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Il mondo della moda secondo Il Diavolo veste Prada

Anne Hathaway e Meryl Streep ne Il Diavolo veste Prada.

Un vero inferno, il mondo della moda visto attraverso la lente d'ingrandimento di David Frankel nel suo Il diavolo veste Prada (The Devil Wears Prada, 2006). Il diavolo in questione, con tanto di tacchi a spillo e un elegante cappotto abbinato ad una, sempre diversa, borsa firmata per ogni occasione, è Miranda Priestly: superba interpretazione di Meryl Streep, ispirata all'iconica direttrice di Vogue America, la più autorevole rivista di moda in tutto il mondo, Mrs. Anna Wintour.
Severo caschetto color miele, perfettamente squadrato – da cui Johnny Depp sostiene di aver tratto ispirazione per l'interpretazione dell'enigmatico cioccolatiere Willy Wonka in La Fabbrica di Cioccolato (Charlie and the Chocolate Factory, Tim Burton, 2005) – ed ancora, grandi occhiali da sole rigorosamente griffati Chanel, con lenti scure per garantire un netto distacco dal mondo circostante, cardigan drappeggiato su abito Prada: questa la divisa da lavoro della lady di ferro che ha fatto della propria immagine e personalità un intramontabile simbolo glamour. Però amante dello stile spring, floreale, come quello descritto nel romanzo Pride and Prejudice di Jane Austen: che ci sia un animo romantico al di là dell'apparenza glaciale e degli inconfutabili giudizi con cui fredda quotidianamente i suoi collaboratori? Qualcosa di amorevole c'è, quantomeno nei suoi outfit: emblematico a questo proposito, l'elegante cardigan delicatamente posato sulle spalle, a cui difficilmente rinuncia, e che rimanda alla mente un immortale simbolo di bellezza e grazia, rappresentato da Grace Kelly, filantropica principessa di Monaco, ghiaccio bollente del cinema di Hitchcock. Tuttavia, nonostante la scelta di raffinati abiti da Red Carpet, dalla lunghezza midi, lineari, tagliati in vita e talvolta impreziositi da costose cinture e dall'abbinamento di sfarzosi colliers, chi fa la conoscenza della Wintour, spesso non ne conserva un buon ricordo.

Anna Wintour e lo stilista Valentino Garavani.

In particolare, alcuni tra i più celebri designer della moda italiana dimostrano pubblicamente le proprie critiche verso la direttrice di Vogue. Roberto Cavalli attacca apertamente il "pessimo gusto" della madama e che influenza eccessivamente il modo di vestire delle sue connazionali. Anche altre eccellenze del fashion system made in Italy, tra cui Krizia, si mostrano indignati dal modo in cui Anna Wintour predilige chiaramente la moda americana a quella italiana. In un numero di Vogue America stilò addirittura una lista dei "magnifici sette stilisti", a suo parere gli unici guru del fashion in grado di assicurare un futuro alla moda, tra cui appare un unico nome italiano: Prada. La stessa Lauren Weisberger, autrice del romanzo The Devil Wears Prada pubblicato nel 2003 – da cui è tratto il film di Frankel – è stata assistente personale della "diabolica" leader dell'élite modaiola americana, e il suo punto di vista sul suo ex capo risulta chiaro fin dal titolo. Nel film Il diavolo veste Prada Miranda Priestly (Meryl Streep), allo stesso modo della sua musa ispiratrice, anche solo attraverso la composizione della copertina è in grado di influenzare le scelte di acquisto di milioni di persone e pertanto il destino di un'intera stagione di moda. Significativo, in questo senso, il monologo con cui la Priestly, accompagnata dall'usuale velato cinismo di maniera, commenta l'abbigliamento della sua nuova assistente personale – l'ingenua e brillante neolaureata in giornalismo Andrea "Andy" Sachs (Anne Hathaway), decisamente disorientata in un mondo che non le appartiene: "Tu pensi che questo non abbia nulla a che vedere con te. Tu apri il tuo armadio e scegli, non lo so, quel maglioncino azzurro infeltrito per esempio, perché vuoi gridare al mondo che ti prendi troppo sul serio per curarti di cosa ti metti addosso, ma quello che non sai è che quel maglioncino non è semplicemente azzurro, non è turchese, non è lapis, è effettivamente ceruleo, e sei anche allegramente inconsapevole del fatto che nel 2002 Oscar de la Renta ha realizzato una collezione di gonne cerulee e poi è stato Yves Saint Laurent se non sbaglio a proporre delle giacche militari color ceruleo. [...] E poi il ceruleo è rapidamente comparso nelle collezioni di otto diversi stilisti. Dopodiché è arrivato a poco a poco nei grandi magazzini e alla fine si è infiltrato in qualche tragico angolo casual, dove tu evidentemente l'hai pescato nel cesto delle occasioni, tuttavia quell'azzurro rappresenta milioni di dollari e innumerevoli posti di lavoro, e siamo al limite del comico quando penso che tu sia convinta di aver fatto una scelta fuori delle proposte della moda quindi, in effetti, indossi un golfino che è stato selezionato per te dalle persone qui presenti, in mezzo ad una pila di roba". Miranda, pettinata alla Crudelia De Mon, probabilmente come richiamo alla sconfinata passione di Mrs. Wintour per le pellicce, è direttrice di Runway, versione fittizia di Vogue.

Vogue America nacque a New York nel 1892 da Arthur Baldwin Turnure: con cadenza d'uscita settimanale (dal 1972 mensile), la rivista aveva l'obiettivo di farsi vetrina dello stile di vita delle élites newyorkesi. Anna Wintour ne divenne direttrice nel 1988 e si prefissò di modernizzare la rivista a partire dalla copertina. Se prima degli anni Sessanta questa era riservata a simulacri di fascino e prestigio, nel corso degli anni si scelse di dare sempre più spazio alla sensualità, in particolare ritraendo volti in primo piano, che mettessero in risalto lo sguardo e la bocca. Make-up e acconciatura assunsero primaria importanza, poiché facevano da cornice a occhi grandi e labbra sorridenti. Anna Wintour scelse di sostituire questi primi piani, con fotografie di modelle a figura intera, relegando la bellezza a una posizione secondaria rispetto all'abbigliamento.

Novembre 1988, la prima copertina di Vogue sotto la direzione di  Anna Wintour.

La redazione di Runway si trova al diciassettesimo piano dell'Elias-Clarke Publications, nella Avenue of the Americas alias 6th avenue che, nella realtà, rappresenta il quartier generale di 51 piani complessivi del gruppo editoriale di fama mondiale nel campo economico-finanziario McGraw Hill. New York si fa, ancora una volta, palcoscenico del mondo della moda, nel bene e nel male. Permeata dalla frenesia dei suoi abitanti, in particolare Manhattan, è spesso luogo privilegiato dal cinema, dove gli amori nascono per strada, da un cappuccino Starbucks accidentalmente versato su una camicia Armani, e dove ragazze con indosso abiti ricercati e un sorriso sincero, scendono da taxi provenienti dall'aeroporto, con valigie troppo piene di vestiti e sogni. Non è difficile cogliere dei parallelismi tra il film di David Frankel e la celebre e premiatissima serie tv tutta al femminile Sex and the city (1998-2004, seguita da un film del 2008 e dal sequel del 2010), di cui il regista ha girato anche alcuni episodi. La protagonista della gloriosa serie è Carrie Bradshaw (Sarah Jessica Parker), romantica scrittrice dall'animo imperlato di sogni, oltre che inguaribile fashion addicted e amica sincera, capace di dare i suoi consigli migliori in alcuni tra i locali più in della Grande Mela, davanti a colorati Cosmopolitan. Carrie ricorda per alcuni versi la Andy di Il diavolo veste Prada ed entrambe sembrano una versione moderna di Cenerentola, con tanto di scarpetta – che non è più quella di cristallo della fiaba, piuttosto un'irrinunciabile paio di Jimmy Choo. L'una alla ricerca del principe azzurro, l’altra di una grazia mai posseduta prima. Vedi qui:

Il Diavolo veste Prada, oltre a essere un fedele affresco di certi aspetti del mondo della moda, rappresenta anche la parabola della trasformazione di Andy: da assistente goffa e ignara anche dei più elementari dettami della moda, a donna sicura di se stessa, in carriera e con un guardaroba invidiabile. In effetti molti stilisti accettarono di far apparire nel film vestiti e accessori delle proprie case di moda: osservando, di scena in scena, il look e le grandi firme indossate da Miranda e Andy, sembra di assistere a una sorta di infinita passerella e, non a caso, Il Diavolo veste Prada è stato definito uno dei film con i costumi più costosi di sempre. Valentino Garavani è l'unico stilista che accettò di partecipare al film in prima persona, in un cameo durante la scena dell'asta di beneficenza, per la quale ha realizzato anche il vestito nero indossato da Meryl Streep. Maestro assoluto della haute couture, Valentino si è sempre dedicato a creazioni di alta sartoria, a celebrazione di un lusso che non vive come un vanto, ma piuttosto come un valore aggiunto dedicato a quei pochi che possono permetterselo. Dal 1957, anno in cui aprì un atelier a Roma, il couturier confeziona abiti che sono capolavori di manualità, una parte dei quali in tessuti di una particolare tonalità di colore rosso, detta appunto Rosso Valentino. Al film partecipò anche la modella Gisele Bündchen, la quale accettò di comparire a patto di non dover interpretare una modella. Per il resto, si vocifera che Anna Wintour abbia avvertito le più note celebrità sartoriali che, qualora fossero comparsi nel film, sarebbero stati estromessi dalle pagine del suo magazine. Nonostante il portavoce dell'editrice neghi questo rumor, è stato possibile constatare come Vogue America non abbia mai menzionato il libro della Weisberger tra le sue pagine. Il cast del film annovera svariati volti noti, tra cui un adorabile Stanley Tucci, nel ruolo da cliché del consigliere simpatico e vistosamente omosessuale ma ben lontano dall'essere una macchietta gay; Emily Blunt, nei panni dell'altra assistente di Miranda, frenetica, dalla chioma amaranto e in debito di carboidrati; e ovviamente Meryl Streep, la cui recitazione ottenne un ammirato consenso anche dalla stessa Wintour, benché dal film non ne esca certo bene... Vedi qui:

Il primo giorno di riprese, la Streep disse alla collega: "Penso tu sia perfetta per il ruolo. Sono molto felice che lavoreremo insieme". E, subito dopo, aggiunse (riferendosi al suo ruolo): "Questa è l’ultima cosa carina che mi sentirai dire". Se è vero che l'abito non fa il monaco, in questo caso sicuramente "fa il diavolo", soprattutto quando questo veste Prada ed Hermès. Quello di Frankel non è un pretenzioso film sulla moda, piuttosto è una deliziosa commedia ambientata nel mondo della moda. Sicuramente, il regista dimostra, a tratti, una sfumata connivenza nei confronti del contesto in cui sviluppa la propria trama e perlopiù sembra sottolineare quanto questa macchina potente e "infernale" che è la moda (o meglio, una delle tante sfaccettature della moda, perché certo quel mondo non è sempre come tratteggiato nel film) possa non solo tentarci al punto di farci cadere in tentazione, ma addirittura dominarci. C'è qualcosa che va oltre la virago con la taglia 38 che sfila in passerella con lo sguardo vacuo, e quel "qualcosa" sicuramente Miranda Prestley alias Anna Wintour l'ha capito."Tutti lo vogliono. Tutti vogliono essere noi", afferma Miranda nel film. Fortunatamente le pur bravissime interpreti de Il Diavolo veste Prada, così come il resto del cast, non si presero così sul serio. Vedi qui:

 

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