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Lo schiocco del tappo

Prendiamola alla lontana. Sole a catinelle (2013), diretto da Gennaro Nunziante e interpretato da Checco Zalone, ha avuto uno straordinario successo di pubblico, vendendo circa 8.004.000 biglietti. Ha superato (ma solo in Italia) addirittura Avatar e Titanic, entrambi di James Cameron e che sono i più grandi successi al botteghino della storia mondiale del cinema. Qualcuno, avventatamente, ha però scritto che Sole a catinelle è il film con più spettatori del cinema italiano di sempre. Ma ha sbagliato alla grande, perché il record assoluto è di ...continuavano a chiamarlo Trinità, con addirittura 14.979.000 spettatori!

Questo film del 1971, diretto da E.B. Clucher e con protagonisti Bud Spencer e Terence Hill (all'anagrafe rispettivamente il romano Enzo Barboni, il napoletano Carlo Pedersoli e il veneziano Mario Girotti), è il seguito di Lo chiamavano Trinità del 1970, pure questo grandissimo successo. Basti pensare che ogni volta in cui una televisione li manda in onda il pubblico si sintonizza in massa, cosa che capita solo con pochissime altre serie mitiche e inarrivabili come quella di Don Camillo e Peppone. Si tratta film che seppure visti e rivisti, e nonostante gli anni passati, non perdono assolutamente nulla. Le location furono laziali, molisane e abruzzesi, soprattutto la piana di Camposecco nel comune di Camerata Nuova (Lazio) e Marzano Romano, le sponde del fiume Volturno che attraversa le campagne di Venafro (Molise) e Campo Imperatore (Abruzzo). Contrariamente a quel che in molti credono, Campo Imperatore non è un comune ma un grande altopiano a circa 1800 metri di altezza nel cuore del massiccio del Gran Sasso d'Italia e all'interno del Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga e comprendente in toto o in parte i territori dei comuni di Castelvecchio Calvisio, Barisciano, Castel del Monte, Calascio, Carapelle Calvisio, Santo Stefano di Sessanio e L'Aquila. Fra le scene mitiche ricordiamo quella in cui Trinità (Terence Hill) gioca a carte(barando) in un saloon con il pistolero Wild Cat Hendriks (Antonio Monselesan), compiendo veri e propri virtuosimi con le carte. Le mani di entrambi in realtà sono quelle del prestigiatore Tony Binarelli e per girare quella sola scena ci vollero tre giorni perché gli attori davanti alle incredibili prove di Binarelli continuavano a scoppiare dal ridere, vedi qui:

Altra scena indimenticabile, fra le tante a dire il vero, è quella in cui Trinità e suo fratello Bambino (Bud Spencer), per l'occasione vestiti bene e ritenuti erroneamente due agenti federali, entrano in un lussuoso ed elitario ristorante, mangiando e comportandosi per quel che veramente sono... vedi qui:

A colpire è qui la gustosa parodia delle modalità di servizio e di presentazione del cibo e dei vini. A essere messa in scena, ed efficacemente sbeffeggiata, è infatti tutta la seriosa ritualità del servizio, fatta di parole difficili, di atteggiamenti quasi esoterici, comprensibili solo a pochi iniziati. Insomma, anche se condotta con lo stile leggero dell'ironia, assistiamo divertiti a una pesante critica di un approccio al vino e al cibo tutto formale, (tutto "chiacchiere e distintivo", come esclama Al Capone nel film Gli intoccabili) in cui l'artificiosa e barocca modalità di servizio viene scambiata per la qualità del prodotto. Come se fosse la teatralità della presentazione a fare "grandi" cibi e vini anziché la qualità dell’esperienza sensoriale e culturale con la quale vengono degustati. La scelta narrativa utilizzata in questo frammento di …continuavano a chiamarlo Trinità riesce a farci vedere chiaramente questa sopravvalutazione delle modalità di servizio, presentando in maniera parossistica una serie di errori e di fraintendimenti. Dal nominare il vino servito "Bourgogne rosé", (i grandi vini della Borgogna non sono certo i rosati e il vino versato nei bicchieri è chiaramente rosso, mentre la forma della bottiglia fa pensare a un vino di Bordeaux), allo scambiare la richiesta del sommelier ad assaggiare il vino con il fatto di volerne limitare l'uso al cliente, generando la conseguente richiesta di colmare il bicchiere in maniera pantagruelica. E poi l'ostentazione di altisonanti ordini di servizio tra il Maître e i camerieri in francese "maccheronico", presentando piatti talora inesistenti come "Chef à la Madaleine", o mettendo i marrons glacés, (dolci) in una portata salata. E ancora, lo spavento generato nei nostri popolari protagonisti, portati a scambiare l'aristocratica preparazione in diretta del flambé per le "crêpes suzette" per un principio di incendio da spegnere subito inondando il tutto con la brocca dell'acqua… Il punto più alto è però sicuramente raggiunto con la scena dello schiocco del tappo, dove la gestualità del sommelier nello stappare una bottiglia di (presunto) Champagne produce un incauto schiocco, subitamente scambiato per uno sparo che provoca reazione e scompiglio.

Nella scena del ristorante notiamo la gag del cameriere che fa schioccare un tappo aprendo la bottiglia e questo ci permette di passare a un altro film, Straziami ma di baci saziami (1968), di Dino Risi. Ma prima un'altra curiosità: in Lo chiamavano Trinità – il film precedente – nonché in Straziami ma di baci saziami lavorò l'attore caratterista Michele Cimarosa, fratello del più noto Tano, spettacolare interprete del mafioso Zecchinetta ne Il giorno della civetta, diretto nel 1967 da Damiano Damiani. Ecco Michele Cimarosa nel ruolo del messicano inLo chiamavano Trinità, vedi qui:

Qui sotto invece Michele Cimarosa nel bello Straziami ma di baci saziami nel ruolo del barbiere di Sacrofante Marche, in realtà non esistente. Le riprese furono fatte a Pescocostanzo, in Abruzzo.

Ecco la trama di Straziami ma di baci saziami, sceneggiato dai grandi Age & Scarpelli e con protagonisti Nino Manfredi, Pamela Tiffin e Ugo Tognazzi: il barbiere ciociaro Marino Balestrini (Manfredi) durante una manifestazione si innamora della bella operaia marchigiana Marisa Di Giovanni (Tiffin). Si trasferisce nel paese della ragazza e tutto pare andare bene, finché però qualcuno non mette zizzania e i due si separano. Quando Marino, divenuto un ramingo depresso che tenta pure il suicidio, scopre l'innocenza dell'amata, viene a sapere che si è sposata con il sarto sordomuto Umberto (Tognazzi). Divenuti amanti, Marino (divenuto intanto ricco grazie a una vincita alla lotteria) e Marisa vorrebbero ucciderlo. Ma il finale è positivo per tutti, Umberto compreso. E' durante la fase della disperazione che Marino, costretto a fare il cameriere in casa di un ricco borghese, si trova a stappare una ricercata bottiglia di "Frescobaldi del 1911" (che potrebbe essere un Chianti o un Brunello di Montalcino) circondato dall'attenzione del padrone, desideroso di usare il vino come strumento per ben apparire con i suoi ospiti. Anche qui, come in ...continuavano a chiamarlo Trinità, si sente (accompagnato dalla maldestra approvazione dei presenti) lo schiocco del tappo, che, ricordiamolo, è sempre da evitare secondo l'ortodossia del sommelier! Ancora una volta è derisa una modalità di consumo del vino che lo riduce a oggetto di lusso, utile solo ad accreditare lo "status" di chi lo possiede e lo offre, anche se si rivela, come in questa scena, incapace di distinguere il vino di qualità di un vecchio millesimato da quello dell'anno destinato al consumo giornaliero, vedi qui:

Tutti questi particolari, la raccomandazione di aprire la bottiglia con la spalla del cavatappo, il riferimento colto a Bettino Ricasoli e ai suoi vini, la citazione di un vino mediceo, l'uso anche se del tutto errato della candela per la stappatura (che non deve certo scaldare il collo della bottiglia ma bensì indicare l'arrivo dei sedimenti in fondo alla stessa) in questo film come nell'altro ci aiutano a capire che la diffusione di una "cultura del vino" è necessaria per evitare che la straordinaria esperienza sensoriale e culturale del consumo consapevole del vino diventi semplice strumento per costruzione di effimeri "status symbol" da far utilizzare a docili consumatori.

 

 

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