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Il commissario Pepe

Uno degli effetti dell'avvento del neorealismo nel cinema italiano del secondo dopoguerra è che ha saputo innestare, soprattutto in concomitanza con il sopraggiungere del boom economico a metà degli anni Cinquanta, un fenomeno di costume sociale e culturale che si è concretizzato soprattutto sul grande schermo: un fenomeno chiamato "commedia all’italiana". Un genere cinematografico che, tra alti e bassi, continua a proliferare tutt'oggi (i fratelli Vanzina vi dicono forse qualcosa?). Ma, soprattutto al suo inizio e fino a metà degli anni Ottanta, la commedia all'italiana al cinema ha saputo creare degli autentici gioielli che non solo mettono alla berlina pregi e difetti del popolo italiano, ma che rappresentano anche testimonianze di un malessere, di un disagio che, a livello sociale e culturale, è inevitabilmente aumentato nel corso degli ultimi decenni. In un certo senso, la commedia all'italiana al cinema può essere racchiusa nella celebre espressione latina ridendo castigat mores, ossia "corregge i costumi ridendo", perché le armi della comicità e della satira sono molto utili per evidenziare e possibilmente mutare abitudini negative radicate in un popolo.

Tutti questi ingredienti, oltre a un generoso pizzico di amarezza, sono presenti nel sesto film da regista di Ettore Scola, Il commissario Pepe, con un grandissimo Ugo Tognazzi, tratto dall'omonimo romanzo di Ugo Facco De Lagarda e girato nel 1969. Il protagonista, Antonio Pepe (Tognazzi), è un commissario di polizia alquanto anomalo nelle sue funzioni; difatti non usa la violenza, non sfoggia arroganza, non conosce rozzezza (anzi, è un raffinato uomo di cultura e un grande appassionato di libri) e non deborda mai dal solco imposto dalla legge. La sua unica arma è il buonsenso.

Il film, ambientato in un'anonima cittadina veneta (in realtà, le location sono soprattutto Vicenza e Bassano del Grappa) dove non succede mai nulla di eclatante, vede un giorno il nostro commissario ricevere l'incarico di indagare su reati a sfondo sessuale, un incarico delicato, rognoso, ma che Pepe affronta a modo suo, ossia con il suo proverbiale buonsenso. Ben presto, si rende conto che la pia, bigotta città dove vive e opera da poliziotto non è poi così perbene; anzi, sotto un velo di malcelata ipocrisia, vengono commessi reati che vanno dal favoreggiamento e dallo sfruttamento della prostituzione di minorenni fino alla pederastia. Più va avanti con la sua indagine, più il commissario, che si sente sempre più solo, più inerme di fronte a questo incarico, scopre che questi crimini e abusi non sono commessi da un solo ceto sociale, ma sono trasversali e coinvolgono tutti: distinti notabili di provincia e perfino familiari degli stessi poliziotti. popolani e ricchi, nobili e religiosi, Vedi qui:

Ma Pepe, nonostante un tentativo d'intimidazione, va avanti e si presenta dal questore con un incartamento nel quale ha inserito tutti coloro che sono passati sotto la sua intransigente lente di ingrandimento, ricchi e poveri, potenti e deboli, nomi qualunque e nomi eccellenti. Il suo superiore, però, lo invita a lasciar perdere i pesci grossi, tenendo nella rete solo quelli piccoli per motivi più che comprensibili, visto che si stanno, infatti, avvicinando le elezioni. Profondamente amareggiato, il commissario decide di non portare a termine la sua indagine e chiede il trasferimento, lasciando al suo successore di fare l'ardua scelta. Un finale pessimista che lo vede, emblematicamente, dirigersi verso la stazione ferroviaria che lo porterà a una nuova sede e a nuovi incarichi. Quella di Scola, sulla falsariga di un altro celeberrimo film ossia Signore e signori (1965) di Pietro Germi, vuole essere una rappresentazione amara e ironica del finto perbenismo e dell'ipocrisia di una città del nordest, dove nel corso della settimana si pecca senza remore e inibizioni, e poi di domenica si va tutti in chiesa per lavarsi la coscienza e per prepararsi a peccare nuovamente a partire dal giorno dopo, vedi qui uno spezzone:

Una pellicola del genere aveva bisogno di una colonna sonora, ribadita da un tema nel corso del film, che rafforzasse l'idea della mite caparbietà e dell'amarezza vissute dal protagonista che è in fondo un uomo solo contro tutti, tradito perfino dalla bella amante, la quale si reca ogni tanto a Milano per farsi ritrarre nuda per il mercato delle immagini pornografiche. La produzione del film decise quindi di andare sul sicuro, incaricando uno dei maggiori compositori di colonne sonore, Armando Trovajoli, di confezionare una musica in grado di rappresentare la solitudine, l'amarezza, il disincanto del personaggio reso alla perfezione da Ugo Tognazzi, vedi qui:

Trovajoli, cresciuto musicalmente al conservatorio di Santa Cecilia a Roma, sua città natale, e sebbene fosse un appassionato di jazz – fu principalmente lui a introdurre questo genere musicale per pianoforte nel nostro Paese negli anni Trenta e subito dopo la guerra – riuscì a comporre un pezzo struggente, privilegiando soprattutto gli archi e teso a restituire, a tutto tondo, la malinconia e la delicatezza di questo personaggio. Musica che lo accompagna nel corso di tutto il film con il tema intitolato non a caso Un uomo solitario, come quando il commissario sta tornando a casa a tarda sera e percorre la strada della città. Una volta a casa, giusto a coronamento di una mesta giornata con l'ennesima bruttura, si ritrova, solo e immerso nei suoi pensieri, davanti alla cena ormai fredda e immangiabile preparata dalla sua anziana governante, Vedi qui:

Un uomo solitario è un tema che, soprattutto quando la trama affronta le tematiche dei peccati sessuali, sa trasformarsi timbricamente, con l'irruzione di due strumenti decisamente "sensuali" come l'organo Hammond e il sassofono, divenendo più ritmata, scanzonata, seducente.

 

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