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40 anni fa (il 5 dicembre 1974) moriva Pietro Germi. Pietro Germi e Carlo Rustichelli: un sodalizio che raccontò l'Italia con il cinema e la musica.

Pietro Germi.

È stato detto che la vera, la grande arte nasce soprattutto dal dolore e dalla tragedia e se si presta fede a questo assunto, si può spiegare come l'Italia dell'immediato secondo dopoguerra abbia trovato terreno fertile per dare un impulso al racconto artistico. Con le sue centinaia di migliaia di morti, con le città rase al suolo, con la rete delle infrastrutture paralizzata, con una miseria diffusa, L'Italia si trasformò, agli occhi di intellettuali e artisti, in un enorme calderone dal quale attingere storie, emozioni, sensazioni, visioni da mostrare e raccontare. Senza dimenticare che in meno di dieci anni, quell'Italia lacera, ferita, distrutta, grazie al cosiddetto boom economico che irruppe sulla scena nella prima metà degli anni Cinquanta, divenne il Paese del Bengodi, facendo provare a generazioni di anziani e giovani un benessere, una qualità di vita che non avevano mai provato prima di allora. Dalla miseria e disperazione assolute a una sorta di paradiso terrestre, nel quale l'industria del tempo attirava migliaia e migliaia di disoccupati come il miele fa con i mosconi, con le case invase da frigoriferi, cucine a gas, radio e altri elettrodomestici che prima erano ad appannaggio di pochi, senza dimenticare l'avvento della TV nei bar, che permetteva agli avventori e ai curiosi di scoprire il magico mondo del tubo catodico.

Ebbene, quel passaggio dalla povertà al benessere, dalla morte a un presente radioso e ricco di promesse nel giro di pochissimi anni, con gli inevitabili sviluppi e contrasti sociali, divenne una manna per il cinema italiano, il cui prodotto più importante e fondamentale è stato il cosiddetto "neorealismo", un movimento cinematografico che è stato ammirato, amato e studiato da tutti coloro, italiani o stranieri, che poi si sono appassionati al cinema e ne hanno fatto il loro lavoro e la loro arte. Da lì, ha preso avvio una scuola di registi nostrani che hanno fatto veramente la storia del cinema a livello mondiale. E, si badi bene, ogni grande regista ha sempre avuto il suo musicista di fiducia al quale affidare la composizione di un tema musicale, di una colonna sonora con lo scopo di rinvigorire, rafforzare il messaggio, il DNA di quel film, di quella storia, di quell'idea fissata sulla pellicola. Si pensi ai binomi Federico Fellini-Nino Rota, Sergio Leone-Ennio Morricone, Francesco Rosi-Piero Piccioni, Ettore Scola-Armando Trovajoli, capaci di creare capolavori nei quali l'immagine e il suono hanno del miracoloso.

Tra questi binomi, però, spesso si dimentica quello formato da Pietro Germi e Carlo Rustichelli, il primo morto 40 anni fa (5 dicembre 1974) e il secondo 10 anni fa (13 novembre 2004). E questo intervento vuole rappresentare una sorta di contributo, di ricordo di ciò che questo grande regista e questo grande musicista sono stati capaci di creare e di donare con il loro genio e la loro sensibilità, dando vita a un binomio, appunto, che ha prodotto dodici film e un episodio. Un binomio che fu alquanto male assortito, Perché se Germi era fondamentalmente un solitario, un "orso", che si poteva incontrare spesso a un tavolino di via Veneto da solo con il suo bicchiere di vino (come lo ricorda un altro "grande", Ermanno Olmi), un antifascista, ma anche anticomunista (cosa che la critica di sinistra non gli perdonò mai), un uomo dolce ma sanguigno. (Vedi qui:

Al contrario Rustichelli, da buon emiliano trapiantato a Roma, era un artista solare, comunicativo, con la battuta sempre pronta, ottimista, aperto alla vita. Due caratteri diversi, insomma, ma capaci di entrare in perfetta sintonia, in simbiosi, quando si trattava di raccontare con le immagini e con i suoni. Carlo Rustichelli in un'intervista raccontò: "Ho composto musiche per oltre 400 film; Pietro Germi mi soprannominò 'otre di musica', sa, avevo anche la pancetta…". Fu il produttore cinematografico Luigi Rovere a farli conoscere, in un incontro avvenuto nel 1947, in quanto aveva capito che dalla loro collaborazione Germi e Rustichelli avrebbero potuto fare insieme ottime cose. In breve, il regista genovese e il musicista emiliano divennero i cantori di un’Italia popolare, disincantata, verace, guidata più dagli impulsi, dai sentimenti che dalla ragione, con il cuore al posto della testa.

Carlo Rustichelli

Da quell'incontro prende vita il loro primo film, In nome della legge, ambientato in un piccolo centro siciliano, nel quale viene inviato un giovane magistrato mosso dai più nobili ideali di giustizia, costretto a scontrarsi con una realtà sociale omertosa e votata al rispetto della mafia. Interpretato da un giovanissimo Massimo Girotti nel ruolo del protagonista, il film è uno spietato atto d'accusa di Germi contro l'immobilismo, la pigrizia, la viltà di chi non vuole ribellarsi al male. Fu girato a Sciacca – dove Germi diresse anche Sedotta e abbandonata (1963) – e fu il primo film nel quale un rappresentante dello Stato pronunciava la parola "mafia", la sfidava e persino arrestava. Tanto che la mafia tentò vanamente di boicottarlo proibendo alla gente del luogo di vederlo in anteprima (ma il cinema era presidiato dalla polizia).  In nome della legge nella stagione 1948-49 incassò ben 401 milioni di lire (e allora il biglietto del cinema costava 90 lire...) piazzandosi al terzo posto come incassi.

 Pausa sul set di  In nome della legge. Al centro, con i baffi Pietro Germi.

 

Nel film le musiche di Carlo Rustichelli, basate su un ritmo orchestrale incalzante e drammatico, esaltano l'atto di accusa di Germi, lo focalizzano e lo somatizzano negli sguardi, nelle espressioni di chi sa ma tace, di coloro che sono collusi per paura o convenienza. (Vedi qui:

Ancora la Sicilia o, per meglio dire, la dura, disperata scelta di chi dalla Sicilia decide di emigrare fino in Francia in cerca di fortuna, è il tema del secondo film del binomio Germi-Rustichelli, Il cammino della speranza del 1950, nel quale il musicista emiliano, partendo dalla famosa canzone popolare siciliana Vitti na crozza, che fa da tema conduttore della pellicola, volle trasformare questa musica in un inno attraverso il quale ogni emigrante avrebbe potuto riconoscersi. Rustichelli, partendo dal tema originario volle costruirvi diverse trascrizioni e riduzioni, usandole per rendere più vivide le scene più forti, più emozionanti, come in quella finale del film (tra l'altro la voce fuoricampo che si ascolta è quella dello stesso Pietro Germi. (Vedi qui:

Il terzo lungometraggio di Germi con le musiche di Rustichelli fu Il brigante di Tacca del Lupo del 1952, ambientato in Basilicata (ma girato in Calabria e in particolare nella zona della frazione Pentedattilo di Melito di Porto Salvo)subito dopo l'Unità d'Italia. Nel 1863 una compagnia di bersaglieri comandata dal capitano Giordani (Amedeo Nazzari) ha il compito di debellare il brigantaggio nella zona di Melfi e in particolare la numerosa banda di Raffa Raffa. L'energico capitano Giordani ha dalla sua parte il commissario Siceli (Saro Urzì), ex funzionario borbonico, giunto da Foggia a dare manforte ai bersaglieri ma nel suo modo, che si basa più sull'astuzia e sull'opera degli informatori. Alla fine i bersaglieri – quasi tutti piemontesi e a disagio in quelle brulle zone selvagge e montane che a loro sembrano l'Africa – riescono a sterminare la banda mentre Raffa Raffa viene ucciso in duello dal marito di una donna violentata dal feroce brigante. Giorgio Arlorio, assistente alla regia di Germi, raccontò: "I rapporti con la gente dei posti dove andavamo a girare il film sono stati sempre buoni. Io mi trovai benissimo e anche tutti gli altri, invece Germi e Nazzari, dato il loro carattere, stavano molto isolati". Certo, quegli estranei del cinema alla gente locale dovevano pure apparire un po' strani. Per esempio andavano a verniciare di bianco le foglie di alcuni alberi, una parte sì l'altra no. Lo decise Leonida Barboni, il direttore della fotografia, affinché con la brezza le foglie oscillassero con un effetto intermittente di lucentezza. Germi fece imbiancare anche tutta una fila di case, ma solo su un lato della strada, perché risultasse in contrasto con l'altro. (Vedi qui:

Il successivo film diretto da Germi, Il ferroviere (1956), rappresenta invece una pietra miliare per ciò che riguarda il rapporto cinema/musica. Si è affermato che questo film è una sorta di "opera lirica trasposta a livello cinematografico", il che corrisponde al vero, perché questa pellicola, le sue vicende, i suoi drammi, i suoi scatti d'orgoglio vengono anche presentati di volta in volta da Rustichelli principalmente dall'irruzione di un tema, di un frammento musicale. Un "dramma popolare", questo, che narra le vicende del ferroviere Andrea fino all'epilogo finale tragico, ma salvifico. Tra l'altro, proprio all'inizio del film, Germi dimostra di essere un discreto cantante (come sarà poi nel caso in un altro suo famoso film, Serafino), oltre a saper strimpellare la chitarra nella scena dell'osteria con gli altri ferrovieri. (Vedi qui:

Ne Il ferroviere la musica di Rustichelli fa da volano, da elemento introduttivo a tutte le principali tematiche della pellicola, diventa "film nel film" in quanto ogni personaggio, ogni situazione possano essere riconosciuti musicalmente dallo spettatore. Si ascolti, a tale proposito, come il tema musicale accompagna i pensieri di Andrea subito dopo aver investito con il suo treno un uomo che voleva suicidarsi.

Nel 1958, Germi girò L’uomo di paglia, in cui l'elemento drammatico non si trasforma in tragedia, ma lo sfiora soltanto raccontando la storia d'amore extraconiugale tra Andrea (lo stesso Germi, che aveva evidentemente un debole per questo nome, forse per il fatto che in greco antico significa "uomo per eccellenza", con i suoi difetti e le sue virtù) e una giovane, Rita, la quale, abbandonata dal suo amante si ucciderà per amore. Qui, le musiche di Rustichelli hanno un andamento più ironico, più leggero, mettendo in risalto l'incapacità del protagonista di prendere una decisione e di seguirla fino in fondo, costi quel che costi, assumendo, quindi la connotazione di un "uomo di paglia".

In seguito Germi diresse Un maledetto imbroglio (1959), tratto liberamente da quel capolavoro letterario che è Quer pasticciaccio brutto de' via Merulana di Carlo Emilio Gadda. Fin dalla prima scena, dove si inquadra da un portone la celebre fontana di Piazza Farnese a Roma, lo spettatore ascolta in sottofondo quel brano musicale che è il Leitmotiv di tutto il film, la canzone Sinnò me moro, che fu scritta dallo stesso Pietro Germi e musicata da Carlo Rustichelli, il quale compose anche tutta la colonna sonora della pellicola. Anzi, la voce che canta la canzone è quella della figlia dello stesso Rustichelli, una giovanissima (aveva appena sedici anni!) Alida Chelli: una canzone melanconica, con venature di disperazione, di un'amante che implora il suo uomo di non abbandonarla e di stare sempre con lei. Il testo, la melodia, la voce affranta di Alida Chelli immergono lo spettatore, come se fossero una sorta di introduzione in quell'ambiente popolare così tipico romano, nel quale si svolgerà, con le tragiche conseguenze del caso, un dramma, dove il sangue si unisce alla passione. (Vedi qui:

Il protagonista maschile di questo film è lo stesso Pietro Germi, che impersona la figura amara, scontrosa, ma anche comprensiva del commissario Ingravallo, il quale è alle prese con uno strano furto avvenuto proprio in quell'antico palazzo di Piazza Farnese, dal cui portone ha preso avvio il film, seguito poi da un omicidio, sempre lì. Continuando con le indagini, il commissario fa la conoscenza della servetta della vittima, Assuntina (resa in modo magistrale da una strepitosa Claudia Cardinale), una ragazzotta dei Castelli Romani (il film, oltre che a Roma, è stato girato a Frascati e a Marino) la quale è promessa sposa a un elettricista, Diomede (un giovanissimo Nino Castelnuovo). Germi creò poi un altro film epocale, Divorzio all'italiana (1962), con l'inarrivabile interpretazione di Marcello Mastroianni nel ruolo del barone Ferdinando Cefalù e che rese il suo personaggio in modo tale da darlo apprezzare in tutto il mondo, come spiegò lo stesso Germi. (Vedi qui:

Divorzio all'italiana, basato sul romanzo Un delitto d'onore di Giovanni Arpino, è ambientato nella inesistente città siciliana di Agramonte, nella realtà Ispica (ma location anche a Ragusa Ibla, Adrano, Catania). Ecco la trama: il barone Ferdinando Cefalù, detto Fefè (Mastroianni), si innamora di Angela, la cugina appena sedicenne. Il problema è che è sposato con Rosalia, e che il divorzio in Italia è ancora là da venire. Ci sarebbe una scappatoia, ossia il cosiddetto "delitto d'onore", previsto ai tempi dalla legge italiana e punito con una pena dai tre ai sette anni di carcere. Poi, si sa, fra amnistie, buona condotta e attenuanti la detenzione poteva essere molto più breve. Per uccidere la moglie e scamparsela o quasi però bisogna essere traditi dalla stessa e allora il barone... eccetera. Una delle prime cose che si deve citare è che per il ruolo nel film si dovette faticare non poco per imbruttire Daniela Rocca, interprete di Rosalia. Difatti la Rocca, allora ventitreenne, era bellissima – Miss Catania e poi in lizza al concorso di Miss Italia – e colpì tanto il regista Germi, allora quarantaseienne, che i due ebbero una travagliata storia sentimentale. Il film lanciò nel cinema l'allora quindicenne Stefania Sandrelli, nella parte dell'amante-lolita del barone. Questo film, oltre a dimostrare la maestria di Germi anche nel genere della commedia all'italiana (di cui fu uno degli artefici e creatori), dimostra ancora una volta l'importanza dell'apporto musicale all'interno di una struttura cinematografica. E il film, che trasuda umor nero dal primo all'ultimo fotogramma, diventa con la musica di Rustichelli una partitura beffarda, satirica, come nella scena in cui il barone riceve le accuse anonime di essere un "cornuto", con il sottofondo degli archi che illustra perfettamente la situazione a dir poco irreale:

Oppure, quando il musicista riprendendo una celebre aria verdiana, quell'Amami Alfredo dalla Traviata, vertice e icona della passione amorosa, la immette con piglio sardonico in un'altra famosa scena del film, quando il barone Cefalù si reca a Catania per ascoltare l'arringa dell’avvocato De Marzi, reso splendidamente da quel grande caratterista che fu Pietro Tordi, il quale difende una donna macchiatasi del reato di delitto d’onore:

Il meridione rivisto da Germi continuò quando il regista genovese girò Sedotta e abbandonata (1964), con la partecipazione di alcuni degli interpreti di Divorzio all'italiana, tra cui la protagonista Stefania Sandrelli, Leopoldo Trieste e Lando Buzzanca. Ancora l'occhio beffardo, ironico, sagace di Germi colpisce gli usi e i costumi della Sicilia del tempo, fornendo un affresco impietoso, sempre condito dai temi e dalla modalità leggere della commedia all'italiana, nel quale giganteggia la figura interpretativa di Saro Urzì (uno degli attori preferiti da Germi) nel ruolo di don Vincenzo Ascalone. Il film fu premiato con due David di Donatello e tre Nastri d'argento (di cui quello al Migliore attore protagonista proprio a Urzì, che vinse anche al Festival di Cannes per la Migliore interpretazione maschile). Ecco succintamente la trama: il fidanzato di una ragazza siciliana ne deflora e mette incinta la bella sorella, segretamente innamorata di lui,  però il padre lo scopre. Urge matrimonio riparatore ma il fidanzato (della sorella ignara) non vuole perchè la ragazza non è più vergine (per forza, è stato lui stesso...). Scoppia un putiferio, l'onore della famiglia è a rischio e allora... Magistrale l'interpretazione del padre fatta da Urzì, anche a suon di schiaffoni veraci. Difatti nel film il padre della ragazza schiaffeggia il di lei fratello, interpretato da Lando Buzzanca. Tuttavia la scena non convinceva il regista. Risultato, il povero Buzzanca fu schiaffeggiato per ben ventotto volte di fila da Urzì, ovviamente entrato nella parte. A dire il vero Urzì era sì una persona gentile ma a volte scherzava pesante. Aldo Puglisi (interprete del fidanzato fedifrago) in una scena doveva venire picchiato da Urzì e allora Puglisi, visto come andavano le cose, chiese a Urzì di limitarsi. Con lui lo fece, ma ai genitori di Puglisi, pure loro in scena, non andò altrettanto bene e finirono in ospedale. Puglisi aveva problemi pure con  Germi, e difatti raccontò: "Il regista mi intimoriva talmente tanto che quando finiva di parlare, dicevo sempre grazie e per l'imbarazzo cercavo di andare via e lui mi diceva di rimanere lì, che non aveva finito. Germi era un po' solitario. Odiava sentire le baggianate (le chiamava così) degli attori. Era graffiante e ironico, per niente banale. Sciacca in quei giorni impazzì per il film: tutti volevano recitare, quando vedevano Germi lo chiamavano dottore ma lui rispondeva subito che non lo era, lo scrisse pure su due cartelli. Era anche un po' sgarbato e sapeva con chi arrabbiarsi. Una volta lo feci arrabbiare anch'io".

Puglisi, Urzì, Sandrelli e Buzzanca in Sedotta e abbandonata.

In questo film, però, l'apporto musicale di Carlo Rustichelli si adagia sugli allori dei formidabili temi musicali proposti per Divorzio all'italiana, la sua vena è più stanca, più ripetitiva, anche nell'apporto di quegli intermezzi attraverso i quali rafforzare il momento scenico, lo scambio di battute, il ritratto psicologico di un personaggio. Basti una scena del film, quella del finto rapimento della protagonista da parte dello spasimante obbligato da don Vincenzo a sposarla.

Passa un solo anno e Pietro Germi dona al pubblico e alla critica un altro capolavoro assoluto, uno dei vertici più alti della commedia all’italiana, quel Signore e signori, che ha fatto la storia del costume nel nostro Paese. Stavolta il regista ligure dal Sud torna al Nord, più esattamente nel prospero, borghese e (fintamente) bacchettone Veneto (più precisamente in una splendida Treviso), dando vita a una pellicola irresistibile, nella quale dramma, farsa, falso perbenismo, tutto all'insegna dei proverbiali "vizi privati, pubbliche virtù", vengono messi alla berlina. Germi non sopportava l'ipocrisia nell'essere umano e in questo film miete colpi, sciabolate, ferite profonde su questo vizio che attaglia il popolo italiano, da Nord a Sud. Semplicemente strepitosi i vari interpreti, da Virna Lisi a Beba Loncar, da Gigi Ballista a Franco Fabrizi, da Alberto Lionello a Gastone Moschin. E le musiche? Be', in questo film Carlo Rustichelli torna a graffiare, a mordere, a incidere con le note e con le melodie che, a un primo ascolto, possono apparire avulse, quasi sganciate dal contesto filmico, ma che in realtà sintetizzano perfettamente la dimensione comico-tragica del canovaccio (come nel caso della scena in cui il ragioniere Bisigato (Moschin), confessa il proprio amore alla cassiera Milena (Lisi) dopo essere sfuggito alla logorroica consorte.

Dopo questa serie di lungometraggi votati alla commedia all'italiana, nel 1968 (bisogna tenere conto dell'anno e di quanto avvenne a livello di rivolte giovanili in tutta Europa) Germi privilegiò nuovamente il genere della denuncia sociale con Serafino (location soprattutto nelle frazioni Spelonga e Capodacqua del comune di Arquata del Tronto, ma anche nella Piana di Castelluccio, a Calascio nell'altopiano di Campo Imperatore e ad Amatrice), che vede l'omonimo protagonista interpretato da Adriano Celentano, già attratto dalle sirene del cinema, dopo essere diventato campione di incassi nella musica leggera. Ed è proprio il "molleggiato" a cantare La storia di Serafino,  da lui musicata insieme a Carlo Rustichelli, anche se poi, in un secondo momento della pellicola, viene cantata in osteria apparentemente dall'attore Nazzareno Natale, ma in realtà a intonarla è lo stesso Pietro Germi, il quale non mancava mai (come abbiamo già visto con Il ferroviere) di mettere in rilievo la sua voglia di cantare (non sempre bene, a dire il vero) e di intonare stornelli. (Vedi qui:

Dopo Le castagne sono buone (1970), interpretato da Gianni Morandi e Stefania Casini, di certo il film più tartassato dalla critica per via di un'apparentemente visione "buonista" mostrata da Germi, il regista girò il suo ultimo film Alfredo, Alfredo (1972), interpretato, oltre che da Stefania Sandrelli e dall'immancabile Saro Urzì, anche un giovanissimo Dustin Hofmann, il quale ha sempre ammesso di essere un grande ammiratore dei film di Pietro Germi, al punto tale di averli tutti nella sua collezione privata. Come già successo in Sedotta e abbandonata, anche qui la musica di Rustichelli risente un po' di una stanchezza ripetitiva, di cliché melodici già adottati in altre pellicole (Signori e signore su tutti). Valga questo esempio su tutti, in cui si vedono alcuni bellissimi scorci di Ascoli Piceno, dove fu girata la pellicola:

Ma tra alti e bassi, tra musiche memorabili e altre meno, è indubbio che l'apporto fornito da Carlo Rustichelli, la sua arte compositiva, la sua capacità di entrare con le note nei personaggi e nelle situazioni dei film di Pietro Germi, hanno dato alla visione cinematografica di questo grande maestro un contributo a dir poco fondamentale.

 

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