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Comacchio


Nascosta dalle Valli che ne prendono il nome, ecco Comacchio, situato a 3 km dal mare e con 23 km di costa, da Volano a Spina. Capitale del Delta del Po e "Piccola Venezia" sono due dei soprannomi che l'antica cittadina si è aggiudicata grazie alla sua posizione, al suo aspetto, ma soprattutto grazie al numero di visitatori che ogni anno ospita, che fa dimenticare agli ormai più di 23 mila abitanti quanto fosse un tempo una città isolata e desolata, circondata da paludi e quasi sempre avvolta nella nebbia.
A Comacchio Luchino Visconti diresse alcune riprese di Ossessione (1943), qui uno spezzone:

liberamente ispirato al romanzo Il postino suona sempre due volte di James M. Cain. Il film fu l'esordio di Visconti, con un drammone intriso di situazioni grevi peggiorate o messe ancor più in evidenza da luoghi e atmosfere che definire amene sarebbe pura blasfemia.

Clara Calamai e Massimo Girotti in Ossessione


Del resto quello Visconti voleva rappresentare, tanto che inizialmente il titolo doveva essere Palude, cosa che appunto può fare ben capire la piacevolezza di quei posti e di quelle vite. I protagonisti sono Clara Calamai e Massimo Girotti. Oggi quando una persona attira l'attenzione in video si dice che "buca lo schermo". Ebbene, i bravi e bellissimi Calamai e Girotti lo schermo non si limitavano a bucarlo, ma lo sfondavano. Ossessione ebbe notevoli problemi di produzione – mai paragonabili a quelli ben più concreti degli italiani in guerra in quegli anni, sia chiaro – e comunque appena dopo le prime proiezioni, a causa delle reazioni scandalizzate delle autorità fasciste e della Chiesa, fu ritirato e le copie distrutte, tranne una copia del negativo nascosta da Visconti fino alla fine della guerra e dalla quale derivano quelle esistenti.
A offrire l’immagine più tipica di Comacchio sono senza dubbio i ponti – la città è formata da tredici isolotti – come quello di San Pietro del XVII secolo, dei Sisti, del Teatro, Pizzetti o dei Tre Ponti, quest'ultimo che con la limitrofa via della Pescheria e la prima parte di via Muratori rappresenta il luogo dove si svolgeva il mercato contadino. Immortalato in più di una pellicola, il ponte dei Tre Ponti è ben visibile nel quinto e ultimo episodio de I fuorilegge del matrimonio (1963), qui uno spezzone:

di Valentino Orsini. Nel film, francamente meno che discreto, Vasco Timballo (Ugo Tognazzi), torna al suo paese dopo la guerra e la prigionia e scopre che la moglie si è fatta monaca. Desideroso di ottenere l’annullamento matrimoniale incappa in un intricato labirinto di procedure sviluppato in cinque episodi per illustrare gli articoli di una proposta di legge (presentata dal senatore socialista Renato Sansone) sul piccolo divorzio e che contemplava la necessità di uno scioglimento del matrimonio almeno in sei casi. Comacchio è presente fin dall'immagine dell'enorme cestone di anguille, con un intricato ammasso di occhi, teste e code che sguazzano e si accavallano. Poi l'azione prosegue con varie immagini della cittadina, i portici e appunto il Tre Ponti. Quest'ultimo si vede anche nella serie televisiva Nebbie e delitti 2 di Riccardo Donna.
Già prima il territorio di Comacchio era stato ripreso nei film, come La donna del fiume (1955), qui uno spezzone:

di Mario Soldati e interpretato da Sophia Loren, Gérard Oury, Lise Bourdin e Rik Battaglia. La Loren, allora ventunenne, fece il suo debutto in un importante ruolo drammatico (prima aveva interpretato ruoli in commedie) proprio in questo film. L'idea di ambientarlo nelle Valli di Comacchio e dintorni nacque dai documentari Uomini della palude e Tre canne e un soldo di Florestano Vancini, che furono visti da un collaboratore del produttore Carlo Ponti. Lo stesso Vancini ricoprì il ruolo di aiuto-regista e collaboratore alla sceneggiatura di La donna del fiume. Nel film la Loren interpreta Nives, operaia nell’Azienda Valli di Comacchio in cui si marinano le anguille. Sedotta e abbandonata da un contrabbandiere locale, si vendica denunciandolo ai carabinieri. Da notare che il ruolo del contrabbandiere fu interpretato da Caterino Bertaglia (divenuto famoso come Rik Battaglia, oltre 100 film girati) il quale era originario di quella zona e che, dopo avere fatto il manovale, calzolaio, falegname e marinaio, lavorava come barista al circolo aziendale dell'AGIP. E proprio lì fu notato dal regista Soldati che gli propose di punto in bianco un provino a Roma in La donna del fiume. Bertaglia, riottoso, mai aveva pensato al cinema eppure fu scelto come protagonista – dopo avere ricevuto per prova, senza esserne preventivamente avvisato e fra l'incredulo e l'irritato, tre schiaffoni dalla Loren.
Quelli della Loren e di Battaglia non furono gli unici esordi (ripetiamo, per la Loren in un ruolo drammatico). Si tratta infatti anche del primo lavoro cinematografico di Pier Paolo Pasolini che collaborò alla sceneggiatura del film. A proposito di anguille e della loro lavorazione, ossia la marinatura. Ne La donna del fiume si fa questo produzione, tipica della zona, tanto che le riprese furono fatte proprio nell'antico e relativo stabilimento di Comacchio, la Manifattura dei Marinati, collegato alle valli da pesca con i canali. Un tempo lì venivano lavorate oltre 200-700 tonnellate di anguille l'anno (in una sola, mitica notte dell'ottobre 1905 ne furono pescate 150 tonnellate!), calate oggi a 5-6 a causa di diverse problematiche. Lo stabilimento è divenuto un museo che permette di scoprire l’intero ciclo di lavorazione del pesce nonché di vedere dal vivo le operazioni necessarie per la marinatura, grazie all'attività di volontari e operatori del parco. E sono esposte, ovviamente, le fotografie in bianco e nero di Sophia Loren durante le riprese del film. Oggi come allora, la sede è a fianco del Loggiato dei Cappuccini, e Soldati ci mostra le condizioni dell’edificio negli anni '50, ben diverse da quelle di Al di là delle nuvole (1995), film diretto da Michelangelo Antonioni e Wim Wenders nonostante le condizioni di salute del primo dovute a un ictus che lo colpì nel 1987. Il lungometraggio – tratto dal libro Quel bowling sul Tevere scritto dallo stesso Antonioni – fu premiato con il David di Donatello per la Migliore fotografia ad Alfio Contini, il Nastro d'argento per la Migliore musica a Lucio Dalla e diede ad Antonioni e a Wenders il premio FIPRESCI del Festival di Venezia. Nelle scene realizzate a Comacchio è appunto ben riconoscibile il Loggiato dei Cappuccini, dove avviene il primo incontro tra Silvano (Kim Rossi Stuart) e Carmen (Inés Sastre). Sullo sfondo un'inquadratura ritrae anche la Chiesa di Santa Maria in Aula Regia. I protagonisti della prima delle quattro storie di cui si compone il film si recano in un albergo per approfondire la conoscenza, esattamente poco oltre il Loggiato, in viale Mazzini n°200, nell’edificio che oggi ospita la sede del Consorzio del Parco regionale del Delta del Po.
Comacchio fu una delle location del drammatico Il grido (1957) di Michelangelo Antonioni. Si tratta di un'opera che certo non si confà a chi guarda i film per tirarsi su di morale. L'operaio Aldo convive con Irma, sposata ma il cui marito è emigrato da molti anni all'estero, e con lei ha avuto una bambina. Poi si viene sapere che il marito è morto. Aldo allora vorrebbe sposarla, però Irma rifiuta, adducendo due fatti che demotiverebbero qualunque innamorato. Primo, non lo ama più. E secondo – forse aveva dimenticato di dirglielo – ha da tempo una relazione con un altro. Il basito Aldo allora se ne va accompagnato dalla bambina e cerca di farsi una nuova vita. Dopo tutta una serie di peripezie sentimentali da fare rizzare i capelli torna al paese da cui era partito, vede Irma con un nuovo pargolo (ma di un altro) e finalmente prende il volo. "Volo" non inteso come definitivo allontanamento, ma letterale, visto che si suicida buttandosi giù da una torre. Che volete, in quegli anni un film se non era drammatico e non finiva male non piaceva a nessuno. Di sicuro non piaceva essere schiaffeggiata alla bella interprete di Irma, ossia  Alida Valli, la quale appunto in una scena veniva malmenata da Aldo, interpretato dall’attore americano Steve Cochrain. Quest'ultimo aveva spesso a che dire con Antonioni a proposito dell'interpretazione, insomma non si  intendevano, e fu così che quegli schiaffi pur dati con notevole vigore per essere realistici non convincevano ora l'uno ora l'altro e così si ripeteva la scena (vedi qui):

Tanto chi se li beccava era la Valli, la quale alla fine fu, diciamo, un pochino contrariata. Antonioni, quando non provocava il pestaggio della Valli, si guardava intorno e un giorno notò una ragazza di spalle e le disse – con incredibile fantasia... – "Ha una bella nuca, potrebbe fare del cinema". Del resto si sa che noi uomini, notando una bella ragazza di spalle, veniamo colpiti proprio dalla nuca. Chessò, ecco Jennifer Lopez e noi subito a pensare "Che graziosa nuca..." (vedi qui):

Comunque sia, si trattava di Monica Vitti, allora giovane attrice di teatro e che doppiava Dorian Gray nel film. Con Antonioni ebbe una lunga storia sentimentale e anche professionale.
Sempre in territorio di Comacchio, in un ambiente naturale di grande fascino qual è la Valle Pega, a due passi dalla Stazione Foce, proprio dove comincia la pista ciclabile che attraversa il vasto specchio vallivo, si può osservare  un  rudere in mattoni. Fu uno dei set di L’Agnese va a morire (1976), qui uno spezzone:

diretto da Giuliano Montaldo e interpretato, per citarne solo alcuni fra i tanti bravi, dalla protagonista Ingrid Thulin (Agnese) e da  Stefano Satta Flores, Michele Placido, William Berger, Flavio Bucci, Johnny Dorelli e Massimo Girotti. Tratto dall'omonimo romanzo di Renata Viganò, che nel 1949 vinse il premio Viareggio, fu il primo film italiano sulla Resistenza avente per protagonista una donna. Ecco la trama: Agnese si trasforma da lavandaia a staffetta in aiuto dei partigiani dopo che i tedeschi le portano via il marito, comunista attivo nella vita politica clandestina. La donna però alla fine viene uccisa. Il regista Montaldo scelse come protagonista femminile Ingrid Thulin, consacrata dai film di Ingmar Bergman.  Nonostante i problemi con la lingua e il budget non eccelso, l’attrice accettò non appena letto il copione e iniziò a studiarlo, vivendo pure nei luoghi delle riprese. Prima di iniziare a girare chiese infatti al regista di poter stare per un mese tra la gente del luogo, contadini e donne della Bassa Ferrarese, per ascoltare di persona le testimonianze di chi la Resistenza l’aveva vissuta davvero. Montaldo raccontò del magnifico rapporto che si stabilì con gli abitanti della zona, che spesso si offrivano gratuitamente come comparse e regalavano oggetti per il set. Le donne, specialmente, si legarono immediatamente al personaggio dell'Agnese, sostenendo l’attrice nei momenti di stanchezza, causata soprattutto dalle scene in bicicletta, da provare e riprovare.
Il regista scelse come location esterne numerose località delle province di Ferrara e Ravenna – per esempio, la casa dell'Agnese del film è una tipica abitazione colonica di fine dell'800, ancora esistente a 8 km dal centro del comune di Alfonsine. Alcuni set furono creati appositamente, come la casa a Valle Pega, a Comacchio. Nel film, e nel relativo romanzo, l'abitazione è il rifugio di un gruppo di partigiani che si nascondono dai tedeschi, posto in mezzo ad una palude e raggiungibile soltanto in barca. Ebbene, quella casa non esisteva prima dell'arrivo della troupe di Montaldo e fu appositamente edificata per girare quelle scene. Per la sua costruzione fu necessario prosciugare quella zona, e  poiché nel film la casa era destinata a saltare in aria e ad essere allagata per una sequenza in cui i nazisti irrompono nel rifugio, non ne furono costruite le fondamenta al fine di ripristinare facilmente il luogo e restituire alla valle il suo aspetto originario. Peccato che di quella scena si girò solo la parte dell’allagamento, e quindi ancora oggi la casa è lì, in mezzo all'acqua, ormai in totale disfacimento.
Nel 1976 Pupi Avati fece il salto dalla commedia all'horror con il film La casa dalle finestre che ridono, qui:

scrivendone la sceneggiatura insieme al fratello Antonio, con notevole successo da parte del pubblico, che apprezzò l’idea di trasformare la Bassa Padana nel teatro ideale per un horror, tanto da farlo diventare un film cult negli anni successivi. Mai scelta fu più azzeccata di rinunciare a un'ambientazione statunitense e al titolo Blood Relations così come invece era nelle iniziali intenzioni. Cinque settimane di riprese con pochissimo budget per una troupe di non più di dodici persone, esclusi gli attori, bastarono per realizzare la storia di Stefano (Lino Capolicchio), giovane pittore che viene chiamato in un piccolo paese della provincia emiliana per restaurare un affresco della chiesa raffigurante il martirio di San Sebastiano. Scoprirà che l'autore del dipinto è il folle Buono Legnani, suicidatosi anni prima e soprannominato "pittore delle agonie" per l’abitudine di ritrarre i suoi soggetti durante la morte. Conosce Francesca (Francesca Marciano) e una serie di inquietanti coincidenze lo porteranno a capire che quel passato di sacrifici umani non è affatto sepolto. Pupi Avati raccontò che l'idea per la sceneggiatura del film derivava da un episodio della sua infanzia, quando nel comune in cui abitava fu aperta la tomba di un prete, trovandovi però i resti di una misteriosa donna. Il fatto impressionò il giovane Avati. Una curiosità: ad aggiungere mistero a una trama misteriosa accadde che durante le riprese, precisamente alle 21,06 del 6 maggio 1976, le campane della chiesa si siano messe a suonare da sole. Un attimo dopo però si capì l'arcano. Era il terremoto, che colpì il Friuli con un'intensità pari al decimo grado della scala Mercalli, provocando 989 morti.

Sul set di La casa dalle finestre che ridono


Le location di La casa dalle finestre che ridono a Comacchio riguardarono via Fogli, via Mazzini e vari scorci della città, inclusi il loggiato dei Cappuccini e il Ponte del Teatro, eretto nel XVII secolo. Si vede pure la casa di mattoni, nelle Valli di Comacchio, citata prima e fatta costruire appositamente per L’Agnese va a morire. Difatti le due produzioni realizzarono i due film contemporaneamente in loco. Montaldo poi ammise di essersi arrabbiato per via del fatto che Pupi Avati l'abbia ripresa. Il bravo attore Lino Capolicchio involontariamente creò alcuni problemi: non sapeva guidare automobili né motociclette, e allora il regista, per riprendere l’ultima fuga in side-car, risolse il problema trainando con corde il side-car per le inquadrature in primo piano e utilizzando una controfigura per le inquadrature a campo lungo. Inoltre Capolicchio, in una pausa dalla scena in cui, ferito, sta cercando aiuto, si recò in una farmacia per comprare una medicina senza pensare che indossava i vestiti di scena sporchi di sangue. Risultato, spaventò gli ignari farmacista e clienti.
I sette Lidi di Comacchio, detti anche Lidi Ferraresi, fanno parte del comune di Comacchio e del territorio del Delta del Po e occupano il litorale per circa 25 km. Il più a sud è Lido di Spina, frequentato in particolare dai giovani grazie a numerosi locali, discoteche e stabilimenti balneari tra i più trendy della riviera. Il mare è pulito e premiato con la Bandiera blu, come del resto gli altri Lidi. E' collegato col Lido degli Estensi e il relativo porto turistico, oltre il quale c'è Lido di Porto Garibaldi, originario villaggio di pescatori divenuto poi il primo insediamento balneare  di questo litorale. Si chiamava Magnavacca, ma in seguito allo sbarco di Garibaldi nella zona fu ribattezzato Porto Garibaldi. A seguire, sempre verso nord, c'è Lido degli Scacchi, dove sulla via Romea all’altezza di San Giuseppe si trova l’ormai abbandonata Villa Boccaccini, utilizzata da Pupi Avati in La casa dalle finestre che ridono, in cui vive l’anziana paralitica e dove il protagonista Stefano soggiorna dopo essere stato cacciato dall’albergo Italia. Un tempo splendida e rinomata specialmente per gli affreschi interni, si trova oggi in uno stato di avanzato degrado, immersa in un cupo e incolto giardino, che sicuramente aumenta la sua fama di casa del terrore. Dopo il Lido di Pomposa c'è quello delle Nazioni, il più grande, che vanta una ben organizzata ricettività turistica con attrazioni specialmente dedicate agli sportivi, come il grande lago artificiale vicino alle spiagge, in cui si tengono corsi di vela e di canoa. Non mancano discoteche e stabilimenti balneari lungo il mare che animano le serate dei giovani con i loro pub.
La strada che collega Lido delle Nazioni a quello confinante di Volano è la stessa percorsa da Nick Novecento e Carlo delle Piane nel film del 1985 Festa di laurea di Pupi Avati (vedi qui):

Il regista, amante del ferrarese, aveva già soggiornato al Lido delle Nazioni durante le riprese de La casa dalle finestre che ridono, e tornò in questa località per la sua commedia. Ambientata nella riviera romagnola del 1950, la pellicola racconta la preparazione di una festa di laurea da parte del pasticcere Vanni, segretamente innamorato di una signora dell'alta borghesia, madre della festeggiata. Si mette all’opera aiutato dal figlio, da due ragazzi orfani adottati dalla moglie, da alcuni sfollati che avevano abusivamente occupato il casale e da altri collaboratori occasionali. Peccato che il risultato sarà un disastro. L'idea per questo film nacque durante la festa di amici a cui partecipò Pupi Avati, durante la quale furono proiettati alcuni filmati in 16 mm: uno di questi raccontava una storia all’epoca molto nota a Bologna, quella di una ragazza della buona borghesia di Rimini che asseriva di essersi laureata a Bologna, mentre invece aveva falsificato il libretto approfittando della confusione del dopoguerra. Il filmino si intitolava proprio "Festa di laurea". Avati anni dopo decise di farci un lungometraggio, scegliendo però quanto a location i lidi comacchiesi e non Rimini, perché troppo diversa da quella di un tempo. Infine, ecco il Lido di Volano, il più intatto nonostante possa vantare un moderno porto turistico. Alle spalle si trova la pineta, ricco paesaggio naturale dove un sentiero pedonale permette di inoltrarsi nei boschi e se si è fortunati anche di vedere la numerosa e variegata avifauna. Non mancano un'ampia spiaggia con attrezzati stabilimenti balneari e la possibilità di sport acquatici come il kite surfing e il windsurf grazie alle correnti marine e all'esposizione al vento.
Il Lido di Volano (insieme a Codigoro, Goro, Migliarino e Ravenna) fu ripreso in Un ettaro di cielo (1958, vedi qui il film completo):

film d'esordio in veste di regista del  giornalista e documentarista Aglauco Casadio e che andò così male – incassò solo 67 milioni di lire – che il regista riuscì a fare solo un altro film ossia Cinque leoni un soldo (1961), andato malissimo pure questo, tanto che a Casadio non furono più offerti siffatti lavori. Racconta di una fiera che si tiene ogni anno e che richiama un gran numero di venditori e ciarlatani, fra cui Severino (Marcello Mastroianni) il quale già che c'è  corteggia la giovane Marina (Rosanna Schiaffino) che però gli dà del filo da torcere. Una sera Severino racconta a un gruppo di amici vecchietti della zona che a Roma si stanno vendendo lotti di cielo, ma invece di ridere delle sue fantasie quei gonzi prendono la cosa sul serio e decidono di anticipargli una modesta somma per acquistare appunto un ettaro di cielo. Non vedendo l’ora di prenderne possesso decidono addirittura di andare nelle paludi con un barcone e buttarvisi per morire affogati, ma il piano non va come previsto. Al film collaborarono Ennio Flaiano per la sceneggiatura e Nino Rota per la musica. Raccontò Mastroianni: "È un film cui sono legato da affetto, come accade per i lavori che hanno avuto meno esito popolare (...) fu anche l'esordio, o quasi, di Tonino Guerra che poi è diventato uno dei più bravi sceneggiatori italiani. (...) Il film era una fiaba curiosa e mi piaceva moltissimo, era interessante, però forse poco credibile per il pubblico che è abituato a cose molto più tangibili, poco propenso a fatti fantastici".
Poco a sud del Lido di Volano c'è un'area detta di Valle Bertuzzi, costituita da tre bacini di acqua salmastra: Valle Bertuzzi, Valle Nuova e Val Cantone. Fu la location – fra nugoli di zanzare e altri insetti – del film Le strelle nel fosso (1979), qui uno spezzone:

di Pupi Avati, ambientato nel XVIII secolo e realizzato su un soggetto di poche righe. E' una favola di campagna dal sapore surreale, bucolica e fiabesca. Ottenne il primo premio al Festival di Valladolid, però al  botteghino andò malissimo, con gran rammarico di Avati, il quale anni dopo disse: "Probabilmente il più bel film che abbia mai fatto in vita mia, sicuramente il più sfortunato. Nessuno o quasi l'ha visto".

Una scena di Le strelle nel fosso



Affascinato dall'idea, il regista affittò un baule di costumi del '700, radunò una piccola troupe senza grandi promesse di guadagni e scritturò pochi amici e fedeli attori, come il già consolidato trio Lino Capolicchio, Carlo Delle Piane e Gianni Cavina. Ecco la trama: l'anziano vedovo Giove vive insieme ai quattro figli, ormai grandi, in una casa isolata fra acquitrini e canneti. Di vita mondana, pertanto, non è che ne facciano. Anzi, praticamente non vedono mai nessuno, donne incluse. E quando una notte si ferma inaspettatamente da loro la bella pianista Olimpia (interpretata da Roberta Paladini, che nel film canta Al streli in tal foss, appositamente scritta da Avati) – il cui carro con pianoforte si è impantanato –, per i cinque è quasi un sogno. La ragazza sta con loro alcuni giorni e si trova così bene che, senza troppe formalità, se li sposa tutti e cinque, con tanto di festa che dura un giorno e gran parte della notte. Ma al mattino Olimpia non c'è più, è ripartita col suo carro. Tributo di Avati all’antica tradizione contadina, nel film ci sono anche storie antiche e leggende popolari tratte da tradizioni emiliane reali, ormai dimenticate. La casa – esattamente un antico casone che forse un tempo fu la sede del monastero di Cella Volana – in cui si svolge il film esiste tuttora. E' in Val Cantone. Avati raccontò: "Dovevamo trovare una casa abbandonata in mezzo all’acqua. Una casa che fosse in una condizione naturale tale da giustificare una grande favola contadina del Settecento. Andai a fare i sopralluoghi. Camminavamo, giravamo sulle barche e alla fine di dieci giorni di sopralluoghi gli altri si erano arresi, perché la casa non si trovava. Io ostinatamente mi son detto: questa casa c’è, ho scritto la storia e quindi la casa c’è. E dopo due chilometri, dall’altra parte della palude, trovammo la casa!". Per chiudere con il Lido di Volano segnaliamo che il Bagno Jamaica fu il set cinematografico per il finale dell'episodio ferrarese del già citato film Al di là delle nuvole, diretto da Michelangelo Antonioni con la collaborazione di Wim Wenders. Sempre in questo Lido nel 2004 Silvio Soldini diresse parte del film Agata e la tempesta, nell’immaginaria località di Cicognara.
La casa, oggi rudere, costruita per il citato prima L'Agnese va a morire la si vede sullo sfondo pure in una scena di Bambola (1996), qui uno spezzone:

di Bigas Luna. Qui per forza di cose bisogna fare un approfondimento. Allora, Bigas Luna era sicuramente sensibile, per usare un eufemismo, alle storie di sesso, con l'eros al centro dei suoi film e di ogni narrazione, fra tripudi di carnalità e amplessi selvaggi in tutte le salse. Per esempio in Tatuaje (1976) in cui affrontava il tabù dell'incesto, in La chiamavano Bilbao (1978), storia di un assassino sessualmente ossessionato da una donna e che prima la violenta e poi la uccide, e in Caniche (1979) in cui tratta la sodomia nei confronti degli animali. Ecco la trama di Bambola: la procace Mina detta "Bambola" – interpretata (si fa per dire...) da Valeria Marini nel suo primo ruolo drammatico – ha la madre, Greta, un po' svitata, la quale, sovente in preda ai fumi dell'alcol, passa il tempo a sparare alle bombole del gas. Ovviamente alla fine esplodono. La madre (Anita Ekberg) defunge, non per l'esplosione ma di cirrosi epatica, tanto che poi viene inquadrata la sua tomba e la relativa lapide con inciso il nome Greta Gustafsson. Ecco quindi una sorta d'involontario cameo post-mortem, in quanto così si chiamava veramente la diva Greta Garbo. Questa però è l'unica cosa che unisce in qualche modo il film al Grande Cinema.
Comunque sia, Bambola ha come amica la capretta Amalia con la quale girovaga. Racconta che  "Andare con Amalia a comprare le anguille era una delle cose che mi piacevano di più". Fatto sta che appena 5 minuti e 19 secondi dopo l'inizio del film la capretta è belle che morta. Si sospetta che, a causa del livello dei dialoghi, si sia suicidata. Bambola ha per fortuna un fratello, gay, con il quale apre una pizzeria grazie ai soldi di uno spasimante della ragazza, da lei sentimentalmente del tutto ignorato. I tre un giorno vanno all'acqua-park, appare il bellimbusto Settimio che litiga con lo spasimante e questo muore battendo la testa durante la rissa. Settimio finisce in galera dove conosce il malvivente Furio. Gli fa vedere la foto di Bambola – romanticamente fattasi fotografare mezza nuda a cavallo di una gigantesca mortadella, visto che è pura e casta – e quello decide che lei sarà la sua donna (in senso carnale) e che Settimio d'ora in poi farà bene a pensare ad altro. E, per dargli un indirizzo, lo fa sodomizzare da due detenuti. Per delle ragioni imperscrutabili, Bambola, andata a visitare in carcere Furio, viene da lui stuprata in una stanzetta senza che nessuno se ne accorga o li disturbi. Bambola torna a casa e racconta il fatto al fratello, confidandogli (a chi sennò? Non dimentichiamo che l'amica capretta Amalia è morta): "Sono confusa… perché mi è piaciuTTo". Difatti la Marini è cresciuta in Sardegna e per i sardi le doppie sono da sempre un problema. Furio viene rilasciato per buona condotta e appena uscito dal carcere raggiunge Bambola dimostrandole tutti i suoi sentimenti. Come? Picchiandola e stuprandola in continuazione nonché, nei ritagli di tempo, torturando la nuova capretta della donna. E il fratello dov'è? Spesso in carcere a trovare il non più dolorante Settimio, il quale ha scoperto di essere omosessuale, tanto che i due si fidanzano.
Mitica la scena in cui Furio, nell'ennesimo brutale rapporto sessuale con Bambola (a lei piace così), stanco di metterci del suo, la rovescia a terra mentre lei sta preparando pietanze a base di anguille (ovvio) e la stupra proprio con una di queste, esattamente un capitone ancora vivo. Da quadro, direi bucolico-peschiero, la scena successiva, con la Marini a terra mezza nuda, fra pomodori e peperoni sparsi e un'esausta anguilla ansante. Per farla breve, Furio viene infine ucciso a fucilate dal fratello di Bambola, che si accasa more uxorio con Settimio. Bambola invece se ne va, in cerca di una vita diversa, senza portare con sé la capretta. E neppure l'anguilla, non siate maliziosi!

Valeria Marini in una scena di  Bambola.  



Dopo la presentazione del film fu un massacro, per Bigas Luna e per la Marini. E dire che lei ce l'aveva messa tutta. Convinta, aveva detto: "Credo di essere la reincarnazione di una diva del passato. Me ne convinco ogni giorno di più. Quando affronto un nuovo lavoro, mi viene tutto naturale, come se in un'altra vita avessi già fatto tutte queste cose" (!!!!). Del film ecco cosa disse Paolo Villaggio: "Di Bambola non fatemi dire nulla. Valeria è mia amica. Ho apprezzato la recitazione delle caprette e delle  anguille". Della Marini ecco cosa disse lo stesso Bigas Luna: "Valeria somiglia a una Rolls Royce con dentro il motore di una Cinquecento". E poi Andrea Barbato: "La Marini è una bellissima donna, non priva di qualche barlume di intelletto". E Tullio Kezich: "Se di Katharine Hepburn un critico scrisse, negli anni Trenta, che le sue espressioni andavano da A a B, cosa dovrei scrivere sulla gamma recitativa della Marini?". Il più comprensivo fu Franco Zeffirelli: "Dopo la Loren e la Lollo c'è sicuramente lei", però non sappiamo a cosa si riferisse. I giornalisti, checché se ne dica, furono i più obiettivi: "Impossibile giudicare la statura artistica dell'imponente e seminuda Valeria Marini; quando non si strofina addosso le anguille sta sempre carponi" (Massimo Bertarelli, Il giornale, 6 febbraio 2001). Bambola  comunque merita di essere menzionato almeno per la suggestione e la bellezza del paesaggio delle valli, e la pizzeria gestita dai protagonisti è lì, proprio su quell’acqua salmastra che si insinua fra le campagne e fa sognare registi e i pochi spettatori.
Le Valli di Comacchio, comprendenti i territori non solo di Comacchio ma pure di Ravenna e Argenta, sono uno straordinario ecosistema che si estende per oltre 13.000 ettari, parallelo al Mare Adriatico e separato da quest’ultimo da una fascia costiera delimitata a nord dal Po di Volano e a sud dal Reno. Le Valli di Comacchio, facenti parte del Parco del Delta del Po, prima erano molto più vaste – circa 50.000 ettari nel XVI secolo – ma progressivamente furono in gran parte bonificate. Per la loro particolare bellezza e per essere state crocevia di numerose vicende storiche in passato, sono state scelte dai registi come location per ambientare le scene esterne di numerosi film, non necessariamente ambientati nel medesimo luogo. La fuga verso Venezia della fedele compagna di Giuseppe Garibaldi è raccontata nel film Anita Garibaldi (1910), diretto da Mario Caserini e che narra come può (è muto...) questa storia vera, conclusasi, per quanto riguardò Anita, proprio in questa zona. Difatti la moglie di Garibaldi il 4 agosto 1849 morì di febbre a Mandriole, frazione di Ravenna separata dal fiume Reno dalle Valli di Comacchio. Il luogo in cui fu parzialmente e sbrigativamente sepolta (il corpo poi fu trasferito) da Garibaldi, in fuga dai soldati nemici, è indicato tuttora dal Cippo di Anita Garibaldi.
Caratterizzato dal corso maestoso e solenne del fiume che ha dipinto e plasmato questi luoghi, il Parco del Delta del Po della regione Emilia Romagna fu istituito nel 1988 e dal 1999 rientra nei Patrimoni mondiali dell’UNESCO. Vasto circa 54.000 ettari, comprende parte delle province di Ferrara e Ravenna e racchiude storia, cultura, natura, sport, gastronomia e tanto altro. Negli ultimi 4000 anni il Po ha cambiato più volte il suo corso, soprattutto nella parte finale, modificando continuamente la conformazione del Delta. Lagune, aree umide, oasi, spiagge, saline, boschi secolari e pinete compongono un intreccio di paesaggi sospesi tra terra e acque dolci e salate, che fanno gola ai turisti che ogni anno si avventurano per scoprirne le bellezze, ideale meta per chi cerca qualcosa di insolito e soprattutto per gli amanti della natura e del turismo nel pieno rispetto dell’ambiente. Lunghe camminate a piedi, percorsi ciclabili, in barca, bird watching, passeggiate a cavallo. Queste, tra le numerose opportunità. Tuttavia l'insediamento umano in un territorio difficile come questo non fu cosa semplice, in quanto  paludoso e malarico, caratterizzato dalla necessità di continue manutenzioni degli argini e dei canali per via di alluvioni, abbassamento del terreno emerso e  insabbiamento dei corsi d'acqua. Tuttavia quello stesso territorio dava vantaggi, poiché era molto pescoso, vi era agevole l'approdo per le navi e inoltre grazie al Po era ben collegato con l'interno della Pianura Padana.
Come accennato prima le Valli di Comacchio, nel Parco del Delta del Po, prima erano molto più vaste. Ma anche così sono state al centro di molti film, come Un'anguilla da 300 milioni (1971), qui:

ottimo film di Salvatore Samperi e con un cast di tutto rispetto comprendente Lino Toffolo, Mario Adorf (senza dubbio i migliori in questo film), Ottavia Piccolo, Gabriele Ferzetti, Senta Berger e Ricky Gianco. La trama, ambientata a Caorle (e buona parte del film lì fu girata) racconta di una ragazza sequestrata che, nell'attesa del pagamento del riscatto, viene affidata in custodia a un bracconiere veneto, con il quale simpatizza. Tuttavia la ragazza si rivelerà nient'affatto adatta alla parte della vittima tanto che... Meglio vederlo, inizia come una simpatica commedia ma alla fine c'è un colpo di scena che lascia l'amaro in bocca. Toffolo interpreta il bracconiere, soprattutto di anguille. Un personaggio come ne esistevano – e ne esistono – tanti in quelle zone, chiamati "fiocinini", pescatori di frodo che di notte si muovevano a bordo dei vulicepi, sorta di canoa di legno leggerissimo, perfetta per essere trasportata sulle spalle e su terraferma in caso di fuga. Non per nulla la si chiamava anche "saltafossi". A volte i fiocinini venivano presi dai guardiacaccia e finivano in cella per pochi giorni, a volte uscendo addirittura di notte con la complicità (la fame unisce le fazioni) delle guardie stesse, pagate con una parte del bottino all'alba, quando ritornavano tranquillamente in cella. A volte avevano addirittura le chiavi della prigione! Famoso Policronio Norbi, pescatore di frodo di Comacchio finito in galera per ben 83 volte e morto a 93 anni durante le bonifiche degli anni '60.
Le Valli di Comacchio in genere per alcune scene sono state la location anche di San Michele aveva un gallo (1973):

di Paolo Taviani, Permettete signora che ami vostra figlia? (1974) di Gian Luigi  Polidoro, Miranda (1985) di Tinto  Brass, Donne armate (1990) di Sergio  Corbucci, In nome del popolo sovrano (1990) di Luigi Magni, Le mosche in testa (1992) di Maria Daria  Menozzi, In fuga per la vita (1993) di Gianfranco Albano, Il toro (1994) di Carlo Mazzacurati, Passaggio per il paradiso (1996) di Antonio Baiocco, Koppia (1997) di Michele Fasano, L'estate di Davide (1998) di Carlo Mazzacurati. Nel 2009 andò in onda su Rai1 il film in due parti Mal’aria, diretto da Paolo Bianchini. Racconta la storia del dottor Carlo Rambelli (Ettore Bassi), ispettore ministeriale della Sanità, che nel 1925 viene invitato nelle Valli di Comacchio dove avvengono delle morti misteriose dovute a una epidemia di malaria. Si ritrova presto in un contesto contadino povero, rassegnato e superstizioso, e ad affrontare una serie di morti violente che coinvolgono medici. La gente del posto sospetta che le morti siano opera di una malvagia divinità palustre, la Borda, che si oppone alla bonifica e su cui Rambelli indaga mettendo a rischio la sua vita. Trova infine la soluzione grazie all'aiuto di Elsa (Sarah Felberbaum), una ragazza bellissima e povera. Nove le settimane di riprese realizzate nelle Valli di Comacchio e in altre zone del Delta del Po. Interessanti le riprese dell'ultima scena del film: attori e comparse dovevano avanzare e affondare nell’acqua della palude e per questo la produzione, con l’aiuto della direzione del Parco del Delta del Po,  riempì di acqua marina una salina prosciugata per ricreare una palude naturale molto grande e girare alla luce delle fiaccole l’ultimo ciak. Il 14 luglio invece nessun artifizio per la tempesta scatenata sul set e che vide la troupe costretta a sospendere le riprese e adoperarsi invece per liberare i camion e le macchine di scena dalla melma. A proposito di automobili, quelle utilizzate nelle scene furono messe a disposizione dai numerosi collezionisti della regione, ed erano perfettamente funzionanti. L’amministrazione del parco mise invece a disposizione barche, carri e capanne. Molto scenografici gli effetti speciali, come per esempio l’esplosione nella palude che uccide due personaggi della storia.

Locandine dei film girati in questa location

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Location in Emilia Romagna

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