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Isola Capo Rizzuto

Isola Capo Rizzuto ha una frazione, ossia Le Castella, con un suggestivo castello a poca distanza dalla riva e raggiungibile per mezzo di una stretta striscia di terra. A dire il vero non era proprio un castello ma una rocca poiché lo presidiavano solo soldati (i castelli invece contenevano sia civili sia soldati).


Il castello di Isola Capo Rizzuto.


Magari in precedenza in quel punto c'era un'altra rocca, forse addirittura greca, chissà, ma quella che si vede è della prima metà del XV secolo. Tuttavia venne fatta passare per un castello nel mitico L'armata Brancaleone (1966) di Mario Monicelli, la cui vicenda si svolge ben prima, ossia nell'XI secolo (film completo qui:

La trama di questo film immortale e di enorme successo è la seguente: Brancaleone da Norcia (interpretato, come solo lui poteva, da Vittorio Gassman), spiantato ma coraggioso, valente e leale rampollo di presunta nobile famiglia decaduta – anzi, più che decaduta direi crollata –, viene posto a capo di un manipolo di pezzenti di varia natura venuti in possesso di una pergamena imperiale scritta da Ottone I il Grande. Questa assegna al latore della stessa il ricco feudo di Aurocastro (i cui magazzini sono ricolmi di verdure, cacio, pani e vino, così lo descrive il manipolo povero e perennemente affamato) che aspetta qualcuno che ne diventi duce e affronti la nera... non si capisce bene cosa, poiché la pergamena manca di un pezzo.

Il gruppo, fra peripezie di ogni tipo, attraversa buona parte d'Italia e alla fine arriva alla meta, che sta nelle Puglie. Attenzione, il gruppo è composto da umani miserabili ma pure da un cavallo, ossia il famoso Aquilante, la cavalcatura gialla di Brancaleone che ragliava come un asino ed era parimenti cocciuto. Pure lui è entrato nella storia del cinema mondiale. Lo si faceva passare per un mulo ma era un grande e robusto cavallo messo a disposizione da una ditta che forniva supporti al mondo cinematografico. Per gli autori Aquilante avrebbe dovuto ricordare il cavallo di D'Artagnan e di Don Chisciotte, personaggi letterari entrambi caratterizzati da coraggio e cronica mancanza di mezzi. A proposito delle lavorazioni, il regista Monicelli raccontò: "Il clima della lavorazione fu improntato al divertimento e alla leggerezza, come succede quando si ha a che fare con attori  grandi, di qualità assoluta".

L'armata Brancaleone.


La cosa fu confermata da uno degli autori, Furio Scarpelli: "L'atmosfera sul set era piacevole, pacata, e ci si divertiva anche molto". Stessa versione di Gigi Proietti, che partecipò al seguito Brancaleone alle crociate (1970), sempre diretto da Monicelli: "Ricordo Vittorio Gassman compagno di bevute, di mangiate, mai annoiato. Lo ricorderò come allora domani, mentre rideva e rideva sul set di Brancaleone alle crociate per i miei tanti personaggi, per il mio ruolo di Pattume, che tanto lo faceva ridere (qui:

Monicelli e Gassman durante una pausa della lavorazione.


Sempre Scarpelli disse a proposito degli interpreti dei due film: "Enrico Maria Salerno era un uomo estremamente sensibile, di alta cultura teatrale. Fu anche doppiatore di molti film e un vero artista, intendo un artista completo, come al momento in Italia non c'è nessuno.  Forse negli Stati Uniti, ma da noi no. La Spaak è una persona molto a modo, con un'ottima cultura. Ha anche un importante bagaglio personale e culturale, non a caso era figlia di Charles Spaak, sceneggiatore belga, e nipote di un importante uomo politico dell'allora regno belga. Ne ho stima, ha delle qualità che ha dimostrato anche nella sua carriera televisiva. Non ho mai incontrato Lino Toffolo, ma lo vedo in televisione e mi è simpatico.

Ha un'intelligenza che non è soltanto quella della recitazione, il contatto con la realtà quotidiana è sempre una cosa importante. Adolfo Celi era una persona piacevole, simpatica. Molto amico di Gassman, appartenevano entrambi a una certa scuola, una cerchia di attori validissimi e di vecchio stampo, come Vittorio Caprioli e Franca Valeri. Insomma non erano soltanto attori, erano anche persone intelligenti". Agenore Incrocci raccontò di Volontè: "Gian Maria Volontè era un tipo garbato, grandissimo attore ma misurato, serio e professionale. Era molto impegnato politicamente. Andava d'accordo con gli altri e con Gassman, del resto sarebbe stato difficile il contrario, specialmente nel caso in cui il regista era anche amico degli attori e che quindi il clima sul set era molto disteso (qui una scena:

Anche se comunque Monicelli, com'è giusto, riusciva a imporre le proprie scelte. Per quanto riguarda Paolo Villaggio, la figura dell'ostrogoto (Mangold, interpretato da Ugo Fangareggi N.d.A.) de L'armata Brancaleone fu sostituita nel secondo film da quella interpretata da Paolo. Evidentemente l'attore Villaggio, che aveva anche il riconoscimento professionale di Gassman oltre che ovviamente di Monicelli, fu preferito. Gassman e Villaggio erano già allora grandi amici". Scarpelli precisò: "E' vero, ma si consideri che Villaggio aveva già portato sulle scene e con successo personaggi divertenti e molto simili a quello di Torsch, cinici, germanici e prepotenti. Insomma, Torsch era Villaggio, chiaramente quello delle scene".

L'interpretazione fatta da Gassman di Brancaleone fu tale che nessun altro potrà mai calarsi con lo stesso successo in quei panni, come accadde anche in altri casi come Fernandel e Gino Cervi con i personaggi di don Camillo e Peppone, oppure di Peter Sellers con l'ispettore Closeau. In questi e altri casi la perfetta interpretazione dell'attore si cala talmente nel personaggio da "ucciderlo" e nessun altro potrà mai sostituirlo con gli stessi risultati. Incrocci e Scarpelli erano dello stesso parere: "E' vero, è una prerogativa del grande attore che incarna quel personaggio. Forse, nel caso di James Bond non è così perché altri l'hanno interpretato con successo come Roger Moore, ma pensandoci nessuno come Sean Connery, che era e rimane lo 007 per antonomasia. Perché questo capiti è molto difficile da spiegare, non è una cosa scontata. Forse la popolarità dell'attore, i risultati del film, e poi la condizione che lo spettatore riconosca in quell'attore il personaggio importante, condiviso e credibile. Tanto che in questi casi quando si dice il nome del personaggio si intende in effetti quello dell'attore. Uniti per l'eternità". Anche Monicelli era dello stesso parere: "Il personaggio nacque addosso a lui. Io, Age e Scarpelli pensavamo a una saga medievale finalmente realistica, all'opposto di quel mondo di cavalieri erranti e donzelle leziose su cui volevano illuderci a scuola. Il nostro medioevo sarebbe stato barbaro, pieno di lerciume e miseria, popolato da condottieri sbruffoni e goffi. Vittorio diede senso a tutto questo, nelle vesti di Brancaleone si autoparodiò genialmente, facendo il verso alla propria esaltazione e retorica di attore serio, riconosciuto e consumato".

L'armata Brancaleone ottenne enorme successo di critica e di pubblico, tanto che divenne subito campione di incassi sfiorando alla fine di dicembre 1970 il miliardo e novecento milioni di lire, che allora era una somma enorme. Anche il sequel Brancaleone alle crociate ebbe grande successo. Fin dal primo film vi contribuì anche la colonna sonora di Carlo Rustichelli, alla quale collaborò anche Monicelli, divenuta subito popolarissima (Branca, Branca, Branca, Leon, Leon, Leon, Fiii... Bum!). Anzi, il termine "armata Brancaleone" è entrato nel linguaggio comune tanto da essere riportato nei dizionari della lingua italiana per indicare un gruppo di persone disorganizzate, incompetenti e con pochi mezzi. Agenore Incrocci disse: "Questo detto dell'armata Brancaleone è rimasto e me ne rendo conto, forse un po' troppo tardi. Qualche volta ci penso, quando lo leggo". Idem per Furio Scarpelli: "Ogni tanto lo sento o lo leggo, soprattutto in politica. Come lo vivo? Senza gonfiarmi d'orgoglio".

I film di Brancaleone – nei quali spiccavano i fantastici costumi e soprattutto gli elaborati cappelli ideati dal costumista e scenografo Piero Gherardi – erano efficaci anche per lo strano linguaggio usato, inventato da Incrocci, Scarpelli e Monicelli unendo il dialetto e il latino con una strana formula scolastico-umanistica-parodistica. Raccontò Monicelli: "Avevamo elaborato appositamente un linguaggio assurdo, medievaleggiante e buffo, caratterizzante per Brancaleone. Vittorio era riuscito a impadronirsene in pieno, a scioglierlo, a farlo fluido, a dargli credibilità". Gassman confermò: "C'era la bellissima invenzione di quel linguaggio e di quel personaggio, una specie di samurai che ormai tutti conoscono e che è stato credo il personaggio che mi ha dato più popolarità". Incrocci però spiegò che questa invenzione era buona solo per l'Italia: "Questo però fu anche un problema, infatti all'estero il successo della serie di Brancaleone fu limitato proprio dagli astrusi e non traducibili termini, che non avevano quel corrispettivo nelle altre lingue. Nella storia, degli Stati Uniti per esempio, non esiste certo il medioevo e neppure la lingua volgare. Insomma, questa caratterizzazione fu anche un limite per i due film".

Scarpelli volle chiarire anche: "Di tutto Brancaleone si potrebbe dire che nulla nasce puramente dalla fantasia, altrimenti sarebbe stata solo una favola sciocca, che invece non è. Satirica sì, ma si riferiva a vicende storiche e alle saghe nordiche, italiane e francesi. Insomma, c'è dietro una cultura, forse in alcuni casi nemmeno tanto profonda ma che ci ha impedito di lavorare solo di fantasia, che è la cosa più stupida che si possa immaginare. Le stesse favole non sono solamente invenzione, hanno comunque una base reale. Ci sono state delle imitazioni di Brancaleone, ma talmente scarse che non saprei nemmeno citarle. Se si imita un film si razzola a fior di terra, se invece si parte da qualcosa che giunge da una cultura più alta del cinema, i risultati sono chiaramente migliori".
Ritengo non sia un caso se la rocca di Le Castella (una delle tante location del centro-meridione utilizzate per i due film), ormai caduta nell'abbandono, dopo il successo di L'armata Brancaleone sia stata valutata ancor più degna di un accurato restauro, iniziato nei primi degli anni '90 e incrementato nel 1997 fino all'inaugurazione avvenuta nel 2002. Oggi è interamente visitabile. A proposito, all'inizio ho scritto che Brancaleone e i suoi, secondo la pergamena, dovevano difendere l'immaginario Aurocastro da una minaccia nera, ma non ho specificato. Bene, la minaccia era quella dei soliti pirati saraceni, anzi in questo caso ottomani, che effettivamente anche qui fecero disastri.


I pirati saraceni all'attacco di Aurocastro in L'armata Brancaleone.

Attacchi e distruzioni a Le Castella e circondario ci furono nel 1553, 1536 (al comando di Khayr al-Din, detto Barbarossa), 1544, 1548 (da parte del famoso pirata Dragut), 1558 (Mustafà Pascià). Durante una di queste incursioni i pirati tentarono di portare via, oltre al solito bottino incluse donne e bambini, anche una grande campana di bronzo. Ma pesava troppo e allora la buttarono a mare. Nessuno sa con esattezza dove si trovi, nascosta tra le rocce del fondale e coperta dalla vegetazione marina, ma i pescatori giurano che, nelle notti di mare grosso, sia ancora possibile sentirla suonare. Leggende simili non mancano in altre parti costiere d'Italia.
Prima si accennava alla popolazione rapita dagli ottomani a Le Castella. Fra questi ci fu anche un ragazzo di 17 anni, e finì schiavo ai remi. Si chiamava Giovan Dionigi Galeni. Vista l'aria che tirava, proprio come l'alemanno Torsch (Paolo Villaggio) di Brancaleone alle crociate che si fa subito musulmano pur di non essere decapitato, Galeni abbracciò la religione islamica con il nome di Uluch Alì, ossia Alì il Rinnegato. Parrebbe però che abbia rinnegato la religione cristiana per poter uccidere un turco che l'aveva schiaffeggiato e non essere così automaticamente giustiziato in base alla legge islamica. Sposò la figlia del musulmano Jaʿfar Pascià (pure questo un calabrese rinnegato) e divenne un abile pirata soprattutto con incursioni in Italia. Fece carriera divenendo governatore (bey) d’Algeri, di Tripoli e di Tunisi. Fu considerato il migliore comandante di marina dei suoi anni, tanto che il sultano Selim II lo nominò ammiraglio con il nuovo appellativo di Kılıç Alì (Alì la Spada), che è certamente meglio di Alì il Rinnegato.

Fu uno dei pochi comandanti ottomani a salvarsi nella disastrosa battaglia di Lepanto contro la flotta cristiana. Su una di queste navi si trovava, come suo nemico, un certo Miguel de Cervantes, che poi scrisse il capolavoro Don Chisciotte. Kılıç Alì pare avesse nostalgia di Isola Capo Rizzuto – e difatti a un certo punto avrebbe ordinato ai suoi pirati di non infierire più di tanto su quelle coste – e in effetti nella nuova patria fondò un villaggio chiamato Nuova Calabria. A Istanbul c'è la sua tomba, ma se andate a Le Castella troverete una piazza a lui dedicata ("Piazza Uccialì", storpiatura di Uluch Alì) con tanto di busto. Oggi i pirati a Isola Capo Rizzuto non ci sono più ma c'è persino di peggio ossia la solita 'ndrangheta che cerca di spadroneggiare, e a volte lo fa davvero, nonostante gli anni passati di commissariamento del consiglio comunale e l'attiva presenza delle forze dell'ordine.
Le Castella, così come tutto il comune, rientra nell'Area marina protetta Capo Rizzuto, vasta  circa 15.000 ettari e che tutela quasi 42 km di costa (di cui oltre 7 km sono totalmente protetti, vietati accesso, navigazione e balneazione) aperti al turismo (no pesca subacquea). Il fondale, con praterie di posidonia, è ricco di vita, incluse le tartarughe marine della specie caretta e persino il coloratissimo pesce pappagallo, di origine subtropicale. Qui il turismo è un settore importante, anche grazie a un porticciolo nei pressi del castello.


Tartaruga marina fotografata nell'Area marina protetta Capo Rizzuto.

Isola Capo Rizzuto (insieme a Cirò Marina) fu location anche di Il coraggio di parlare (1987), diretto da Leandro Castellani e vincitore del Grifone d'Oro al Giffoni Film Festival 1987 e del Premio qualità della scenografia dal Ministero dello Spettacolo (film completo qui:

Fu trasmesso su Rai1 nel maggio 1991 con successo, totalizzando oltre cinque milioni di spettatori. Sempre a Le Castella fu girata la miniserie televisiva in quattro puntate Nessuno deve sapere (1971) diretta da Mario Landi. E' una dignitosa coproduzione italo-tedesca, Rai e Taurus Film, girata anche a Santa Severina e incentrata sul tema della malavita organizzata calabrese, con musiche di Ennio Morricone e la bella sigla conclusiva Amara terra mia cantata da Domenico Modugno. Inoltre Le Castella, e quindi sempre Isola Capo Rizzuto, fu location (con Crotone e Fiumefreddo Bruzio) del meno che passabile Odi et amo (1998) di Maurizio Anania, con incasso totale di poco più di 19 milioni di lire, e di Il Vangelo secondo Matteo (1964) di Pier Paolo Pasolini, che però interessò molto di più il territorio del confinante Cutro (film completo qui:

 

Locandine dei film girati in questa location

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Location in Calabria

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