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Grand Budapest Hotel – L'eco delle favole di Wes Anderson, di Alexia Altieri

Il Grand Budapest Hotel (2014)di Wes Anderson gode della singolare magnificenza della fantasia del suo autore. Anderson, a cui è stato attribuito il titolo di "magnifico arredatore di interni", ha dato vita ad una commedia eccentrica al punto da sembrare surreale – uno sgargiante caleidoscopio di situazioni e personaggi, in cui il senso rimane sospeso, insieme al tempo. Sono principalmente quattro i piani temporali entro cui si svolge la vicenda – quattro epoche che si riversano l'una nell'altra, secondo un'articolata struttura a scatole cinesi, e ognuna di queste epoche è palesata allo spettatore attraverso l'uso de formato cinematografico tipico di quegli anni. Il racconto si apre sull'oggi, su una statua mortuaria stagliata contro uno scenario lugubre, al centro dello spazio dell'assenza – Wes ci mostra già l'epilogo, quel retrogusto amaro che permea e sporca il tono patinato e infantile di tutto il racconto. L'oggi è quel che rimane dello scrittore che, nella scena successiva, vediamo ormai anziano (interpretato da Tom Wilkinson) ricordare e raccontare un momento topico della propria vita. L'onda di questo ricordo ci travolge e ci scaraventa indietro nel tempo, fino agli anni Sessanta – in cui il Grand Budapest Hotel, dallo stile architettonico di forte ispirazione sovietica, si fa simulacro della decadenza, offeso dalle ingiurie del nazismo e dal tocco mortuario della guerra che è passata e ha cancellato tutto il fasto della Belle Epoque.

Da un certo punto di vista, il regista fa un inno allo story-telling e alla memoria e ci mostra lo ieri, in cui lo scrittore da giovane (Jude Law), con ambizioni e sogni ingombranti sottopelle, si mischia a quei pochi clienti relitti di una società perduta, che si trascinano in una sorta di dormiveglia e disillusione, nella hall ormai spoglia dell'hotel. Qui lo scrittore incontra il proprietario, Mr. Moustafa (F. Murray Abraham) che decide di donargli le proprie preziose memorie – rimembranze di un antico splendore e di un viaggio iniziatico, onorevole percorso di crescita personale. Una storia nella storia, che ci regala il quadro romantico di un sontuoso albergo, rilucente nei bottoni dorati delle divise di coloro che vi lavoravano, immerso nel profumo dell'acqua di colonia del suo concierge e nella gloria dell'epoca in cui regnavano sovrani sogni e illusioni. Il racconto si dipana, perciò, fino agli anni Trenta e si configura come pura dichiarazione d'intenti da parte del suo autore, che fa dell'eredità il suo punto cardine verso cui ogni cosa confluisce, sia a livello simbolico, che di trama. Il giocoso affresco di Anderson glorifica la condivisione e trasmissione del sapere e delle esperienze personali, dando un'implicita connotazione positiva al passato in quanto tale, rispetto al presente – che altro non è se non un involucro, volto a contenere l'inafferrabile valore di ciò che ormai è già accaduto, compiuto, vissuto e consumato.

Emblematico, in questo senso, il filtro letterario attraverso cui Anderson costruisce la propria opera: Il mondo di ieri, autobiografia di Stefan Zweig, E non a caso, la Budapest che il regista inserisce nel proprio titolo è anche protagonista di uno dei capitoli più belli e significativi del romanzo di Zweig.

Ieri – o meglio, l'altro ieri – è il leit motiv della funambolica pellicola andersoniana, che acquista in questo senso una certa storicità. A partire dal contesto in cui si sviluppa la narrazione, una sorta di Mitteleuropa che sarebbe stata a breve dilaniata dal Secondo conflitto mondiale – emblema della vacuità e del cieco egoismo che ha segnato gli anni Trenta. E' ambientato nell'immaginaria Repubblica di Zubrowka (nome di un'antica marca di vodka polacca), un crocevia di mondo, al confine tra Germania e Polonia, tra guerra e decadimento. Tuttavia, Anderson ci vuole parlare anche di una storicità cinematografica, attraverso palesi rimandi al cinema classico de Il grande dittatore di Charlie Chaplin, con siparietti grotteschi e frammenti slapstick, e a quello sofisticato del Lubitsch di To Be or Not To Be (Vogliamo Vivere!).

L'eredità è anche lo snodo narrativo attraverso cui la commedia si spoglia dei suoi panni radical chic per indossare eleganti sfumature noir, attraversate da venature thriller. Monsieur Gustave (uno straordinario Ralph Fiennes) è l'impeccabile, sussiegoso maître del Grand Budapest Hotel degli anni Trenta, che gode della stima della propria clientela, in particolare di quella di donne facoltose e attempate. Quando una di queste, l'ottuagenaria Madame D. – un'irriconoscibile Tilda Swinton, costretta per entrare nella parte a interminabili sedute di trucco, anche di cinque ore ciascuna – viene assassinata, Gustave diventa il sospettato numero uno, poiché ereditiere come da testamento di un quadro celeberrimo dal valore inestimabile e cioè il Ragazzo con la mela, che però è evidentemente un falso, commissionato al pittore inglese Michael Taylor, per cui posa il ballerino londinese Ed Munro. Da questo momento, fughe rocambolesche e un carosello di personaggi pieni di tic e peculiarità.

Il cuore pulsante dell'intera novella è senz'altro Monsieur Gustave – personaggio eccentrico e del tutto singolare, che combatte le angherie di chi lo circonda a colpi di cortesia ed educazione. Il Grand Budapest Hotel rappresenta una parentesi di pace in un mondo gettato nel caos, arreso alle barbarie e alla cattiveria di chi lo abita. Seppure non esca vincente da questo scontro, la placida protesta di Monsieur Gustave continuerà a vivere nella memoria dell'innocente lobby-boy Zero Moustafa (che farà carriera lì), interpretato dall'esordiente Tony Revolori.

Wes Anderson colora a tinte forti un mondo sempre più grigio e individualista, in un crescendo quasi esasperato di sensazioni, vita e ricordi. Un cinema sopra le righe il suo, stilisticamente curato fino al più effimero dettaglio: per citare un esempio, le tortine che prepara Agatha – l'amore di Zero, interpretata da Saoirse Ronan – ossia le deliziose Courtisane au Chocolat, sono state inventate ad hoc per questo film dalla pasticceria Cafè Care di Görlitz, seguendo le indicazioni del regista. Nel DVD del film è addirittura descritta la ricetta segreta di questi pasticcini. Il perfezionista regista-architetto costruisce con precisione geometrica ogni inquadratura, quasi fossero dei quadri i cui componenti sembrano animarsi giusto il tempo necessario a dar vita a eccentrici siparietti sullo sfondo di un mondo antinaturalistico in continuo mutamento. Wes è il burattinaio di questo universo di plastica sospeso che ci lascia la sensazione finale di aver assistito ad un sogno ad occhi aperti.  Grand Budapest Hotel vinse ben quattro Oscar: Miglior Scenografia, Migliore colonna sonora, Migliore trucco e Migliori costumi. In particolare quest'ultimo porta il nome dell'italiana Milena Canonero, e in un film permeato in ogni suo dettaglio dai dettami dell'eccellenza non poteva mancare il tocco delle mani da Oscar della costumista nostrana. Milena Canonero fu scoperta da Stanley Kubrick, per il quale esordì nel cinema, mediante la realizzazione degli intramontabili costumi dei Drughi di Arancia Meccanica: come dimenticare i memorabili bastone e bombetta di Malcom McDowell?

Il primo Oscar Milena Canonero lo vinse nel 1976, proprio per uno dei capolavori del maestro Kubrick e cioè Barry Lyndon. Di impianto settecentesco, tale film richiedeva una scelta accurata dei costumi, in modo da sottolineare l'autenticità dell'epoca evocata. Ma, insoddisfatta degli abiti trovati nelle grandi case di moda europee, la Canonero decise di confezionarne lei stessa: tutti gli abiti e le parrucche presenti nella pellicola sono una sua creazione. Del resto il suo pensiero è sempre stato: "Il costume perfetto? Quello che sa cristallizzare un'immagine forte di un film e lasciarla impressa a lungo nella memoria". E, alla luce dei fatti, si può affermare senza ombra di dubbio che tale obiettivo sia stato pienamente raggiunto. Come quadri realizzati mediante l'uso di una palette di colori pastello, alternati a qualche pennellata intensa di viola e rosso, le scene del film hanno tinte forti e contrastate – come quelle all'interno dell'ascensore, dove i bottoni dorati che arricchiscono con leziosa finezza la divisa viola del liftboy vanno a incontrarsi e scontrarsi con le mura rosso sangue, che ricordano vagamente un altro grande successo kubrickiano per cui la Canonero curò i costumi e cioè Shining (1980).

Riguardo al film di Anderson, la costumista dichiarò: "Abbiamo avuto un approccio olistico, definendo il look dei personaggi dalla testa ai piedi. Non ci siamo limitati ad ispirarci alle persone reali di quel tempo, ma anche a fotografi come Man Ray e George Hurrel o pittori come Kees Van Dogen, Tamara de Lempicka, George Grosz e Gustav Klimt dipinto, per esempio, su uno degli abiti di Madame D".

Madame D. indossa un abito che richiama molto il dipinto di Gustave Klimt, sulla destra.

L'unicità è una questione di dettagli e per la Canonero è di estrema importanza che ogni personaggio sia contraddistinto rispetto agli altri, poiché l'abito è un'estensione della propria personalità, il nostro biglietto da visita che palesa ciò che scegliamo di essere agli occhi degli altri. Pertanto, "lo stile di ogni attore deve avere la sua raison d'être". Quindi, se l'anziana milionaria è stata immaginata dalla costumista come una sorta di Peggy Guggenheim – la celebre collezionista d'arte statunitense – i look di Agatha, ad esempio, hanno tagli pratici, impreziositi di dettagli bon ton che ne preservano la femminilità. I suoi outfit dai colori tenui e l'acconciatura morbida e glamour, composta da trecce raccolte sul capo, donano a questo personaggio un'eleganza e una delicatezza che si esaltano tra pizzo e tinte candy.

Agatha, interpretata da Saorsie Williams, in una scena del film Grand Budapest Hotel.

Grand Budapest Hotel segna il trionfo della moda italiana, che non si traduce solo attraverso l'eccellenza di Milena Canonero, ma anche grazie alla collaborazione di due griffe, capisaldi del made in Italy, Prada e Fendi e della storica maison italiana di Umberto Tirelli, a cui la Canonero affida il confezionamento dei costumi, e a cui aveva già delegato la realizzazione di quelli da Oscar di Marie Antoinette. Wes Anderson flirta da sempre con le grandi firme dell'alta moda, tant'è che le sue pellicole sono solite essere disseminate di dettagli fashion, tra cui spiccano la fissazione per i set di valigie da viaggio firmati e le griffate mise dei propri protagonisti che diventano veri e propri feticci di gusto e stile – come la Margot Tenenbaum de I Tenenbaum (2001, sempre diretto da Anderson), interpretata da Gwyneth Paltrow, con i suoi outfit firmati, dal vestitino a righe autografato da Lacoste alla pelliccia di visone di Fendi. La liaison tra Anderson e Prada perdura già da lungo tempo: il regista è stato autore degli spot dedicati all'essenza Prada Candy, oltre che regista (con la preziosa collaborazione di Milena Canonero ai costumi) dell'ultima collaborazione di Prada in campo cinematografico, nonché vero inno alla cultura italiana, ossia il cortometraggio Castello Cavalcanti (2013).

https://vimeo.com/80059810

Se Anderson firma questo gioiellino dalla durata di otto minuti per Miuccia Prada, la maison milanese lascia il proprio marchio inconfondibile sul set di valigie dallo stile anni Venti di Madame D. e Monsieur Gustave, e sul cappotto in nappa nera di Jopling (Willem Dafoe). Fendi, a sua volta, che da sempre cura la realizzazione di costumi memorabili – in particolare, pellicce per il cinema – ha già collaborato con la Canonero per la realizzazione dei costumi premio Oscar di Marie Antoinette di Sofia Coppola, Barry Lyndon di Stanley Kubrick e Momenti di gloria di Hugh Hudson. Per Grand Budapest Hotel, la firma romana realizzò la mantella in velluto di sera dipinto a mano e con bordature in visone dell'ottuagenaria facoltosa interpretata da Tilda Swinton, nonché il doppiopetto militare realizzato in astrakan grigio e indossato dall'ispettore Henckels (Edward Norton).

Valigie di Prada, da una scena del film.

Wes Anderson sigla così il suo film più personale, vessillo della sua idea di cinema in quanto girotondo di epoche, sentimenti, memorie, fiabe e incubi. Tutto questo in un'opera impossibile da imprigionare in un'unica definizione, o ridurre sotto il peso di un'etichetta. Grand Budapest Hotel è un affascinante affresco della storia del cinema e del narrare – che, in quanto pura arte, non necessita di temporalità e plausibilità – e Anderson ne è l'abile cantastorie che ci racconta una favola sull'importanza di avere sempre una favola da raccontare (e da accogliere). Perché le emozioni sono molto più profonde e primordiali delle sensazioni, e lasciano un eco.

 

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