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Aglianico Coast to Coast

 

Basilicata Coast to Coast è un film del 2010 che registra un doppio debutto: quello di Rocco Papaleo come regista e quello di Max Gazzè come attore, che è anche l'interprete del brano musicale Mentre dormi, presente nella colonna sonora del film. Oltre a Papaleo e Gazzè, il cast è composto tra gli altri da Alessandro Gassman, Paolo Briguglia, Giovanna Mezzogiorno, Claudia Potenza, Michela Andreozzi, Antonio Gerardi, Augusto Fornari e Gaetano Amato.

Girato nei comuni lucani di Maratea, Trecchina, Lauria, Tramutola, Spinoso (Lago di Pietra del Pertusillo), Aliano, Scanzano Jonico e Craco, è talmente ricco di descrizioni del paesaggio e del territorio che pare una guida turistica della Basilicata, capace di indicare un florilegio di luoghi incredibili. A partire, uno per tutti, dal paese abbandonato di Craco dove, come si dice nel film, "la modernità è stata rifiutata".

Basilicata Coast to Coast” è una sorta di "road movie" attorno e dentro a luoghi che hanno ispirato, oltre ad una importante filmografia documentarista negli anni Cinquanta e Sessanta, il grande capolavoro Il Vangelo Secondo Matteo, la riflessione pasoliniana sul mondo degli ultimi, rappresentato in larga parte da contadini lucani.

La storia narrata in Basilicata Coast to coast parte dal momento in cui Nicola Palmieri (Rocco Papaleo), che insegna matematica in un liceo artistico ed è il leader un po' naïf ma entusiasta di un gruppo di musicisti di Maratea, decide di partecipare al festival musicale di Scanzano Jonico. Da Maratea a Scanzano Jonico, dalla costa tirrenica alla costa ionica; un viaggio ordinario, un centinaio di chilometri lungo la strada statale 653 della Valle del Sinni, un'ora o poco più di viaggio in auto, da un mare all'altro con in mezzo la Basilicata. Niente auto, però. A piedi. E tutto diventa straordinario. Strade alternative, un carretto trainato da un cavallo bianco per trasportare viveri, strumenti e tende da campo, provando le canzoni da fare al festival ed esibendosi in concertini occasionali nei paesini che si incontrano lungo il percorso. Come a Viggiano. O a Tramutola. Un pellegrinaggio, un cammino che diventa insieme scoperta dei luoghi ma anche dei prodotti della terra, dalla frittata della mamma, ai peperoni cruschi di Senise, al vino.

Il vino, naturalmente, è l'Aglianico del Vulture, prodotto d'eccezione della Basilicata: colore rosso rubino, sapore asciutto, sapido, caldo, che con l'invecchiamento diventa sempre più vellutato ed armonico tanto che viene chiamato il "Barolo del Sud", a sottolinearne le caratteristiche in comune con il blasonato vitigno piemontese. Ottenuto dalla vinificazione in purezza delle uve appartenenti al vitigno omonimo, che si trova nei vigneti ubicati ai piedi del Monte Vulture, un vulcano spento da millenni, l'Aglianico viene coltivato fino a 800 metri di altitudine, ma trova le condizioni più propizie fra i 200 e i 600 metri. I comuni interessati all'Aglianico del Vulture sono Rionero in Vulture, Barile, Rapolla, Ripacandida, Ginestra, Maschito, Forenza, Acerenza, Melfi, Atella, Venosa, Lavello, Palazzo San Gervasio, Banzi, Genzano di Lucania, Montemilone dove circa quaranta aziende distribuite su poco più di 1500 ettari di superficie coltivata producono due milioni e mezzo di bottiglie l'anno; numeri significativi ma ancora piccoli per un vino che è ormai annoverato tra i più grandi vini rossi d'Italia. L'Aglianico racconta storie antiche: introdotto dai greci nel sud Italia tra il VII-VI secolo a.C, deve il suo nome forse all'antica città di Elea (Eleanico), sulla costa tirrenica della Lucania, o più probabilmente a una semplice storpiatura della parola "ellenico". I romani lo ribattezzarono poi "Vitis Ellenica", utilizzandolo altresì per produrre il vino Falerno. Successivamente pare che il condottiero cartaginese Annibale ne abbia apprezzato le qualità, se è vera la narrazione secoldo la quale – dopo aver sconfitto i romani nel 212 a.C. nel corso della discesa in Italia durante la seconda Guerra Punica – avrebbe mandato i suoi soldati in Lucania a curarsi con i vini del Vulture. Il nome originario (che sia stato Elleanico o Ellenico) fu cambiato nell'attuale Aglianico durante la dominazione aragonese nel corso del XV secolo, a causa della doppia 'l' pronunciata 'gl' nell'uso fonetico spagnolo. In tempi più recenti, durante il dominio svevo, fu Federico II ad apprezzarlo e a promuovere la coltivazione del vitigno; cominciò allora la produzione del vino in primordiali cantine, spesso ricavate nelle grotte, che ancora oggi ospitano molte importanti case vinicole.

Un vino, l'Aglianico del Vulture, carico non solo di una lunga storia ma anche di un elevato valore simbolico, capace di raccontare il faticoso ma evidente riscatto di una società contadina povera di oggetti e denari ma certamente arricchita dalla dignità di una grande cultura materiale. Ed è l'attenzione a quella dignità e a quella cultura a ispirare l'omaggio che i nostri viaggiatori impegnati nel "coast to coast" lucano fanno: "…a questo puro Aglianico del Vulture, grande vino della nostra terra, per brindare all’uomo che ci ha spinti ad indagare sulla nostra identità. Brindo a Carlo Levi e pure a Gian Maria Volontè e spargo simbolicamente questo vino…"

Un film citato dentro un film, una "mise en abîme", un riferimento diretto ad un altro grande sguardo sulla Basilicata: "Cristo si è fermato a Eboli", un film del 1979 diretto da Francesco Rosi, tratto dal romanzo omonimo di Carlo Levi e interpretato (nella parte appunto di Levi) da un grande, grandissimo Gian Maria Volontè. Carlo Levi è un pittore, scrittore e medico antifascista, confinato intorno al 1935 ad Aliano, in Lucania. Aliano è un paese sperduto, povero, dove nemmeno Cristo è arrivato. In questo mondo contadino che nemmeno Dio sembra volere, il cibo frugale e il vino offerto rimandano alla dignità ed alla bellezza di una terra che si lascia conoscere ed amare.

Il vino, tanto presente nel racconto plasmato dal maestro Francesco Rosi, è prodotto e consumato dai contadini lucani come genere di prima necessità, come riserva quotidiana di calorie, a volte in sostituzione di un intero pasto. Non ci sono, attorno a quel vino, grandi tavole imbandite, ricche composizioni di bicchieri scintillanti. Non ci sono prolungate degustazioni. Nessuna ostentazione di conoscenze fini e ricercate. Nessuno stile. Nessun brindisi. Solo quel vino, oggetto e soggetto della scena, gorgogliante dalla bottiglia al bicchiere nel silenzio quasi religioso di quelle povere case. Un vino che sembra davvero essere "corpo e sangue" di quel Cristo che qui ha dimenticato di passare.

Un vino forte e spigoloso, lontano dalla grazia e dall'armonia dell'Aglianico attuale, ma specchio di una terra e di una identità, insieme monumento alla società contadina del meridione e terreno dell'ironia e del disordine creativo. Una Basilicata che l'Aglianico del Vulture prodigamente consumato e celebrato in Basilicata Coast to Coast ci restituisce con ritmo un po' randagio, vagabondo. Perché insieme, il film e il vino, diventano leggeri e struggenti, capaci di una carica di amore profondo per la Lucania, una terra alla quale si dedica uno sguardo iperbolico e vitale. Uno sguardo simpatico, tanto simpatico da far sorridere; ma insieme malinconico, quel tanto di malinconia che basta per far pensare.

 

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