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Spirito del rum, tra perdizione e salvezza

Sarà per l'indubbio appeal dei panorami caraibici, sarà per il carattere così avventuroso delle storie di mare e pirati, sarà per il fascino un po' maledetto e decadente di un prodotto della fermentazione della canna da zucchero, sarà per questi e tanti altri motivi ancora che il rum ha ispirato l'immaginario di tanti cineasti. Gli esempi non mancano. Possiamo partire dalla Giamaica dove è ambientato Pirati dei Caraibi: La maledizione della prima luna” (2003, Pirates of Caribbean: The Curse of the Black Pearl), diretto da Gore Verbinski e interpretato da Johnny Depp, Geoffrey Rush, Orlando Bloom, Keira Knightley, Jack Davenport, Jonathan Pryce. Anche gli altri film di questa serie di grandissimo successo – ossia Pirates of the Caribbean: Dead Man's Chest (2006), Pirates of the Caribbean: At World's End (2007) e Pirates of the Caribbean: On Stranger Tides (2011) – sono ambientati in Giamaica. Ma, tutti, in realtà hanno avuto come location soprattutto lo stato di Saint Vincent e Grenadine (composto da circa 125 isole facenti parte delle Piccole Antille, capitale è Kingstown). Il film, ambientato nel 1700 narra la storia della figlia del Governatore di Port Royal che viene rapita dal malvagio pirata Barbossa. Will Turner, amico d'infanzia della ragazza e segretamente innamorato di lei, si unisce a Jack Sparrow, un pirata vagabondo, per cui la parola strano suona eufemistica, per portare in salvo la fanciulla. Ma per riuscirci dovranno affrontare misteriose e sinistre forze del male.

Il rum ha, in questi film, una centralità tanto narrativa che iconografica, come è evidente nella scena di Pirati dei Caraibi: La maledizione della prima luna in cui Elisabeth Swann e Jack Sparrow, rimasti soli su un isola, si abbandonano dapprima ad un uso smodato delle riserve di rum per poi usarlo, incendiato, come segnalazione alle navi inglesi che li porteranno in salvo: La narrazione sul rum è infatti caratterizzata dal suo essere insieme strumento di perdita e di salvezza, platealmente distruttivo ma anche potenzialmente terapeutico. Un dono di Dio o una manifestazione del diavolo, un "kill devil" (cioè "ammazza diavolo"), come lo chiamavano i marinai inglesi per la sua tendenza a causare spiacevoli postumi dopo una sbornia. Vedi qui:

Ritroviamo Johnny Depp nei panni di un appassionato consumatore di rum anche in The Rum Diary - Cronache di una passione, un film drammatico del 2011, diretto da Bruce Robinson e ambientato in Porto Rico. Il film è basato sul romanzo autobiografico di Hunter S. Thompson intitolato Cronache del Rum. In Rum Diary Paul Kemp, newyorkese, scrittore che non pubblica e non vende libri da tempo, arriva a Porto Rico dove finisce in un vortice di rum e donne che trasformano la sua vita in una sfida continua. Paul si trova a sperimentare, con la passione cui il rum lo induce, l'innamoramento per la bellissima Chenault e la povertà e l'abbandono in cui vivono i cittadini di San Juan. Vorrebbe rendere pubblica questa realtà di deprivazione cui sono condannati i portoricani cercando di fare uscire i suoi articoli di denuncia. Insomma, la passione per il rum porta Paul sull'orlo della perdizione, ma gli mostra anche la salvezza, la via d’uscita; sono infatti i titoli di coda a spiegarci che Kemp ha fatto ritorno a New York, si è sposato con Chenault ed è diventato un giornalista di successo, avendo finalmente trovato la propria voce come scrittore e giornalista impegnato. Vedi qui il trailer:

Storie di rum, storie di eccessi e di passioni, di raffinati consumi e di decadenti abusi. Storie legate ad un alcolico che, forse più di altri, ha a sua volta una lunga affascinante storia, scritta già nelle origini del suo nome, rum, rhum o ron. In passato lo si chiamava anche rumbo, troncato da rumbowling o rumbullion, voci gergali riferite forse ai rumori delle caldaie di distillazione (da rumble, gorgogliare e boil, in francese bouillir, bollire). Un’altra tesi ipotizza che rum potrebbe essere una voce abbreviata, usata dai monaci e derivante da saccharum e cioè il nome scientifico della canna da zucchero, Saccharum officinarum. Una cosa è certa: il rum non è nato nei carabi ma ha origini più antiche. Si ritiene che lo sviluppo di bevande fermentate prodotte dal succo di canna da zucchero sia iniziato nell'antica India o in Cina. Basti pensare al “brum”, prodotto dalla popolazione dei Malay già migliaia di anni fa. Chi ebbe occasione di berlo, nel medioevo e in Oriente, fu Marco Polo. Difatti, in un documento del XIV secolo il nostro commerciante-esploratore descrisse un “ottimo vino di zucchero” che gli venne offerto nell'attuale Iran. Qui una puntata dell'accuratissimo sceneggiato Marco Polo

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-a1c4e80c-6059-4292-bac7-a3626f40552b.html

Tornando ai Caraibi, tra storia e leggenda, possiamo far risalire a Cristoforo Colombo la produzione in quelle zone; nel 1493, durante il suo secondo viaggio nelle Americhe, prese infatti delle talee di canna da zucchero nelle Isole Canarie e le fece trapiantare nei Caraibi, dove si trovarono le condizioni ideali per la coltivazione e la produzione dello zucchero. Dalla metà del XVII secolo la canna da zucchero cominciò a essere usata anche per la produzione di un distillato locale. Dove esso sia nato è questione ancora dibattuta: c'è chi parla dei Caraibi come patria generica, e chi sostiene Barbados come culla originaria, c'è chi giura su Hispaniola (l'attuale l'isola che comprende Haiti e la Repubblica Dominicana). Di certo, le prime distillazioni di rum ebbero luogo nel XVII secolo nelle piantagioni di canna da zucchero; gli schiavi che vi lavoravano scoprirono per primi che la melassa – un sotto prodotto del processo di raffinazione dello zucchero – fermentava in alcol. Furono i possidenti terrieri dell'Isola di Barbados a eliminarne le impurità e a concentrarne l'alcol, per l'appunto con la distillazione, producendo così i primi veri rum. Un documento del 1651 diffuso a Barbados affermava che "Il maggiore intossicante prodotto sull'isola è il rumbullion, detto anche kill-devil, ottenuto da canne da zucchero distillate, un bollente, infernale, e terribile liquore".

Oggi il rum si produce sostanzialmente come allora. Quando la canna da zucchero raggiunge la sua maturazione viene tagliata, raccolta e lavata. A questo punto il rum può essere prodotto secondo due sistemi di produzione classici: agricolo e industriale. Il primo utilizza l'intera materia prima estratta dalla pressatura della canna da zucchero, successivamente distillato per due volte e quindi invecchiato nelle tradizionali botti di legno per un periodo che può variare da pochi mesi a oltre 40 anni. Con il metodo industriale si fa invece fermentare la melassa che viene successivamente distillata, e il rum così ottenuto, meno complesso di quello agricolo, viene invecchiato per periodi decisamente più brevi. Da queste lavorazioni base otteniamo diverse varietà di rum. Quello bianco, leggero, usato soprattutto per la miscelazione. Quello ambrato che differisce dallo scuro per una minore ricchezza di colore e per una struttura non così piena. Abbiamo inoltre i rum speziati, che vengono messi in infusione con spezie o aromi di frutta e i rum invecchiati, che devono riportare in etichetta l'età del distillato più giovane presente nel loro blend, e in alcuni casi recano l'annata precisa di produzione. I rum bianchi e quelli ambrati sono raramente consumati puri. Possono entrare nella preparazione di diverse ricette culinarie e di alcuni dolci, come ad esempio il babà al rum. Ma l'uso certamente più diffuso è nella composizione di cocktail; tra i più famosi ricordiamo i Punch (Planteur, Punch cocco...), il Ti'punch (rum, lime) il Cuba Libre (rum, Coca - Cola ), il Daiquiri (rum, lime), il Mojito (rum, menta), la Piña colada (rum, cocco, ananas). I rum scuri e quelli invecchiati vanno invece consumati in purezza, lasciando ad una degustazione lenta e paziente, simile a quella utilizzata per il cognac, il compito di liberare la molteplicità di aromi che li caratterizza.

Prodotto con queste modalità nei Caraibi, il rum si diffuse nelle Colonie americane, con la creazione nel 1664 della prima distilleria nell'odierna Staten Island. Tre anni dopo ne nacque un'altra a Boston, Massachusetts. Il successo del rum fu tale che la sua industria divenne la più grande e florida del New England coloniale. Anzi, per gran parte del XVIII secolo il rum del New England fu ritenuto il migliore nel mondo, venendo usato persino come denaro, alla stregua dell'oro, persino in Europa. In pratica, il consumo era tale che per sostenere la richiesta di melassa per la produzione di rum, contestualmente all'aumentata domanda di zucchero in Europa nel corso del XVII e XVIII secolo, a un certo punto ci si rese conto che serviva un'ingente mano d'opera nei Caraibi. Intere popolazioni furono deportate dall'Africa e ridotte in schiavitù per sostenere la produzione di rum. Il commercio di schiavi, zucchero, melassa e rum – tra l'Africa, i Caraibi e le colonie – ebbe però un grave danno quando nel 1764 la Gran Bretagna approvò la Sugar Act, che ne causò l'interruzione. Anzi, secondo alcuni studiosi, proprio questa legge potrebbe aver contribuito a causare la Rivoluzione americana. Che sia vero o no non lo sappiamo, ma certo è che George Washington in occasione del suo discorso di insediamento nel 1789, per arringare la folla, salì proprio su una botte di rum. Così come è certo che le incursioni e le scorribande dei corsari inglesi e francesi nel Mar dei Caraibi e la loro costante presenza su tutte le rotte navali contribuirono a divulgare la popolarità del rum, diffondendola da un'isola all'altra e trasferendola infine in Europa, dove si iniziò a bere il distillato dapprima nelle taverne dei porti di Francia, Inghilterra, Spagna e Portogallo per poi propagarne il consumo anche nei paesi confinanti e presso le classi sociali più agiate e raffinate. Il legame tra rum e marineria non nasce però solo dalle avventurose vicende dei corsari, peraltro riportate in tanti romanzi sulla pirateria di quel periodo, primo fra tutti L'isola del tesoro di Robert Louis Stevenson. Fu infatti la stessa Marina reale britannica che nel 1655, quando la flotta invase la Giamaica, a sostituire il brandy francese con il rum per la composizione quotidiana della quota di alcolici ai marinai, chiamata "tot", termine poi divenuto usuale per indicare quantitativi indefiniti. Il rum divenne tanto gradito e sorbito che intorno al 1740 l'ammiraglio Edward Vernon ordinò di allungarlo con l'acqua. Nacque così il "grog", il cui nome secondo alcuni deriverebbe proprio da grogram, che era il nome del tessuto con cui era stato confezionato il soprabito dell'ammiraglio Vernon. La Marina Reale inglese abolì la distribuzione quotidiana del grog solo nel 1970.

Il grog è protagonista nel bel film Master and Commander - Sfida ai confini del mare (2003, Master and Commander: The Far Side of the World), girato soprattutto – oltre che nell'oceano per ben il 90% del film – alle isole ecuadoriane di Galapagos. Fu diretto da Peter Weir e interpretato magistralmente da Russell Crowe, Paul Bettany, James D'Arcy, Edward Woodall, Chris Larkin, Billy Boyd. Nel 1805, durante le Guerre Napoleoniche, la nave della marina britannica Surprise al comando del capitano Jack "Lucky" Aubrey (Crowe) riceve l'incarico di neutralizzare il vascello francese Acheron, che però è più grande e meglio armato. Eccezionale la cura dei particolari, la ricostruzione di navi dell'epoca – dopo le riprese, la nave HMS Surprise utilizzata nel film (realizzata appositamente) fu acquistata dal San Diego Maritime Museum, ma con la condizione che venga messa a disposizione della 20th Century Fox per eventuali future e analoghe produzioni –, l'impegno dello staff e le situazioni inusuali atte a far entrare nella parte gli attori. Russell Crowe, per fare questo film rimandò la sua partecipazione come protagonista principale dell'altrettanto bello Cinderella Man (2005). Vedi qui il trailer:

Rum e grog hanno insomma colonizzato gran parte del nostro immaginario con storie e aneddoti, come quella legata al "sangue di Nelson" che ritroviamo in Master and Commander. L'ammiraglio Horatio Nelson, vincitore della battaglia di Trafalgar, risultò ferito così gravemente da morire poco dopo. Per riportarlo in Inghilterra lo si conservò in una botte piena di rum, in base al semplice concetto che "se le ciliegie possono essere mantenute nell'alcol, allora pure un ammiraglio inglese poteva giacere nel rum". Il problema però è che l'alcol delle ciliegie "sotto spirito" è al 90% – come quello in cui vengono conservati i corpi degli animali nei musei – mentre i liquori di 40-50 gradi non possono assolutamente bloccare la decomposizione. Fatto sta che la navigazione era lunga, e il pensiero di quella grossa botte ricolma di rum attirava sempre più i marinai. La presenza del cadavere di Nelson non suscitava evidentemente abbastanza disgusto. Insomma, finì che qualcuno di nascosto ci fece un forellino e cominciò a berne un pochino. Il sapore di quel rum era, in effetti, un po' strano ma bevibile. La notizia si sparse e così, un po' oggi, un po' domani, quando all'arrivo la botte venne aperta si scopri che non conteneva più rum. Per via di questo fatto, ammesso sia vero, il rum fu chiamato "sangue di Nelson".

Come il "sangue di Nelson", il rum è sempre scarso, non è mai abbastanza. "Perché il rum finisce sempre?" è proprio la domanda che si pone, spaventato dalla mancanza ma anche incuriosito dall'assenza, Jack Sparrow/Jonnhy Depp in Pirati dei Caraibi. E sembra nascondere, questa domanda, una interrogazione più profonda sulla finitezza del tempo e sulla parzialità dell'amore, sul senso ultimo della vita e dell'avventura, come se il rum che finisce portasse via con sé la possibilità di ricercare, tra salvezza e perdizione, il senso delle cose. Perché come sembra aver detto Albert Einstein: "Non v'è nulla, senza dubbio, che calmi lo spirito come un rum e la vera religione".

 

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