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Calascio

(Foto Tragopogon)

Calascio è un comune italiano in cui sono stati girate scene di una trentina di film e sceneggiati televisivi ed è una nota meta turistica. Eppure tale visibilità non ha portato a un incremento demografico, poiché conta solo 127 abitanti. Il suo territorio – che fa parte dell'altopiano di Campo Imperatore e rientra nel Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga – fu abitato fin dall'antichità ma la prima notizia storica di quello che era un semplice borgo risale agli inizi del IX secolo. La celebre rocca invece fu costruita un paio di secoli dopo, e allora era una semplice torre di avvistamento dalla quale si  potevano vedere splendidi panorami, sterminati greggi di pecore e magari pure l'arrivo dei briganti – che in Abruzzo non mancarono mai e neppure secoli dopo –, come quelli provenienti dal confinante Stato Pontificio e che in notevole numero attaccarono il borgo intorno al 1400, venendo però sconfitti in battaglia dalla guarnigione e dalla popolazione. La contentezza fu tale che come ringraziamento alla Madonna nel 1451 costruirono la piccola Chiesa di Santa Maria della Pietà (non visitabile, se non per decisione della Curia). Si trova vicina alla Rocca, che dai suoi 1.460 metri d'altezza è la più alta dell'Appennino, con una straordinaria vista sul  Monte Sirente, il Velino, il Gran Sasso, Campo Imperatore e la Piana di Navelli.

La Chiesa di Santa Maria della Pietà, sullo sfondo Rocca Calascio.

Altre chiese che meritano la visita sono quella di San Leonardo, la più antica del paese e che sorge sulla strada che conduce a Castel del Monte, quella di Sant'Antonio Abate – del 1645 e dove oggi è possibile ammirare una copia di "Le tentazioni di Sant'Antonio nel Deserto" di Teofilo Patini (l'originale fa parte della collezione privata Frasca) – e quella di San Nicola di Bari,  arricchita grazie alla devozione delle famiglie ricche locali di sei cappelle, una più splendida dell'altra, di una bellissima porta lignea intarsiata con le scene dell'Antico Testamento e della vita di San Nicola, di confessionali e altare sempre in legno intarsiato. Sul soffitto è visibile l'Annunciazione, sempre del Patini. 

Evidentemente l'intercessione di San Nicola di Bari, vissuto fra il III e il IV secolo, protettore del paese e santo pastorale per eccellenza, non  fu all'altezza degli eventi che colpirono nei secoli la zona (terremoti in primis) ma è anche vero che si tratta del santo con più patronati d'Italia. Insomma, è il patrono di ben 272 comuni italiani, più una sfilza all'estero. Non solo, la sua figura diede origine al mito di Santa Claus (o Klaus), in Italia conosciuto come San Nicolò e in tutto il pianeta (e parrebbe anche altrove) come Babbo Natale, con relativi regali da portare di casa in casa a Natale. Difatti si narra che Nicola, durante la vita terrena, sia venuto a sapere che un uomo, prima ricco ma poi caduto in disgrazia, voleva fare prostituire le tre figlie in quanto non poteva dare loro una dote degna della passata grandezza. Insomma, meglio prostitute che fare brutta figura col vicinato... Nicola allora mise del denaro in un panno e di notte lo gettò nell'abitazione di quell'individuo (che avrebbe meritato ben altro, a dire il vero). Questo per tre notti, visto che le figlie erano tre, affinché avessero bastante denaro per la dote. Da qui, Babbo Natale che scivola dalle canne dei camini. Per farla breve, con tutto questo daffare oggettivamente San Nicola non poteva porre troppa attenzione a Calascio...

Nel XIV la rocca entrò in possesso di Antonio Todeschini della famiglia Piccolomini, che la potenziò dotandola di una cerchia muraria, di quattro torri di forma cilindrica e di un ponte levatoio in legno (sostituito in anni recenti da una rampa). Qualche curiosità: si dice rocca la fortificazione a uso esclusivamente militare (e forse di soldati quella di Calascio poteva contenerne una decina al massimo, visti gli spazi angusti), mentre il castello aveva uso sia militare che civile: se visiterete la Rocca (difatti è aperta ai turisti) noterete che le torri sono aperte verso il torrione centrale: così servivano contro i nemici esterni, ma se questi avessero conquistato una o più torri sarebbero stati facilmente bersagliati dai difensori del torrione; le torri hanno una notevole "scarpatura", ossia la base molto larga e inclinata: serviva a resistere ai colpi d'ariete, a deflettere le palle delle bocche da fuoco allora sempre più usate in guerra e in definitiva (visto che il terreno su cui sorgeva era in discesa e soggetto a frequenti terremoti) a non fare finire la Rocca di sotto. In effetti un terremoto nel 1461 aveva già colpito in zona, distruggendo gran parte dell'abitato sorto appena sotto la rocca. Le case furono ricostruite e il borgo si popolò, finché un altro terremoto (uno dei tanti, ce ne furono altri nel frattempo, e pure dopo) nel 1703 fece ancora devastazioni soprattutto nel borgo, tanto che la gente si trasferì in massa più in basso, in quello che oggi è il centro urbano di Calascio, a 1200 metri di altitudine. Anche Rocca Calascio era stata danneggiata dal terremoto ma fu restaurata tra il 1986 ed il 1989. Nella parte rimasta in piedi del borgo, dopo che nel XX secolo se ne andarono le ultime famiglie, alcune case sono state recentemente ristrutturate per finalità ricettivo-turistiche. Insomma, come tanti comuni abruzzesi e dell'Appennino, Calascio era molto più popolato un tempo: circa 800 anime nel 1600, 1900 nel 1860, 299 nel 1892 e 127 oggi. Vedi qui:

Calascio fa parte del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga e vi sono molti sentieri e viottoli che offrono la possibilità, agli escursionisti di ogni età, di appassionanti passeggiate in luoghi naturali da dove si godono splendidi panorami. Esiste anche l'Ippovia del Gran Sasso (a dispetto del nome percorribile a cavallo ma anche in mountain bike o a piedi), lungo itinerario di circa 300 km ad anello intorno al massiccio del Gran Sasso (e totalmente compreso nel parco) che collega diversi paesi, con aree di sosta attrezzate anche di ricoveri per i cavalli. Il Parco nazionale Gran Sasso e Monti della Laga è il terzo più grande d'Italia (150.000 ettari) e oltre a parte dell'Abruzzo tutela le ridotte zone adiacenti laziali e marchigiane. Montagnoso, con grandi foreste, pascoli e praterie d'alta quota, include anche rinomate piste sciistiche come quelle di San Giacomo - Monte Piselli, Prati di Tivo, Prato Selva e Campo Imperatore - Monte Cristo. Notevolissima la flora e la fauna, quest'ultima comprendente anche camosci d'Abruzzo (reintrodotti dopo l'estinzione), cervi, caprioli, lupi, gatti selvatici, aquile. Anche l'orso viene raramente avvistato. A proposito del Gran Sasso e dei rifugi esistenti, partiamo dal primo film con scene girate anche nel territorio di Calascio e cioè La roccia incantata (1949) diretto da Giulio Morelli e interpretato da  Dina Sassoli, Mirko Ellis, Irene Genna, Vira Silenti, Gino Cray Testa, Anna Maestri, Raoul Traverso. Tipico film drammatico del Dopoguerra, non è certo adatto a chi vuole tirarsi su il morale. Ecco la trama: Lucia (Dina Sassoli) è la custode d'un rifugio sul Gran Sasso. Un giorno da Roma arriva Aldo (Mirko Ellis) e i due si innamorano appassionatamente. Anzi, tanto appassionatamente che la ragazza rimane incinta e allora raggiunge a Roma Aldo il quale, dimentico della promessa di matrimonio, le consiglia di  disfarsi del pargoletto in arrivo. Lucia non ci sta e, cacciata di casa per via dello scandalo, è costretta a fare la domestica in città. Purtroppo dopo qualche anno il figlio muore e lei ritorna al suo rifugio montano. Ma dopo un po' ecco che rivede proprio lì Aldo, arrivato per diletto al fine di scalare una montagna. Lei allora lo minaccia con un fucile ma Aldo precipita in un burrone e passa a miglior vita. Lucia impazzisce. Cosa possiamo dire? Che poteva finire anche peggio... Poteva piovere!  Una curiosità: essendo appena finito il secondo conflitto mondiale, anche sul Gran Sasso era possibile acquistare veicoli residuati di guerra (jeep, autocarri e motociclette come la Matcless 350 cc dalla forcella telescopica, cosa mai vista prima). Se ne dotò anche il Club Alpino Italiano abruzzese che collaborò a La roccia incantata  trasportando persone e materiali con le motociclette fino agli erti luoghi delle riprese.

Dina Sassoli.

Poi fu la volta di Serafino (1968) diretto da Pietro Germi e con location a Campo Imperatore, Arquata del Tronto e Amatrice. Prima di trattare il film sarà bene chiarire una cosa basilare, partendo – parrà strano – dal Lazio e cioè da Ostia. Fin dagli anni '50 se bisognava fare un film con il mare senza allontanarsi troppo dagli stabilimenti cinematografici, la troupe si spostava sulla costa, definita genericamente come Ostia. L'intero litorale che andava da Fregene a Ostia diventava tutto "Ostia" e per questo motivo non è sempre facile trovare le esatte location degli oltre 70 film girativi. Lo stesso, ma con numeri molto minori, vale per Campo Imperatore che non è, come tanti credono, un comune ma un vasto altopiano di 75 km² di origine glaciale situato a circa 1800 metri di altitudine nel cuore del massiccio del Gran Sasso d'Italia e all'interno del Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. Territorialmente Campo Imperatore è suddiviso fra ben sette comuni e cioè Calascio, Barisciano, Carapelle Calvisio, Castelvecchio Calvisio, Castel del Monte, L'Aquila e Santo Stefano di Sessanio. Dire girato a "Campo Imperatore" pertanto non basta ma è un fatto che le produzioni, una volta ricevuta l'autorizzazione alle riprese dal parco, non solo sceglievano autonomamente le location adatte secondo le proprie scelte ma facevano riprese generali dei vari scorci ovunque fossero e poi semmai le inserivano. Insomma, a meno che non si noti un determinato particolare che identifichi un punto preciso di un comune, non v'è certezza di quel che si vede. Comunque per quanto riguarda queste pagine ci siamo avvalsi dei dati comunicatici dal comune di Calascio.

Campo Imperatore (foto Ekki01).

Tornando a Serafino, è la storia del sempliciotto pastore Serafino Fiorin (Adriano Celentano) il quale una volta tornato dal servizio militare diventa l'amante della procace cugina (Ottavia Piccolo) all'insaputa del padre di lei Agenore (Saro Urzì), che certo non vedrebbe la cosa di buon occhio. Ma quando Serafino eredità da una zia un grosso patrimonio, e si mostra troppo generoso con amici e semplici conoscenti dilapidando somme non indifferenti, lo zio cerca artatamente prima di farlo interdire e poi di farlo sposare con sua figlia. Ciò non avviene e Serafino, la cui improvvisa ricchezza non ha sortito effetti rispetto al suo modo di comportarsi e di gestirsi, finisce per sposare la prostituta Asmara (Francesca Romana Coluzzi) alla quale si è affezionato. Vedi qui:

Il film ebbe grande successo e in effetti ancora oggi è piacevolissimo da vedere. Ciò anche grazie a Celentano che allora come cantante era già famosissimo, e non solo in Italia, e inoltre aveva partecipato già a tredici film, pur con piccole parti e quasi tutti musicarelli, dirigendone anche uno e cioè Super rapina a Milano (1964). Tuttavia, tale sua attività cinematograficamente era ben poca cosa. Il successo gli venne da Serafino. Lo stesso Celentano raccontò in una intervista al quotidiano La Repubblica: "Conobbi Germi in occasione del provino di Serafino. Andai a Roma, negli uffici della produzione, ed ero emozionato ed entusiasta di conoscere Pietro Germi oltre che dell'occasione che mi si presentava. Ebbi la sensazione di essergli stato subito simpatico. Mi presentai e lui bofonchiò qualcosa stringendomi la mano e capii subito quanto fosse timido. Rimasi colpito dal suo strano carisma: notai che incuteva soggezione a tutti, ma scoprii presto la sua timidezza mascherata anche dal sigaro che teneva sempre tra le labbra e da una finta rudezza".

Pietro Germi.

"Il provino andò male"– continuò Celentano – "Il direttore di produzione mi comunicò che avrebbe cercato di parlare con Germi per farmelo rifare perché secondo lui io ero il protagonista giusto. Due giorni dopo mi chiamarono e mi comunicarono che Germi voleva che rifacessi il provino. Arrivato a Roma chiesi a Germi cosa fosse andato male del primo provino. 'Adriano, tu sei bravo. Sei un grande artista ma andresti bene per un film con Jean Gabin mentre Serafino è un contadino solare, rozzo, solido... non ha il sopracciglio alzato come hai tu: cosa che fa sospettare un'imboscata'. Rifeci il provino e andò bene. Essere stato diretto da Germi è stata per me un'esperienza che non ho riscontrato spesso in altri registi. Era un grande direttore di attori perché lui stesso era un grande attore. Mimava così bene la scena e l'interpretazione che l'attore capiva subito. Bastava quasi imitarlo. Lui amava il mondo concreto, contadino, popolare, reale. Il film era l'esaltazione di questo mondo e della libertà, minacciati dall'era moderna. Infatti, inizialmente si chiamava La Libbertà, con due 'b'. Poi, quando Germi vide il mio provino decise di cambiare il titolo perché, secondo lui, il personaggio era troppo intenso e presente nel racconto del film per non portare il suo nome: Serafino. L'esperienza del set inizialmente fu traumatica. Trovarmi sperduto tra i monti, isolato, nessuno svago, mi fece precipitare in una profonda tristezza. Era la sera prima delle riprese e andai a cercare Germi. Era l'ora di cena e lui stava mangiando in un ristorante del paese, Amatrice. Ero triste, lui mi guardò, capì e in quell'occasione fu eccezionale oltre che un grande psicologo. Gli dissi: 'Pietro, scusami ma voglio tornare a casa. Sono troppo triste, non me la sento di fare il film'. Capì il mio stato d' animo e invece di dirmi, come chiunque altro avrebbe fatto al suo posto, che quel gesto avrebbe creato guai irreparabili, mi prese sottobraccio e mi parlò. Mi raccontò che anche lui era triste, temeva di non farcela. Che mi capiva... Mi incoraggiò a tal punto che mi ritrovai a fare io coraggio a lui. Il giorno dopo c'era il sole, la giornata era stupenda ed io, incoraggiato e 'compreso' da Pietro, iniziai con gioia le riprese. Ricordo che durante i primi cinque giorni di riprese Germi cercava di cambiare il mio gesticolare, il mio camminare, ed io cercavo di assecondarlo ma, dopo la prima proiezione delle scene girate venne da me e mi disse: 'Adriano, dimentica tutto ciò che ti ho detto fino ad ora. Rimani come sei, sarà un grande successo'. Ne fui felice. Mi cercava sempre, all'ora di pausa, per mangiare assieme il cestino. Ci rintanavamo dentro un casolare di contadini che ci ospitavano e di volta in volta cambiavamo. Parlavo soltanto io. Lui ascoltava e sorrideva. Sono sempre stato onorato dell'amicizia che in tante occasioni mi dimostrò. Anche nei confronti di Claudia che era in attesa di Rosalinda. Forse gli facevamo tenerezza, fatto sta che mi disse che gli avrebbe fatto piacere essere il padrino di Rosalinda in occasione del battesimo. Per me e per Claudia fu un grande privilegio che abbiamo sempre conservato nel cuore. Rosalinda ha come padrino il grande Pietro Germi, un maestro la cui grandezza non è stata fino ad oggi compiutamente riconosciuta".

Adriano Celentano con la moglie Claudia Mori durante una pausa delle riprese di Serafino.

Le musiche originali sono di Carlo Rustichelli. La canzone La storia di Serafino è cantata da Adriano Celentano, mentre La ballata del pastore (che in pratica racconta la trama del film) è invece cantata da Pietro Germi, doppiando nel canto l'attore Nazzareno Natale. Vedi qui:

Anche alcune delle riprese esterne di Lo chiamavano Trinità...(1970) e ...continuavano a chiamarlo Trinità (1971) riguardarebbero in parte il territorio di Calascio, e maggiormente in generale Campo Imperatore. Altre location furono soprattutto in Lazio e in misura minore Molise. Questi film, diretti da E.B. Clucher e con protagonisti Bud Spencer e Terence Hill (all'anagrafe rispettivamente il romano Enzo Barboni, il napoletano Carlo Pedersoli e il veneziano Mario Girotti) ottennero grandissimo successo. Basti pensare che ogni volta che una televisione li manda in onda il pubblico si sintonizza in massa, cosa che capita solo con pochissime altre serie mitiche e inarrivabili come quella di Don Camillo e Peppone. Si tratta film che seppure visti e rivisti, e nonostante gli anni passati, non perdono assolutamente nulla. Per capire il successo ottenuto dai film di Trinità basti sapere che Sole a catinelle (2013), diretto da Gennaro Nunziante e interpretato da Checco Zalone, ha avuto uno straordinario successo di pubblico, vendendo circa 8.004.000 biglietti. Ha superato (ma solo in Italia) addirittura Avatar e Titanic, entrambi di James Cameron e che sono i più grandi successi al botteghino della storia mondiale del cinema. Qualcuno, avventatamente, ha però scritto che Sole a catinelle è il film con più spettatori del cinema italiano di sempre. Ma ha sbagliato alla grande, perché il record assoluto è di ...continuavano a chiamarlo Trinità, con addirittura 14.979.000 spettatori! Vedi qui:

Praticamente le stesse zone di Campo Imperatore furono utilizzate per Carambola (1974), diretto da Ferdinando Baldi e con protagonisti Paul L. Smith e Antonio Cantafora nel tentativo di scopiazzare i film e gli interpreti di Trinità (addirittura utilizzando i doppiatori originali di Bud e Terence, ossia Glauco Onorato e Pino Locchi), con penosi risultati. C'è da dire che all'estero in parecchi caddero nell'inganno (ma in alcuni cinema, per esempio in Germania, una volta capito il tutto ci furono forti proteste). Vedi qui:

A proposito di western all'italiana (detti anche spaghetti-western) ecco due anni dopo, con location sparse a Campo Imperatore, Keoma (1976), diretto da Enzo G. Castellari, con protagonista Franco Nero e fra gli altri interpreti Woody Strode,William Berger, Olga Karlatos e Orso Maria Guerrini. Ecco succintamente la trama di questo film uscito nelle sale quando ormai l'epopea di questo genere aveva stancato e stava finendo (in totale ne furono girati circa 300!): l'ex soldato mezzosangue indiano Keoma arriva in un accampamento dove ci sono un sacco di morti. Anzi, incontra proprio la Morte, sotto forma di un'anziana donna, e le dice:"Tu che arrivi sempre quando finisce la vita, perché sei venuta da me?". E quella: "Non aver paura, non per fermarti".  Difatti nel corso del film s'incontreranno altre volte ma a morire (ovviamente) saranno solo gli altri. Keoma si imbatte in alcuni pistoleri che stanno scortando dei malati di peste (peste nel Far West? Forse era meglio dire vaiolo o tifo...) in una miniera abbandonata, dove ne sono stati deportati altri. Keoma salva una donna che appestata non è, però poi viene ricatturata. Keoma la risalva e cominciano i morti a pistolettate. Il paese è sotto il giogo del cattivo Coldwell, aiutato dai fratellastri di Keoma che lo vedono come il fumo negli occhi da sempre. Keoma trova solo l'aiuto di suo padre (che defunge da lì a poco ammazzato da  Coldwell) e di un suo vecchio amico, il negro George. Scazzottate, rapimenti e ammazzamenti a profusione, incluso un tentativo di linciaggio. I tre fratelli uccidono  Coldwell, non per fare un favore al fratellastro ma perché ha assassinato il loro padre. Infine Keoma li uccide, rifiutando il neonato (figlio della donna liberata all'inizio e morta durante il parto) che la Morte vorrebbe affidargli. "Meglio che stia con te, così diventa libero" è il succo della risposta di Keoma. Insomma, che se la sbrighi lei. Però è anche vero che mentre se ne va gli spuntano un po' di lacrime.

Il film è cupo, introspettivo, lento (tranne quando le persone vengono colpite dalle pistolettate, in quanto saltano come grilli) ma anche discreto. Per alcuni è molto bello, per altri una schifezza, che poi è il destino di molti film. Il regista  Enzo G. Castellari dichiarò: "Il soggetto è di Luigi Montefiori, un'intuizione geniale, un'idea straordinaria nella quale mi sono immerso e ne sono stato coinvolto alla prima lettura, ma la realizzazione del film è stata un'altra grande avventura piena di imprevisti, difficoltà, problematiche che ho risolto, con la collaborazione del produttore Manolo Bolognini e quella di Franco. Abbiamo lottato contro tutto ma siamo riusciti a portare a termine l'opera. Posso solo dire che Keoma rappresenta il mio io, la mia personalità come autore, il mio modo di girare, di montare, di sonorizzare e di musicare! Ho realizzato questo film riconoscendomici in tutto!". Le riprese del villaggio furono fatte a Roma negli Studios Elios sulla via Tiburtina e al Cave Studio Film, quest'ultimo di proprietà dell'attore peplum e spaghetti-western Gordon Mitchell.  Vedi qui:

Franco Nero poi tornò in Abruzzo (con scene girate in vari punti di Campo Imperatore) come protagonista, insieme a Corinne Cléry, del violento thriller "on the road" Autostop rosso sangue (1977), diretto da Pasquale Festa Campanile. Il film è ambientato in California ma in realtà, come già scritto, fu girato tutto in Abruzzo. Nella stessa zona, sempre nel 1976, furono girate alcune scene de Il deserto dei Tartari, diretto da Valerio Zurlini qui al suo ultimo film (poi si diede all'insegnamento fino alla morte avvenuta nel 1982). Il film è tratto dall'omonimo romanzo di Dino Buzzati ma a differenza di quest'ultimo ha una collocazione geografica e temporale e quindi vedendo il film si può essere tratti in inganno in quanto si svolge nella prima metà del XX secolo e allora le orde mongole (i tartari erano e sono mongoli) erano scomparse ormai da secoli, conquistate e sottomesse come capitato a tutti nella storia.  Il deserto dei Tartari – vincitore nel 1977 di due David di Donatello per il Migliore film e la Migliore regia e di un Nastro d'argento per la Regia   è una sorta di metafora kafkiana che vanta un cast d'eccezione: Jacques Perrin (protagonista e cofinanziatore), Vittorio Gassman, Giuliano Gemma, Philippe Noiret, Fernando Rey, Max Von Sydow, Jean-Louis Trintignant, Giuseppe Pambieri, Francisco Rabal, Lilla Brignone. La trama narra di un ufficiale assegnato alla remota Fortezza Bastiani, in cui una guarnigione deve sorvegliare la frontiera desertica in attesa (per decenni) di una temuta e presunta (e che non avviene) invasione da parte dei tartari. Le location furono iraniane, soprattutto l'antica fortezza di Arg-e Bam, la più grande costruzione in mattoni al mondo, disabitata dal 1850 e distrutta dal terremoto del 2003, che in Iran fece 40.000 vittime. Altre location (a parte gli interni girati a Cinecittà) furono Bressanone, in Alto Adige, e appunto Campo Imperatore, dove fu girata la scena della caccia al cinghiale. Vedi qui:

Dopo fu la volta di  Amici miei - Atto II° scritto proprio così anche sul manifesto, benché non sia corretto in quanto l'apice (il cerchietto) non va nei numeri romani , film del 1982diretto da Mario Monicelli e fortunato sequel di Amici miei, diretto dallo stesso regista tre anni prima. Gli interpreti principali sono Ugo Tognazzi, Gastone Moschin, Adolfo Celi, Philippe Noiret e Renzo Montagnani. Le location furono soprattutto toscane, ma la scena della rievocazione della Via Crucis fu realizzata sulla strada sterrata che dal centro urbano va verso Rocca Calascio. Vedi qui:

Prima abbiamo trattato Il deserto dei Tartari, il cui direttore della fotografia era Luciano Tovoli. Bene, sempre Tovoli, nell'unica sua esperienza come regista, diresse Il generale dell'armata morta (1983, anche chiamato L'armata ritorna), con Marcello Mastroianni, Anouk Aimée, Michel Piccoli, Gérard Klein, Sergio Castellitto (qui nella parte di un interprete albanese, nella sua seconda partecipazione con un ruolo ben specifico a un'opera cinematografica). Il film racconta di un generale italiano (Mastroianni) inviato quasi vent'anni dopo la fine del seconda conflitto mondiale in Albania allo scopo di organizzare la ricerca e la raccolta dei resti dei nostri soldati al fine di poterli seppellire in patria. Con lui c'è un sacerdote (Piccoli, che fu anche coproduttore e sceneggiatore del film) che è pure colonnello dell'esercito italiano e che è stato cappellano proprio di quel contingente. Nello stesso momento in quei luoghi si trova anche un generale tedesco, con lo stesso fine. Il generale italiano constaterà che il nostro esercito ha (anche) lasciato uno strascico di odio a causa degli orrori perpetrati. Insomma, un po' come la scoperta dell'acqua calda, visto che nelle guerre non ci sono da una parte tutti i buoni e dall'altra tutti i cattivi, e questo vale per qualunque paese belligerante. Film grottesco e antimilitarista di un certo periodo – giusto per sfatare la diffusa fama dei soldati italiani "brava gente", che in certi ambiti ha sempre masochisticamente dato fastidio (fu realizzato negli anni delle missioni umanitarie italiane in Libano e Somalia) –  ha un ritmo lento e per la verità fu pochissimo visto, con un passaggio sulla Rai in tarda serata. Le brulle montagne in cui nel film si fanno le ricerche e gli scavi sembrano quelle albanesi ma in realtà  sono quelle di Campo Imperatore, con riprese sparse. Vedi qui:

La stessa zona, con riprese in vari punti, fu usata per gli esterni (insieme alla veneta Cortina d'Ampezzo e a Lanzarote nelle Isole Canarie) di Krull, film fantastico del 1983 diretto da Peter Yates (ottimo regista, basti pensare a Bullitt del 1968) e interpretato da Ken Marshall, Lysette Anthony, Freddie Jones, David Battley e tanti altri (c'è pure Liam Neeson, all'inizio della carriera). Racconta della lunga guerra tra due regni in corso sul pianeta Krull, alla quale si inserisce (facendoli unire per fronteggiarlo) il Mostro con le sue armate di soldati decisamente asociali – difatti li chiamano i Massacratori – che però vengono infine battuti dai nostri eroi in possesso di un'arma magica eccetera eccetera. Il film ha due record: è stato uno dei più costosi di quegli anni e per di più fu un flop doloroso per i produttori, incassando in tutto 16,5 milioni di dollari a fronte di un costo di 27. Chissà, magari dal 1983 a oggi ha incamerato qualcosa di più. Neppure i vari giochi, incluso un home video, e i gadget messi in vendita a seguito del film hanno avuto successo. Eppure il film per quei tempi non era fatto male, ed è dignitoso anche oggi. Potremmo definirlo un'opera fra fantasy e Guerre stellari di George Lucas – ma con distanze, è il caso di dirlo, siderali quanto a livello, e in peggio –, con buoni attori ben diretti da Peter Yates (il quale però non girò mai più un film di fantascienza...) e pure una certa originalità: per esempio, la fortezza della vicenda al calar della notte si smaterializza per ricomporsi in un altro luogo, ogni giorno, con tutto il contenuto. Una sorta di "Isola che non C'è". Su quel pianeta di sicuro le Poste avranno avuto problemi... 

Krull ha pure buoni effetti speciali, belle location esterne nonché interne molto accurate. Si consideri che furono costruiti ventitré set cinematografici e furono utilizzati dieci teatri di posa a Pinewood Studios, in Inghilterra, tra cui il più grande di tutti, il gigantesco 007 Stage, che fu utilizzato per le scene della palude. Eppure Krull non sfondò, gli mancava qualcosa. O forse c'era troppo, basti pensare alla frase scritta sul manifesto, una volta letta tutta ci si era già stufati: "Al di là del nostro tempo, oltre il nostro universo c'è un pianeta assediato da invasori alieni, dove un giovane re deve salvare il suo amore dalle grinfie della bestia o rischiare.... la morte del suo mondo. Krull. Ad anni luce oltre la vostra immaginazione". A proposito dell'originalità del film, ecco una chicca: visto che raggiungere la fortezza è un problema non da poco (un giorno è qua, l'altro là) ci vogliono cavalli veramente veloci per raggiungerla. A parte il fatto che, per motivi loro, la produzione per girare le scene scelse sedici cavalli Clydesdale – una razza da tiro, non proprio dei fulmini pure nell'aspetto –, in Krull questi rarissimi "cavalli di fuoco" erano talmente veloci (e la scena fu girata proprio a Campo Imperatore) da lasciare una scia di fiamme correndo, tanto era l'attrito. Nel film si specifica persino che sono in grado di percorrere 3500 miglia in un giorno (5250 km!) e pertanto, senza riposarsi, correrebbero a circa 220 km/h, cosa che obiettivamente in un pianeta con tanti alberi, rocce e ostacoli vari dev'essere un problema per l'incolumità. Forse è per questo che sono tanto rari... Vedi qui:

Ci sono un paio di cose che accomunano Krull a un altro film in costume e cioè King David (1985), diretto da Bruce Beresford e con Richard Gere protagonista. Difatti  King David ebbe alcune scene girate a Campo Imperatore e gli interni realizzati presso i Pinewood Studios; pure questo film fu un flop catastrofico, con un incasso poco superiore a 5 milioni di dollari a fronte di un costo di ben 21. Non solo, come Krull e King David andò malissimo Yado (1985), con riprese anche a Campo Imperatore (e a Celano), di Richard Fleischer e interpretato da Arnold Schwarzenegger e Brigitte Nielsen, qui al suo esordio cinematografico. Il film costò circa 15 milioni di dollari e ne incassò solo 7. In effetti fu un tentativo di Dino De Laurentiis – già produttore dei grandiosi successi Conan il barbaro (1982) diretto da John Milius e Conan il distruttore (1984) diretto da Richard Fleischer – di sfruttarne il protagonista  Arnold Schwarzenegger, fra l'altro reduce dall'altro grande successo Terminator (1984), regia di James Cameron. In effetti protagonista di Yado era Brigitte Nielsen nella parte di Red Sonja e Schwarzenegger aveva accettato, per fare un favore a  De Laurentiis, di interpretare solo un cameo e di lavorare sul set per una settimana. Tuttavia andò a finire che il produttore lo utilizzò per quattro settimane, montando per di più il film in modo tale da farlo diventare co-protagonista. Lo stizzito Schwarzenegger poco dopo pose fino al contratto che lo legava al produttore. In Yado lavorò, nel ruolo della regina lesbica Gedren, anche Sandahl Bergman, già interprete della razziatrice Valeria in Conan il barbaro. La trama di Yado non si discosta molto dai due precedenti film fantasy citati, ma ne è abissalmente inferiore. Lo stesso Schwarzenegger lo indicò come uno dei suoi peggiori film, però disse che aveva anche un lato positivo: "Quando i miei figli fanno i capricci gli dico che se fanno i cattivi li costringerò a vedere dieci volte di fila Yado. Di conseguenza, nessuno di loro mi ha mai dato molti problemi". Vedi qui:

Rocca Calascio ha tutto ciò che necessita a una fiaba: oltre alla spettacolare e altissima fortificazione, domina su un territorio in cui si fondono storie e leggende di cavalieri, dame, prodigi, boschi tenebrosi, lupi, incantesimi e così via. A proposito di leggende, ce n'è una che racconta di Re Marrone, che a quanto pare aveva di tutto il meglio: possedeva trentasei castelli in Capitanata e cento torri nella Baronia di Carapelle; aveva uno sterminato gregge ed era il più bello che si fosse mai visto da queste parti, e i suoi pastori erano veri giganti fieri e ben nutriti, i cui  corni d'osso portati a tracolla erano colmi di olio. Ci si domanderà perché specificare l'abbondanza d'olio. Bene, un tempo in zona, e non solo qui, la vita era effettivamente dura e così i pastori si cibavano soprattutto di fette di pane fatte bollire nel pentolone in cui si faceva il formaggio. In questa sorta di zuppa si metteva un po' di sale e il capo pastore, lesinando il più possibile, lasciava cadere dal corno due strisce d'olio, giusto per fare il segno della croce, magari diceva un amen, e quello era il condimento per tutti. Pertanto specificare che il corno era colmo d'olio di oliva significava dire che vivevano da nababbi ben pasciuti... ma non era così. Tornando alle tante fortune di  Re Marrone, le pecore producevano talmente tanto latte che il caldaio, ossia il pentolone citato prima, era grande come la cupola di san Nicola di Bari, il formaggio era il più saporito di tutte le masserie della montagna, la lana delle sue pecore era la più bianca e leggera, ecc. La leggenda dice che però a un certo punto il confinante Re delle Corone, mosso da invidia, gli dichiarò guerra. Re Marrone e i suoi sudditi resistettero per ben dieci anni fra battaglie e devastazioni ma alla fine dovettero rinchiudersi nella Rocca, resistendo per ben dieci anni grazie alle scorte di cibo. Questo fa capire che di leggenda si tratta, poiché la Rocca in realtà è piccola... A quel punto Re Marrone ebbe un'idea. Fece mungere le poche pecore rimaste, e poiché il latte era troppo poco ci fece aggiungere quello delle donne che allattavano i loro figli. Con il latte furono fatte dodici forme di cacio, che durante una lunga festa (finta, organizzata per farla sentire ai soldati nemici) furono fatte rotolare fin alle linee degli assedianti. Questi, invecchiati e affamati pure loro, a quella vista pensarono bene che se quelli della Rocca potevano addirittura perdere delle belle forme di formaggio significava che erano ancora pieni di cibo. Inutile assediarli ancora. E così se ne andarono. La leggenda è piacevole, ma usata e abusata. Per esempio, è simile a quella della piemontese Alessandria assediata dal Barbarossa. Lì si dice che invece del formaggio si mandò fuori dalle mura una vacca ingozzata di grano che, una volta macellata dall'affamato nemico, gli fece capire che era meglio tornarsene a casa. Ovviamente la storia, quella vera, è diversa.

Insomma, il contesto di Calascio e della zona di Campo Imperatore ben si prestava a un film fantasy con leggende, cavalieri, dame, magie, lupi e tanto altro. E fu così che nel 1983 Calascio divenne una delle location – esattamente la rocca abitata da un frate che cura il falco ferito da una freccia – in Ladyhawke (1985), diretto da Richard Donner e con Rutger Hauer, Michelle Pfeiffer e Matthew Broderick.  Il film ottenne grande successo e, fra i tanti girati a Calascio, è senza dubbio quello che più lo identificò in seguito, cosa che dura tutt'oggi. Ecco la trama: in Francia, nel XIV secolo (esattamente nel 1386, 36 anni dopo l'arrivo della peste nera), il ladro Philippe Gaston – detto "il topo" per le sue piccole dimensioni – riesce a fuggire dalle prigioni della fortezza di Aguillon poco prima della sua esecuzione. Viene salvato dalla cattura da parte del crudele vescovo dall'ex capitano della guardia Etienne Navarre, che viaggia su un possente cavallo nero e in compagnia di un falco. Poi si scoprirà che il falco è la sua amata, trasformata nel rapace da una maledizione del vescovo, innamorato di lei ma non disposto a lasciarla ad altri. Lei di notte torna donna, ossia Isabeau d'Anjou, mentre Navarre diventa un grande lupo nero. Insomma, non s'incontrano mai sotto forma umana. A rompere la maledizione sarà un'eclisse, come dice una profezia: "Una notte senza il giorno e un giorno senza la notte". Il vescovo muore e i due, come vuole qualsiasi fiaba, vissero felici e contenti.

Alcuni degli interpreti originariamente avrebbero dovuto essere altri: Kurt Russell nel ruolo di Navarre, Rutger Hauer in quello del cattivo capitano della guardia. Ma Russell abbandonò il film pochi giorni prima dell'inizio delle riprese, e fu sostituito da Hauer che del resto era interessato proprio a quella parte e non a quella propostagli dal regista. Il ruolo di Gaston andato a  Broderick inizialmente era stato offerto a Sean Penn e Dustin Hoffman. A proposito di Broderick, bravo attore, allora aveva 23 anni e non era, e non lo è neppure adesso, un gigante, essendo alto 1,73. In una scena doveva cavalcare Golia, lo splendido e gigantesco stallone nero  del capitano Navarre. Il vero nome del cavallo era Othello, un esemplare di 19 anni di razza frisona (ma se ne usarono più d'uno). Per capire la potenza di questo animale basti pensare che in una scena Navarre colpisce l'animale per spronarlo. Ebbene, Rutger Hauer diede una pacca troppo forte e lo stallone stizzito partì al galoppo con la velocità e forza di una locomotiva. Il povero Broderick, che ci stava sopra, tentò di tirare le briglie per fermarlo ma non era abbastanza forte. Insomma, sparirono all'orizzonte e alla troupe non restò altro da fare che sedersi, attendere lo sbollimento della furia di Othello e che tornasse indietro. Cosa che fece parecchio dopo. Le scene con cavalli, specialmente di certe razze e in determinate situazioni, contrariamente a quel che molti credono possono essere parecchio rischiose. Gary Cero, addestratore degli animali del film (e di molti altri, inclusi tutti quelli della serie di Harry Potter) dichiarò: "Se si mettono un leone, un orso o una tigre fra la gente, ti ascolteranno. Ma portare un cavallo in scena, fra la troupe, è la cosa più difficile da fare perché se non si presta molta attenzione possono provocare feriti e anche uccidere. E' la stessa cosa dei cani, un morso di cane può essere pericoloso per la vita. Il fatto è che ogni animale è un individuo, ognuno anche caratterialmente è diverso e richiede un diverso livello di attenzione.  Alcuni di loro davvero ti prestano poca attenzione e allora devi fare la scena in fretta, altrimenti si stancano e non fanno più nulla. Altri invece sono al 100 per cento con voi per tutto il tempo, e sono perfetti".

Naturalmente, peggio di un morso di cane è quello di un lupo (le mascelle sono circa tre volte più forti), come per esempio scoprì in seguito Kevin Costner nel suo Balla coi lupi del 1990 (non girato in Italia, sia chiaro). Il lupo Due Calzini in realtà era "interpretato" da due lupi addomesticati che però, come tutti i lupi, si annoiavano presto, perdevano interesse e facevano quel che gli pareva senza accettare imposizioni. Durante la lavorazione azzannarono diversi della troupe, mandando all'ospedale il loro stesso addestratore. Il lupo nero di Ladyhawke (ossia Navarre trasformato, nel film) disponibile sul set non era uno ma ben quattro, sempre per il solito problema del calo di attenzione in questi animali. Erano grandi lupi, essendo siberiani, e pertanto ben diversi da quelli viventi allo stato selvatico nella zona di Calascio, e quindi a Campo Imperatore e pertanto nel  Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. Inoltre quelli del film erano melanici ossia neri, mentre i nostri lupi sono fulvi (tranne una piccola parte di quelli che vivono sull'Appennino tosco-emiliano). Ovviamente le scene in cui interagivano con l'uomo hanno comportato molte precauzioni. Vedi qui:

Sempre Gary Cero addestrò e mise a disposizione per il film il falco (ossia Isabeau trasformata), però in realtà erano diversi esemplari e non erano neppure falchi ma poiane codarossa. Quello che si vede più spesso si chiamava Spike II e fu utilizzato dalla Universal Bird Show di Gary Cero fino al 2000 quando venne ritirato dalle scene e trasferito "in pensione" alla società National Audubon. Morì nel 2007. Altri esemplari furono impiegati nel film solo per alcune situazioni, come quello per le scene di volo o l'altro che andava a posarsi sul braccio di Navarre/Hauer. Uno non fu utilizzato perché aveva tanto piacere nel poggiarsi su Hauer che gonfiava le piume, sembrando però più un pollo che un falco.  Gary Cero spiegò che i rapaci hanno una capacità media di apprendere. Quello che un corvo o un pappagallo impara in dieci prove, i rapaci lo imparano con un migliaio. A proposito del falco/Isabeau, come abbiamo scritto la scena in cui viene portata al frate per essere curata fu girata a Rocca Calascio – allora non ancora restaurata –, opportunamente integrata e modificata. Vedi qui:

Altre location del film furono Castel del Monte, i castelli di Soncino e Torrechiara, i borghi medievali di Castell'Arquato e la frazione Bacedasco di Vernasca, il Lago d'Antorno nelle Dolomiti e la ricostruzione a Cinecittà degli interni della Chiesa di San Pietro a Tuscania. La fotografia di Ladyhawke era curata dal premio Oscar Vittorio Storaro e le musiche da Andrew Powell.

Appena un anno dopo l'uscita nei cinema di Ladyhawke, ecco un capolavoro e cioè Il nome della rosa (1986) diretto da Jean-Jacques Annaud, tratto dall'omonimo romanzo di Umberto Eco del 1980 e interpretato in modo superlativo da Sean Connery, Christian Slater, F. Murray Abraham, Fëdor Fëdorovič Šaljapin e tanti altri. Immortale e irripetibile l'interpretazione del frate Salvatore da parte di Ron Perlman. Scenografia del celebre Dante Ferretti, in seguito premiato per altri film con tre Oscar. E' la storia del frate Guglielmo da Baskerville, un tempo inquisitore e successivamente lui stesso inquisito come eretico, che nel 1327 viene inviato in un'abbazia benedettina del Nord-Italia per investigare su alcune misteriose morti. Per i pochi che non l'avessero visto non sveliamo altro sulla trama, però consigliamo assolutamente di vedere questo film a suo modo unico. Dobbiamo però sottolineare che le location (esterne) – diversamente da quanto indicato da molti – sono solo marginalmente abruzzesi. Difatti la principale fu il villaggio con acclusa torre-biblioteca (quella che alla fine brucia), il tutto costruito di sana pianta su una collina nei pressi di Fiano Romano. Non si tratta, nel caso della torre-biblioteca, della simile fortezza pugliese di Castel del Monte – da non confondere con l'abruzzese comune di  Castel del Monte, confinante con Calascio –, anche perché ci pare difficile che lo stato consentisse di darle fuoco, fosse pure per un film di questo livello... Altra importante location fu l'Abbazia di Eberbach in Germania. Rocca Calascio e il suo territorio li si vede sì nel film, ma solo all'inizio (poco più di un minuto), così come nelle ultime sequenze dell'opera. Vedi qui:

Del resto lo stesso Umberto Eco, in una lettera pubblicata il 29 aprile 2011 su L'Espresso, dichiarò: "L'Adnkronos in data 15 aprile 2011 riferisce che, dopo il terremoto che ha investito l'Abruzzo, riapre al pubblico la torre di Rocca Calascio, "usata anche come set di Il nome della Rosa". Vedo anche la foto di questa bellissima fortificazione, che tuttavia non è stata usata per l'abbazia del film, ricostruita interamente a Fiano Romano. Ma viaggiando per Internet ho trovato molti monasteri che sono stati riconosciuti dai turisti come luogo della mia abbazia, e quindi le abbazie de Il nome della Rosa sono ormai come i chiodi della Croce".

Sullo sfondo, Rocca Calascio ne Il nome della rosa.

Nel 1987 uscì nei cinema un altro film, ma di genere fantasy, girato qua e là nella zona di Campo Imperatore. Si tratta di The Barbarians, diretto da Ruggero Deodato e con attori (si fa per dire...) protagonisti i due fratelli gemelli nonché culturisti Peter e David Paul. Il film è una scopiazzatura, però a livelli infimi, di Conan il Barbaro, di cui in qualche modo si voleva cavalcare l'onda del successo. Chissà, forse all'inizio le intenzioni erano di fare un film serio ma il dilettantismo dei due protagonisti e il loro carattere gioviale e scherzoso non lo permise. Pasticciavano e ridevano come bambini (ma alti e larghi come armadi a quattro ante e pieni di testosterone) per tutto il tempo durante le riprese e si capì che c'era così poco da cavarne e che forse era meglio lasciarli fare. Quella di Deodato fu un'ottima decisione poiché il film che ne saltò fuori – se non lo si prende sul serio – è così zeppo di fesserie da risultare del tutto piacevole e godibile, inoltre ha un buon ritmo e non ci si addormenta. Anche la troupe si divertì. Tuttavia forse i produttori no, in quanto The Barbarians ebbe un costo stimato di circa 4 milioni di dollari ma ne incassò solo 800.000. Sarà bene chiarire che gli stessi testi, il copione, le battute e le situazioni si prestavano per quel risultato. Se volete qualche chicca ecco qua: i due protagonisti vengono catturati da bambini e resi schiavi e infine diventano adulti, però tutti quelli che gli stanno a fianco, del tutto imperterriti al passare del tempo, sono sempre uguali e addirittura sempre con lo stesso abito o costume che dir si voglia; i due protagonisti (ripetiamo, gemelli), cresciuti separatamente e uno credendo morto l'altro, diventano guerrieri e finiscono per combattersi nell'arena. Durante la lotta i loro elmi si rompono e uno dice all'altro: "Ehi tu, che ci fai con la mia testa?"; una ragazza chiusa in gabbia li vede avvicinarsi mezzi nudi per soccorrerla e sbotta (presumiamo non riferendosi ai muscoli delle spalle): "Guarda le dimensioni di voi due! Questo è il giorno fortunato di Ismina!". Insomma, quella di The Barbarians, condita com'è di effetti speciali quasi da oratorio, è un'opera talmente assurda da risultare pura e sopraffina arte ed è assolutamente da vedere. Vedi qui:

Il simpatico Ruggero Deodato – regista anche dei celebrati ed estremi horror Ultimo mondo cannibale (1977), Cannibal Holocaust (1980) e Inferno in diretta (1985) – raccontò in un'intervista rilasciata al sito Taxidrivers: "Nessuno dei miei film è stato compreso dalla critica, neanche Cannibal holocaust, il mio film più noto. In Ultimo mondo cannibale, che è stato uno dei film più faticosi che ho fatto, se un giovane sapesse come l'ho girato l'amerebbe moltissimo. È tutto ambientato in Malesia ed è stato girato con una troupe in mezzo alla giungla, tra serpenti e sanguisughe. I critici scrissero che l'avevo girato a Campo Imperatore in Abruzzo. Ma mi chiedo ancora come abbiano potuto mai fare un tale accostamento. Però c'è stato un film che ho girato sul serio a Campo Imperatore, trasformandolo in Canada, The Barbarians. E la critica scrisse che avevo utilizzato dei bellissimi paesaggi canadesi. Campo Imperatore e l'Abruzzo per me sono stati un punto di appoggio per molte cose, non solo per molti dei miei film, ma anche per gli spot pubblicitari. The Barbarians inizia con una cavalcata che tutti hanno paragonato ai film di John Ford e si svolge proprio a Campo Imperatore. In una valle rocciosa lì vicino, invece, ho girato i duelli. Inoltre, a Bussi sul Tirino ho realizzato I quattro del pater noster (1969) e Camping del terrore (1986). L'Abruzzo è poco abitato e lì è semplice trovare posti non sfruttati dal cinema. Poi è a due passi da Roma. Se hai un'esigenza sei ad un'ora da casa, quindi è un ottimo set per il cinema. E poi si mangia molto bene". Campo Imperatore lo si vede anche in alcune scene panoramiche de Il sole anche di notte (1990), diretto dai fratelli Paolo e Vittorio Taviani (anche sceneggiatori insieme a Tonino Guerra), liberamente tratto dal racconto Padre Sergij di Lev Tolstoj e difatti  caratterizzato dalla stessa lentezza dei migliori (o peggiori) film russi. Gli interpreti sono Julian Sands, Nastassja Kinski, Massimo Bonetti, Charlotte Gainsbourg, Rudiger Vogler, Margarita Lozano. Una cosa: diverse fonti, anche importanti testate giornalistiche abruzzesi, citano che nel film si vedrebbe più volte la  chiesetta di Santa Maria della Pietà di Calascio, ma non è affatto vero. Quella che si vede è parecchio più piccola e ben diversa, per notarlo basta guardarsi il film. La stragrande parte del film comunque si avvalse delle location di Matera e Craco in Basilicata, della Murgia tra Altamura e Gravina in Puglia nonché della Campania.

Una scena (con la chiesetta sullo sfondo) de Il sole anche di notte .

Lo stesso vale – ossia solo una parte delle riprese panoramiche effettuate a Campo Imperatore – per Così è la vita (1998),  film commedia diretto (insieme a Massimo Venier) e interpretato dal trio comico Aldo, Giovanni & Giacomo, e per San Gabriele  (2002)  di Maurizio Angeloni. Campo Imperatore, compreso il territorio di Calascio e Rocca Calascio, li si vede anche in The American (2010), diretto da Anton Corbijn e interpretato da George Clooney, Violante Placido, Thekla Reuten, Paolo Bonacelli e Filippo Timi. La trama racconta di Jack, un sicario professionista esperto nella fabbricazione di armi che decide di cambiare vita. Prima di farlo però è costretto a un ultimo incarico e cioè costruire un particolare fucile che sarà utilizzato da un altro sicario. Per realizzare l'arma Jack deve quindi trasferirsi in un paesino tranquillo (che però non è Calascio ma il confinante Castelvecchio Calvisio), in cui poter lavorare sotto mentite spoglie. Tuttavia il posto non si rivelerà così pacifico... Le location riguardarono inoltre Castel del Monte, Castelluccio, Sulmona e Roma (nonché la Svezia, zone di Jamtland e Ostersund).

George Clooney in The American

Campo Imperatore è stato location anche di varie scene di fiction, l'ultima delle quali, con scene girate anche a Calascio, fu la miniserie Padre Pio - Tra cielo e terra (2000), diretta da Giulio Base e che narra la vita di Padre Pio da Pietrelcina. Interpretata da  Michele Placido (Padre Pio), Rocco Papaleo, Barbora Bobulova, Luigi Diberti e Riccardo Garrone, andò in onda su Rai 1.

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Location in Abruzzo

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