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Il disprezzo

Il cinema dona emozioni, sogni, soddisfa desideri che la vita reale ben difficilmente permette di dispensare. E così siamo propensi nel credere che il set cinematografico sia qualcosa di bellissimo, di magico, con i divi, il regista e la troupe che lavorano in piena armonia, consci del fatto che stanno dando vita a un sogno che verrà visto da tantissime persone. Ma, anche in questo caso, la realtà delle cose è ben diversa, perché in fondo girare un film, per chi sta dietro e davanti la macchina da presa, è come uno scorcio della vita reale, con le sue gioie, i suoi dolori, i suoi rancori, le sue ripicche e le sue incomprensioni, con gli attori e i registi che dimostrano spesso di essere umani nelle loro debolezze e nei loro difetti anche quando creano arte e sogno. Ebbene, questo film di Jean-Luc Godard, uno dei padri del cinema francese contemporaneo, girato nel 1963 tra Roma e Capri e tratto dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia, ne è una chiara dimostrazione. Non è quindi azzardato dire che quanto successe sul set e dopo (quando si lavorò alla versione della pellicola destinata al mercato italiano) rappresenta un film nel film. Ma andiamo per ordine e cominciamo dalla trama.

A essere protagonista è una coppia assai ben assortita: da una parte abbiamo uno scrittore, per la precisione uno sceneggiatore, che lavora nel mondo del cinema, Paul Javal (interpretato da un bravissimo Michel Piccoli), dall'altra la bellissima e giovanissima moglie Camille (che ha il volto e, soprattutto, il corpo di Brigitte Bardot). Javal si reca a Cinecittà, dove deve incontrare il produttore americano Jeremy Prokosch (Jean Luc Godard scelse per questo ruolo un "duro" per eccellenza, il celebre caratterista americano Jack Palance). Il motivo dell'incontro è assai semplice: Javal deve riscrivere da capo a fondo la sceneggiatura di un film con riferimenti all'Odissea diretto dal famoso regista tedesco Fritz Lang. Una curiosità: Lang qui interpreta se stesso ma allora aveva 73 anni ed era quasi cieco, tanto che aveva diretto l'ultimo suo film tre anni prima, Il diabolico dottor Mabuse. Tornando alla trama de Il disprezzo, la sceneggiatura a detta del produttore sarebbe troppo intellettuale e sofisticata, non adatta a un pubblico dai facili appetiti che non sarebbe in grado di apprezzare la raffinatezza di una simile "pietanza". E allora Javal, che non è propriamente felice di dover rimettere mano alla sua "creatura", che cosa ti escogita? Semplice, cerca di fare in modo che quello schianto di mogliettina possa, come dire?, acquietare le esigenze dell'inflessibile Prokosch facendogli venire l'acquolina alla bocca. Non solo, lo sceneggiatore confida che di fronte a un popò di sventola come la Camille, il produttore yankee possa allargare la corda della borsa e aumentare il compenso da dare a Javal. E così puntualmente avviene appena Prokosch mette gli occhi (in attesa di qualcos'altro) sull'incantevole Camille, firmando un congruo assegno a Javal, in modo che si tolga dai piedi cosicché si possa lavorare la mogliettina in santa pace.

Ed ecco svelato l'arcano del titolo, Il disprezzo,perché di fronte a questo comportamento da vero gentiluomo, si fa per dire, dimostrato dal consorte, la buona Camille che, oltre a un corpo da infarto ha anche un cuore e una buona dose di sensibilità, comincia a provare irritazione, disgusto, disprezzo (ecco il titolo del film) nei confronti del marito, che la sfrutta neanche fosse un apprendista lenone. Le cose poi si complicano dopo che da Roma la coppia, con il produttore-bavoso alle calcagna, si trasferisce a Capri, dove devono essere girate alcune scene del film. Siccome Prokosch non vuole millantare credito, fa le cose in grande per sedurre la buona, buonissima (non ci stiamo riferendo al carattere, eh...) Camille e decide così di affittare una grandiosa villa (la particolarissima magione appartenuta allo scrittore Curzio Malaparte), che trasforma nella tana del seduttore, Vedi qui:

Ora, ceduta in prestito dal marito, perseguitata dalla presenza del produttore allupato, che cosa fa alla fine la nostra Camille? Sfinita dalle profferte e desiderosa di fare becco il marito, si concede a Prokosch proprio nel momento, ma guarda caso… , in cui Javal entra nella villa. E a quel punto che cosa succede? Una riedizione di Cavalleria rusticana? Volano i coltelli o, quantomeno, minacce o parole grosse tra i due uomini? Manco per niente; con ancora l'assegno nella tasca interna della giacca, Javal si guarda bene dal trasformarsi in una sorta di Lancillotto del lago pronto a lavare l'onta subita dalla Ginevra, pardon, dalla Camille. No, si limita soltanto a dire alla moglie: "Sai, cara. Mi sa tanto che avevi ragione a fare la riottosa. A me non garba per nulla come si sono messe le cose. Che facciamo, resettiamo il tutto e torniamo culo e camicia come ai bei tempi?". Ma ormai è troppo tardi e mal gliene incoglie al nostro Javal con il cuore a sinistra e il portafoglio a destra, perché Camille, dopo aver ceduto al produttore, non solo non ha intenzione di tornare indietro, ma ci ha preso pure gusto. Così, per buttargli in faccia tutto il suo disprezzo (ancora!), decide di salire sull'Alfa Romeo Duetto del produttore (eh sì, Prokosch ci sa davvero fare…) per tornare a Roma con lui. Tutto bene, dunque? Nasce una nuova storia d’amore alla faccia del fedifrago cornuto? Assolutamente no, visto che durante il viaggio (forse a causa del fatto che le grazie di Camille lo distraevano dalla guida) Prokosch va a schiantarsi contro un camion e i due muoiono sul colpo. Del resto, non avevamo scritto prima che quella Camille era uno schianto?

Ma quanto accadde durante le riprese, come abbiamo già accennato, rappresenta veramente un'altra trama, condita da malintesi, antipatie, litigi, ripicche, piccole vendette e quant'altro, senza contare il braccio di ferro che ci fu tra Godard, uno dei maestri della Nouvelle vague francese, e il produttore Carlo Ponti. Infatti, per i ruoli dei due protagonisti Godard avrebbe voluto Frank Sinatra e Kim Novak, ma il produttore italiano rispose picche, sostenendo che i personaggi descritti dal romanzo di Moravia erano italiani e quindi cercò di imporre la moglie Sofia Loren in coppia con Marcello Mastroianni. Dopo un lungo tira e molla si giunse al fatidico compromesso, con la scelta che cadde su Michel Piccoli e Brigitte Bardot. Ma, una volta terminata, la pellicola non piacque assolutamente a Ponti il quale pretese che Brigitte Bardot si mostrasse in un modo molto più sexy per fare colpo alla Mostra di Venezia, dove la pellicola sarebbe stata in concorso. Anche in questo caso, Godard fu costretto a cedere e a inserire tre scene di nudo: una all'inizio della pellicola, la seconda a metà film, entrambe con Piccoli e Bardot e la terza più avanti con l'attrice e Jack Palance. Godard girò, però, solo la prima e la terza, ma quest'ultima non venne mai utilizzata, mentre la scena che rimane inserita è diventata la più famosa di tutto il film, una sorta di inno contemplativo del corpo dell'attrice sdraiata sul letto, senza vestiti, dove non traspare alcuna volgarità, con la diva che chiede al marito che cosa gli piaccia del suo corpo. Questa scena è una splendida icona del concetto di sensualità raffinata, patinata e rappresenta sicuramente una delle più belle scene d’amore della storia del cinema, Vedi qui:

Ma sia ben chiaro, e qui torniamo a quanto avvenne sul set durante le riprese, il rapporto tra lo stesso regista e gli interpeti non fu proprio dei migliori, anzi. In quel periodo, Brigitte Bardot era probabilmente l'attrice più famosa del mondo e il suo corpo era considerato l'emblema stesso del fascino femminile. Ma la decisione di Godard di farla recitare come se fosse soltanto un corpo da mostrare e da esibire, non la soddisfò, anche se la diva accettò di lavorare con il regista per dimostrare al mondo del cinema di essere anche in grado di sostenere ruoli "impegnati", d’autore. Da qui un rapporto freddo, distaccato tra i due, al punto che il regista francese dirà in seguito a chi gli chiedeva che cosa avesse significato per lui lavorare con la diva del momento: "Nulla. Io non l'interessavo, lei non mi interessava". Non solo, ma il regista giunse al punto – in una scena in cui l'attrice era completamente nuda, sdraiata a pancia in giù a prendere il sole sul tetto di Villa Malaparte – di appoggiarle un libro sul fondoschiena, come per coprirlo. Tuttavia il libro era un romanzo "giallo", un noir,  intitolato Entrate senza bussare. Maligna allusione o no, così è rimasto nella versione definitiva del film! E se i rapporti tra Godard e il fido Piccoli non diedero luogo a incidenti e incomprensioni, quelli tra Jack Palance, il regista e il resto della troupe furono a dir poco pessimi. L’attore americano, infatti, visse malissimo il lavoro con la troupe in generale. Oltre a non parlare francese, fece addirittura apposta a fraintendere le richieste del regista. Isolato, senza poter comunicare con nessuno, ben presto Palance si rifugiò nell'alcol, giungendo al punto di arrivare sul set completamente ubriaco fradicio. Disprezzato e snobbato da tutti, fu ben presto soprannominato dall'intera troupe le grand con (ossia "il gran coglione").


Michel Piccoli, Fritz Lang, Jack Palance e Jean-Luc Godard sul set de Il disprezzo

Ma il colpo di grazia a questa pellicola lo diede, in fase di post produzione, Carlo Ponti. Difatti, una volta arrivato nelle mani del celebre e potente produttore, il film di Godard non fu accettato in quanto considerato incomprensibile per il pubblico italiano. Così, Ponti mise mano alla pellicola, cercando di italianizzarla, giungendo al punto di censurare (a cominciare dalla celeberrima scena di nudo della Bardot sul letto, che fu tagliata), rimontare intere sequenze e cambiare alcuni dialoghi. In questo modo, la durata della pellicola scese da 105 a 84 minuti, senza contare che volle doppiarlo nuovamente, ottenendo così delle situazioni a dir poco esilaranti, come quando la segretaria del produttore Prokosch, interpretata da Giorgia Moll, (nella versione originale del film ogni personaggio si esprime nella propria lingua, ossia in francese, in inglese e in tedesco) fa da interprete e nell'edizione italiana ripete frasi già pronunciate nella stessa lingua, in quanto già doppiate! Non c’è da meravigliarsi, dunque, se Godard, una volta vista la versione italiana imposta da Ponti, rinnegò la paternità del film.

Di tutto questo pastrocchio che cosa si può salvare? Sicuramente la colonna sonora originale, composta da uno dei più straordinari musicisti francesi dello scorso secolo, Georges Delerue, e giustamente considerata uno dei temi musicali più belli di tutta la storia del cinema. Delerue studiò al conservatorio di Parigi sotto la guida di Darius Milhaud, uno dei grandi compositori classici francesi del Novecento. Dopo aver vinto il prestigioso Prix de Rome, nel 1952 Delerue fu nominato compositore e direttore d'orchestra della Radio francese. Da lì al cinema il passo fu breve e nel giro di pochi anni il musicista ebbe modo di lavorare per i più grandi registi francesi, in particolare quelli appartenenti alla Nouvelle Vague, instaurando un fruttuoso sodalizio con François Truffaut. Nel 1972 iniziò a lavorare a Hollywood e, a metà degli anni Ottanta, si trasferì definitivamente negli Stati Uniti, stabilendosi a Los Angeles, dove morì nel 1992. Nel corso della sua carriera Delerue si è cimentato anche con la musica classica, una predisposizione, questa, che ha lasciato una traccia indelebile nelle sue melodie per il cinema. Proprio questa formazione classica, questa padronanza della composizione gli permisero di scrivere una meravigliosa colonna sonora, tutta imbastita con gli archi (con il relativo Tema di Camille), contrassegnata da una profonda malinconia nella quale si mescolano la tenerezza e dolcezza di un ricordo lontano, con l'amara consapevolezza che sia ormai qualcosa di inarrivabile, di perduto, di irraggiungibile. Non per nulla, il tema fa da elemento cardine nei momenti salienti del film: nella scena in cui la Bardot appare nuda a letto con Piccoli, nella discussione che hanno in seguito e al momento dell'addio e nella scena che mostra i corpi esamini del produttore e di Camille.

Georges Delerue

Questo tema struggente, delicatissimo, che richiama gli adagi di Gustav Mahler e di Maurice Ravel, ha anche il sapore di una calma dopo la tempesta, quando ci si rende conto che nulla tornerà più come prima, che una pagina si è voltata per sempre. Ecco perché un altro grande cineasta, Martin Scorsese, volle riproporre il tema di Delerue in uno dei suoi film più belli, Casino, con Robert De Niro e Sharon Stone, quando il protagonista, dopo un furibondo litigio con la moglie, si aggira da solo nel lussuoso appartamento, guardando i mobili, le stanze, i luoghi di una felicità che non potrà più tornare, perché il matrimonio ormai e finito e nulla tornerà più come prima. Un'ultima considerazione: nella versione italiana de Il disprezzo, Carlo Ponti decise di sostituire la raffinata e delicata versione della colonna sonora di Delerue con quella di Piero Piccioni, decisamente più scanzonata e jazzistica, confermando l'adagio secondo il quale quando una cosa nasce male, finisce sempre peggio. C'è da dire però che Il disprezzo non andò affatto male al botteghino, tanto da diventare il  più grande successo commerciale di Jean-Luc Godard  e il settimo film di maggiore successo del 1963 in Francia.

 

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