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Cervia




Cervia ha una parte del territorio lungo la costa e cioè la frazione balneare di Milano Marittima. Quest'ultima difatti non è, come invece molti credono, un comune a sé e deve il suo nome, appunto, agli investimenti di ricchi milanesi nonché ai turisti lombardi che la scelsero per le vacanze. E' una località balneare nota a livello internazionale e molto frequentata dai giovani per la presenza di numerosi locali pubblici, ristoranti, negozi e dei circa 300 stabilimenti balneari. Il turismo però venne in seguito poiché fino all'inizio del '900 l'economia si basava sull'agricoltura, pesca e raccolta di sale. L’antica Cervia si chiamava Ficocle e sorgeva al centro delle saline, ma nel XVI secolo cominciò a decadere e a spopolarsi, a causa del clima malsano (le vaste paludi esistenti furono bonificate nel 1882). Il perimetro del centro storico è punteggiato dalle case dei salinari, le dimore tipiche degli abitanti dediti all’estrazione del sale: a ricordo di questa attività sono stati recuperati al pubblico i Magazzini del sale, complesso settecentesco lungo il porto-canale nei cui pressi si trova anche la torre di S. Michele, risalente al 1691.
Le saline – oltre a  un anonimo distributore di benzina, ma si capirà che non lo si può considerare di valenza turistica – furono set del drammatico Il grido (1957) di Michelangelo Antonioni. Si tratta di un'opera che certo non si confà a chi guarda i film per tirarsi su di morale. L'operaio Aldo convive con Irma, sposata ma il cui marito è emigrato da molti anni all'estero, e con lei ha avuto una bambina. Poi si viene sapere che il marito è morto. Aldo allora vorrebbe sposarla, però Irma rifiuta, adducendo due fatti che demotiverebbero qualunque innamorato. Primo, non lo ama più. E secondo – forse aveva dimenticato di dirglielo – ha da tempo una relazione con un altro. Il basito Aldo allora se ne va accompagnato dalla bambina e cerca di farsi una nuova vita. Dopo tutta una serie di peripezie sentimentali da fare rizzare i capelli torna al paese da cui era partito, vede Irma con un nuovo pargolo (ma di un altro) e finalmente prende il volo. "Volo" non inteso come definitivo allontanamento, ma letterale, visto che si suicida buttandosi giù da una torre. Che volete, in quegli anni un film se non era drammatico e non finiva male non piaceva a nessuno. Di sicuro non piaceva essere schiaffeggiata alla bella interprete di Irma, ossia  Alida Valli, la quale appunto in una scena veniva malmenata da Aldo, interpretato dall’attore americano Steve Cochrain. Quest'ultimo aveva spesso a che dire con Antonioni a proposito dell'interpretazione, insomma non si  intendevano, e fu così che quegli schiaffi pur dati con notevole vigore per essere realistici non convincevano ora l'uno ora l'altro e così si ripeteva la scena (vedi qui):

Tanto chi se li beccava era la Valli, la quale alla fine fu, diciamo, un pochino contrariata. Antonioni, quando non provocava il pestaggio della Valli, si guardava intorno e un giorno notò una ragazza di spalle e le disse – con incredibile fantasia... – "Ha una bella nuca, potrebbe fare del cinema". Del resto si sa che noi uomini, notando una bella ragazza di spalle, veniamo colpiti proprio dalla nuca. Chessò, ecco Jennifer Lopez e noi subito a pensare "Che graziosa nuca..." (vedi qui):

Comunque sia, si trattava di Monica Vitti, allora giovane attrice di teatro e che doppiava Dorian Gray nel film. Con Antonioni ebbe una lunga storia sentimentale e anche professionale.
Come detto sopra la location (fra le tante) de Il grido, furono le saline, la cui importante produzione risale agli etruschi. Dal 1979 sono tutelate dalla Riserva naturale Salina di Cervia, nei cui pressi sorgono le Terme che  ancora oggi utilizzano l'acqua salata per la cura di malattie articolari e respiratorie. Rimane in attività l'antica Salina Camillone, che produce anche 200 tonnellate di sale (la qualità di Cervia è presidio Slow Food) l'anno anche se la finalità è soprattutto quella di perpetuare l'antico lavoro dei salinari utilizzando appunto attrezzature artigianali. Le saline ospitano un'avifauna molto ricca e durante il periodo estivo è possibile fruire di visite guidate gratuite. L’incrocio tra la SS16 e la Strada delle Saline fu la location dove avviene il mortale scontro automobilistico in Sabato Italiano (1992), qui uno spezzone:

di Luciano Manuzzi.

Fenicotteri nella Riserva naturale Salina di Cervia


Con lo sviluppo edilizio arrivò anche la costruzione nel 1957 di un grattacielo alto novanta metri, il Marinella, diventato subito un elemento di attrattiva e che si vede in scene di La ragazza con la valigia (1961), qui il film completo:

di Valerio Zurlini. E' la storia di Aida (Claudia Cardinale), aspirante soubrette ingannata da un bellimbusto (Corrado Pani). Il fratello di costui si innamora della ragazza, ma il suo professore di matematica (Romolo Valli) convincerà Aida ad andarsene per il bene del ragazzo. Il film è reso molto piacevole anche dalle musiche. Oltre all’aria Celeste dell’opera Aida di Giuseppe Verdi cantata da Beniamino Gigli, sono presenti molte canzoni di successo di quel periodo. Per esempio Il cielo in una stanza, nella versione originale di Mina, fa da sfondo alla Cardinale sulla spiaggia della città, con Romolo (Riccardo Garrone) che tenta di baciarla. Nel film la spiaggia si prestò come location, con il sottofondo di Tintarella di luna, anche per la scazzottata finale.

Claudia Cardinale in La ragazza con la valigia



Il grattacielo Marinella lo si vede anche in La prima notte di quiete (1972), qui uno spezzone:

sempre di Zurlini, ritenuto un film cult di quegli anni (ma ciò non significa successo al botteghino...).  E' la storia di un professore che intreccia una relazione con una sua allieva e alla fine muore in un incidente. Il bavero rialzato, la sigaretta agli angoli della bocca, un grosso anello al mignolo, deluso dal mondo dell’istruzione e da una cinquantina di altre cose, il professore stringe ben presto rapporti d’amicizia con i giovinastri del luogo, è attratto da una bellissima studentessa sua allieva apparentemente afflitta da malinconia cronica, scopre che sua moglie lo tradisce, fuori il tempo è uggioso, le spiagge sono desolate visto che non è stagione, il cappotto che indossa per tutto il film si è pure spiegazzato, ecc. Sia chiaro, non è malaccio, ma tutti o quasi i personaggi paiono dei perdenti già ammazzati dalle vicissitudini della vita, decadenti, tristi. Insomma, l'ambientazione e la trama sono da festival dello squallore. Mancava solo la pioggia, però a ben pensarci nel film c'è pure quella, fra un tripudio di spiagge vuote e desolate e cieli plumbei. Sconsigliato per chi abbia già barlumi di suicidio.

Alain Delon ne La prima notte di quiete


Delon, anche coproduttore, per tutta la durata della lavorazione parlò pochissimo con Valerio Zurlini, poi si fecero i rispettivi complimenti e Delon una volta in Francia rimontò il film come gli pareva a lui. Non è malaccio, ma tutti o quasi i personaggi paiono dei perdenti già ammazzati dalle vicissitudini della vita, decadenti, tristi. Insomma, mancava solo la pioggia, però a ben pensarci nel film c'è pure quella, fra un tripudio di spiagge vuote e desolate e cieli plumbei. Sconsigliato per chi abbia già barlumi di suicidio. Leggenda vuole che Delon abbia influenzato la scelta di un finale triste e inaspettato, opzione solitamente lontana dalla tradizione cinematografica zurliniana. Il regista dichiarò: "La prima notte di quiete è un verso di Goethe, è la morte. Esprime l’idea che l’uomo nella sua traversata della vita ambisce a un riposo che solo la morte potrà dargli. Ma parlare di questo film non mi è molto gradito; era un film pieno di cose, di cose che giudico importanti, e che nel film invece non ci sono. All’origine, si trattava del terzo episodio di un film che non ho potuto fare, che non mi hanno lasciato fare, Il Paradiso all’Ombra delle Spade… Ed era una sceneggiatura molto bella. La necessità di avere una coproduzione e di avere Delon – la presenza di Delon, la volgarità di Delon – mi ha costretto a considerare solo in parte il copione e le ambizioni del progetto. Da un certo momento in poi ho solo cercato di finire alla svelta, più alla svelta possibile.  La lavorazione di quel film è stata semplicemente una tortura".
La dichiarazione di Zurlini non fa che confermare, se non potenziare, le voci che indicano in Alain Delon uno dei "caratteri forti" durante la lavorazione, tanto che lo stesso Delon, come già scritto, in qualità di coproduttore si prese la libertà di modificare il montaggio per la versione francese del film, tagliando complessivamente la pellicola di venti minuti circa. L’attore transalpino – che prima di fare l'attore combatté come soldato nella guerra in Indocina negli anni '50 e fu uno dei pochi a sopravvivere a quella ecatombe che fu l'assedio di Dien Bien Phu – viene ricordato in questo film per un’interpretazione sublime di questo personaggio disperato e tormentato; il memorabile cappotto di cammello lo rende un'icona, una figura difficile da dimenticare.
La parte della studentessa fu interpretata da Sonia Petrovna, allora al suo primo lungometraggio. L'oggi sessantenne attrice raccontò: "Rimini (location principale del film NdA) quando girammo il film, d’inverno, era tutta grigia, pioveva, faceva freddo e tirava vento. Era completamente vuota, non c’era nessuno per la strada. Era tutto chiuso. Lavoravamo da mattina a sera e, a parte il clima, non ricordo molto della città, eccetto una piccola casa vicino al mare. Di Valerio Zurlini mi piaceva la maniera in cui mi parlava, credevo di capire che cosa voleva da me ed era molto paziente. Un grande regista e un uomo stupendo. Ricordo però che era anche teso, all’inizio ciò mi ha sorpresa molto. Sapeva esattamente cosa voleva ma era molto stressato e il mio desiderio era che si rilassasse. Ignoro perché fosse così teso, non l’ho mai saputo esattamente. Ho sentito che aveva qualcosa di molto triste, di terribile dentro. Non gliel’ho mai detto, ma avrei desiderato che fosse contento, avrei voluto rassicurarlo. Di recitare accanto ad Alain Delon non ero affatto intimorita, all’inizio non lo conoscevo neanche e gliel’ho detto. Non sapevo fosse una grande star e l’ho scoperto durante il film. Allora venivo dal mondo della danza e non prestavo molta attenzione al cinema. Alain è stato molto carino con me, mi ha aiutato tanto, abbiamo lavorato molto bene assieme, dunque ne ho un ottimo ricordo".
Un ruolo chiave nella narrazione della vicenda sono i paesaggi della costa adriatica, ma la rappresentazione di Zurlini non potrebbe certo servire a un turista desideroso di programmare belle vacanze estive. Non per niente il titolo originale della sceneggiatura era L’inverno sull’Adriatico. Infatti quella di Zurlini è una località turistica ma rappresentata in inverno, preda della nebbia e malinconica, con la spiaggia deserta, il grigio del mare e del cielo, tutto così diverso dalla tradizionale iconografia vacanziera balneare.  Domani è un altro giorno è la canzone interpretata da Ornella Vanoni, il cui testo spiega questo film, a detta di molti critici, meglio di qualunque altra cosa e che fa da sottofondo a una scena ambientata in discoteca.
Le Terme di Milano Marittima, citate prima, si vedono in La ragazza di latta (1970), film d'esordio alla regia di Marcello Aliprandi, e in Luci lontane (1988), vedi qui:

di Aurelio Chiesa. La trama di satira sociale e fantascientifica di La ragazza di latta fu svolta in modo tale che alcuni critici definirono il film ottimo e altri una boiata pazzesca. Nel 1978 Pupi Avati girò a Milano Marittima alcune scene della fiction autobiografica in tre puntate Jazz Band, in cui il regista ripercorre la sua stagione giovanile a Bologna come aspirante jazzista. La musica jazz è stata infatti il primo amore di Avati, il quale negli anni ’60 suonava come clarinettista nella migliore jazz band di Bologna, fino all’arrivo di Lucio Dalla, che con la sua bravura oscurò il regista (vedi qui):

Bisognerà aspettare il 1983 per vedere il ritorno della troupe di Pupi Avati a Milano Marittima. Sette anni dopo La casa dalle finestre che ridono il regista tornò a dirigere un horror di ambientazione padana, ossia Zeder (qui il film completo):

film molto più soprannaturale del primo, visto che la storia verte su misteriosi esperimenti tentati per far tornare in vita i morti. Tra tensioni e spaventi la trama racconta la storia del giovane Stefano (Gabriele Lavia), entrato casualmente in possesso di un indizio, sul nastro già usato di una macchina per scrivere, che lo collega al caso del professor Meyer, impegnato ad indagare sul misterioso "terreno K", legato alla teoria relativa alle proprietà chimiche di alcuni terreni in grado di far resuscitare i morti seppelliti. L’indagine si avvia, intrecciando la storia del protagonista con scienziati e preti, giungendo poi ad una tragico epilogo. L’intreccio della storia comincia a svelarsi nel momento in cui Stefano raggiunge la "Colonia Marina di Spina", un gigantesco caseggiato in cemento abbandonato e immerso in un parco rigoglioso.
Nel film le inquadrature utilizzate da Avati ritraggono una parte insolita della costruzione, una sorta di gabbia ricavata dal cemento, che dona un’immagine tetra al complesso, e che spinse il regista ad ambientarvi i famigerati "terreni K". Si tratta di una delle location più importanti e suggestive del film, nel cuore di Milano Marittima, conosciuta ormai da molti fan dei film di Avati. L’edificio è in realtà l’ex Colonia Varese, in fondo a via Due Giugno, quasi al confine con Lido di Savio, conosciuta anche con il nome di Colonia Marina Costanzo Ciano. Costruito nel 1938, l’edificio, allora isolato tra la pineta e il mare, si estende su una vasta superficie e richiama suggestioni futuristiche degne dell’epoca. Pensato in forma di città, ospitava un migliaio di bambini e ancora oggi si distinguono i refettori, le camerate, le sale della direzione, gli alloggi del personale e gli uffici. E' da tempo in completo abbandono. Lo scenografo del film Leonardo Scarpa racconta che negli anni ’60 andava con alcuni amici nel vicino Camping Romagna e capitava spesso che alcuni coraggiosi si spingessero fino all’ex colonia per dormire nel grande edificio abbandonato, ormai divenuto un cadavere di cemento. Tra le molte colonie visitate da Scarpa prima di iniziare a girare, scelse alla fine l'ex Colonia Varese, per la comodità delle riprese e l’impatto scenografico. E' lì che l'interprete Gabriele Lavia incontra gli zombi deambulanti, presumibilmente pure loro attenti a non inciampare e cadere da questo pericoloso scheletro di cemento armato.

L'ex Colonia Varese in una scena di Zeder



In Troppo Sole (1994) di Giuseppe Bertolucci, la colonia delle suore dove la giovane rockstar Matilde fu mandata in gioventù dalla madre è sempre l'ex Colonia Varese. Il film, come già scritto è interpretato da una camaleontica Sabina Guzzanti, che insieme a Pietro Formenton e Alberto Osella, della casa di produzione La Banda Magnetica, produsse il film. Anche il soggetto e la sceneggiatura videro la collaborazione tra regista e attrice, la quale nel film interpreta parecchi personaggi diversi. Fu pure candidata, per ragioni imperscrutabili, come Migliore attrice protagonista ai Nastri d’argento. La trama vede la giornalista Lalla alle prese con un servizio sulla celebre rockstar Matilde, che non facendosi trovare innescherà una serie di incontri tra Lalla e le persone che più le stanno vicine: un cane-lupo (va bene, non era una persona, ma gli mancava solo la parola tanto era intelligente...), una madre analfabeta e una sorella tossicodipendente. Nel film la Guzzanti parodizza alcuni personaggi famosi: la ragazza indemoniata fa riferimento a Regan MacNeil, la bambina del film L’esorcista; la dottoressa che vuole coniugare scienza e matematica richiama Rita Levi Montalcini, mentre Stella di Papà, cantante glabra e a suo modo "maledetta", ricorda molto Skin, leader del gruppo Skunk Anansie.
A proposito di colonie, tra gli anni '50 e '60 in queste zone ne furono  costruite decine per ospitare bambini e ragazzi di enti locali, religiosi, privati e di aziende. Ne tratta il cortometraggio Quell’estate al mare (2011), nato dall’idea di quattro giovani: le sceneggiatrici Anita Rivaroli e Irene Tommasi, la producer Maddalena Invernizzi e l’emergente regista Giovanni Esposito. Ispirato  dai racconti delle nonne, testimoni storiche delle esperienze nelle colonie estive negli anni '60, narra un'estate del 1964 a Cervia e dintorni attraverso gli occhi del bambino Valerio, che insieme ad altri orfani trascorre le assolate giornate dalle Piccole Suore di Santa Teresa del Bambin Gesù, ma farà un incontro inaspettato che donerà speranza al suo futuro. Il film ha fatto incetta di premi, ed è stato girato alla spiaggia libera, nelle colonie marine della frazione di Pinarella e nel centro storico di Cervia. Pinarella si trova a sud del comune e deve il suo nome alla pineta che si estende per circa 25 ettari, piantumata negli anni '40.
Tornando agli anni '30, quindi al periodo fascista, risale ad allora la costruzione del sontuoso Grand Hotel di Cervia. Lo si vede in uno dei quattro episodi girati in loco della serie televisiva Love Me Licia (1986) con Cristina D'Avena e andata in onda su Italia1, nonché in Abbronzatissimi 2 – un anno dopo (1993) di Bruno Gaburro, con il regista che replicò, dopo il successo del primo Abbronzatissimi, le solite storielle balneari da Rimini a Cervia, con un cast zeppo di celebri attori. Nel film, non appena Jerry Calà e la Grimaldi scendono dall’auto, ecco comparire il Grand Hotel, in tutta la sua maestosa facciata, luogo dove i due decidono di trascorrere le vacanze (vedi qui):

La spiaggia, che compare nelle scene seguenti, è quella di fronte all'albergo, oggi diventata la più ampia spiaggia privata di Cervia. Il Grand Hotel lo si vede anche nelle commedie E allora mambo (1999) di Lucio Pellegrini e Un amore perfetto (2001) di Valerio Andrei, con location anche il ristorante La Lampara e la celebre discoteca La Pineta. A proposito di quest'ultima, le rigide selezioni all’ingresso non fermarono la troupe di Andrei, forse grazie alla presenza di Martina Stella, che qui interpreta il ruolo di cubista. Famosa in tutta la riviera romagnola, meta di volti noti dello spettacolo, questa discoteca  aprì i suoi lussuosi battenti nel 1962 e da allora ha ospitato famosi dj per animare le notti folli della riviera. Lampadari Swarovski, arredamenti unici e pareti di cristallo sono solo una parte dell’inno al lusso a cui il locale è dedicato. Altri alberghi di Milano Marittina furono più o meno al centro di riprese, come il Residence Touring per Agata e la tempesta (2004) di Silvio Soldini e  l’Hotel Mare Pineta per la miniserie televisiva nostalgico/musicale Quando ancora non c'erano i Beatles (1988) di Marcello Aliprandi e con Lucrezia Lante della Rovere e Anita Ekberg. Il molo, il porto e la spiaggia di Milano Marittima lo si vedono anche in questi e altri film, come I pavoni (1994) di Luciano Manuzzi.
Cervia ha un litorale di 10 km caratterizzato da un arenile di sabbia finissima e da bassi fondali e grazie alle località di Milano Marittima, Pinarella e Tagliata conta ogni anno circa 4 milioni di giornate di presenza di italiani e stranieri. Da visitare è la Casa delle Farfalle, un centro di educazione ambientale che, in una grande serra riscaldata, riproduce l'ecosistema delle foreste pluviali tropicali e ospita moltissime variopinte farfalle che volano libere fra i visitatori. A Cervia naturalmente sono stati girati anche film stranieri, come Frauen lügen nicht (1998) diretto da Michael Juncker e con protagonista la bella Jennifer Nitsch – definita la Sharon Stone tedesca – morta a 37 anni cadendo dalla finestra di casa sua nel 2004. Pare si sia trattato di suicidio.

Jennifer Nitsch e Martina Gedeck in Frauen lügen nicht


Una bella storia con location anche a Milano Marittima è invece quella narrata da Il bambino sull'acqua (2005), qui completo:

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-3357284c-e523-4108-bda7-757a8d35c4b7.html

film televisivo diretto da Paolo Bianchini e interpretato da Beppe Fiorello, Vittoria Belvedere, Mattia D'Alesio, Valeria Fabrizi e Francesco Salvi. Racconta di un bambino colpito da una rara forma di asma e conseguentemente costretto a vivere tra bombole per l'ossigeno e medicinali di ogni genere che però, con grande sorpresa e sollievo dei genitori, una volta al mare, si sente bene. I genitori allora si trasferiscono con lui su una barca. Il regista spiegò che la scelta di girare a Cervia dipese sia da motivazioni artistiche sia dalle esigenze di produzione. Grazie alla collaborazione con il cantiere navale De Cesari, fondato nel 1947 da Adriano De Cesari, la storia fu filmata su un cabinato di 12 metri. La pellicola ritrae anche piazza Garibaldi, nel centro storico della città e il Porto Canale. Quest’ultimo, non nasce alla foce di un fiume ma si sviluppa attorno a un canale artificiale che un tempo serviva alle saline per far arrivare l’acqua dal mare, ed era utile come canale di scolo per le acque piovane della campagna retrostante. Non si tratta di un porto per il riparo delle barche ma di un luogo per imbarcare il sale, protetto da secoli dalla torre di avvistamento anti pirati San Michele, voluta da Michelangelo Maffei. Altra location del film è il Circolo dei Pescatori, nato nella seconda metà del 1975 come luogo di aggregazione e di ritrovo per le famiglie dei pescatori. Oltre al recupero delle tradizioni  marinare della comunità cervese, un aspetto interessante del circolo è stata l'apertura di un ristorante di cucina tipica, dove soci e turisti possono gustare cibi della tradizione gastronomica.

Locandine dei film girati in questa location

Clicca per ingrandire le locandine

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Location in Emilia Romagna

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