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Ravenna




Il territorio comunale di Ravenna quanto a superficie è il secondo in Italia. Solo Roma l'ha più esteso. Non basta, Ravenna è stata tre volte capitale, nell'ordine, dell'Impero Romano d'Occidente, del Regno degli Ostrogoti e dell'Esarcato Bizantino. L'importanza di Ravenna del resto è antica. Durante l'impero romano fu scavata la Fossa Augustea, ossia un canale che collegava il Po con il sud di Ravenna, e qui fu fondato il porto di Classe, contenente fino a 250 triremi e 10.000 marinai. E la città fu potente anche successivamente. Otto fra i monumenti più importanti del periodo paleocristiano e bizantino, in città e nella zona adiacente, sono stati dichiarati Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO. Pertanto, come si capirà, la storia e l'arte qui sono di casa. Vi sono basiliche, battisteri, mausolei e antichi palazzi, tutti esempi di architettura ravennate, un miscuglio di elementi romani e orientali. E poi i mosaici, che hanno contribuito ad accrescere la fama della città. In via Fiandrini Benedetto si trova il Mausoleo di Galla Placidia (386-452), donna di non poca influenza visto che fu imperatrice romana, figlia di un imperatore, sorella di due imperatori, nipote di tre imperatori, moglie di un re e di un imperatore, madre di un imperatore e pure zia di due imperatori. Fatto sta che Galla Placidia non riposa nel Mausoleo, essendo morta a Roma.
E proprio nella capitale, precisamente negli studi di Cinecittà, fu ricostruito in parte il Mausoleo in cui furono girate scene di Attila (1954), vedi il film completo:

diretto da Pietro Francisci e interpretato da Anthony Quinn, Sophia Loren, Irene Papas, Henri Vidal e Colette Règis nella parte di Galla Placidia. Questo kolossal di scarso successo (ma tutto sommato godibile), dalla trama parecchio romanzata, fu il primo film in cui l'allora diciottenne Sophia Loren lavorò a fianco di una star hollywoodiana e cioè Anthony Quinn. Tuttavia, ripeto, fa riferimento a Ravenna ma non vi fu girato. Nelle vicinanze del Mausoleo si trova la Basilica di San Vitale, importante esempio di arte paleocristiana in Italia e uno degli edifici più importanti di Ravenna, edificato nel VI secolo. Anche qui, i mosaici decorano molti elementi architettonici interni e raffigurano scene religiose e della vita di corte.

La Basilica di San Vitale

La Basilica fu uno dei set di Teodora, imperatrice di Bisanzio (1954), qui il film completo:

film diretto da Riccardo Freda e dalla trama pseudostorica, anzi quasi completamente inventata di sana pianta. Ravenna già prima era stata ripresa, addirittura nel 1921 (Santa Maria in Porto, pineta di San Vitale), nel film muto La mirabile visione di Luigi Sapelli, realizzato per commemorare il VI centenario della morte di Dante. Fu prodotto dalla TEPSI, fondata nel 1915 a Roma e specializzata nel genere storico-letterario, con grandi finanziamenti e operazioni pubblicitarie, ma senza raggiungere un grande successo, forse pregiudicato da una stentata distribuzione. Uscito dalle programmazioni tornò sugli schermi durante il periodo fascista, che lo giudicò "strumento di alta propaganda spirituale e nazionale", ricevendo così le desiderate attenzioni della stampa e lusinghiere recensioni. Il film, diviso in più episodi, dedica a Ravenna quello dal titolo Ravenna. La tragedia dell’amore. Paolo e Francesca. Alcune scene ritraggono la Basilica di Santa Maria in Porto.
Altro film con riprese in città – in particolare la foce del fiume Reno – è Camicie rosse (1952), qui uno spezzone:

diretto da Goffredo Alessandrini. Prima di trattare questo film bisogna fare una breve descrizione di Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva, meglio conosciuta come Anita Garibaldi. Ana Maria era figlia di un mandriano e per questo motivo fin da bambina fu un'eccezionale cavallerizza. Bellissima, amante della natura, tanto emancipata da fare il bagno nuda in mare senza curarsi della reazione scandalizzata della gente e della stessa madre, tanto coraggiosa e determinata da prendere a calci e poi denunciare un uomo che l'aveva molestata e toccata, fatta sposare di forza a un uomo parecchio più anziano poi andatosene chissà dove, Anita era una forza della natura che non sopportava i prepotenti tiranni e simpatizzava per i ribelli. Giuseppe Garibaldi, atletico, biondo e ai cui piedi le donne cadevano a mucchi, era il classico "tombeur de femmes". Eppure quando nel 1839 la vide a Laguna – con un cannocchiale, poiché si trovava sulla nave "Itaparica" – non esitò a sbarcare e cercarla. La trovò. La diciottenne Ana Maria era di una selvaggia bellezza, alta, col volto ovale, i grandi occhi neri e i seni prosperosi. Garibaldi, allora trentaduenne, la guardò e le disse semplicemente, in italiano, "Tu devi essere mia". E così fu. Insomma, Garibaldi la pensò come tanti italiani di oggi, ai quali di certo non manca la propensione per le brasiliane.
Soprannominata Anita dallo stesso Garibaldi (che poi sposò), lo seguì alla volta dell'Italia, insieme a Guerrillo. Chi era? Il cane di Garibaldi. Durante la battaglia di San Antonio (Uruguay) del febbraio 1846, dalle file argentine sbucò un cane, correndo verso le linee nemiche capeggiate da Garibaldi, ma fu ferito da un colpo di fucile e allora Garibaldi lo soccorse e gli fece (vanamente) curare la zampa spezzata, chiamandolo poi Guerrillo. L'animale si affezionò molto all'italiano, e lo seguiva ovunque pur camminando a tre zampe. Accompagnò il padrone anche in Italia, dove morì probabilmente durante l'assedio di Roma del 1849. Per chi non lo sapesse, Giuseppe Garibaldi, oltre a essere l'Eroe dei Due Mondi, era anche un amante degli animali, tanto da essere il fondatore e primo presidente nel 1871 della Società Reale per la Protezione degli Animali, poi divenuta l'Ente nazionale protezione animali. Tornando ad Anita, era un vero fegataccio che accompagnava il marito persino in battaglia e che più volte sfuggì alla morte in situazioni rocambolesche – per esempio, dopo soli dodici giorni dal parto del figlio concepito con Garibaldi, scappò dai soldati nemici saltando dalla finestra, arraffò un cavallo e fuggì nella foresta, sopravvivendo col figlioletto per quattro giorni senza cibo – e fu con Garibaldi anche quando questi, in difficoltà militare, si rifugiò a San Marino. Ma proseguendo, Anita si ammalò nelle Valli di Comacchio e morì infine a soli 28 anni a Ravenna, venendo sbrigativamente – Garibaldi non voleva abbandonarla ma fu costretto dai suoi compagni poiché inseguito da presso dalle truppe nemiche – sepolta nella sabbia, dove fu ritrovata giorni dopo. I suoi resti dal 1932 sono nel basamento del monumento equestre eretto in suo onore sul Gianicolo, a Roma.

Anita Garibaldi, unico ritratto dal vivo esistente (fatto a Montevideo nel 1845)


Tutto questo per sottolineare che donna fosse Anita. Bella, sanguigna, appassionata, irruenta. Bene, chi poteva interpretarla meglio di Anna Magnani nel film Camicie rosse, di cui peraltro l'attrice era pure sceneggiatrice insieme all'amica Suso Cecchi D'Amico?

Anna Magnani, Raf Vallone e Alain Cuny in una scena di Camicie Rosse


Il problema fu che la Magnani diede giustamente molto vigore al personaggio di Anita, mettendo in secondo piano quello di Garibaldi, interpretato dal pur bravo Raf Vallone. Ma questo passi. Il vero problema fu che lei e il regista del film Goffredo Alessandrini litigavano spesso, essendo ex coniugi. Il loro era stato un rapporto appassionato ma difficile, costellato di litigi e riappacificazioni, abbandoni e riavvicinamenti. La Magnani era inquieta, assetata di affetto, morbosamente esclusivista nei sentimenti, e sospettava che  il marito non l'amasse e che la tradisse con quelle che lei definiva  "divazze", ossia giovani e belle attrici o aspiranti tali pronte a tutto o quasi pur di fare carriera. In effetti la rottura definitiva del matrimonio, durato 8 anni, avvenne a causa dell'innamoramento di Alessandrini per Regina Bianchi, giovanissima attrice napoletana conosciuta sul set di uno dei suoi film, Il ponte di vetro. Per sottolineare il carattere della Magnani, dopo la separazione Alessandrini le regalò una cavalla, affermando che era come lei, indomita e selvaggia. Fatto sta che durante le riprese di  Camicie rosse Alessandrini mollò il film, che dovette essere portato a termine da un allora giovane e promettente aiuto regista: Francesco Rosi.
In seguito Ravenna (Ricovero Garibaldi, esterno della Basilica di Santa Maria in Porto, via Rubicone, via Pamphilia) fu una delle location  del drammatico Il grido (1957) di Michelangelo Antonioni. Si tratta di un'opera che certo non si confà a chi guarda i film per tirarsi su di morale. L'operaio Aldo convive con Irma, sposata ma il cui marito è emigrato da molti anni all'estero, e con lei ha avuto una bambina. Poi si viene sapere che il marito è morto. Aldo allora vorrebbe sposarla, però Irma rifiuta, adducendo due fatti che demotiverebbero qualunque innamorato. Primo, non lo ama più. E secondo – forse aveva dimenticato di dirglielo – ha da tempo una relazione con un altro. Il basito Aldo allora se ne va accompagnato dalla bambina e cerca di farsi una nuova vita. Dopo tutta una serie di peripezie sentimentali da fare rizzare i capelli torna al paese da cui era partito, vede Irma con un nuovo pargolo (ma di un altro) e finalmente prende il volo. "Volo" non inteso come definitivo allontanamento, ma letterale, visto che si suicida buttandosi giù da una torre. Che volete, in quegli anni un film se non era drammatico e non finiva male non piaceva a nessuno. Di sicuro non piaceva essere schiaffeggiata alla bella interprete di Irma, ossia  Alida Valli, la quale appunto in una scena veniva malmenata da Aldo, interpretato dall’attore americano Steve Cochrain. Quest'ultimo aveva spesso a che dire con Antonioni a proposito dell'interpretazione, insomma non si  intendevano, e fu così che quegli schiaffi pur dati con notevole vigore per essere realistici non convincevano ora l'uno ora l'altro e così si ripeteva la scena (vedi qui):

Tanto chi se li beccava era la Valli, la quale alla fine fu, diciamo, un pochino contrariata. Antonioni, quando non provocava il pestaggio della Valli, si guardava intorno e un giorno notò una ragazza di spalle e le disse – con incredibile fantasia... – "Ha una bella nuca, potrebbe fare del cinema". Del resto si sa che noi uomini, notando una bella ragazza di spalle, veniamo colpiti proprio dalla nuca. Chessò, ecco Jennifer Lopez e noi subito a pensare "Che graziosa nuca..." (vedi qui):

Comunque sia, si trattava di Monica Vitti, allora giovane attrice di teatro e che doppiava Dorian Gray nel film. Con Antonioni ebbe una lunga storia sentimentale e anche professionale.
Prima, fra le location de Il grido, citavamo  la Basilica di Santa Maria in Porto, ma non crediate che si trovi, appunto, nel porto, poiché il centro città non è sul mare, che dista circa 8 km. La Basilica, del XVI secolo, si trova nel centro storico in via Roma, non lontano da Porta Nuova. È sede del Santuario della Madonna Greca, patrona di Ravenna, e custodisce un bassorilievo bizantino in marmo a immagine appunto della Madonna Greca e proveniente da Costantinopoli. La trovarono  i monaci sulla spiaggia italiana, nell'XI secolo.  Ravenna è collegata al mare per mezzo del Canale Candiano, scavato nella prima metà del XVIII secolo e navigabile per navi fino a 10 metri di pescaggio. Proprio il canale suddivide le spiagge di Ravenna nei Lidi Nord (Casal Borsetti, Marina Romea e Porto Corsini) e Lidi Sud (Marina di Ravenna, Punta Marina Terme, Lido Adriano, Lido di Dante, Lido di Classe e Lido di Savio).
Gli abitanti di Alfonsine, comune dell'entroterra, hanno sempre chiamato il loro sbocco al mare Casal Baronia, poiché Baronia era il nome della società fondata nel 1797 dal banchiere Domenico Baronia, il quale acquistò tutti i terreni che da Ravenna arrivavano fino al Po di Primaro. Fu solo nel 1917 che il comune di Ravenna decise di rinominare Casal Borsetti quell’aggregato di case che stava crescendo attorno a Casal Baronia. Il nuovo nome fa riferimento al casello che serviva da luogo di sosta e ristoro per le pattuglie che vigilavano il litorale. Fu abitazione e sede lavorativa alla fine dell'800 del signor Borsetti, custode, doganiere e infine pure calzolaio, visto che camminando a piedi su quei percorsi le scarpe si logoravano.  Poco più a sud negli anni '50 si sviluppò una nuova località turistica, Marina di Romea, nata come lido balneare con la costruzione nel 1953 delle prime infrastrutture, prima fra tutte l’Hotel Corallo, seguito dal Columbia e dal Millepini. La pineta e la laguna che ancora oggi circondano la frazione sono due delle attrazioni di maggior richiamo soprattutto del turismo naturalistico. Accanto all’Hotel Columbia (e alla Caserma Garibaldi, via Roma) nel 1946 Giuseppe De Santis diresse  alcune scene del film Caccia Tragica (qui uno spezzone):

interpretato da Massimo Girotti, Andrea Checchi, Carla Del Poggio e Vivi Gioi. Altre riprese riguardarono la Valli di Comacchio. De Santis, già autore della sceneggiatura di Ossessione di Visconti, realizzò questo suo primo lungometraggio grazie all'Associazione nazionale partigiani d’Italia che finanziò la produzione nella speranza di vedere una pellicola che mostrasse la dura vita dei lavoratori delle cooperative agricole. Caccia Tragica fu premiato nel 1947 con il Nastro d’Argento per la Migliore regia (ex aequo con Alberto Lattuada, regista de Il delitto di Giovanni Episcopo) e alla Migliore attrice (Vivi Gioi) e con il Premio della Presidenza del Consiglio dei Ministri al Migliore film italiano al Festival di Venezia.

Una scena di Caccia tragica


Proseguendo lungo la costa, appena a sud del Canale Candiano, si trova Marina di Ravenna, con il suo grande porto turistico, la lunga spiaggia e l'immancabile pineta alle spalle. Prima l'economia si basava sulla pesca, poi nel 1872 nacque il primo stabilimento balneare, negli anni '20 fu la volta della costruzione del Grand Hotel Pineta e della Colonia marina, per ospitare i bambini nelle vacanze estive, e di molte altre strutture ricettive. La definitiva consacrazione avvenne negli anni '50 e '60, quando il lido divenne una località balneare tra le più frequentate e apprezzate della Riviera Romagnola. La fama di Marina di Ravenna è cresciuta da quando è diventata meta di molti giovani turisti, che scelgono il lido per animare la vita notturna sulle spiagge, frequentando i locali alla moda per happy hour e feste in riva al mare. Un'alternativa alle classiche discoteche sono gli stabilimenti balneari, che danno vita a lunghe notti di divertimenti. Se i locali attirano i giovani turisti, la natura che circonda Marina di Ravenna attrasse registi le cui opere ci mostrano oggi come il territorio sia cambiato in poco tempo.
Nel 1964 Michelangelo Antonioni, con la collaborazione di Tonino Guerra in fase di sceneggiatura e la fotografia di Carlo di Palma,  realizzò il lento, pesante e noioso (però i critici lo definiscono capolavoro) Deserto Rosso, nono lungometraggio del regista, con cui vinse, a nostro parere inspiegabilmente (vedi qui uno spezzone):

il Leone D’Oro alla Mostra di Venezia. Il film racconta il tentativo di Giuliana (Monica Vitti) di trovare una via d’uscita dall’isolamento provocato dallo choc per un incidente d’auto. Col marito non è che le cose vadano bene. Si fa l'amante, ossia Corrado, collega del marito, ma neppure quello va bene. Si ammala di depressione quando il figlio finge di avere una grave malattia. Giuliana tenta allora il suicidio, e manco questo va bene perché non muore. Insomma, parafrasando una battuta di Woody Allen nel film Amore e guerra (1975) – prima di una battaglia erano in 10.000 ma rimangono vivi solo in 14 e un prete ha il coraggio di dire che "Dio era con loro" –, poteva andare anche peggio. Sì, poteva piovere! (vedi qui):

Nel film Antonioni si avvalse di tecniche all’avanguardia per far risaltare i colori che a suo parere meglio rappresentavano le angosce della protagonista. Così vediamo vere e proprie colorazioni del paesaggio, principalmente quello della zona industriale di Ravenna, ma anche strade e boschi colorati di grigi nebbiosi. Il film si svolge sul litorale adriatico, costeggiando il Canale Candiano che porta all’ampia zona industriale, con la spiaggia a ridosso  della pineta di San Vitale e i suoi capanni sull’argine del porto-canale (Porto Corsini). Proprio in uno di questi capanni da pesca si svolge una delle scene più importanti e affollate del film, dove sono coinvolti quasi tutti i personaggi.

Zona industriale di Ravenna, una scena di Deserto Rosso


Una delle scene del film I Pavoni di  Luciano Manuzzi – la trama narra la vera storia di Pietro Maso, che per continuare a fare la bella vita sterminò la famiglia (ma nel Veronese) negli anni '80 – si svolge al mercato del pesce di Marina di Ravenna, sul Molo Dalmazia. La frazione fu anche una delle location di Festa di laurea (1985), qui il film completo:

di Pupi Avati. Ambientata nella riviera romagnola del 1950, la pellicola racconta la preparazione di una festa di laurea da parte del pasticcere Vanni, segretamente innamorato di una signora dell'alta borghesia, madre della festeggiata. Si mette all’opera aiutato dal figlio, da due ragazzi orfani adottati dalla moglie, da alcuni sfollati che avevano abusivamente occupato il casale e da altri collaboratori occasionali. Peccato che il risultato sarà un disastro. L’idea per questo film è nata durante la festa di amici a cui partecipò Pupi Avati, durante la quale furono proiettati alcuni filmati in 16 mm: uno di questi raccontava una storia all’epoca molto nota a Bologna, quella di una ragazza della buona borghesia di Rimini che asseriva di essersi laureata a Bologna, mentre invece aveva falsificato il libretto approfittando della confusione del dopoguerra. Il filmino si intitolava proprio "Festa di laurea". A Ravenna furono filmate anche scene di Un amore perfetto (2001) di Valerio Andrei nonché della serie televisiva trasmessa da Rai2 Nebbie e delitti (2007), diretta da Riccardo Donna e con Luca Barbareschi e Natasha Stefanenko.
Percorrendo pochi chilometri verso l’entroterra si arriva a Ravenna. Passeggiare in città significa leggerne la storia, tra torri campanarie e chiostri, passando dal romanico al gotico, dagli affreschi giotteschi di Santa Chiara al barocco dell’abside di Sant’Apollinare Nuovo, dall’ultimo rifugio di Dante Alighieri ai palazzi degli amori di Lord Byron. A proposito di Dante, è sepolto in città nei pressi del Convento di San Francesco. Vi morì nel 1321 a 56 anni, dopo essersi ammalato di malaria attraversando le paludi di Comacchio. Da menzionare fra i film Paolo e Francesca (1949), qui il film completo:

diretto da Raffaello Matarazzo, con location principale il castello di Gradara nelle Marche ma pure Ravenna e precisamente il Palazzo di Teoderico – conosciuto anche come Teodorico, re degli Ostrogoti dal 474 e re d'Italia dal 493 al 526, morto a Ravenna – e la vicina Rocca Brancaleone che, sarà bene chiarire, non c'entra nulla con il Brancaleone del film di Monicelli. Difatti fu costruita nel XV secolo dai veneziani, divisa nella rocca propriamente detta e la cittadella. Oggi la rocca ospita eventi mentre la cittadella è stata  attrezzata a parco per bambini. Paolo e Francesca racconta la storia, vera e accaduta nel XIII secolo, del prode Gianciotto Malatesta e della bella mogliettina Francesca, la quale lo tradisce col fratello di lui, finché Gianciotto non scopre la tresca e li ammazza. Insomma, è storia di "corna", come tante altre nei millenni.

Una scena di Paolo e Francesca


In piazza del Popolo fu girata una delle scene del piacevole Moglie e buoi (1956) diretto da Leonardo di Mitri, morto lo stesso anno in città. Altre riprese riguardarono via Diaz, piazza del Mercato, la frazione di Classe e la Valle dei Piomboni, località vicina a Ravenna. Commedia leggera e spensierata, racconta di John Cattabriga, ritornato con il figlio dall’America dove ha fatto fortuna, con l'intento di trovargli moglie. Nonostante le molte fanciulle interessate, il ragazzo si innamora proprio di una che vive insieme allo zio fascista, acerrimo nemico di John. Di alto livello il cast, basti dire Gino Cervi, Walter Chiari, Enrico Viarisio e Nino Taranto.
A nord e a sud del Canale Candiano c'è la Pineta di Ravenna, 2000 ettari, tutti nel comune di Ravenna, nonché area protetta del Parco regionale del Delta del Po. La parte chiamata San Vitale (e i castelli di Gradara e San Marino) fu location de Il principe delle volpi (1949), qui in inglese:

di Henry King, con attori del calibro di Tyrone Power, Orson Welles, Everett Sloane e Marina Berti. E' centrato, pur se romanzato, sulla storia dei Borgia nel XVI secolo. Welles partecipò percependo 100.000 dollari, che allora erano parecchi, al fine di incamerare un po' di soldi per terminare le riprese del suo Otello (1952), la cui lavorazione durò ben tre anni. Stessa fine fece l'ingaggio percepito per interpretare il noir Il terzo uomo (1949) diretto da Carol Reed.

Una scena de Il principe delle volpi


A 10 km a nord di Ravenna si trova Punte Alberete, una sorta di foresta allagata con salici, frassini, pioppi e olmi. La si raggiunge percorrendo la strada statale Romea da Ravenna verso Venezia, fino al km 8 dove un cartello fornisce l’indicazione del luogo. Vale la pena seguire il percorso pedonale obbligato, che si inoltra nell’umido bosco e permette di scoprire un angolo naturale molto suggestivo a pochi passi dalla città. Oltre ai tanti turisti ci si inoltrò anche Stefano Mignucci, regista che nel 1995 girò alcune scene del film Banditi. La trama verte su Amos, rivoluzionario ancora in servizio che decide di rapire un ex compagno ora diventato ministro di un governo oppressivo. Sempre alla periferia di Ravenna (oltre che al centro città, in via Cairoli) Roberto Benigni riprese alcune scene in esterna del suo Johnny Stecchino. Nel 2005 infine, esordiente nel lungometraggio, vediamo Stefano Mordini alla regia del film Provincia Meccanica, con Stefano Accorsi e Valentina Cervi, unico e discreto film italiano che quell’anno rappresentò il nostro Paese al Festival del Cinema di Berlino. Il titolo non deve fare pensare, quanto a tema, al noto film del 1971 Arancia Meccanica di Stanley Kubrick. Non ci sono violenze e bande di teppisti ma solo la vita grigia di una famiglia, con problemi vari che provocano nella moglie una crisi depressiva. Insomma, ci sono analogie con Deserto rosso di Antonioni, girato nelle stesse zone del polo industriale di Ravenna che definire amene sarebbe un insulto. Certamente non appetibili turisticamente, queste aree industriali sono state tuttavia location per film a sfondo anche sociale, come nel caso di Chiedo asilo (1979), guarda qui:

di Marco Ferreri e con un giovane Roberto Benigni. Il film fu premiato nel 1980 con l'Orso d'argento, ossia il gran premio della giuria al Festival di Berlino, ma anche il pubblico lo accolse bene visto che nella lista dei 100 maggiori successi in Italia della stagione 1979-80 si piazzò 69°.
A est del centro di Ravenna si incontra la frazione di Punta Marina. L'aspetto di località  balneare di oggi naturalmente nulla ha a che fare con l’aspetto paludoso originario, poiché proprio qui sfociavano i fiumi Ronco e Montone. Soltanto a partire dagli anni '20 del '900 l’abitato cominciò a svilupparsi, con le prime strutture balneari in legno. La località la si vede in Tanabéss (1977), film diretto da Massimiliano Valli e Luisa Pretolani, praticamente autofinanziato, dal budget risicatissimo e conseguentemente distribuito poco e male. Altre riprese cinematografiche e televisive fatte a Ravenna riguardano alcune scene di Un ettaro di cielo (1958), vedi qui il film completo:

film d'esordio in veste di regista del  giornalista e documentarista Aglauco Casadio e che andò così male – incassò solo 67 milioni di lire – che il regista riuscì a fare solo un altro film ossia Cinque leoni un soldo (1961), andato malissimo pure questo, tanto che a Casadio non furono più offerti siffatti lavori. Ambientato a Codigoro (ma girato oltre che a Ravenna anche a Lidi di Volano di Comacchio, Goro e Migliarino), racconta di una fiera che si tiene ogni anno e che richiama un gran numero di venditori e ciarlatani, fra cui Severino (Marcello Mastroianni) il quale già che c'è  corteggia la giovane Marina (Rosanna Schiaffino) che però gli dà del filo da torcere. Una sera Severino racconta a un gruppo di amici vecchietti della zona che a Roma si stanno vendendo lotti di cielo, ma invece di ridere delle sue fantasie quei gonzi prendono la cosa sul serio e decidono di anticipargli una modesta somma per acquistare appunto un ettaro di cielo. Non vedendo l’ora di prenderne possesso decidono addirittura di andare nelle paludi con un barcone e buttarvisi per morire affogati, ma il piano non va come previsto. Al film collaborarono Ennio Flaiano per la sceneggiatura e Nino Rota per la musica. Raccontò Mastroianni: "È un film cui sono legato da affetto, come accade per i lavori che hanno avuto meno esito popolare (...) fu anche l'esordio, o quasi, di Tonino Guerra che poi è diventato uno dei più bravi sceneggiatori italiani. (...) Il film era una fiaba curiosa e mi piaceva moltissimo, era interessante, però forse poco credibile per il pubblico che è abituato a cose molto più tangibili, poco propenso a fatti fantastici".
Ravenna fu location anche di Il tema di Marco (1972) di Massimo Antonelli; La fiera dei sette dolori (1986) di Amerigo Alberani; l'ottimo e pluripremiato La meglio gioventù (2003), diretto da Marco Tullio Giordana e che racconta trentasette anni di storia italiana attraverso le vicende di una famiglia romana, trasmesso da Rai1 in quattro puntate e, orrore!, nei cinema in due atti di tre ore ciascuno; la miniserie televisiva Fine secolo (1999) di  Gianni Lepre, nonché di La ragazza di latta (1970), opera d'esordio alla regia di Marcello Aliprandi la cui trama di satira sociale e fantascientifica fu svolta in modo tale che alcuni critici definirono il film ottimo e altri una boiata pazzesca. E' ambientato a Ravenna. Di sicuro piacque al pubblico molto meno di Rimini Rimini (1987) diretto da Sergio Corbucci, con molti bravi attori e di cui alcune sequenze furono girate a Ravenna, così come fu per Troppo Sole (1994), qui uno spezzone:

di Giuseppe Bertolucci. Anzi, quest'ultimo film ha altri elementi di contatto con i due appena citati. Difatti vi sono molti personaggi come in Rimini Rimini e lo videro in quattro gatti, o forse erano tre, come si verificò per La ragazza di latta. Troppo Sole fu scritto è interpretato da una camaleontica Sabina Guzzanti, la quale insieme a Pietro Formenton e Alberto Osella, della casa di produzione La Banda Magnetica, lo produsse. Anche il soggetto e la sceneggiatura videro la collaborazione tra regista e attrice, che nel film interpreta parecchi personaggi diversi. Fu pure candidata, per ragioni imperscrutabili, come Migliore attrice protagonista ai Nastri d’argento. La trama vede la giornalista Lalla alle prese con un servizio sulla celebre rockstar Matilde, che non facendosi trovare innescherà una serie di incontri tra Lalla e le persone che più le stanno vicine: un cane-lupo (va bene, non era una persona, ma gli mancava solo la parola tanto era intelligente...), una madre analfabeta e una sorella tossicodipendente. Nel film la Guzzanti parodizza alcuni personaggi famosi: la ragazza indemoniata fa riferimento a Regan MacNeil, la bambina del film L’esorcista; la dottoressa che vuole coniugare scienza e matematica richiama Rita Levi Montalcini, mentre Stella di Papà, cantante glabra e a suo modo "maledetta", ricorda molto Skin, leader del gruppo Skunk Anansie. Altro film girato a Ravenna ma che pochi italiani hanno visto è Frauen lügen nicht (1998) diretto da Michael Juncker e con protagonista la bella Jennifer Nitsch – definita la Sharon Stone tedesca – morta a 37 anni cadendo dalla finestra di casa sua nel 2004. Pare si sia trattato di suicidio.

Jennifer Nitsch e Martina Gedeck in Frauen lügen nicht



Il territorio di Ravenna, insieme a quello dei comuni di Argenta e Comacchio, fa parte delle Valli di Comacchio, straordinario ecosistema che si estende per oltre 13.000 ettari, parallelo al Mare Adriatico e separato da quest’ultimo da una fascia costiera delimitata a nord dal Po di Volano e a sud dal Reno. Le Valli di Comacchio, facenti parte del Parco del Delta del Po, prima erano molto più vaste – circa 50.000 ettari nel XVI secolo – ma progressivamente furono in gran parte bonificate. Per la loro particolare bellezza e per essere state crocevia di numerose vicende storiche in passato, sono state scelte dai registi come location per ambientare le scene esterne di numerosi film, non necessariamente ambientati nel medesimo luogo. La fuga verso Venezia della fedele compagna di Giuseppe Garibaldi è raccontata nel film Anita Garibaldi (1910), diretto da Mario Caserini e che narra come può (è muto...) questa storia vera, conclusasi, per quanto riguardò Anita, proprio in questa zona. Difatti la moglie di Garibaldi il 4 agosto 1849 morì di febbre a Mandriole, frazione di Ravenna separata dal fiume Reno dalle Valli di Comacchio. Il luogo in cui fu parzialmente e sbrigativamente sepolta (il corpo poi fu trasferito) da Garibaldi, in fuga dai soldati nemici, è indicato tuttora dal Cippo di Anita Garibaldi. Parte di Agata e la tempesta (2004), diretto da Silvio Soldini, beneficiò delle location di Ravenna (e di Lido di Volano) relativamente alle Valli di Comacchio, anche se nel film il luogo viene indicato con il nome di fantasia di Cicognara. La maggior parte di Agata e la tempesta – interpretato da Licia Maglietta, Giuseppe Battiston, Emilio Solfrizzi e Marina Massironi – tuttavia fu girata a Genova, seppure mai nominata nel film, a Recco e a Londra.
Caratterizzato dal corso maestoso e solenne del fiume che ha dipinto e plasmato questi luoghi, il Parco del Delta del Po della regione Emilia Romagna fu istituito nel 1988 e dal 1999 rientra nei Patrimoni mondiali dell’UNESCO. Vasto circa 54.000 ettari, comprende parte delle province di Ferrara e Ravenna e racchiude storia, cultura, natura, sport, gastronomia e tanto altro. Negli ultimi 4000 anni il Po ha cambiato più volte il suo corso, soprattutto nella parte finale, modificando continuamente la conformazione del Delta. Lagune, aree umide, oasi, spiagge, saline, boschi secolari e pinete compongono un intreccio di paesaggi sospesi tra terra e acque dolci e salate, che fanno gola ai turisti che ogni anno si avventurano per scoprirne le bellezze, ideale meta per chi cerca qualcosa di insolito e soprattutto per gli amanti della natura e del turismo nel pieno rispetto dell’ambiente. Lunghe camminate a piedi, percorsi ciclabili, in barca, bird watching, passeggiate a cavallo. Queste, tra le numerose opportunità. Tuttavia l'insediamento umano in un territorio difficile come questo non fu cosa semplice, in quanto  paludoso e malarico, caratterizzato dalla necessità di continue manutenzioni degli argini e dei canali per via di alluvioni, abbassamento del terreno emerso e  insabbiamento dei corsi d'acqua. Tuttavia quello stesso territorio dava vantaggi, poiché era molto pescoso, vi era agevole l'approdo per le navi e inoltre grazie al Po era ben collegato con l'interno della Pianura Padana.
Come accennato prima le Valli di Comacchio, nel Parco del Delta del Po, prima erano molto più vaste. Ma anche così sono state al centro di molti film, come Un'anguilla da 300 milioni (1971), ottimo film di Salvatore Samperi e con un cast di tutto rispetto comprendente Lino Toffolo, Mario Adorf (senza dubbio i migliori in questo film), Ottavia Piccolo, Gabriele Ferzetti, Senta Berger e Ricky Gianco. La trama, ambientata a Caorle (e buona parte del film lì fu girata) racconta di una ragazza sequestrata che, nell'attesa del pagamento del riscatto, viene affidata in custodia a un bracconiere veneto, con il quale simpatizza. Tuttavia la ragazza si rivelerà nient'affatto adatta alla parte della vittima tanto che... Meglio vederlo, inizia come una simpatica commedia ma alla fine c'è un colpo di scena che lascia l'amaro in bocca. Toffolo interpreta il bracconiere, soprattutto di anguille. Un personaggio come ne esistevano – e ne esistono – tanti in quelle zone, chiamati "fiocinini", pescatori di frodo che di notte si muovevano a bordo dei vulicepi, sorta di canoa di legno leggerissimo, perfetta per essere trasportata sulle spalle e su terraferma in caso di fuga. Non per nulla la si chiamava anche "saltafossi". A volte i fiocinini venivano presi dai guardiacaccia e finivano in cella per pochi giorni, a volte uscendo addirittura di notte con la complicità (la fame unisce le fazioni) delle guardie stesse, pagate con una parte del bottino all'alba, quando ritornavano tranquillamente in cella. A volte avevano addirittura le chiavi della prigione! Famoso Policronio Norbi, pescatore di frodo di Comacchio finito in galera per ben 83 volte e morto a 93 anni durante le bonifiche degli anni '60.
Le Valli di Comacchio in genere per alcune scene sono state la location anche di San Michele aveva un gallo (1973):

di Paolo Taviani, Permettete signora che ami vostra figlia? (1974) di Gian Luigi  Polidoro, Miranda (1985) di Tinto  Brass, Donne armate (1990) di Sergio  Corbucci, In nome del popolo sovrano (1990) di Luigi Magni, Le mosche in testa (1992) di Maria Daria  Menozzi, In fuga per la vita (1993) di Gianfranco Albano, Il toro (1994) di Carlo Mazzacurati, Passaggio per il paradiso (1996) di Antonio Baiocco, Koppia (1997) di Michele Fasano, L'estate di Davide (1998) di Carlo Mazzacurati. Nel 2009 andò in onda su Rai1 il film in due parti Mal’aria, diretto da Paolo Bianchini. Racconta la storia del dottor Carlo Rambelli (Ettore Bassi), ispettore ministeriale della Sanità, che nel 1925 viene invitato nelle Valli di Comacchio dove avvengono delle morti misteriose dovute a una epidemia di malaria. Si ritrova presto in un contesto contadino povero, rassegnato e superstizioso, e ad affrontare una serie di morti violente che coinvolgono medici. La gente del posto sospetta che le morti siano opera di una malvagia divinità palustre, la Borda, che si oppone alla bonifica e su cui Rambelli indaga mettendo a rischio la sua vita. Trova infine la soluzione grazie all'aiuto di Elsa (Sarah Felberbaum), una ragazza bellissima e povera. Nove le settimane di riprese realizzate nelle Valli di Comacchio e in altre zone del Delta del Po. Interessanti le riprese dell'ultima scena del film: attori e comparse dovevano avanzare e affondare nell’acqua della palude e per questo la produzione, con l’aiuto della direzione del Parco del Delta del Po,  riempì di acqua marina una salina prosciugata per ricreare una palude naturale molto grande e girare alla luce delle fiaccole l’ultimo ciak. Il 14 luglio invece nessun artifizio per la tempesta scatenata sul set e che vide la troupe costretta a sospendere le riprese e adoperarsi invece per liberare i camion e le macchine di scena dalla melma. A proposito di automobili, quelle utilizzate nelle scene furono messe a disposizione dai numerosi collezionisti della regione, ed erano perfettamente funzionanti. L’amministrazione del parco mise invece a disposizione barche, carri e capanne. Molto scenografici gli effetti speciali, come per esempio l’esplosione nella palude che uccide due personaggi della storia.

Locandine dei film girati in questa location

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Location in Emilia Romagna

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