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Tanto bello da sembrare finto, e spesso lo è

A volte una location sarebbe perfetta per determinati film ma, almeno per particolari scene, non è utilizzabile. In tal caso nessun problema, se ne ricostruisce una copia a grandezza naturale, anche se si tratta di una basilica. Come nel caso della Chiesa di San Pietro a Tuscania, forse edificata nel secolo VIII, ricostruita nell'XI e purtroppo danneggiata soprattutto per quanto riguarda la decorazione pittorica dal terremoto del 1971. L'esterno della chiesa, nonché dell'adiacente Palazzo vescovile, lo si vede in Romeo e Giulietta (1968), di Franco Zeffirelli, vedi qui:

Il film oltre a ottenere grandissimo successo di pubblico (quasi 40 milioni di dollari d'incasso nei soli Stati Uniti) fu pluripremiato con, fra gli altri, due Oscar – Migliore fotografia a Pasqualino De Santis e Migliori costumi a Danilo Donati – , tre Golden Globe, tre David di Donatello e cinque Nastri d'argento, di cui uno a Nino Rota per la colonna sonora, da lui composta e diretta. Questa trasposizione cinematografica della celebre e omonima opera teatrale di William Shakespeare, ritenuta la più attinente alla storia fra le tante realizzate, racconta dell'antico odio esistente nel '500 tra le ricche famiglie veronesi dei Montecchi e dei Capuleti. Tuttavia il mite Romeo Montecchi e Giulietta Capuleti si innamorano e si sposano in gran segreto. Il tutto prende una brutta, anzi pessima, piega quando Mercuzio, prode amico di Romeo, viene ucciso involontariamente da Tebaldo dei Capuleti, e pure a causa di Romeo il quale si intromette in quello che dopo tutto era solo un duello alla spada fra due rampolli più desiderosi di divertirsi piuttosto che di ammazzarsi. Va a finire che Romeo uccide Tebaldo e fugge a Mantova. Affinché la storia d'amore fra i due ragazzi possa continuare – lei difatti è stata obbligata a sposare da lì a poco un nobile – si escogita un piano e cioè Giulietta si avvelena, ma solo in modo apparente e temporaneo. Romeo dovrebbe esserne preventivamente informato ma ciò non avviene e così, alla vista del cadavere (presunto) dell'amata, si avvelena (per davvero). Quando Giulietta rinviene, vede Romeo morto e si suicida (questa volta veramente) pure lei, ma pugnalandosi visto che di veleno lì, per quel che ne serviva per il piano congegnato, non è che ce ne fosse una damigiana.

Romeo e Giulietta fu girato in varie parti d'Italia, ma non a Verona (a parte alcune riprese panoramiche all'inizio), dove pure sono ambientati la storia e il film. Le location furono Palazzo Borghese di Artena (le scene del balcone), Palazzo Piccolomini a Pienza (la dimora dei Capuleti), il centro storico di Gubbio e in piccola parte di Montagnana e, come detto, nella Chiesa di S.Pietro a Tuscania. Tuttavia l'esterno di quest'ultima non era contornato da scorci adatti e pertanto Zeffirelli decise di fare ricostruire a Cinecittà una piazza adatta, incluso il Palazzo vescovile e la facciata dell'adiacente chiesa, anche se con delle modifiche come l'imponente gradinata che nella chiesa originale non esiste. E' qui che avviene il duello fra Mercuzio e Tebaldo, a dire il vero un po' volutamente eccessivo e clownesco anche perché il venticinquenne John McEnery, che interpretava Mercuzio nel suo primo importante ruolo cinematografico, probabilmente una spada l'aveva vista solo al cinema. Idem per Michael York, nella parte di Tebaldo e pure lui nel suo primo ruolo cinematografico, vedi qui:

Nulla a che vedere con il fantastico duello fra Tebaldo e Mercuzio del precedente Giulietta e Romeo (1936, Romeo and Juliet) diretto da George Cukor. In questo caso Tebaldo era interpretato dal quasi sempre ubriaco John Barrymore – durante la lavorazione avevano fatto sparire, vanamente, tutti i liquori dai set e dintorni – e dall'inglese Basil Rathbone (poi Sir Basil Rathbone), noto al grande pubblico non solo per la sua interpretazione di Sherlock Holmes ma anche per essere un eccezionale spadaccino. Anzi, a tutt'oggi il più grande nella storia di Hollywood, anche se nei film, sempre nella parte del cattivo, finiva regolarmente infilzato. Tranne in Giulietta e Romeo, anche se a causa della sventatezza di Romeo. La foga dei due antagonisti fu tale che, essendo il set tutto ricostruito negli Studios della Metro-Goldwyn-Mayer di Culver City, California, durante le riprese scivolavano a causa della pavimentazione, finta e fatta pure male. Dovettero essere muniti di speciali scarpe antiscivolo. Per capire l'abilità di Rathbone (e pure di Tyrone Power) e ammirare un combattimento di grande livello basti vedere qui lo spezzone di un altro film, The mark of Zorro:

http://fan.tcm.com/video/tyrone-power-in-34-the-mark-of-zorro-34

C'è però da dire che almeno nel film di Zeffirelli i protagonisti avevano un'età compatibile con l'opera di Shakespeare (Leonard Whiting aveva 17 anni e Olivia Hussey 15) mentre in quello di Cukor gli interpreti, almeno per quei ruoli, sembravano vecchie carampane, alto che adolescenti. Leslie Howard aveva 43 anni e Norma Shearer 34. Prima si accennava al fatto che Cukor avesse fatto nascondere gli alcolici a Barrymore. Ebbene, Zeffirelli invece fece sparire durante le lavorazioni la pasta, avendo constatato che la giovane e bellissima Hussey era magra solo perché si era messa a dieta. Quando l'aveva vista ai provini infatti era paffuta, tanto che fu scartata. Solo il fatto che un'altra attrice, quella prescelta, si sia presentata inopinatamente sul set con i capelli tagliati fece sì che Zeffirelli, contrario alle parrucche, desse la parte (scegliendola fra 500 aspiranti) alla Hussey, ripresentatasi speranzosa e soprattutto dimagrita. A proposito dell'età della ragazza, è vero che il regista abbia dovuto ottenere una speciale autorizzazione per farle girare una scena a seni nudi, ma è una leggenda metropolitana che le sia stato vietato di partecipare alla prima del film perché lei minorenne avrebbe visto se stessa a seni nudi! Quella fu solo una trovata pubblicitaria dell'ufficio stampa, fatta girare ad arte. Fosse stato così, la Hussey avrebbe comunque potuto accedere accompagnata da un tutore adulto e consenziente.

L'interno, quello vero, della Chiesa di San Pietro lo si vede in varie sequenze del film di Zeffirelli, inclusa la scena del matrimonio. La scena della morte, si potrebbe dire in più fasi, di Romeo e Giulietta fu girata sempre nella chiesa, ma nella straordinaria cripta, sorretta e abbellita da ventotto colonne, vedi qui:

La cripta nonché la chiesa la si vede in diversi film, come Otello (1952) di e con Orson Welles, Uccellacci e uccellini (1966) di Pier Paolo Pasolini, Nostalghia (1983) di Andrej Tarkovskij, Francesco (1989) di Liliana Cavani e ne L'armata Brancaleone (1966) di Mario Monicelli. In quest'ultimo a dire il vero, da luogo sacro passa a sala sadomaso dove il malcapitato Brancaleone (Vittorio Gassman) – pensando di avere un'occasione sessuale con la bella zia del cavaliere bizantino Teofilatto (Gian Maria Volonté) ossia Teodora (Barbara Steele) – si becca una sfilza di frustate, erotiche per lei ma dolorose per lui, vedi qui:

La Chiesa di San Pietro invece non poté essere utilizzata per la scena finale di Ladyhawke (1985) di Richard Donner, e se ne comprende il motivo in quanto vi doveva avvenire il combattimento a cavallo fra il capitano Etienne Navarre (Rutger Hauer) e il cavaliere al soldo del vescovo di Aguillon (John Wood). Tuttavia, ammesso che la produzione volesse girare quella scena proprio lì dentro, e non lo crediamo, senza dubbio la Soprintendenza non avrebbe mai dato l'autorizzazione. Fra l'altro la chiesa, dopo i danni causati dal terremoto del 1971, era stata da poco pazientemente restaurata, prezioso pavimento incluso. Impossibile che ci si facesse galoppare due pesanti e potenti cavalli, che con gli zoccoli avrebbero danneggiato il pavimento. Difatti la scena fu girata in un set costruito tale e quale a Cinecittà, pur con qualche piccola differenza, vedi qui uno spezzone:

La Chiesa di San Pietro – quella vera – situata subito fuori dall'abitato di Tuscania, sorge sull'omonimo colle già probabile sede dell'acropoli etrusco-romana, che poi divenne la roccaforte dei potenti presuli tuscaniesi. Lo spostamento della sede vescovile a Viterbo nel 1192 causò l'inizio della decadenza della città e di conseguenza della chiesa che ne era stata la cattedrale. Il fronte del vetusto edificio sacro si affaccia su un romantico spiazzo erboso tra il Palazzo dei Canonici e le possenti torri di difesa (ne sono rimaste tre, a memoria dell'importanza strategica dell'area), mentre l'altissima abside si staglia verso il vicino centro abitato. Tutti gli edifici sono realizzati in tufo, il materiale da costruzione tipico della zona sin dai primordi della civiltà. La storia di Tuscania e della chiesa è certamente interessante, vedi qui:

Ma andiamo maggiormente nel dettaglio. La collocazione storica, e quindi la valenza artistica, di questa basilica medievale è al centro di un complesso dibattito iniziato dal grande storico dell'arte Pietro Toesca (1877-1962). Secondo l'illustre studioso la costruzione di San Pietro, a opera di maestri comacini, risalirebbe all'VIII secolo, quando Tuscania fu donata da Carlo Magno a papa Adriano I; se questa ipotesi fosse vera, la chiesa sarebbe un caposaldo nella storia dell'architettura italiana, in quanto segnerebbe il punto di trapasso dalle forme paleocristiane (tipiche ad esempio delle storiche basiliche romane, quale San Clemente) a quelle romaniche. La data che è incisa sul Ciborio, il 1093, potrebbe essere benissimo quella della ricostruzione di tutto l'edificio, sorto su un tempio più antico, l'esistenza del quale può presupporsi grazie ad alcuni capitelli e frammenti marmorei sparsi per il fabbricato, e specialmente in un tratto della cripta che ha carattere di maggiore antichità e che è rimasta quasi il nucleo del nuovo fabbricato. Studi più recenti, invece, collocano la costruzione all'XI secolo, privandola così di ogni carica innovativa. Secondo queste teorie la realizzazione dell'edificio iniziò a partire dalla cripta e dal presbiterio, posti ad Ovest, per proseguire verso la facciata, che assunse l'aspetto attuale all'inizio del XIII. Questo orientamento, senz'altro dettato dalle esigenze del luogo, viola la veneranda consuetudine, in base alla quale la zona dell'altare deve essere rivolta verso Est.

Vista sulla vecchia acropoli etrusca e la Chiesa di San Pietro.

Quale che sia la verità storica sulla primitiva costruzione della basilica, e la mancanza di fonti documentarie non permette di accertarla, sappiamo che fra la fine del XII e l'inizio del XIII secolo furono ricostruite le due campate ed eretta l'attuale facciata. Poi, vi furono numerosi manomissioni e rifacimenti susseguitesi fino al '700. In epoca recente, dopo i ripetuti restauri operati nel XIX secolo, ricordiamo gli interventi successivi al terremoto che colpì la provincia di Viterbo nel 1971 e che distrusse, fra l'altro, il meraviglioso rosone, colpendo duramente anche l'adiacente Palazzo dei Canonici, spesso impropriamente definito Curia Vescovile; di quest'ultima in realtà non è stata ancora individuata la precisa collocazione tra i ruderi di edifici tardoantichi e altomedievali che sorgono presso la chiesa. Il tempio ebbe comunque il ruolo di Cattedrale della Diocesi di Tuscania fino al 1573. La facciata, avanzata nel corpo centrale, presenta quali elementi principali: il portale maggiore, il rosone circondato da una moltitudine di elementi decorativi e gli ingressi secondari. Essa è quindi divisa in tre sezioni di cui le laterali, caratterizzate dalla prosecuzione delle arcate cieche viste sui fianchi, sono databili alla fine del XII secolo mentre la centrale viene fatta risalire per motivi stilistici alla prima decade del XIII. Una cornice, sorretta da mensole scolpite con protomi umane ed animali, separa la parte superiore da quella intermedia, dove si distende una loggia su basse colonnine dai capitelli di tipo ionico. Sotto la loggia si apre il portale principale, molto ricco dal punto di vista architettonico, ma la cui decorazione scultorea è di qualità notevolmente più bassa di quella soprastante.

Gli accessi laterali, completamente realizzati in tufo, sono inseriti tra le semicolonne che sorreggono l'arcatura cieca che corre anche sui fianchi del costrutto. Il portale destro è a doppio rincasso, al cui interno sono inserite colonne tortili, che nell'archivolto proseguono in un elemento toroidale che prende la forma di un'unica foglia a nervature parallele arrotolata su se stessa. I capitelli sono di tipo classico e sono decorati con un profondo traforo a trapano. La ghiera esterna è guarnita da foglie uncinate fortemente aggettanti. Nella lunetta trova posto un rilievo piuttosto grossolano raffigurante leoni, uccelli e serpenti. I capitelli degli archi ciechi mostrano interessanti variazioni dei motivi fogliati di ispirazione classica. L'ingresso sinistro ha una struttura analoga, ma all'interno della lunetta presenta un rilievo alquanto piatto che raffigura un'aquila araldica. Tra gli archi ciechi sono inserite due protomi leonine romane di reimpiego. Tanto per intenderci, la pròtome, (in greco antico προτομή, protomé, "parte anteriore, busto") è un elemento decorativo dipinto, inciso o in rilievo, molto diffuso nell'arte antica, costituito da testa o busto di uomo, animale o creatura fantastica, posto ad ornamento di elementi architettonici come mensole, cornici o frontoni.

La sezione centrale della facciata è contraddistinta da una ricca ornamentazione marmorea che, specialmente nella parte superiore, riveste grande interesse iconografico. La struttura e lo stile dell'apparato scultoreo rimandano alla plastica edilizia umbra della seconda metà del XII secolo. Il portale maggiore, incassato nel muro a conci di nenfro (tufo vulcanico di struttura compatta e colore grigio scuro, che viene utilizzata in zona come pietra da costruzione fino dall'epoca etrusca) è opera di un lapicida di scuola cosmatesca. I Cosmati erano marmorari romani che formarono varie botteghe attive tra il XII e il XIII secolo. Sono giustamente famosi per i loro lavori architettonici, per le loro sculture, ma soprattutto per i loro mosaici e le decorazioni realizzate prevalentemente in luoghi ecclesiastici in uno stile che pur basandosi sul recupero dell'opus sectile (intarsio marmoreo) romano, raggiunge risultati estetici molto vicini all'arte islamica. In queste creazioni abbonda l'uso dell'oro e degli smalti preziosi con effetti di splendida sontuosità formale.

Ma ritornando al portale maggiore, esso è caratterizzato da tre rincassi con colonne lisce, capitelli e rispettivi archivolti, di cui il più grande con elementi musivi e bugne decorate da segni zodiacali o figurazioni dei lavori stagionali. La lunetta è guarnita da un mosaico a motivi stellari. La porta è incastonata in una cornice in marmo impreziosita anch'essa da decorazioni musive. Le colonnine dei rincassi sorreggono capitelli di varie forme, alcuni con figure simboliche, come quella a mani alzate in un annuncio salvifico. Sopra il portale si trova una loggetta cieca formata da dieci colonnine con capitelli ionici e undici arcatelle in marmo. Ai lati della loggia due figure di grifoni sporgono verso l'esterno. Insieme alle soprastanti protomi bovine costituiscono un altro elemento di potente dinamismo plastico della facciata. Ricordiamo che il grifone, animale fantastico di antichissima origine orientale, normalmente raffigurato con becco e ali di aquila e corpo di leone, apparteneva alla sfera della simbologia solare. Negli emblemi medievali allude al Cristo, in quanto partecipa del dominio della terra e del cielo ed evoca la doppia natura, quella umana e quella divina, del Salvatore. In tempi più recenti divenne però anche un simbolo negativo di pericolo e di crudeltà, e nella liturgia spesso compare addirittura come sinonimo di Satana.

Sopra la loggetta spicca in tutta la sua opulenta, e un po' barbara, bellezza il rosone, formato da tre cerchi concentrici traforati come un merletto, che rimandano al mistero della Santa Trinità; esso associa una dotazione plastica di tradizione umbra, con quella cosmatesca di origine romana. Agli angoli del suggestivo "mandala" sono posizionate quattro sculture che richiamano gli Evangelisti (Aquila, Angelo, Leone e Vitello, a rappresentare rispettivamente Giovanni, Matteo, Marco e Luca), mentre ai lati troviamo dei sorprendenti rilievi raffiguranti a tutto tondo draghi alati che inseguono cani e che si proiettano verticalmente dal piano della facciata. Ai lati di questi draghi sono due bifore: quella di destra è circondata da elementi fantastici e demoniaci; in particolare si osservano due raffigurazioni di volti a tre facce che simboleggiano il Male. Dalle orride fauci ghignanti nascono dei racemi che avvolgono esseri mostruosi. Queste immagini avevano anche una valenza apotropaica: il loro aspetto spaventoso doveva atterrire e tenere alla larga dal luogo sacro esseri malvagi, quali streghe o fantasmi. Come contraltare al vertice della bifora sinistra si trova l'Agnus Dei, ai cui lati si dispongono dei clipei con figure di arcangeli, profeti o padri della chiesa. Alla sua base si nota un bassorilievo, possibile riutilizzo di una scultura etrusca o più probabilmente romana, che rappresenta un uomo che corre, o forse danza. Sempre a mano manca, nell'ampio spazio erboso, si elevano ancora i resti di due delle torri della cerchia muraria che contornava la sommità dell'altura. Sulla facciata dell'edificio a destra si aprono invece alcune belle bifore dagli archivolti ogivali decorati con sculture.

La facciata della Chiesa di San Pietro (foto di Luigi Manfredi)

L'interno della chiesa, coperto da capriate lignee, è diviso in tre navi su tozze colonne con capitelli di stile classico, sia medievali che di reimpiego (romani). Gli archi sono a doppia ghiera con mensole aggettanti, caratteristica questa che viene ripresa anche nell'arco trionfale (quello che separa in alto la zona riservata ai fedeli dal sacro spazio dell'altare.) Delle transenne dividono il presbiterio rialzato sulla cripta dalla navata centrale, in cui spicca un pavimento di sapore cosmatesco a decorazioni geometriche, che indica gli spazi del primitivo edificio; essa risulta separata dalle navatelle laterali attraverso un basso muro in cui sono ricavati dei sedili in pietra. Le mensole delle prime due campate (la campataè lo spazio che si trova fra due colonne) sono scolpite con semplici motivi geometrici anche se non mancano alcuni soggetti figurati. Le prime campate orientali (verso l'ingresso) sono il risultato di una seconda campagna costruttiva durante la quale si è forse voluto dare un maggior contenuto decorativo all'opera. I capitelli delle colonne costituiscono un insieme molto interessante. Quelli di controfacciata abbinano un basso motivo fogliato ad una guarnizione di fioroni. Due riprendono invece il tipo ionico, ma le enormi volute li rendono sproporzionati rispetto ai sottostanti fusti. Altri sono reinterpretazioni del tipo corinzio. Due bei capitelli invece sono classici di spoglio. Al livello del cleristorio (la zona delle finestre) viene ripreso il tema degli archi ciechi visto all'esterno. L'ultima campata della navata è sorretta da un pilastro a nucleo quadrato con semicolonne addossate. Il presbiterio si inserisce su un complesso pilastro che ospita la scala di accesso all'ambone o pulpito che dir si voglia. All'interno due semicolonne supportano l'arco trionfale.

Due archi trionfali di più modeste proporzioni dividono anche le navatelle dal presbiterio. L'arco destro assume un profilo a dente di sega molto originale, frutto forse di un'influenza islamica. Una volta entrati nello spazio liturgico, si incontra un ciborio risalente al XIII secolo, situato non lontano dall'ingresso principale alla cripta. Nella navata di sinistra troviamo l'ingresso secondario alla cripta sovrastato da un nicchione affrescato e diversi sarcofagi etruschi. Le mensole invece, interpretate come un motivo di origine araba, appaiono solo sul lato della navata centrale. La zona presbiteriale, rialzata per la presenza della cripta, è sorretta da due arconi che l'attraversano per tutta la larghezza. Sul lato occidentale del presbiterio, ai lati dell'ampia abside centrale, si aprono due absidiole secondarie ricavate nello spessore della muratura. Il presbiterio (la zona dove si trova l'altare, riservata ai sacerdoti, i presbiteri appunto) è delimitato verso la navata da transenne composte utilizzando vetusti elementi altomedievali, forse appartenenti a un costrutto precedente. Ospita al centro un grazioso ciborio o tegurium risalente all'XI secolo, su cui è tracciata un'iscrizione del 1093: si tratta di un'edicola con copertura a tettuccio sostenuta da quattro colonne poggianti sul pavimento, che serviva a segnalare il punto più sacro di una basilica, quello dell'altare; addossato all'abside si trova il seggio vescovile, dato che San Pietro fu Cattedrale di Tuscania sino al XVI secolo. Anche in quest'area si conservano estese porzioni del pavimento cosmatesco, caratterizzato come quello della navata da eleganti motivi a quinconce, creati da nastri continui e intrecciati. Per essere più chiari, il quinconce è la disposizione di cinque unità nel modo in cui è tipicamente raffigurato il 5 sulla faccia di un dado. Il nome deriva dal quincunx della coniazione romana.Si trattava di una moneta di bronzo emessa in Italia e Sicilia, nonché a Roma, che valeva 5/12 dell'asse cioè cinque once, da cui il nome.

Ciò che resta del pavimento cosmatesco del presbiterio

 

Nelle pareti del presbiterio rimangono i poveri resti di quello che era un importante ciclo di dipinti, la cui datazione oscilla tra la fine del XI alla metà del XII secolo. Purtroppo la maggior parte del corredo pittorico è andata perduta, distrutta nel terremoto del 1971. Sappiamo però che consisteva, tra l'altro, in un affresco di scuola romana con influenze bizantine, rappresentante il Cristo Pantocrator (dal greco: Onnipotente), circondato da angeli, che dominava la superficie absidale. Rimangono solo alcuni dei soggetti che lo inquadravano: un Redentore, angeli, apostoli e simboli divini. Nell'absidiola di destra sopravvive ancora un Messia benedicente fra due vescovi, mentre in quella di sinistra si è conservato il Battesimo di Gesù. Nella parte sommitale del presbiterio rimane, ma solo in minima parte, un ciclo di affreschi che fanno riferimento alla vita di San Pietro, la cui datazione potrebbe variare fra la fine dell'XI secolo e la metà del XII. Per avere un'idea di come appariva l'interno della basilica prima del sisma, ci può recare nella vicina chiesa di Santa Maria, il cui apparato pittorico fu risparmiato dal terremoto: il soggetto è diverso, visto che qui è illustrato il Giudizio Universale, ma l'effetto complessivo aiuta a ricostruire visivamente la sensazione che doveva offrire il perduto ciclo presbiteriale di San Pietro.

La cripta è la parte più arcaica della chiesa, forse costruita sui resti di un edificio dell’antichità. Vi si accede attraverso due scale poste nelle navatelle. Usando quella di destra, si raggiunge un portale, da cui si accede a un corridoio contraddistinto da volte impostate su colonne dai capitelli scolpiti. Uno di essi presenta un rozzo volto umano circondato da tralci; gli altri sono ricoperti da motivi stilizzati. Si accede poi ad un piccolo locale a due navate di funzione ignota (forse un battistero) attraverso il quale si raggiunge la cripta propriamente detta. L’ambiente riprende la pianta del presbiterio ed è diviso in nove navate da ben ventotto colonne quasi tutte di reimpiego, provenienti cioè da edifici romani o alto medievali, che sostengono la copertura ripartita in piccole volte a crociera.

La cripta in una scena di Francesco, di Liliana Cavani

 

Anche parte delle murature sono romane, per essere precisi in opus reticolatum. Si tratta di una tecnica costruttiva particolarmente elegante, tipica del periodo imperiale, in cui erano utilizzati i cosiddetti cubilia (o più impropriamente "tufelli") e cioè elementi piramidali con base quadrata perfettamente regolare e assolutamente uniformi, che venivano disposti in file ordinate con i lati a 45° rispetto alla linea orizzontale. Dopo la realizzazione del paramento sulle due facce del muro, veniva colato all'interno dello spazio cavo così delimitato il cementizio che ne costituiva la struttura, e la costruzione procedeva a strati successivi. L'effetto finale sulla parete era quello di creare un reticolo armonioso disposto in diagonale. Normalmente il paramento veniva rivestito da intonaco, ma in alcuni casi se ne sfruttarono anche le proprietà decorative, alternando file di cubilia in tufo giallastro o rossastro e in selce nerastra.

Un bell'esempio di opus reticolatum

L'altare è posto dalla parte opposta rispetto a quello superiore ed è quindi orientato in modo canonico. Al di sopra, sulla superficie della piccola abside, spicca una Madonna tra due santi, circondata dai volti di personaggi sacri all'interno di clipei (scudi rotondi). Da notare anche un affresco risalente al XIV secolo che rappresenta i Santi Protettori di Tuscania - Veriano, Secondiano e Marcelliano - attribuito a Gregorio d'Arezzo.

 

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