non professionisti di Alfa Tau! c'è Bruno Zelik, protagonista del film e che era realmente un comandante di sommergibile. Ironia della sorte, dopo il film gli fu assegnato il comando del glorioso sommergibile "Scirè". Per chi non lo sapesse, quello che nel 1941 portò nel porto ritenuto inviolabile di Alessandria d'Egitto i siluri a lenta corsa, detti "maiali", che danneggiarono gravemente, bloccandole per molti mesi, le corazzate britanniche "Valiant" e "Queen Elizabeth", nonché altre navi da guerra. Zelik ebbe il comando dello Scirè a marzo del 1942, e a luglio fu affondato dagli inglesi nel porto di Haifa. Morì con tutto il suo equipaggio.

A Trieste fu girato anche La mascotte dei diavoli blu (1948) di Carlo Alberto Baltieri, la cui trama melensa verte su un bambino ferito e accecato dai tedeschi che viene preso in simpatia dai soldati statunitensi in loco, tanto da mandarlo oltre oceano per una operazione che gli ridà la vista.  Il film è  spudoratamente filoamericano, ma erano diverse le ragioni – molte non solo vere, ma verissime – che facevano apparire "buoni" gli americani ai nostri occhi. Inclusa la decisione, presa con gli altri alleati nel dopoguerra, di lasciare Trieste all'Italia e di non permettere alla Jugoslavia di Tito di impossessarsene. Addirittura in città avevano già innalzato la loro bandiera, assunto i pieni poteri, applicato il coprifuoco e razziato quanto potevano. Finché, per fortuna, le redini furono prese dal Governo Militare Alleato. Questa situazione, con i recenti danni e odi della guerra (incluse le migliaia di civili italiani uccisi e nascosti nelle foibe dagli jugoslavi), le mire espansionistiche e i relativi intrighi internazionali resero Trieste la location ideale per i film di spionaggio. Fra questi il valido Corriere diplomatico (1952), diretto da Henry Hathaway e con protagonisti Tyrone Power, Patricia Neal e Stephen McNally.  In realtà Power non arrivò mai a Trieste per girare questo film e le scene in cui lo si vede sono un fotomontaggio o una controfigura. (Vedi qui il film completo):

Nel film si vede un soldato della polizia militare statunitense, e quella particina (non accreditata) fu interpretata da Lee Marvin, allora cinematograficamente sconosciuto, ma che certo conosceva quel ruolo, avendo combattuto pochi anni prima come marines e venendo più volte decorato, inclusa la prestigiosa Purple Heart. Morì d'infarto nel 1987, a 63 anni. E' sepolto al Cimitero nazionale militare di Arlington, in Virginia, e sulla sua tomba c'è scritto: "Lee Marvin, PFC, US Marine Corps, World War II". Nei film – pur avendo interpretato generi e ruoli diversi – iniziò come soldato in Corriere diplomatico e finì come colonnello nell'ultimo interpretato, The Delta Force (1986) di Menahem Golan. In Corriere diplomatico c'è un agente sovietico, anche questo interpretato praticamente da uno sconosciuto, non accreditato nel cast. Si tratta di Karolis Bučinskis, nato in Pennsylvania da una coppia di immigrati lituani. Di famiglia poverissima e numerosa, a volte doveva persino indossare i vestiti della sorella, non avendone altri. Fece fin da bambino il minatore scavando il carbone (lo stesso il padre, che ci morì), poi lo spazzino, manovale, cameriere e infine andò a combattere nella Seconda guerra mondiale, venendo pure lui più volte decorato, anche con la Purple Heart. Tornato dal fronte studiò arte drammatica a Philadelphia, recitò in una compagnia teatrale e cominciò a interpretare piccole parti nei film fino a diventare una star internazionale. Oggi è universalmente conosciuto come Charles Bronson. Morì nel 2003, a 83 anni.

Charles Bronson e  Lee Marvin in Quella sporca dozzina

Un'altra spy-story con scene girate a Trieste è La ragazza di Trieste (1951, titolo originale Les loups chassent la nuit), diretto da Bernard Borderie. Anche qui una curiosità: in una scena c'è un barista, ed è interpretato da Louis de Funès, allora poco o nulla conosciuto e alla ricerca di qualsiasi particina da fare. Alla fine in Italia l'attore ebbe una certa fama, con i suo ruoli da macchietta, irritabile, dalle eloquenti smorfie. Eppure questo comico francese era professionale e perfezionista e nel suo paese fu famoso, e così all'estero. Quanto? Bene, considerate che il simpatico Checco Zalone con i suoi film ha avuto incassi record, e che Sole a catinelle è stato visto addirittura da oltre 6 milioni di spettatori paganti. Bene, Tre uomini in fuga (1966), diretto da Gérard Oury e con de Funès affiancato dai bravi Bourvil e Terry-Thomas, di biglietti ne vendette ben 17.227.000! In Francia fu battuto solo nel 1998 da Titanic di James Cameron. I film con Louis de Funès in totale nei cinema hanno avuto 150 milioni di spettatori. Tutto questo per ribadire che non si può guardare bene avanti se non si guarda bene pure indietro...

Louis de Funès, a destra, in  La ragazza di Trieste

Saltando altri film – non possiamo trattarli tutti ora, saranno aggiunti gradualmente poiché includendo sceneggiati e documentari sono oltre un centinaio quelli girati a Trieste – arriviamo a Senilità (1962) di Mauro Bolognini e con protagonisti Claudia Cardinale e Anthony Franciosa. Girato anche a Trieste – dove si tenne l'anteprima mondiale –, vinse due Nastri d'argento (Migliori costumi, Migliore scenografia) e il premio per la Miglior regia al Festival di San Sebastian. (Vedi qui):

Ora un altro film, ma la prendiamo alla lontana. Dal 1901 al 1915 dall'Italia emigrarono milioni di persone, di cui circa 560.000 dal Friuli Venezia Giulia e 880.000 dal Veneto. Nei 15 anni precedenti da queste due regioni ne erano già partiti circa 1,8 milioni. Quelli che arrivavano negli Stati Uniti e sbarcavano a New York finivano sull'isolotto di Ellis Island dove, una volta presentati i documenti di viaggio, venivano esaminati dai medici del Servizio Immigrazione e se non convincevano gli veniva fatto un segno sulla schiena con del gesso e finivano in un settore particolare, dove venivano esaminati meglio. Il regolamento prescriveva che "i vecchi, i deformi, i ciechi, i sordomuti e tutti coloro che soffrono di malattie contagiose, aberrazioni mentali e qualsiasi altra infermità sono inesorabilmente esclusi dal suolo americano". Ossia, venivano all'istante reimbarcati sulla stessa nave che li aveva portati fin lì, e che non poteva salpare fino al termine delle operazioni. Solo a Ellis Island arrivarono in totale 12 milioni di emigranti, di cui oltre un milione solo nel 1907. Bene, questi controlli a Ellis Island li si vede nel film Il padrino - Parte II (1974), diretto da Francis Ford Coppola. Solo che quella scena come location non ebbe  il centro di accoglienza citato sopra – divenuto poi museo – ma la ex Pescheria di Trieste, costruita nel 1913 su progetto dell'architetto Giorgio Polli e che si affaccia su Riva Nazario Sauro. (Vedi qui):

Popolarmente chiamata Santa Maria del Guato ("guato" è il nome dialettale del ghiozzo, pesce poco pregiato comune in zona), sembra una chiesa, ma quello che pare il campanile è la torre per il sollevamento dell'acqua. Ristrutturata, è stata rinominata Salone degli Incanti ed è sede di eventi. Fu anche una delle location italiane – oltre, a Trieste, all'acquedotto, a una galleria ferroviaria spacciata per carcere e alla Val Rosandra – di Sette contro la morte (1964) di Paolo Bianchini e con Rosanna Schiaffino, Nino Castelnuovo, John Saxon e Larry Hagman (quest'ultimo poi divenne famosissimo con il ruolo di J.R. nella soap opera Dallas). Racconta di sette persone di diverse nazionalità che durante la Seconda guerra mondiale rimangono bloccate in una caverna in montagna.

Nello stesso anno de Il padrino - Parte II  fu trasmesso lo sceneggiato televisivo Anna Karenina, prodotto dalla Rai, diretto da Sandro Bolchi e con fior di attori teatrali del livello di Lea Massari, Pino Colizzi, Sergio Fantoni, Giancarlo Sbragia e Cesare Polacco, giusto per citarne solo alcuni. Tratto dall'omonimo romanzo di Lev Tolstoj, fu uno dei grandi e accuratissimi sceneggiati in costume della Rai, con location italiane da favola. La trama, per dirla in breve – speriamo che Tolstoj dall'Aldilà non ne venga a sapere nulla, altrimenti si rivolterà nella tomba – verte sulla nobile e bella Anna, sposata con un palloso alto funzionario russo e madre di un bambino, che si innamora del giovane conte Vronskij, se ne scappa con lui, ci fa un figlio e alla fine, pentitasi ed emarginata dalla società a cui apparteneva, si getta sotto un treno in corsa. Una scena che in tutti i relativi film colpisce molto. (Vedi qui):

Una delle location dello sceneggiato Rai Anna Karenina è appunto la stazione di Campo Marzio di Trieste. Certo, se la nobile Anna veramente avesse tentato di farsi investire da un treno lì, sarebbe morta fra i binari, ma di vecchiaia, visto che la stazione è dismessa dal 1960. Dal 1984 è un museo dedicato alla storia delle ferrovie, molto attivo grazie a un gruppo di appassionati del Dopolavoro Ferroviario di Trieste. Rara testimonianza storica di un periodo che va dalla prima metà dell'800 alla prima metà del '900, la così chiamata allora Triest Staatsbahnhof collegava Trieste con il territorio interno austriaco. Ancora oggi sui binari ci sono locomotori, carrozze e tram d'epoca (e pure un locomotore blindato tedesco della Seconda guerra mondiale), nonché nella stazione moltissimi reperti e attrezzature d'epoca. Il palazzo del museo ha varie sale, anche in stile liberty. Insomma, è un tale "spaccato" di quell'epoca da essere una location particolare e molto utilizzata. Il primo a farlo fu Luchino Visconti, nel 1970, per Morte a Venezia e poi fu la volta del succitato Anna Karenina, di Cervellini fritti impanati (1996) di Maurizio Zaccaro, Nora (2000) di Pat Murphy, delle fiction Cuore (2001) di Maurizio Zaccaro –  le sale d’attesa e le banchine di Campo Marzio simulano quelle della stazione di Torino Porta Nuova –, Marcinelle (2003) di Andrea e Antonio Frazzi, di I colori della gioventù (2005) di Gianluigi Calderone e di  Einstein (2007) di Liliana Cavani, in cui si vede la stazione di Zurigo, in realtà quella di Campo Marzio. E ci fermiamo qui per non eccedere. Tuttavia dobbiamo citare ancora Senza confini (2001), film prodotto da Rai Fiction, diretto da Fabrizio Costa e con un ottimo cast formato da Sebastiano Somma, Chiara Caselli, Antonella Fattori, Umberto Bellissimo, Vanni Corbellini e Massimo Wertmuller. Racconta la vera storia del commissario Giovanni Palatucci, ultimo questore italiano a Fiume. Durante la Seconda guerra mondiale riuscì a salvare migliaia di ebrei destinati ai campi di sterminio, agendo in tal senso anche quando capì che i nazisti lo avrebbero arrestato. Così avvenne, e finì nel campo di concentramento di Dachau dove morì nel 1945. Considerato una sorta di Oskar Schindler italiano, di lui solo meno famoso, nel 1990 fu proclamato "Giusto fra le nazioni".

Il Castello di Miramare – fatto edificare da Massimiliano d'Asburgo-Lorena, arciduca d'Austria e imperatore del Messico – sorge dalla seconda metà del XIX secolo nell'omonima frazione triestina  ed è circondato da un bel parco di circa 22 ettari con moltissime varietà di piante. Oggi adibito a museo, il sontuoso castello ha sale tuttora abbellite dagli arredi originali e ciò può ben fare capire quanto si sia prestato, e si presti, come location cinematografica e televisiva. Difatti vi furono girate scene (facendolo passare per il palazzo dello Scià di Persia sul Mar Caspio) di Soraya (2003), miniserie televisiva diretta da Lodovico Gasparini. (Vedi qui):

La protagonista di Soraya èAnna Valle nella parte di  Soraya Esfandiary Bakhtiari, amata regina moglie (finché la ragion di stato non lo costrinse a ripudiarla poiché non poteva avere figli e quindi eredi dinastici) di Mohammad Reza Pahlavi, ultimo Scià di Persia. La fiction, trasmessa da Rai1, ebbe grande successo, come del resto l'altra girata anche al Castello di Miramare, ossia Sissi (2010), diretta da Xaver Schwarzenberger e con protagonista Cristiana Capotondi nel ruolo della principessa Elisabetta di Baviera, soprannominata Sissi. (Vedi qui):

Che la fiction avesse buone possibilità di successo una volta trasmessa su Rai1 era abbastanza chiaro in virtù del fascino e fama di questa principessa realmente esistita, nonché del grandissimo seguito dei film a lei dedicati – una trentina finora – fra cui spicca la trilogia diretta negli anni '50 da Ernst Marischka e interpretata dalla brava ma sfortunata Romy Schneider. (Vedi qui):

Con queste credenziali televisive e cinematografiche, oltre naturalmente alla bellezza e storia del castello e della zona, era ovvio che il maniero diventasse una meta turistica molto visitata, tanto che raggiunge i circa 240.000 visitatori paganti l'anno. Il parco del castello, curato più in epoca austroungarica che oggi,  peraltro ne conta molti di più, essendo a ingresso gratuito. Al suo interno c'è il Castelletto, sempre del 1860, oggi sede e centro visite della Riserva naturale marina di Miramare, area protetta sulla costa di circa 30 ettari più un'altra di 90 ettari di mare a protezione parziale – in pratica, 1800 metri di linea di costa per una fascia di 200 metri, più una fascia parallela di 400 metri in mare – in cui è vietata la pesca professionale. Il porto (che però sono due, quello nuovo e quello vecchio, quest'ultimo nel centro di Trieste, fondato nel XVIII secolo e con finalità sempre più turistiche) fu location del film L'immagine del desiderio (1997) di Juan José Bigas Luna. Venne utilizzata una parte del magazzino n°26 del porto vecchio, il palazzo del Lloyd Triestino nonché una parziale ricostruzione della fiancata del Titanic. Vi furono girati in parte anche La forza del passato (2002) di Piergiorgio Gay,  Ilaria Alpi - Il più crudele dei giorni (2003) di Ferdinando Vicentini Orgnani (il porto viene spacciato per quello croato di Spalato) e la fiction Amanti e segreti (2005) di Gianni Lepre. Questi sono solo alcuni film,  a esempio, tuttavia non si può non citare Il paziente inglese (1996, premiato con nove Oscar), diretto da Anthony Minghella e con grandissimi interpreti Ralph Fiennes, Juliette Binoche, Willem Dafoe e Kristin Scott Thomas. Il porto libico di Tobruk che vi si vede in realtà è quello di Trieste.

Per finire parliamo della costa: l'acqua è molto pulita – ovviamente non ci riferiamo al porto – e le spiagge sono ghiaiose e sassose. Furono una delle location del pesante La ragazza di Trieste (1982), diretto da Pasquale Festa Campanile e con Ben Gazzara e Ornella Muti, film che a parte il titolo non c'entra nulla con quello omonimo citato prima diretto da Bernard Borderie. Su queste spiagge un tempo venivano a bagnarsi e lavarsi, cercando di togliersi di dosso i pidocchi che li assillavano (come accadeva con qualsiasi truppa a quei tempi) i soldati austroungarici, facendolo spesso in un punto che fu chiamato per questo motivo "pedocin", dal dialettale "pedocio", ossia pidocchio. Vi arrivavano solitamente con tanto di cavalli e muli, dalle due alle quattro del pomeriggio e allora tutti i civili dovevano andarsene. Proprio in quel punto  nacque, esattamente nel 1903, lo stabilimento balneare Lanterna, che però per i locali è semplicemente il Pedocin. Come si usava altrove in Italia, e non solo da noi, fra l'800 e i primi anni del '900 le donne e gli uomini avevano obbligatoriamente aree separate. Al Pedocin fu costruito un alto steccato e poi addirittura un muro che arrivava fin dentro il mare, a garanzia della pubblica decenza di allora. E il muro c'è ancora. Qualcuno provò con un referendum a promuoverne l'abbattimento in virtù di una malintesa modernità, ma la gente rispose alla grande no, perché quel muro è storia e cultura locale. E difatti è ancora lì, nello stabilimento balneare di proprietà comunale (fu ristrutturato con grande attenzione ai particolari storici) dal costo d'ingresso di meno di un euro e frequentatissimo anche per via di questa strana peculiarità ormai unica in Europa. Caratteristica che, ovvio, l'ha fatto riprendere dalle telecamere di tante televisioni anche straniere. Il muro fu demolito nel 1959, ma solo per costruirne un altro, al fine di dare più spazio all'area delle donne. Si trova in prossimità del molo Fratelli Bandiera.

Adiacente alla Lanterna c'è lo stabilimento balneare Ausonia – attenzione, anche qui il fondale sprofonda, e di diversi metri, già vicino alla spiaggia –, che è privato e ha un costo giornaliero sette volte superiore. Anche questo con una sua storia, cadde in quasi degrado ma oggi, con investimenti milionari (in euro) è tornato all'antica bellezza e la funzionalità è in linea con le esigenze moderne. Vi sono stati girati film, anche se di certo non capolavori, come Le Stade de Wimbledon (2002) di Mathieu Amalric, Gli Occhi dell'Altro (2004) di Gianpaolo Tescari, Tartarughe sul dorso (2004) di Stefano Pasetto, nonché sceneggiati televisivi come l'episodio del 2006 Die Toten vom Karst diretto da  Sigi Rothemund e facente parte della serie tedesca Commissario Laurenti  e le fiction italiane Gli ultimi del Paradiso (2010) di Luciano Mannuzzi e Un pugno e un bacio (2011) di Angelo Longoni.

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