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La migliore offerta

Villa Colloredo-Mels, nel piccolo comune friulano di Camino al Tagliamento, risale al XVI secolo e nelle intenzioni degli attuali proprietari dovrebbe divenire un agriturismo con centro benessere. Di sicuro un'ottima occasione per farsi ulteriormente conoscere è stata quella di divenire una delle location di La migliore offerta (2013), scritto e diretto da Giuseppe Tornatore, regista vincitore nel 1990 del premio Oscar al Migliore film straniero con Nuovo Cinema Paradiso. Altre riprese di La migliore offerta hanno riguardato Trieste, Roma, Milano, Fidenza, Praga e Vienna. Non sono mancati i virtuosismi relativi ai set, per ragioni note solo al regista: per esempio, in una scena si vede che la villa è vicina a un bar, ma quest'ultimo non c'era e allora è stato allestito in una sala vuota a Trieste... a un centinaio di chilometri di distanza. C'è da dire che gli spostamenti di Tornatore e della troupe sono stati costantemente seguiti. Da giornalisti e appassionati, certo, ma soprattutto da Giove pluvio, poiché il maltempo in modo quasi fantozziano gli ha voluto quasi sempre stare "vicino vicino", causando problemi alla lavorazione. (Vedi qui uno spezzone

Ecco la trama: il burbero Virgil Oldman – interpretato dall'australiano Geoffrey Roy Rush, vincitore dell'Oscar per l'interpretazione in Shine (1996) di Scott Hicks – è un famoso battitore d'aste nonché collezionista di quadri di donne. Li tiene in una stanza segreta di casa sua e ne è gelosissimo, rimirandoseli da solo tutti i giorni come fosse una faccenda d'amore. In effetti Virgil ha dedicato quasi tutta la vita al lavoro e praticamente niente alle relazioni sentimentali con esseri senzienti. Un giorno viene contattato da una misteriosa ragazza ossia Claire, la quale, senza mai incontrarlo personalmente (non vede mai nessuno e non si schioda da dodici anni da casa, e la location è appunto Villa Colloredo-Mels), gli affida l'incarico di effettuare delle valutazioni di opere d'arte nella villa.

Una scena di La migliore offerta.

Va a finire che Virgil si innamora, pare contraccambiato, di Claire, sempre senza averla vista manco una volta. Mai sms e telefonate furono più efficaci, coadiuvate da pochi bisbigli da dietro una porta. Una situazione kafkiana, tipo il romanzo Il castello. La situazione riserva delle sorprese, anche amare, a Virgil e le riserva pure allo spettatore, per cui non sveliamo altro e ne consigliamo la visione perché ne vale la pena. Bravi anche gli altri attori, ossia Jim Sturgess, Sylvia Hoeks, Donald Sutherland, Philip Jackson, Dermot Crowley e Liya Kebede. La migliore offerta, girato interamente in inglese, è stato pluripremiato con, fra gli altri, sei David di Donatello, sei Nastri d'argento e quattro Ciak d'oro. (Vedi qui il backstage:

Naturalmente, visto il contesto, nel film si possono notare molte opere d'arte, veri capolavori raffiguranti però in massima parte personaggi sconosciuti ai più. Uno di questi è il "Ritratto di Bianca Cappello". Chi era?

Appartenente a una famiglia veneziana di antica ma modesta nobiltà, Bianca a soli quindici anni si sposò con il gentiluomo fiorentino Pietro Bonaventuri, un collaboratore del Banco dei Salviati, con il quale si era trasferita già a Firenze nel 1563 dopo una vera e propria "fuitina". Il giovanotto, belloccio in verità, era un autentico caposcarico, che circuì la damigella con l'inganno, spacciandosi per il rampollo di un'importante famiglia fiorentina; a lui l'infatuata ragazzotta aveva affidato da incosciente i preziosi gioielli della sua dote. Il governo veneto, su istanza del furibondo genitore, cercò di farla rimpatriare forzatamente, ma la protezione accordata alla coppia da Cosimo, primo granduca di Toscana, impedì che il provvedimento venisse attuato. Ben presto però Bianca conobbe l'erede al trono, Francesco I de' Medici, e tra i due nacque una tresca clandestina, con il marito Pietro tacito e compiacente nella ragionevole speranza di lucrare sostanziose prebende. Francesco all'epoca era già sposato con Giovanna d'Austria, ma, al pari di Bianca, era frustrato dal proprio matrimonio. La moglie era figlia dell'imperatore Ferdinando I e quindi nipote del grande Carlo V. Un'alleanza prestigiosissima per l'erede di Cosimo I e per la famiglia che governava Firenze, che però non aveva mai abbandonato l'attività mercantile e soprattutto quella bancaria, considerata all'epoca particolarmente disdicevole per una casa regnante.

Giovanna, quindi, si sentì decisamente "svenduta", ma anche lo sposo non faceva i salti di gioia: l’arciduchessa era bruttina, deforme e petulante; Francesco inoltre era un personaggio molto inquieto, da sempre votato alla ricerca intellettuale, alle scienze occulte e all'arte, e trovava la moglie poco interessante, non molto colta né elegante, affetta per giunta da una malformazione alla colonna vertebrale. Il principe poi detestava il carattere albagioso dell'Asburgo ed era risentito con lei perché non riusciva a dargli un erede maschio: nacquero infatti ben sei femmine consecutive (una di queste, Maria, sarà regina di Francia accanto al primo Borbone, Enrico IV); alla fine la granduchessa partorirà anche un maschio, che sopravvisse però pochissimi anni. Bianca, dal canto suo, era delusa dal tenore di vita modesto che il marito le poteva garantire. Francesco sedusse Bianca senza troppi scrupoli, regalandole gioielli, abiti, un sontuoso palazzo, ed arrivando ad assumerla tra le damigelle di corte, mentre all'accondiscendente marito di lei veniva offerto un ben remunerato lavoro come impiegato granducale.

Consolandosi con altre donne e con una vita sregolata, il torbido Pietro fu trovato ucciso in strada una mattina nel 1572, colpito a morte da alcuni sicari, forse mandati dai parenti della moglie o legati a qualche losca attività nella quale poteva essere rimasto coinvolto. Non mancarono però i sospetti che il mandante fosse lo stesso Francesco, diventato nel frattempo granduca. Fin dal 1564, infatti, il principe era salito al potere come reggente e con la morte del padre (1574) la sua carica divenne effettiva a tutti i livelli. Ne 1578 Giovanna d'Austria, incinta per l’ennesima volta, morì in un incidente, e poco tempo dopo Francesco sposò Bianca segretamente, rendendo pubblica la loro unione solo il 10 giugno 1579. I fiorentini, che disapprovavano la prosperosa veneziana, composero per l’occasione una delicata filastrocca che prendeva in esame le molte virtù della sposina, iniziando con le seguenti strofe: "Il granduca di Toscana ha sposato una puttana, gentildonna veneziana…"

Bianca Cappello ritratta da Alessandro Allori.

Nonostante il matrimonio, la nuova signora di Firenze non si sentiva affatto sicura: i sudditi la trattavano con malcelato disprezzo e la famiglia Medici la detestava. Soprattutto il cognato, il potente cardinale Ferdinando, la osteggiava in ogni modo e quando parlava di lei era solito definirla: "la pessima Bianca". Ella sapeva che senza un erede maschio, un'eventuale morte di Francesco l'avrebbe fatta bandire dalla corte senza nessuno scrupolo. Un figlio poteva ancora nascere, ma perché correre dei rischi inutili? Ecco allora che l'infernale creatura dichiarò al giubilante consorte di essere rimasta incinta. In effetti aveva adocchiato una giovane servente pregna di pochi mesi e forse dello stesso granduca. Immediatamente madama la fece sparire da palazzo per ricoverarla in un luogo segreto, ma a portata di mano; quindi cominciò a simulare tutto l'iter di una gravidanza: stanchezza, nausee e soprattutto l'ingrossamento dell'addome; cosa quest'ultima che non le riuscì affatto difficile, dato che la veneziana era a dir poco giunonica, arrivando con gli anni a diventare una sfiorita cicciona.

Quando finalmente le comunicarono che la servetta era entrata in travaglio, anche Bianca si buttò a letto, muggendo come una chianina condotta al macello. Nel frattempo l'augusto consorte misurava a grandi passi il pavimento di fronte alla porta in preda all'ansia più crudele. Ma durò poco, perché ben presto si trovò tra le braccia uno scalpitante frugoletto, il tanto atteso maschio necessario alla continuazione della dinastia. Dobbiamo credere che Francesco, uomo dai molti difetti ma senz'altro non stupido, sia caduto ciecamente nella rete ordita dalla spregiudicata veneziana? Probabilmente no, come farebbe anche credere la scelta del nome, Antonio, assolutamente non in linea con le tradizioni onomastiche di famiglia. In ogni caso, egli legittimò il figlio il 19 ottobre 1583, riconoscendolo quindi di fatto come suo e della granduchessa, e gli fu sempre molto affezionato. Comunque, quando Francesco morì, nessuno né in Italia né in Europa pensò al controverso don Antonio de Medici come a un probabile pretendente al trono. A ogni buon conto, il previdente "zio" Ferdinando, per evitare grane future legate alla successione, negoziò col ragazzo, garantendogli un grasso appannaggio e numerosi possedimenti terrieri in cambio della rinuncia a qualsiasi pretesa dinastica. In tal modo, buttata la porpora alle ortiche, poté ascendere a cuor leggero al soglio granducale, rivelandosi peraltro un eccellente sovrano. Lo Stato fiorentino, governato da un nuovo sovrano generoso, equilibrato e saggio, riguadagnò il rispetto e il prestigio che erano venuti meno negli anni precedenti a causa dell'ombroso temperamento del fratello e dello scandalo legato alla presenza di Bianca. Ferdinando I sarà l'unico dei discendenti di Cosimo a lasciare di sé una fama duratura. Egli restituì al paese l'ordine e al governo l'integrità, promosse una riforma fiscale, sostenne il commercio e incoraggiò il progresso tecnico e scientifico.

Ma il mistero più stuzzicante nella vita della nostra intrigante e adiposa lagunare riguarda (e non è un calembour paradossale…) la sua morte e quella del marito. Il loro idillio infatti non fu durevole: nell'autunno del 1587, dopo una cena alla villa di Poggio a Caiano, entrambi caddero preda di tremende sintomatologie. Si parlò di febbre terzana, anche se non mancarono fin da subito i sospetti di avvelenamento. Prima Francesco e poi Bianca morirono dopo undici giorni di agonia, senza che l'uno sapesse dell'altro. Ma andiamo con ordine, consultando la documentazione lasciataci dagli archiatri di corte che assistettero la coppia negli ultimi giorni di vita. Il 6, 7 e 8 ottobre 1587 il granduca si strapazzò moltissimo andando a caccia nella tenuta circostante la villa, un'area agricola coltivata a risaia, ambiente malarico per eccellenza. Quella fatidica sera dell'8 Francesco si sentì male: febbre violenta accompagnata da vomito incoercibile, seguita da insonnia e irrequietezza. Il 9 ottobre la febbre persistette tutto il giorno, innalzandosi verso sera. Il 10 i medici diagnosticarono una febbre malarica terzana: cioè una febbre dal tipico andamento alternante, come si evince dallo stesso nome. Pertanto Francesco venne sottoposto a un primo salasso. Nella notte fra il 10 e l'11 il granduca si sentì meglio e riprese le sue attività. Il 12, 13 e 14 ottobre fu nuovamente in preda a violenti brividi causati dalla febbre elevata, cui si accompagnò un'intensa sudorazione che durò tutta la notte. Le sue condizioni migliorarono leggermente il 15. Il 16 e 17, però, l'illustre degente si aggravò: ancora febbre alta, sudorazione profusa, vomito incoercibile, secchezza delle fauci, stitichezza e irrequietezza crescente. Il giorno 18 sembrò nuovamente migliorare e gli furono praticati due salassi. La mattina del 19 ottobre invece, la situazione si fece così critica che lo stesso Francesco I chiese l'estrema unzione, si confessò e dettò le ultime volontà; nel pomeriggio la febbre s'innalzò di nuovo, accompagnata dapprima da grande irrequietezza, cui seguirono una forte astenia e la perdita di coscienza due ore prima della morte. Il granduca aveva quarantasei anni. Quasi in contemporanea si era ammalata anche Bianca Cappello e i medici di corte, seppur in modo meno dettagliato, ne descrivono la malattia come molto simile a quella del coniuge: la notte del 9 ottobre la granduchessa si sentì male, colta da un violentissimo attacco di febbre, e da allora l'infermità ebbe un decorso uguale a quella del marito. Morì il 20 ottobre 1587 a soli trentanove anni. Il cardinale Ferdinando, che odiava la cognata, le negò la sepoltura accanto al legittimo consorte nella chiesa di San Lorenzo, pantheon della famiglia granducale. Ai funzionari che gli chiedevano istruzioni per l'inumazione il nuovo sovrano rispose: "Dove volete, ma non con noi", cioè non nelle tombe medicee.

La strana morte in sincrono della coppia principesca scatenò da subito una ridda di macabre supposizioni. Anche se gli archiatri di corte, dopo aver eseguito l'autopsia prescritta dalla legge, diagnosticarono una febbre malarica, a Firenze si sparsero le voci più sinistre. La più accreditata affermava che non si trattava di decessi naturali, ma bensì causati dall'arsenico fatto propinare agli sventurati dal cardinale Ferdinando, stanco di aspettare la propria ascesa al trono. Ma non mancarono altre versioni dell'accaduto. Addirittura si disse che Bianca avrebbe preparato una torta avvelenata da offrire al cognato che la perseguitava: incautamente il dolce fu lasciato senza sorveglianza in bella vista e il goloso Francesco, passando per la stanza, stuzzicato dall'aspetto succulento del manicaretto, se ne sarebbe servito una generosa porzione. A questo punto la veneziana, disperata, ne avrebbe mangiato lei stessa in abbondanza per non cadere nelle grinfie del vendicativo Ferdinando.

Queste dicerie si tramandarono per secoli, senza che gli storici dessero loro la minima importanza, fino a quando qualche tempo fa, quattro docenti dell'Università di Firenze decisero di analizzare i presunti frammenti del fegato di Bianca e di Francesco, rinvenuti nella chiesa di Santa Maria a Bonistallo, parrocchiale della villa medicea di Poggio a Caiano, in seguito al ritrovamento di un documento che testimoniava come le viscere dei due sposi vi fossero state interrate dopo la regolamentare autopsia ufficiale, che si praticava sempre sui corpi dei sovrani deceduti. Questa era una prassi comune per i principi di tutta Europa: il corpo, spesso imbalsamato, veniva inumato nel mausoleo dinastico, mentre gli organi interni trovavano il loro riposo in qualche luogo sacro particolarmente amato dal defunto. Ebbene, in un'urna recuperata nella cripta di Santa Maria, furono scoperte esilissime tracce di un fegato femminile e di uno maschile, subito identificati (il dubbio però rimane...) come quelli dei nostri personaggi. In esse furono rinvenute tracce di arsenico, in quantità letale ma non fulminante; per questo, si disse, ci fu la lunga agonia. Fu quindi una morte per avvelenamento, come affermava la secolare "leyenda nigra"? Difficile dirlo. La metodologia adottata dai ricercatori fu subito giudicata poco scientifica; inoltre la concentrazione di arsenico potrebbe essere spiegata dai metodi usati per trattare e conservare le viscere, metodi che prevedevano l'impiego di composti arsenicali. Ancora, Francesco I presentava, come Bianca Cappello, febbre elevata e intermittente, mentre l'avvelenamento da arsenico è caratterizzato da vomito senza febbre. Infine, la successiva scoperta, effettuata con un moderno metodo immunologico da parte di ricercatori delle Università di Pisa e di Torino, della presenza di proteine del Plasmodium falciparum (l'agente della malaria perniciosa) nel tessuto osseo di Francesco I conferma le fonti secondo cui il granduca (e quindi anche la granduchessa) morì di febbre malarica, e fa respingere definitivamente la seducente ipotesi dell'avvelenamento. Insomma, a distanza di quasi cinque secoli, la scienza sembra aver sciolto ogni dubbio: la teoria del veneficio dovrà essere ricollocata fra le tante leggende che hanno circondato e che continueranno a circondare l'affascinante dinastia granducale fiorentina.

 

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