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Intervista a Dalila Di Lazzaro, di Giovanni Todaro

L'attrice Dalila Di Lazzaro oggi.

Grazie alla cortesia del prestigioso gruppo di management artistico Caremoli Ruggeri Del Fuego, e soprattutto alla disponibilità dell'attrice, Cinema & Turismo ha avuto l'opportunità di intervistare  Dalila Di Lazzaro, interprete di tanti film italiani ed esteri e di fiction. L'abbiamo incontrata nel centro storico di Milano, in cui vive, e da subito ci è parsa una persona posata, simpatica e del tutto priva di qualsiasi forma di snobismo. Una donna di successo – modella, attrice, cantante, scrittrice – ma anche una persona concreta, grande amante degli animali e, come si suol dire, "con i piedi per terra".

Lei diventa famosa con Oh, Serafina!

Sì, fu il mio primo film da protagonista.

Il primo film a cui partecipò fu lo spaghetti-western Si può fare... amigo, regia di Maurizio Lucidi, del 1972. Ma con il nome Dalila Di Lamar.

Sì, e poi partecipai a diversi altri. La gavetta mi è servita, e del resto serve in qualsiasi lavoro. Prima facevo la modella e poi ho fatto qualche particina nei film. Come modella avevo lavorato in una famosa campagna pubblicitaria per un collirio e proprio grazie a questa ho cominciato ad avere delle occasioni, fino a una per me molto importante anche perché ho avuto occasione di vedere per la prima volta un vero set, cosa che mi scioccò. Facevo l'infermiera di Bette Davis in Lo scopone scientifico, un film del 1972 diretto da Luigi Comencini e conAlberto Sordi, Silvana Mangano e Joseph Cotten.

Certo, Lo scopone scientifico. Sordi e la Mangano vinsero il David di Donatello  come migliori attori protagonisti e Mario Carotenuto il Nastro d'argento come migliore attore non protagonista. Bette Davis interpretava l'anziana miliardaria americana. Era una delle grandissime star mondiali, vincitrice di due Oscar per Paura d'amare e Figlia del vento. Anche se in Italia è particolarmente nota per la parte dell'anziana e povera venditrice di mele in Angeli con la pistola, di Frank Capra.

Nel film praticamente non mi si vede neanche. C'è un medico e un'infermiera, ossia io. Bette Davis era strepitosa, non aveva atteggiamenti da star ma era una professionista. Ne avevo grande ammirazione perché vedevo i suoi film quand'ero piccina, per me era un mito. Quando nel film dovevo misurarle la pressione mi tremavano le mani e allora lei mi diceva "Stringi, stringimele più forte" ma lo diceva in inglese, io non capivo e, insomma, venivano fuori dei pasticci. Era anche l'emozione. Inoltre, stare in un set così grosso, importante... Lei era straordinaria, sapeva tutto, conosceva parola per parola tutto il copione...

Anche le parti degli altri attori.

Per forza, è obbligatorio, bisogna entrare nella scena, immedesimarsi. Però se non hai un grande attore come spalla è un disastro. Sennò io studio bene la parte e poi trovi quella che non lo fa, che si impappina, che ti fa ripetere la scena dieci volte. Ti cadono le braccia...

Scusi, ma lei agli inizi non si impappinò?

No, io ero sempre, sempre timorata di Dio, ero molto timida e quindi per contro volevo essere preparata, per cui a menadito dovevo sapere il mio ruolo e  vedendo appunto questa famosa Bette Davis sul set stavo lì e osservavo anche se non ero di scena, cercando di imparare. La Davis la vedevo molto vecchia (all'epoca aveva 64 anni N.d.A.), così gracile, piccolina ma ancora in gamba, con un'ottima memoria. Così come Alberto Sordi e Silvana Mangano, era un piacere guardarli, e allora mi dicevo, io non posso fare figuracce. Quegli attori se rifacevano due o tre ciak era per un fattore tecnico e non certo perché si imbambolavano. Sono stata tre mesi con la Davis e per me è stata una scuola, mi aveva preso in simpatia, voleva sempre che facessi colazione con lei, mi faceva vedere le foto della famiglia, dei nipoti e mi diceva spesso di raggiungerla a Los Angeles. Figuriamoci, io non avevo una lira...

Quello stesso anno partecipò al mediocre Frankenstein '80 diretto da Mario Mancini e l'anno dopo a Il mostro è in tavola... barone Frankenstein, di Paul Morrissey e Andy Warhol... Che tipo era Warhol?

Ah, un mistero. Impenetrabile, parlava poco, aveva delle simpatie, ti parlava ogni tanto, con una voce strana, un po' nasale. Era sempre accompagnato da una schiera di sette-otto ragazzi che lavoravano per lui, non so per cosa. Ne Il mostro è in tavola... barone Frankenstein io dovevo fare solo un'apparizione, nella parte della donna perfetta. Era un grosso set, le mie scene sono state girate a Cinecittà, con sangue, effetti speciali. Era tridimensionale e per l'epoca era inusuale.

Ci recitavano Udo Kier, Joe Dallesandro... gente strana.

Eh! (ride) Sì. Era come la famiglia Addams. Già il film era macabro, poi tutti erano particolari, anzi, strani strani. Tutto era strano. Poi non avevano coscienza. Nel film per creare la creatura perfetta si prendevano le gambe di una, le braccia dell'altra e così via, insomma, un assemblaggio. Mi dovevo alzare alla 4 del mattino e per truccarmi con cicatrici e altro ci volevano cinque ore! Ma ti trattavano come un oggetto. A un certo punto avevano sbagliato a farmi un busto e facevo fatica a respirare. Io stavo zitta perché per me era un'occasione importante, però svenivo spesso e allora volevano sostituirmi.



Scusi, ma lei non poteva dirglielo che faticava a respirare?

No, perché non ti chiedevano come andava e io allora ero piuttosto impaurita. Finché venne il produttore, che era Carlo Ponti, e mi chiese perché svenissi sempre e perché volessi farmi sostituire. Gli spiegai del busto e allora lui si arrabbiò con la produzione.

Ma lei Ponti, allora già sposato con Sophia Loren, lo conosceva?

No, lo conobbi in quell'occasione. Io fui voluta da Andy Warhol, dall'America. Avevo fatto la pubblicità di una bevanda con un bellissimo modello americano, il quale mi disse che avevo un volto particolare e che avrei dovuto andare a lavorare negli Stati Uniti. Mi chiese una foto e io gliela diedi, pensavo la volesse per sé. E invece – vai a pensare la sorte come va –, lui conosceva Warhol e un giorno, mentre stavano parlando del film da fare, gli disse di me e gli diede la foto e il mio numero di telefono. Io non ne sapevo nulla e un bel giorno ricevetti una telefonata dalla famosa Champion, ma io attaccai subito pensando a uno scherzo.

Era la compagnia cinematografica Champion, fondata nel 1959 da Carlo Ponti e che produsse oltre settanta film fino al 1977, incluso La ciociara del 1960, diretto da Vittorio De Sica. Per la sua interpretazione da protagonista Sophia Loren vinse l'Oscar...

Esatto. Il fatto è che avevo degli amici napoletani che mi facevano degli scherzi terrificanti, c'ero già caduta due o tre volte. Per cui quando ricevetti le telefonate dalla Champion che mi contattava per fare un film americano non ci credevo, dicevo un "vaffa..." e mettevo giù. Questi però continuavano a chiamarmi e all'ottava telefonata una signora si mise a gridare che non stavano scherzando e che mi aspettavano davvero, che mi dava il numero di telefono della produzione, di chiamarli io e che la smettessi di fare perdere tempo a lei e al famoso  Andy Warhol! A quel punto andai con una mia amica negli uffici della Champion, a Roma, in un bellissimo palazzo in piazza Aracoeli. Sono salita e mi hanno fatto entrare in una sontuosa sala d'aspetto, piena di registi famosi. Mi fanno subito entrare in un enorme ufficio dove, in fondo, c'era un tavolo con seduti Carlo Ponti e Warhol. Allora ero molto timida, in modo esagerato. Mi resi conto, anche dalle foto di dive appese alle pareti, che mi trovavo nella sede del grande cinema. La segretaria, che poi era quella che mi aveva telefonato e con la quale mi ero poi scusata, mi chiese se parlavo l'inglese ma io le dissi di no, però che avrei potuto studiarlo. Comunque non c'era problema, mi disse, poiché il mio personaggio non doveva parlare. Quando Warhol e gli altri se ne andarono, Ponti mi disse di essersi stupito scoprendo che mi conoscessero in America e che mi avessero voluta. Ero al settimo cielo dall'emozione.

Dopo Il mostro è in tavola... barone Frankenstein lei partecipò a quattro filme poi arrivòOh, Serafina!, diretto da Alberto Lattuada. Cosa ricorda di Lattuada?

Era una persona spiritosa, gli piacevano la vita e le donne, era curioso. Come un bambino cresciuto, non so come spiegarmi. Era affascinato dal mondo femminile e quando sceglieva una protagonista non metteva mai in imbarazzo, creava affiatamento. Insomma, un ottimo regista, l'ideale per il mio primo ruolo da protagonista, non mi imbarazzava e c'era una sorta di amicizia. Ho lavorato con registi burberi, ma con lui è stata una passeggiata. Fu Lattuada a volermi nel film e così mi chiamarono per invitarmi al provino ma io mi rifiutai dicendo che non ce n'era bisogno perché Serafina era proprio io. Quando lo seppe, Lattuada mi telefonò per capire quel che dicevo e io gli risposi che avevo già letto il libro (il romanzo omonimo di Giuseppe Berto, del 1973 N.d.A.) e che il personaggio ero in tutto e per tutto io. E difatti fu così.

Dicono che il coprotagonista, Renato Pozzetto, se la tirasse già allora...

Un pochino. Anzi, forse  allora di più. Era poco affabile, arrivava sul set, faceva, e se ne andava.

Oh, Serafina! fu girato in parte nella Villa San Michele, in frazione San Michele di Ripalta Cremasca, nonché a Crema in un ex manicomio, si trattava del Manicomio dei Tranquilli, con sede nell'ex convento di Santa Maria della Croce. Oggi vi ha sede l'Istituto Agrario Stanga. E' più stata a Crema?

Il regista Alberto Lattuada con Renato Pozzetto e Dalila Di Lazzaro sul set di Oh! Serafina (foto Fondazione Cineteca Italiana).

No. Ricordo il bellissimo parco in cui abbiamo girato le scene del manicomio. Durante le riprese a Crema e nei dintorni stavo in un residence e dopo in un albergo, mi venivano a prendere e infine mi riaccompagnavano. Non uscivo quasi mai, c'era un gran caldo, era estate. Ricordo Crema come una bella cittadina, molto tipica, col sapore dell'Italia. Alla sera andavamo nelle trattorie. Anzi, una volta io, Lattuada, Pozzetto e altri eravamo andati a cenare in un ristorante di Crema e appena entrati abbiamo notato che i grandi lampadari della sala oscillavano (pertanto erano le 21 del 6 maggio 1976, il sisma del 10° della scala Mercalli fece 989 morti e oltre 45.000 senza tetto N.d.A.). Pozzetto, sapendo che sono friulana, scherzando disse: "Magari è arrivato il terremoto in Friuli, dalle parti tue". Senza volerlo aveva indovinato, ma noi lo sapemmo solo la mattina dopo. Quando me lo dissero quelli della produzione impallidii, ma dovetti continuare a fare le riprese per tutto il giorno. Però poi si informarono e mi dissero che la mia famiglia era salva.

Lei ha raggiunto il successo grazie a Oh, Serafina! Quand'è che si è accorta di esserci riuscita?

A Parigi. Con Alberto eravamo andati a presentare il film e la sera prima della conferenza stampa mi propose di andare al cinema, davano Kagi, un film del 1974 di Tatsumi Kumashiro. Un'opera  giapponese, molto "forte" (la trama è la stessa di La chiave, di Tinto Brass N.d.A.). Lattuada era molto attratto dalla sensualità, dall'erotismo. Ebbene, fu in quei giorni a Parigi che mi resi conto del successo datomi dal film, mi chiamavano per propormi altri lavori. Io però ero pigra, purtroppo non ambiziosa, e rifiutavo. Preferivo cercare di fare cose belle, ma in Italia. Poi mi sono accorta di avere sbagliato tutto... E poi avevo mio figlio (l'unico, purtroppo investito e ucciso da un'auto pirata nel 1991 N.d.A.).

Com'è la sua vita quotidiana?

Conosco tutti, ma non ho mai frequentato gente del mondo dello spettacolo. Sul set de Lo scopone scientifico ricordo in particolare Alberto Sordi, era una persona straordinaria, un grande, ma alla mano, mi faceva morire dal ridere, mi dava sempre pizzicotti. Era molto simpatico e mi diceva spesso: "Sei troppo magra, devi ingrassà un po', venire a casa mia a magnà le tagliatelle con le polpette che cucinano le mie sorelle". Mi invitava sempre ma io non ci andavo, voleva anche che andassi alla sua casa al mare, in Toscana. Il fatto è che io, finito il film, sparivo, non riuscivo mai a tenere contatti con le persone con cui avevo lavorato. Ero e rimanevo una persona normale. Purtroppo, invece, essere famosi spesso ti toglie la tua di vita, dai agli altri e rimani con un pezzo di pellicola, un sogno, e ogni persona dello spettacolo poi risulta difficile collocarla nella semplicità e quotidianità della vita. Sordi era gradevolissimo, però poi se guardavi nella sua vita qualcosa gli mancava. Gli chiesi perché non avesse mai perso la testa per una donna, non si fosse sposato e lui: "Ecchè, me metto un'estranea in casa!". Come ho già detto, alcuni attori erano persone piacevoli, altri no.

Il più strano di tutti penso sia stato Klaus Kinski, lei lavorò in Kinski Paganini, del 1989, ultimo film dell'attore, che ne era anche il regista.

Quello era fuori di testa, fece persino fallire il produttore, non so come gli è venuta l'idea di prendere uno così. Un film orrendo! In effetti ho lavorato in molti film inutili, anche perché a volte sapendo chi erano gli altri attori supponevo che sarebbero stati dei successi. Per esempio Stark System: c'era un grande attore come Gian Maria Volonté e la regista era Armenia Balducci che aveva appena diretto quel bel film, Amo non amo, con Jacqueline Bisset. Eppure Stark System andò malissimo. Come dicevo,  Kinski era la follia fatta persona. Volle il Teatro Regio di Parma, che fu una delle location, tutto illuminato con candele! Non so quanti pompieri c'erano lì, fissi in sala. E nessuno si doveva truccare, tanto che ogni mattina veniva con un fazzoletto bianco, ce lo passava in faccia e se scopriva che qualcuno si era truccato lo mandava immediatamente a lavarsi. Come si comportava con la troupe? Quando uno è pazzo, è pazzo! C'era una ragazzina, un'attrice con due tette pazzesche, che quando non girava la teneva chiusa a chiave, era molto possessivo... e per pudore non dico altro. Ha voluto girare anche su una montagna, dove non c'erano strade, e per arrivarci ci volevano ore e ore a cavallo o in calesse. Per cosa poi? Spese un'enormità e poi il film andò malissimo.



Il film da lei citato prima era appunto Stark System, del 1980, scritto e interpretato da Gian Maria Volonté. E' una satira sul mondo dello spettacolo.

Sì. Sono capitata in un momento particolare della sua vita poiché durante le riprese del film gli diagnosticarono un tumore. Non avevo confidenza con lui, e mi incuteva anche un po' di soggezione. Interpretavo un'amante svampita e alcune scene erano anche "forti", fra l'altro la regista era la sua compagna ed ero un po' imbarazzata. Non mentre recitavo, ma nelle pause, non riuscivo fuori set ad andare lì e dire una battuta. Sono sempre stata timida ma alcuni pensavano fossi snob. Ricordo che in una scena Volonté entrò inconsapevolmente talmente nella parte da, come dire, eccitarsi carnalmente, con grande imbarazzo mio e pure suo, tanto che si scusò subito.

Lo capisco. Diciamo che lei aveva reso la parte in modo del tutto credibile, un'ottima interpretazione, e così Volonté s'immedesimò...

(Ride) Si eccitò proprio, e la cosa è rarissima per via dell'imbarazzo, della memoria, della truccatrice, della troupe attorno. Ci rimasi malissimo, e pure lui.

Dalila Di Lazzaro, 1980.

Lei fece Tre uomini da abbattere, del 1980, insieme ad Alain Delon. Che tipo è Delon?

Burbero, una tigre. Ti viene voglia di abbracciarlo perché è un bellissimo uomo, però è uno che può sì darti quella sensazione dell'impossibile, ma nello stesso tempo senti che è pericoloso, non so come spiegare.

Delon è uno dei sopravvissuti di quell'ecatombe che fu la battaglia di Dien Bien Phu del 1954 nell'allora Indocina Francese, oggi Vietnam. Aveva 18 anni e si era arruolato volontario come paracadutista.

Sì, lo sapevo. Andavamo spesso a mangiare fuori e aveva la strana abitudine di volersi sempre sedere con le spalle al muro. Io comunque mi sono trovato benissimo, però lui aveva preso un po' una "sbandata" per me, anche se devo dire che sul set le donne gli piacevano di sicuro, non solo io.

Alain Delon e Dalila Di Lazzaro, 1980.

Fra le location dei tanti film che ha girato, qual è quella che le è piaciuta di più?

La Sicilia è bellissima, abbiamo lavorato lungo la costa una primavera, in un film giapponese che poi in Italia non fu distribuito, c'era pure Toshiro Mifune e un attore giapponese che là era una star. Pensi che ancora oggi ricevo lettere e anche piccoli regali dal Giappone. Anche la Sardegna è bellissima. Fra le location estere quella che mi colpì di più fu Bangkok, in Thailandia.

Recentemente ha interpretato il ruolo di una contessa nella miniserie televisiva Rodolfo Valentino - La leggenda, trasmessa su Canale 5. Lei è anche scrittrice, con cinque libri di successo pubblicati da Piemme.

Mai lo avrei immaginato nella mia vita... fra le tante tristi vicissitudini della mia vita personale ho provato il dolore cronico e così ho cercato di farlo mettere in luce, e vedo che finalmente ora ne parlano. Devo dire che mi sono stupita, perché questi libri hanno avuto molto successo, mentre io prima credevo che non mi avrebbe letto nessuno. La casa editrice continua a insistere che ne scriva altri ma non è che i libri vengano fuori così, a comando. Sinceramente, però, io credo di essere un'artista, perché non riesco a integrarmi in altre cose, come la tecnologia, ma tutto quello che è da inventare, da essere, mi riesce naturalmente. Non mi hanno capito in Italia, e me lo diceva Warren Beatty: "Che ci fai tu in Italia?". Me lo diceva pure Jack Nicholson. 

L'ultimo libro di Dalila Di Lazzaro.

Warren Beatty, l'attore che si vanta di essere andato con oltre 7000 donne?

Non con me, ci ha provato sì, ma non vado con uno solo perché si chiama Warren Beatty, non m'interessa proprio. Quando lo conobbi era rilassato, però mi dava l'impressione di uno che se andava in un albergo cercava di acchiappare qualunque donna si trovasse di fronte, a prescindere, come si suol dire. E' molto più affascinante Nicholson, grande attore e grandissimo personaggio. Lui lo conosco meglio, simpaticissimo, con grande senso dello humour, ma non guarda troppo le ragazze intorno, è flemmatico, pacato.

Jack Nicholson e Dalila Di Lazzaro.

Vuole dire qualcosa che non le abbia chiesto?

Sono terrorizzata da questo nostro momento che viviamo. Abbiamo un'Europa stanca, in declino, come quando c'era Hitler che voleva conquistare tutto e poi, per fortuna, è caduto. Chissà come mai ancora oggi è la Germania che vuole dominare o domina l'Europa. I tempi si ripetono, e la storia insegna. Posso dire che sono molto incazzata con i nostri politici, intendo tutti, si paga molto ma si ottiene molto meno. Abbiamo una burocrazia assurda, trovo scandaloso come vanno i nostri processi, una persona che ha diritto alla giustizia qui non la trova. Ma lo sa che io per colpa di un incidente motociclistico che mi ha fatto passare praticamente undici anni a letto ho speso per curarmi 750.000 euro, e infine mi hanno rimborsata con 1500 euro? 1500 euro, ed ero pure assicurata! Hanno ragione a non volere venire a investire in Italia. Dico, un Paese importante e bello come l'Italia come fa ad avere questi quattro scalcagnati che ci guidano? Che non si rendono conto di chi siamo noi italiani?

Come vive lei adesso?

Come nel limbo, vivo una vita tranquilla. Mi ritengo una persona normale e vivo normalmente, faccio la spesa e via. Anzi, il mio divertimento quasi è ormai andare a fare la spesa. Ho delle preoccupazioni che mi attanagliano perché viviamo in un momento difficile per tutti, e non so come facciano quelli che prendono 500 euro al mese. Quando vado al negozio qui sotto rimango di stucco, quando vado a Roma costa un terzo di meno. Dico, negli Stati Uniti è meglio – a parte la sanità, perché lì se non hai l'assicurazione è pericoloso –, la vita costa meno. Due anni fa ero ospite di un'amica e siamo andate a fare la spesa. Nei supermercati statunitensi usano carrelli "matrimoniali" tanto sono grandi e quella continuava a riempire. Visto che essendo ospite avevo detto che avrei pagato io, temevo fra me di spendere una cifra pazzesca, essendo abituata ai nostri prezzi. Ebbene, in tutto ho pagato circa 80 dollari, ossia 50-60 euro, con cui qui compri poco o niente. Da noi se ne approfittano. Mi spiace dirlo, siamo un paese di ladri. Ho detto siamo, cerchiamo sempre di fregare qualcuno ed essendo così non abbiamo regole, altrove una cosa è quella e la devi seguire, non si scappa.

E' vero, prima di venire da lei ho visto un fruttivendolo, qui di sotto. Una, dico una, mela la vende a un euro e mezzo...

E' come Bulgari! E' una vita impossibile. Non ci sono regole, non aggiustano i marciapiedi, le buche e tanto altro. Ma come si fa ad andare avanti così? Se fossi meno pigra emigrerei all'estero. Mi piacerebbe trascorrere i miei ultimi anni al sole.

Dalila Di Lazzaro, oggi.

 

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