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Compiano

Compiano è un piccolo comune parmense della Val Taro – ma la frazione di Cereseto è nella confinante Val Ceno – probabilmente già fortificato nel IX-X secolo e che dal XIII secolo divenne importante sotto il cosiddetto Stato Landi, dal nome dall'omonima famiglia, e che  nel XVI secolo comprendeva il marchesato di Bardi, il principato di Borgotaro, la baronia di Pieve di Bedonia e appunto la contea di Compiano (in totale circa 450 km²). Nel XVI e XVII secolo Compiano batteva moneta, ebbe scuole pubbliche e un monte di pietà e, insomma, possiamo dire che in quel contesto  allora fosse ben più importante di oggi.

Naturalmente non bisogna pensare che la popolazione di queste valli – e di tutto l'Appennino ligure-emiliano –  facesse bella vita, perché purtroppo non fu mai sola. Scriviamo purtroppo perché di lei chi si ricordava sempre era la carestia, puntuale e persino assidua. Anche le cronache di metà XIX secolo descrivono la gente che viveva in miseria, coltivando ogni fazzoletto di terra ma con rese bassissime: con un seme se ne ottenevano solo tre, il che è tutto dire. Le castagne, crude o secche, rappresentavano una gran parte dell'alimentazione della zona, finché ce n'erano. Molta della popolazione se ne fuggì e chi rimase spesso consegnò i figli a mercanti che li mandavano all'estero a chiedere l'elemosina, arrangiandosi per vivere e per magari mai più tornare. Emersero tali problemi di sfruttamento dei minori, maltrattamenti e persino sevizie – da parte degli stessi "padroni" italiani – che in alcune nazioni come Francia, Inghilterra e Stati Uniti ci furono aspre polemiche e ripetuti interventi delle autorità in materia di polizia e di immigrazione. Questi padroni, usi a fare poveri spettacolini ovunque ci fosse la possibilità di fare qualche soldo, sono stati celebrati anche nel cinema. Non era forse uno di questi pure il famoso Mangiafuoco dell'immortale film d'animazione Pinocchio (1940), prodotto dalla Walt Disney Productions?

C'è da dire che quello del romanzo Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino di Carlo Lorenzini detto Collodi, che ha avuto un successo straordinario in tutto il mondo, era sì un omone burbero con una gran barba nera e la voce tonante, ma non crudele come quello rappresentato dalla Disney. Addirittura non solo si commuove alla storia del burattino ma lo libera, donandogli anche cinque zecchini d'oro e raccomandandogli di portarli subito a Geppetto. E chi non ricorda l'altro famoso e rude artista-impresario da strada, Zampanò (interpretato da Anthony Quinn), pure lui col suo carretto e pronto ad attrarre e stupire la povera gente nelle piazze come si vede nel film La strada (1954) di Federico Fellini?

Entrambe queste opere cinematografiche non c'entrano con Compiano e con quest'area quanto a location, ma sono del tutto attinenti con la storia di queste vallate. Alcuni di questi "imprenditori" si esibivano nelle piazze europee, e non solo, con animali più o meno addestrati, come topi, uccelli, cani, scimmie, cammelli e persino orsi e in tal caso venivano chiamati "orsanti". Gli orsi li si catturava sulle montagne finché ce ne furono – si sa talmente poco su questi animali dell'Appennino ligure-emiliano che ci sono solo supposizioni se si trattasse della specie alpina oppure marsicana – e poi li si acquistò all'estero. Povere bestie sfruttate pure loro, ma che a volte si ribellavano e uccidevano gli addetti, ossia gli orsanti.

Parrà strano, ma a quanto se ne sa nessun orso si esibì mai nella suggestiva piazzetta di Compiano, e neppure nelle vie del caratteristico borgo, che comunque divenne l'acclamata "capitale degli orsanti" grazie all'intuizione di una grande donna, Maria Teresa Alpi, la quale aprì in loco un museo sul tema, probabilmente l'unico d'Europa. Ma quando la Alpi morì, morirono anche le sue tante iniziative che avevano dato vita a Compiano. Lo stesso museo fu acquistato, impacchettato e trasferito altrove, là dove non c'è alcuna tradizione di girovaghi e orsanti ma almeno dove continua la sua opera culturale. Altra cosa strana è che nonostante queste storie, la bellezza del piccolo e caratteristico borgo, la suggestione dei luoghi, mai nessun film lungometraggio sia stato girato qui e su questo tema drammatico e nel contempo affascinante.

La piazzetta di Compiano.

Compiano dal 1991 fu scelto come sede del prestigioso premio letterario PEN Club Italiano (quello estero esisteva già), creato quell'anno da un'associazione di poeti, saggisti, narratori (Poets, Essayist, Novelists) grazie all'intuizione del giornalista Lucio Lami. Negli anni, centinaia di scrittori si riunirono a Compiano e il borgo divenne il punto d'incontro e confronto di intellettuali e imprenditori. Molti erano famosi o lo divennero poi, anche perché questo premio si fece largo nel settore e fu ben presto considerato uno dei quattro riconoscimenti letterari più prestigiosi d'Italia nonché la più importante manifestazione letteraria dell’Emilia. Ma nel 2011, per mancanza di fondi, il PEN a Compiano cessò.

Una via del borgo.

 

Prima abbiamo accennato che i territori di Compiano e dei restanti comuni della Val Taro – così come della confinante Val Ceno – erano ricchissimi di castagne, un tempo definite a ragione "il pane dei poveri". Purtroppo, pur essendoci ancora vastissimi castagneti, oggi tali frutti sono per varie cause fortemente diminuiti, e c'è da dire che altrove in Italia va pure peggio, con cali anche del 90%. Altro prodotto principe di queste valli, da millenni, è il fungo porcino, oggi riconosciuto come "Fungo di Borgotaro IGP" anche se in realtà li si raccoglie (si tratta di quattro specie di porcini) in un'area di di oltre 63.000 ettari comprendente i comuni di Bedonia, Compiano, Tornolo, Berceto, Zeri, Albareto, Borgo Val di Taro e Pontremoli. Questi funghi sono veramente ottimi, purché il turista si accerti di mangiare o acquistare in zona proprio questi e non quelli, a volte spacciati furbescamente per autoctoni in altri comuni della zona, provenienti invece sotto mentite spoglie dal Nord Africa o da ancora più lontano. Ovviamente i funghi porcini e le castagne (nonché gli onnipresenti cinghiali) forniscono pietanze tipiche della tradizione gastronomica locale, come gli gnocchi di castagna con la ricotta e il vitello alla valtarese con contorno di funghi porcini. Il territorio della zona, con fitti boschi e ampie radure sovrastate da erte montagne sovente franose,  merita accattivanti passeggiate, specie se supportate dal Gruppo guide ambientali escursionistiche delle Valli del Taro e del Ceno.

 

Nei boschi di questa parte dell'Appennino si possono persino incontrare cavalli semi-bradi, anche in inverno, tanto rustici da sapersela cavare fra la neve e mille insidie. Si tratta del cavallo di razza bardigiana, forte e di media grandezza, un tempo valido ausiliario degli agricoltori e oggi usato per le escursioni.

 

A Compiano è visitabile l'omonimo e bel castello, risalente al XII secolo e forse anche a prima. Passato di mano a varie, antiche e potenti famiglie come i Malaspina, Landi e Piccinino, divenne in seguito prigione di Stato, tanto che ci finirono imprigionati pure i carbonari dei moti del 1821. Anzi, prigione lo fu anche sotto il dominio francese di Napoleone Bonaparte, tanto che nel 1806 ci finirono ben 500 parroci che avevano fomentato la rivolta in quella zona annessa alla Francia che fu chiamata Dipartimento degli Appennini. Dopo, nel 1900, fu adibito per 62 anni a collegio femminile e nel 1966 fu acquistato dalla marchesa Lina Raimondi Gambarotta, moglie di un imprenditore di Serravalle Scrivia figlio di quel Gian Battista Gambarotta divenuto famoso a fine '800 in Italia e all'estero con l'Amaro Gambarotta (e nel 1906 con la grappa Libarna). La marchesa Gambarotta, insomma, aveva mezzi, conoscenze e in qualche modo pure collegamenti con grandi scrittori. Per esempio, il giornalista e scrittore Alberto Moravia (autore fra l'altro del romanzo La ciociara, da cui fu tratto l'omonimo film di Vittorio De Sica del 1960, protagonista Sophia Loren premiata con l'Oscar) era soprannominato, cinicamente, "l'amaro Gambarotta" perché aveva del mondo una visione amara, non rosea, e perché zoppicava, aiutandosi con un bastone, per via dei postumi di una tubercolosi ossea e di un grave incidente automobilistico.

Il castello di Compiano.

La marchesa Lina Raimondi Gambarotta, fra l'altro, era discendente di quella Giuseppina Raimondi che Giuseppe Garibaldi, vedovo di Anita, sposò nel 1860 e che ripudiò appena terminata la celebrazione del matrimonio. Motivo, la Raimondi – all'insaputa di Garibaldi, che pure era un attivissimo "tombeur de femmes" di vasta esperienza (fece l'Italia ma pure buona parte degli italiani...) – aveva poco prima delle nozze partorito un figlio di non si sa quale garibaldino (ne ricordava diversi), e messa alle strette lo confessò. Comunque sia, la marchesa Raimondi Gambarotta acquistò il castello, trasformandolo in sontuosa dimora. Ci viveva con un maggiordomo, la servitù e due cani ma alla sera gli umani dovevano tutti ritirarsi nell'edificio esterno della portineria perché lei pare si fidasse solo di quei cani. Arredò il castello dalle magnifiche sale con gli oggetti di antiquariato da lei acquistati nei tanti viaggi per il mondo. Oggetti che sono ancora lì, in quanto quello di Compiano è uno dei pochi castelli ad avere ancora gli arredi, anche se non medievali. E non solo quelli sono ancora lì, poiché la marchesa lasciò tutto in eredità al Comune a patto di venire sepolta nel castello, e difatti vi riposa in una  piccola cappella edificata agli inizi del '900. Strano che qualcuno non si sia inventato la solita storiella del fantasma. Altra condizione dettata dal testamento fu che il castello e le stanze con i relativi arredi fossero visitabili dalla gente. E così è.

 

Il castello, oltre a fungere da albergo a 4 stelle, ristorante e sede di eventi, è appunto aperto al pubblico con visite guidate che comprendono il Museo Marchesa Raimondi Gambarotta (ossia le tante stanze arredate succitate), il Museo della Massoneria e il Museo enogastronomico, oltre a mostre temporanee come quella sugli Strumenti di Torture e della Stregoneria. Il castello, con splendida vista panoramica, ha anche un bel parco.

 

Il castello lo si vede anche in uno strano, stranissimo, ma non sgradevole corto ideato da Michele Bocelli e diretto da Luciano Salvi, Le donne di K (2002), muto, in bianco e nero e con un sottofondo musicale volutamente monotono e angosciante.

Nella frazione di Cereseto nel novembre 2014 è stato girato il promozionale del film lungometraggio Denise, scritto e diretto dal regista bussetano Gianluca Menta. La storia parla di un eremita, Giuseppe Navarra, trasferitosi dalla Calabria per ritirarsi sulle colline parmensi dove – ovviamente, trattandosi di eremita ... – dovrebbe vivere in piena solitudine e abbandono tra i boschi della valle. Almeno, queste sono le intenzioni. Il protagonista è Franco Neri, qui in un ruolo drammatico e non comico come siamo abituati a vederlo al cinema e soprattutto in televisione, come nel programma televisivo Mediaset Zelig, con il suo tormentone "Franco, oh Franco". Cinema & Turismo ha contattato il regista Menta, il quale ha comunicato che le riprese del film sono previste, anche a Cereseto di Compiano, per l'estate 2015. Il promozionale di Denise mostra un desolato gruppo di case chiamate Case Scapini, o Ca' Scapini, abbandonato da una cinquantina d'anni e ormai invaso dalla boscaglia anche negli interni poiché – dopo essere state lasciate dai legittimi proprietari partiti alla ricerca di miglior fortuna per magari tornare in tempi migliori – furono razziate dai soliti sciacalli che si portarono via porte, finestre e persino i fili e gli interruttori della luce. Ca' Scapini è uno dei tantissimi villaggi abbandonati delle nostre montagne e che  testimoniano di come un tempo fosse capillarmente popolata la montagna e la collina italiana. Poi arrivò l'abbandono di quei luoghi e tipi di vita, aumentarono i boschi e buona parte dei territori tornarono selvaggi, divenendo dimora di numerosissimi cinghiali, caprioli e ormai anche cervi, con gran gioia dei cacciatori e pure dei lupi che vivono anche nella zona di Compiano. Presenze faunisticamente molto importanti che dimostrano la bellezza e integrità di queste zone, ma che anche inquietano alcuni, specie se appassionati di cose lugubri e misteriose. Come quelli che da anni visitano Ca' Scapini per via delle sue leggende, quasi tutte inventate di sana pianta o distorte. Per esempio, la fucilazione nel 1944 da parte dei tedeschi di 17 persone (14 di Compiano e 3 di Borgotaro) ritenute partigiani e l'incendio di alcune case (ma il fatto avvenne a Strela, un'altra frazione di Compiano). Tuttavia secondo i creduloni i gemiti delle vittime in certe nottate si udirebbero ancora, ma chissà perché a Ca' Scapini, soprannominato  "il paese del pianto dei bambini" dopo che alcune persone che dormirono lì in tenda se ne fuggirono dopo essere state svegliate nel cuore della notte da grida e pianti misteriosi. Comunque, di certo nel gruppo di case abbandonate nel 1978 venne ritrovato il cadavere di una povera ragazza, uccisa. Ovvio che un posto così, in certe persone, evochi timori pronti a emergere e pertanto diventi "meta" di sopralluoghi e ispezioni occulte corroborate da racconti della gente. O di certi presunti operatori turistici che, in alcuni castelli della zona, hanno creato ad arte, quasi a tavolino, storielle di fantasmi buone solo ad attirare i gonzi, più numerosi di quel che si creda. Tuttavia c'è da dire che a Compiano e nella valle c'è una tale presenza di straordinarie realtà – prodotti e cucina straordinaria, storia, fascino e bellezze ambientali – da poter soddisfare indubbiamente tutti i tipi di turisti.

Uno dei ruderi di Ca' Scapini.

 

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