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Ulisse
Forse parrà strano che in apertura di questo sito ci sia proprio un'immagine di Ulisse, film del 1954 diretto da Mario Camerini e con protagonista Kirk Douglas. In effetti, che c'entra un eroe mitologico greco con un sito sul cineturismo italiano? Il fatto è che quella scena fu girata in Italia. Non solo, Ulisse è il nome latino dell'eroe Odisseo. Insomma, furono gli antichi romani a chiamarlo così, e noi discendiamo dalla loro civiltà. Inoltre, nessuno meglio di Ulisse può rappresentare la curiosità, la voglia di viaggiare, vedere, scoprire, sapere. Lo stesso fa questo sito cercando, scoprendo e illustrando i tantissimi luoghi della nostra bella Italia in cui sono stati girati film e programmi televisivi, affinché viaggiando possiate visitarli anche voi. Come fece Ulisse.
Il Sorpasso
Il sorpasso (1962), uno dei film più rappresentativi dell'Italia del benessere e del miracolo economico di quegli anni, è considerato il capolavoro del regista Dino Risi, e non solo in Italia: lo stesso Dennis Hopper si ispirò a questo film quando diresse il cult movie Easy Rider. Eppure ne Il sorpasso non sono poche le casualità, nella finzione e nella realtà: il pimpante Bruno, interpretato da Vittorio Gassman, incontra il timido Roberto (Jean-Louis Trintignant) per caso; lo stesso Trintignant fu scelto per la parte per caso, solo perché somigliava alla controfigura già ripresa nelle scene iniziali; i due protagonisti si muovono a caso per una parte d'Italia, viaggiando sulla potente Lancia Aurelia B24 guidata spericolatamente da Bruno fino al tragico epilogo; il film, pur perfettamente diretto da Risi e interpretato alla grande, ottenne il successo per caso. Difatti la critica, che oggi osanna Il sorpasso, alla sua uscita in buona parte lo ignorò, e fu invece il pubblico con un inizialmente lento passaparola a decretarne il successo
Montalbano
Il commissario Montalbano nasce dai romanzi di Andrea Camilleri, dal grandissimo successo, seguito da quello analogo delle serie televisive trasmesse dalla Rai. Il personaggio di Salvo Montalbano, grazie anche alle trame perfette, ai luoghi, alle atmosfere e agli altri ottimi attori, segue una comprovata capacità italiana nel dare vita televisivamente a serie di livello internazionale, con interpreti protagonisti talmente calati nella parte da venire totalmente identificati in loro dal pubblico. Se Zingaretti è in assoluto Montalbano, Ubaldo Lay fu l'indiscusso e riconosciuto ufficiale nel Tenente Sheridan, Gino Cervi il coriaceo poliziotto de Le inchieste del commissario Maigret e Tino Buazzelli il pacioso ma abile investigatore in Nero Wolfe. Tuttavia fra questi Montalbano è l'unico personaggio italiano e le vicende si svolgono in Italia e precisamente in Sicilia
La pantera rosa
La Pantera Rosa uscì nei cinema nel 1963 e da subito fu un grande successo, grazie alla regia di Blake Edwards, alle musiche di Henry Mancini e soprattutto dalla straordinaria caratterizzazione data all'imbranato ispettore Clouseau da Peter Sellers. L'attore – senza dubbio bravo ma caratterialmente instabile e umanamente poco o nulla apprezzato da chi lo frequentò professionalmente e nel privato – incarnò talmente bene il personaggio che da allora nessun altro potrà sostituirlo con lo stesso successo. Ci provarono con buona volontà Roberto Benigni e Steve Martin, ma i risultati furono meno che mediocri. La Pantera Rosa diede vita a una fortunata serie, che perse vigore alla morte di Peter Sellers per infarto, nel 1980. Buona parte di La Pantera Rosa fu girato a Cortina d'Ampezzo, in Veneto

I film in costume e il cineturismo, di Giovanni Todaro

Olivia Hussey in Romeo e Giulietta di Franco Zeffirelli.

Quanti film sono stati girati al mondo da quando – ed era il 28 dicembre 1895 – i fratelli Lumière proiettarono per la prima volta in pubblico il loro La sortie des usines Lumière? E quanti in Italia? E di questi, quanti in costume partendo dal primo del genere ossia La presa di Roma (1905) di Filoteo Alberini, seguito dopo pochi anni da Quo vadis? (1913) di Enrico Guazzoni e primo kolossal della storia del cinema mondiale? La risposta è semplice: non lo sappiamo. Anche perché in questo numero senza dubbio sterminato dobbiamo aggiungere i film quasi sempre di nessun valore, proprio nessuno, beneficiati però da fondi pubblici e che hanno fatto sì la felicità di coloro che si sono intascati i soldi, ma non certo quella degli spettatori che non li hanno mai visti, semplicemente perché mai approdati nei cinema. E alla fine quasi sempre è stato, ed è, meglio così.

I film in costume hanno sempre trovato terreno fertile in Italia: natura splendida e varia e persino selvaggia, castelli e dimore antiche da favola, ottime maestranze e strutture, storia millenaria, grande professionalità, estro e arte ovunque, incluso il mondo della confezione visto che l'Italia è la patria della moda. Grazie anche ai film storici parecchie realtà sono state premiate dal turismo, mentre altre avrebbero potuto esserlo ma sono rimaste al palo – e addirittura dimenticate – a causa del disinteresse o incapacità di chi avrebbe dovuto valorizzarle e promuoverle. Il film storico, sovente d'azione, fin da subito colpì il pubblico, in un periodo in cui gli effetti speciali erano di là da venire e gli attori dovevano sapersela cavare il più possibile per essere credibili e senza magari farsi male. E non solo gli attori. Il succitato Quo vadis fu il primo kolossal, e forse il primo film in assoluto, in cui dalla finzione si passò purtroppo alla realtà. Nella scena dei cristiani gettati nell'arena in pasto ai leoni, ovviamente furono usati manichini imbottiti di carne, ma una di queste belve invece attaccò una comparsa, la uccise e cominciò a divorarla nonostante l'intervento del domatore. Il leone fu ucciso a fucilate.

Tratteremo di seguito alcuni film e sceneggiati televisivi in costume girati in Italia e che sono riconosciuti, riconoscibili oppure sconosciuti o quasi. Nel calabrese comune di Melito di Porto Salvo, il cui territorio è bagnato dal mare (difatti ci sbarcarono i Mille di Giuseppe Garibaldi), fu girato un bel film. In realtà le riprese riguardarono la parte dell'entroterra e cioè la frazione Pentedattilo ma il comune è quello. Il film è Il brigante di Tacca del Lupo (1952) diretto da Pietro Germi. Ecco la trama: nel 1863, quindi dopo l'Unità d'Italia, una compagnia di bersaglieri comandata dal capitano Giordani (Amedeo Nazzari) ha il compito di debellare il brigantaggio nella zona di Melfi e in particolare la numerosa banda di Raffa Raffa. L'energico capitano Giordani ha dalla sua parte il commissario Siceli, ex funzionario borbonico, giunto da Foggia a dare manforte ai bersaglieri ma nel suo modo, che si basa più sull'astuzia e sull'opera degli informatori. Alla fine i bersaglieri – quasi tutti piemontesi e a disagio in quelle brulle zone selvagge e montane che a loro sembrano l'Africa – riescono a sterminare la banda mentre Raffa Raffa viene ucciso in duello dal marito di una donna violentata dal feroce brigante. Il brigante di Tacca del Lupo è un film spesso e a torto svilito dalla critica, con l'accusa di essere una sorta di pasticciato western italiano che si rifà alle opere del regista John Ford, in effetti molto apprezzato da Germi. Si mette alla berlina persino la scena finale dell'attacco dei bersaglieri al suono della tromba, come se fosse l'arrivo dei rinforzi del "Settimo Cavalleria" nei film western. Ci si dimentica però che l'uso della tromba in tali situazioni è universale. Inoltre questi critici non hanno evidentemente studiato abbastanza la storia di quegli anni, che anzi la lunga guerra al brigantaggio – facente parte della cosiddetta "Questione meridionale" – per difficoltà del territorio, ferocia da ambo le parti (autorità italiane e briganti) non fu affatto da meno di quella che si vede nei film con i pellirosse e i soldati americani e causò la morte di centinaia di migliaia di persone, fra cui 21.000 soldati italiani morti in battaglia o per malattia. Altro che parodia di film western.

Come scritto, il film è ambientato in Basilicata ma girato in toto nella zona di Reggio Calabria e precisamente, oltre a Melito di Porto Salvo, a Gambarie di Santo Stefano in Aspromonte, Motta San Giovanni e Prastarà frazione di Montebello Jonico. Giorgio Arlorio, assistente alla regia di Germi, raccontò: "I rapporti con la gente dei posti dove andavamo a girare il film sono stati sempre buoni. Io mi trovai benissimo e anche tutti gli altri, invece Germi e Nazzari, dato il loro carattere, stavano molto isolati". Certo, quegli estranei del cinema alla gente locale dovevano pure apparire un po' strani. Per esempio andavano a verniciare di bianco le foglie di alcuni alberi, una parte sì l'altra no. Lo decise Leonida Barboni, il direttore della fotografia, affinché con la brezza le foglie oscillassero con un effetto intermittente di lucentezza. Germi fece imbiancare anche tutta una fila di case, ma solo su un lato della strada, perché risultasse in contrasto con l'altro.

Una scena de Il brigante di Tacca del Lupo

 

Un film che sulla carta pareva valido, ma che addirittura non fu nemmeno terminato, era La leggenda di Guglielmo Tell(1953), girato inValle d'Aosta, bellissima e montagnosa regione d'Italia abitata in tutto da poco più di 128.000 abitanti. Per capire, meno di quelli della sola città emiliana di Ferrara. Nel 1953 a Courmayeur arrivò il divo Errol Flynn. O meglio, quel che ne rimaneva. Questo attore merita un po' di presentazione. Nato in Australia, interpretò parecchi film in costume nella parte del bell'uomo avventuroso, simpatico, senza macchia né paura, come in Capitan Blood (1935), La carica dei 600 (1936), La leggenda di Robin Hood (1938), Il principe e il povero (1937) e La storia del generale Custer (1941).

In effetti nei suoi film non usò quasi mai la controfigura, ma il suo fisico aitante fu minato fin dai primi anni, quando si ammalò di malaria in Nuova Guinea. Avrebbe voluto arruolarsi, lui attore già famoso, per combattere nella Seconda guerra mondiale ma fu scartato per problemi di cuore. Eppure fece di tutto: pescatore di perle, cercatore d'oro, impiegato, cuoco di bordo, poliziotto, sorvegliante di una piantagione, contrabbandiere di diamanti,  contadino, manovale,  pugile e tanto altro. Per esempio, fu accanito fumatore, drogato, alcolizzato. Una delle sue frasi era: "Faccio quello che mi piace. Ho intenzione di vivere la prima metà della mia vita. Non mi importa del resto". Di lui si diceva che se anche solo il 25% di ciò che raccontava delle sue avventure fosse stato vero, la sua era stata una vita incredibile. Piaceva moltissimo alle donne ed ebbe tantissime avventure, anche con uomini. Ebbe fama di grande amatore, in ciò aiutato da una particolare ed evidente dote fisica (le case cinematografiche dovevano "ritoccare" le sue foto in costume da bagno). Diciamo che, se l'avesse visto la Inga del film Frankenstein Junior (1974) di Mel Brooks, avrebbe sbottato dicendo che aveva "un enorme schwanzstück!". Fu pure processato  in California con l'accusa di avere avuto rapporti sessuali con due sedicenni consenzienti (comunque allora considerato stupro) nel 1942, ma venne assolto dalla giuria (composta da nove donne su dodici) quando si appurò che le due ragazze volevano ricattarlo. O almeno, così alla fine risultò. Tuttavia fece scalpore, negli ultimi due anni della sua vita, per la sua relazione con la segretaria quindicenne Beverly Aadland. Flynn diceva: "Mi piace il vecchio whisky e le donne giovani". In effetti quando nel 1953 arrivò a Courmayeur per girare La leggenda di Guglielmo Tell aveva 44 anni ma era talmente alcolizzato che – così raccontò l'attrice Maureen O'Hara, che aveva lavorato più volte con lui e lo conosceva bene – i registi quando lo dirigevano vietavano l'uso di alcol durante le riprese. Flynn allora addentava in continuazione chili di arance, inspiegabilmente ubriacandosi lo stesso. Si scoprì poi che, di nascosto, con una siringa vi iniettava vodka.

Flynn arrivò in Italia dopo avere litigato con il produttore cinematografico Jack Warner e quindi avere cessato il contratto con la Warner Brothers. Deciso a mettersi in proprio, investì una parte dei suoi averi (scoprì poi che invece gli erano rimasti solo quelli, poiché il suo agente si era rubato il resto) e cioè 500.000 dollari in La leggenda di Guglielmo Tell. Prima lo si sarebbe voluto girare in buona parte a Cinecittà ma poi si decise di costruire appositamente un intero villaggio a Courmayeur, esattamente nella frazione di Planpincieux. Nella sua autobiografia, My 1959 Wicked, Wicked Ways, Errol Flynn scrisse: "Sono entrato in una produzione indipendente per fare Guglielmo Tell. Ho scritto lo script io stesso. Sono entrato in affari con un gruppo di italiani, al 50%, con un budget di 860 mila dollari ... Ho costruito uno dei più bei set proprio nel paese stesso di Guglielmo Tell (qui evidentemente Flynn sbaglia, Guglielmo Tell – fra l'altro non si sa se neppure mai vissuto – è un eroe svizzero NdA) a Courmayer, nel Nord Italia, dove le Alpi sono molto alte. Ho costruito un piccolo, intero villaggio, con un ruscello che scorre attraverso di esso dove avremmo dovuto girare la famosa scena clou della mela sulla testa del ragazzo... mi piacerebbe insegnare a Jack Warner come fare i film".

Errol Flynn sul set di La leggenda di Guglielmo Tell.

Altri interpreti del film sarebbero stati Orson Welles e Gina Lollobrigida. Il primo poi lasciò il progetto mentre Gina Lollobrigida fu sostituita da Antonella Lualdi (un'allora quasi sconosciuta Sophia Loren, che all'epoca si faceva chiamare Sofia Lazzaro, non convinse Flynn al provino e fu scartata). Rimaneva, nel cast, l'attore Bruce Cabott, suo amico e che forse alcuni ricorderanno nella parte del marinaio Jake Driscoll che salva la bionda di turno nel capolavoro del 1933 King Kong, regia di Merian C. Cooper ed Ernest B. Schoedsack. Quando però i coproduttori italiani si ritirarono e non versarono quanto pattuito ed Errol Flynn si trovò nei guai finanziari – e nonostante tutto la troupe lavorò altre sei settimane senza ricevere la paga – proprio Cabott, accusandolo di non averlo pagato, per mezzo dei suoi legali gli fece pignorare i beni, inclusi quelli della moglie e persino i vestiti dei suoi figli. Andò a finire che il film fu interrotto e la troupe un bel giorno abbandonò di soppiatto l'Hotel Royal, senza pagare il conto. Il finto villaggio cadde in rovina e non esiste più. Inutile dire che anche La leggenda di Guglielmo Tell non ebbe seguito. E ne ebbe poco pure Errol Flynn, morto d'infarto ad appena 50 anni. Si trovava a Vancouver nell'appartamento del suo amico Grant Gould al quale stava vendendo, per incassare un po' di quattrini visto che era al verde, il suo amato yacht "Zaca".  Pare che le sue ultime parole siano state di rammarico per dover morire prima "di quello stronzo" di Jack Warner. L'autopsia dimostrò quanti abusi avesse fatto della sua vita: il suo corpo era nelle condizioni di quello di un uomo di 75 anni.

Nel territorio di Monte Argentario, vicino a Grosseto, sono stati girati finora una cinquantina di film, telefilm e sceneggiati televisivi. Il primo film con qualche scena ripresa in loco (ma la location principale fu l'Isola del Giglio) fu il drammatico e di non grande successo La colpa di una madre (1952), diretto da Carlo Duse e interpretato da Marina Berti, Folco Lulli e Mirella Uberti. Il successo, internazionale, invece arrivò due anni dopo, e proprio con un film in costume: Ulisse (1954) di Mario Camerini, girato in esterni (gli interni a Cinecittà) anche alla spiaggia Le Viste di Porto Ercole – frazione di Monte Argentario e location fino a oggi di più di venti film – dove Nausicaa trova il corpo privo di sensi dell'eroe greco naufragato.

 

Le Viste è la spiaggia più vicina al paese, formata da ciottoli e sabbia e ci si arriva a piedi con un breve sentiero. Ulisse, come accennato, fu un grande successo, anche grazie al ritmo e all'interpretazione di attori del calibro di Kirk Douglas, Silvana Mangano, Anthony Quinn e Rossana Podestà. Il film, come già accennato, fu un grande successo – In Italia fu il campione d'incasso della stagione cinematografica 1954-55 – anche grazie al ritmo e all'interpretazione di attori del calibro di Kirk Douglas, Silvana Mangano, Anthony Quinn e Rossana Podestà. La location scelta per questa scena del film era ideale, e inoltre Porto Ercole (di origine etrusca) anche quanto a nome si sposava perfettamente con un eroe mitologico come Ulisse. Ovviamente le location non si scelgono in base al nome, credo sia chiaro. Il fatto è che la costa di Porto Ercole, e quindi di Monte Argentario, è molto frastagliata e caratterizzata da cale e calette in buona parte sassose e bagnate da un mare splendido tanto da fare parte del Santuario dei Cetacei. Il mare è ricchissimo di fauna, che si potrà vedere in natura per mezzo dei tanti servizi di diving ed escursioni in barca oppure visitando sul lungomare di Porto Santo Stefano il Centro Didattico di Biologia Marina con annesso il bell'Acquario mediterraneo della Costa d'Argento, allestito dall'Accademia Mare Ambiente e gestito da un gruppo di appassionati volontari molto efficienti e disponibili. A proposito di navigatori – e Ulisse senza dubbio lo era, pur nel mito –, bisogna dire che da sempre ce ne sono di due tipi, quelli bravi e coraggiosi e quelli  approssimativi e vigliacchi. Di certo fra i primi non figura l'allora comandante della nave da crociera Costa Concordia, Francesco Schettino, che proprio in queste acque nel gennaio 2012 causò la morte di 32 persone, abbandonando persino la nave e le persone intrappolatevi, ma che finora è a piede libero. Altro che Ulisse!

Scrivevamo prima del genere peplum: si consideri che in Italia ne furono girati almeno 170 (ben 40 nel solo 1964), e buona parte a Tor Caldara, Anzio. Il fortissimo eroe di turno (Maciste, Ursus, Sansone o Ercole, a volte tutti insieme per fare più incassi) ovviamente combatteva e vinceva sempre contro i cattivi di turno, pareva del tutto disinteressato al sesso e soprattutto alle danzatrici scosciate che sempre si vedevano, e lottava contro belve feroci, sempre sostituito da domatori ripresi di spalle se il leone o la tigre erano veri (a volte con incidenti gravissimi), e con belve di pezza se proprio li si doveva riprendere di fronte. Una volta al Maciste Kirk Morris – ossia l'ex gondoliere veneziano Andrea Bellini, in seguito divenuto famoso come attore di fotoromanzi – nel film Maciste all'Inferno (1962, girato soprattutto nelle Grotte di Castellana, in Puglia) il regista Riccardo Freda fece fare la scena di una lotta contro un pitone vero, seppure inizialmente molto paziente e non troppo grosso, e andò a finire che se non fosse intervenuta tutta la troupe a liberarlo si sarebbe dovuto trovare definitivamente un altro interprete.

A Tor Caldara nel corso degli anni ci fu una tale presenza di troupe che nello stesso giorno da una parte si vedevano greci con le spade di latta (che spesso al primo scontro si piegavano subito) e mostri mitologici, dall'altra vichinghi con gli elmi cornuti, più in là cowboy che cavalcavano e sparavano con revolver a sei colpi che non si scaricavano mai, e nei pressi macchine all'inseguimento con su persino Diabolik. Altro che macchina del tempo. C'era talmente richiesta di comparse che nella zona i ristoranti, bar e così via non riuscivano a trovare personale. Una comparsa che negli anni '60 partecipò alle riprese di un film sui vichinghi raccontò: "Mi recavo a Tor Caldara col pullman, partendo dalla stazione di Anzio, non sapevo che film girassero né chi ci lavorasse, ma ci davano quindici "sacchi" (15.000 lire N.d.A.). Ricordo che faceva molto caldo ed inoltre eravamo ricoperti da costumi di vera capra, pesanti e puzzolenti, con cinture, sandali, elmi con corna a volontà. Ricordo spogliatoi per le comparse, cestini, gente che girava con l'acqua ed un pronto soccorso. Tanta gente e tanti soldi spesi magari per riprendere solo pochi fotogrammi. Due, tre spadate, e via, in poltrona sotto l'ombrellone, a fumare qualche sigaretta durante la pausa; io comperavo le Stop sciolte. La noia di quella giornata per me fu immensa, non ci ritornai, ma altri più tenaci di me tornarono anche nei giorni successivi e riuscirono a raggranellare un sacco di soldi".

Tor Caldara dunque ospitava miniere di zolfo, ma fu anche una miniera d'oro per chi lavorava per il cinema in quei luoghi che hanno contribuito a fare la fortuna di produttori, registi, attori e comparse. Alcuni avevano incredibili capacità, come Mario Bava (in seguito regista) che curò gli effetti speciali e la fotografia Le fatiche di Ercole (1958) di Pietro Francisci, film di grosso successo. L'attore Mimmo Palmara raccontò: "Bava inventava dei paesaggi monumentali utilizzando delle costruzioni in miniatura, le cosiddette maquette. Le piazzava davanti alla macchina da presa e, con la costruzione reale distante trenta metri, riusciva a dare, in prospettiva, l'impressione ottica che tutto fosse legato coerentemente. I risultati erano grandiosi, Francisci era contento e ricambiava Bava con grande amicizia e simpatia". Altra testimonianza su Mario Bava è quella dello sceneggiatore Massimo De Rita: "La prima volta che incontrai Mario fu in Le fatiche di Ercole. Lui faceva il direttore della fotografia per Francisci. Quando andai, vidi questa scena nel teatro della Scalero: uno schermo azzurro un po' rattoppato, su un carro c’erano Steve Reeves e Sylva Koscina che cantavano in playback Per la civiltà di Iolco. Uno squallore. Io guardai Bava, che mi sorrise e disse: Come siamo ridotti. Poi andai in proiezione, e questa scena sembrava vera, magica: tutto acquistava un senso di realtà e di eleganza".

La grande guerra (1959), capolavoro diretto da Mario Monicelli, prodotto da Dino De Laurentiis e con musiche di Nino Rota, è magistralmente interpretato (non dimenticando gli altri validissimi interpreti) da Alberto Sordi e Vittorio Gassman nei panni del fante romano Oreste Jacovacci e di quello milanese Giovanni Busacca che cercano di scamparsela in tutti i modi al fronte durante la terribile Prima guerra mondiale, ma che infine si comportano da eroi. Le location furono soprattutto friulane (Gemona del Friuli, Venzone, Sella Sant'Agnese, Forte di Palmanova, Nespoledo di Lestizza) ma scene furono girate pure in Campania e Lazio.

San Nicola Arcella, in Calabria (e in misura minore la confinante Praia a Mare),  fu set del film Il dominatore dei sette mari (1962), diretto da Rudolph Maté e Primo Zeglio. E' un buon film di avventure italiano e l'imponente scogliera che si vede è proprio quella di San Nicola Arcella, inclusa la Grotta dell'Arcomagno, accessibile grazie a una fenditura nella roccia a forma appunto di arco. Sarà però bene chiarire che la grotta non è più una grotta essendo crollata la volta e quindi, per dirla semplicemente, il soffitto. La pareti tuttavia, fino a ora, sono in piedi. La trama de Il dominatore dei sette mari fa riferimento alle vicende storiche del corsaro e politico inglese sir Francis Drake. Nel film Drake torna in Inghilterra e viene a sapere  di un tentativo segreto (o quasi...) di liberare dalla prigionia Maria di Scozia e di assassinare la regina d'Inghilterra Elisabetta. Ovviamente il fedele Drake sventa il complotto e i cospiratori vengono arrestati e decapitati tutti, tranne una donna che grazie all'intercessione della regina salverà la ghirba e sposerà un baldo giovanotto della ciurma di Drake. Curiosa la scena della nave di Drake che arriva sulle costa delle Indie, così allora chiamavano erroneamente l'America, dove sono bellicosamente disposti gli indigeni con tanto di penne nei capelli come fossero Sioux. Il fatto è che gli "indiani" della costa non le usavano. Ma non è un grosso problema. Fra l'altro non erano mica veri pellirosse, ovvio, ma abitanti della zona assoldati e vestiti alla bisogna. Gli urletti di minaccia rivolti agli invasori sono quasi credibili.

Per costruire le riproduzioni di navi del XVI secolo ci volle un anno di lavoro e riuscirono tutto sommato abbastanza bene. Di sicuro galleggiavano a dovere, visto che la più grande portava ben venti tonnellate di attrezzature di scena. Il film fu girato anche a Roma, nella baia di Napoli e, pare, in piccola parte a Maratea. Nel cast c'è anche l'allora ventiduenne Mario Girotti, poi divenuto Terence Hill, e soprattutto come protagonista l'australiano Rod Taylor, indimenticabile interprete di L'uomo che visse nel futuro (1960) di George Pal e di Gli uccelli (1963) di Alfred Hitchcock. Rod Taylor in seguito svelò che la prima volta si sentì a disagio nell'indossare gli abiti di scena, con tanto di calzamaglia e camicia di pizzo e sbuffetti, ma che poi il risultato non gli parve così sconveniente, tanto da fargli dire: "Dopo tutto, quelli erano gli abiti che indossavano allora. Non è possibile riprodurre sir Francis Drake in blue jeans". Durante una scena in mare, al largo di Salerno, le vele della nave si impigliarono e l'equipaggio non era in grado di districarle. Taylor raccontò: "Non riuscivo a immaginare un bravo marinaio come Drake starsene lì in piedi a guardare senza fare niente, così ho saltato il copione e mi sono arrampicato sulle corde con l'equipaggio. E quello che vedete nel film". Del resto Rod Taylor, scomparso nel 2015 a 85 anni, era un australiano veramente tosto e coraggioso, e lo dimostrò nel film Darker than Ambra (1970) diretto da Robert Clouse e durante il quale doveva fare una scena di lotta contro William Smith, attore ma pure bodybuilder, più volte campione  mondiale di braccio di ferro, campione di  sollevamento pesi, alpinista,  pugile e istruttore di arti marziali. Ebbene, durante la scena uno dei due colpì veramente l'altro forse per errore – non si sa chi – e ne scaturì una rissa selvaggia che costò a Taylor la rottura del naso e altre ferite e a Smith l'incrinamento di tre costole e un braccio lussato.

Un grande successo ottenne Il Gattopardo (1963), diretto da Luchino Visconti, tratto dall'omonimo romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e interpretato fra gli altri da Burt Lancaster, Alain Delon e Claudia Cardinale. Seppure acclamatissimo, vincitore quello stesso anno della Palma d'oro come Miglior film al Festival di Cannes e di un David di Donatello nonché l'anno dopo di tre Nastri d'argento, quest'opera ebbe un tale costo che la casa cinematografica Titanus – già provata dalle spese pazze di Sodoma e Gomorra (1962) di Robert Aldrich – da allora non produsse più film, limitandosi alla distribuzione e alle fiction televisive. Le spese decise da Visconti nei quindici mesi di lavorazione, di cui quattro in Sicilia, furono ingentissime. Per le riprese degli scontri tra garibaldini e borbonici, visto che il film si svolge nel 1860, i vari set di Palermo (piazza San Giovanni Decollato, piazza della Vittoria allo Spasimo, piazza Sant'Euno, Chiesa del Gesù detta anche Casa Professa e l'antico quartiere islamico La Kalsa) dovettero ovviamente essere riportati apparentemente a un secolo prima (e poi naturalmente ripristinati com'erano) e così l'asfalto fu ricoperto di terra battuta, le saracinesche sostituite da persiane. le tende, pali, fili della luce e cartelli stradali eliminati e così via. Ma questa in effetti è la prassi nel cinema e televisione. Ben più onerosi furono gli interventi, durati 24 giorni, della splendida Villa Boscogrande, nei pressi della città, che si vede tanto nel film e che sostituì il palazzo dei Salina, le cui condizioni lo fecero giudicare inutilizzabile.  Gli interni che si vedono nel film sono invece quelli di Palazzo Chigi di Ariccia, vicino a Roma. La famosa – e non breve, occupa un terzo del film – scena del ballo ebbe come location diciotto sale di Palazzo Valguarnera Gangi, a Palermo, appositamente arredate con mobili d'epoca fortunatamente prestati da agiate famiglie locali. Il fatto è che in tale sfarzo nonché accuratezza nella ricerca dei particolari da filmare, mal si sposavano le luci elettriche e pertanto si decise di utilizzare decine di migliaia di candele. Immaginate doverle accendere tutte, una per una, per le riprese, poi spegnerle e riaccenderle. Ritengo che chi le vendette abbia dedicato a Luchino Visconti una statua a imperituro ringraziamento. Non solo, benché le riprese del ballo venissero fatte dalle 6 del pomeriggio alle 5 del mattino (non ritengo per riguardare la troupe ma solo perché le serate da ballo si svolgono, appunto, obbligatoriamente di sera e così si doveva vedere anche nel film) bisogna considerare che buona parte furono fatte nell'agosto siciliano e che protagonisti e comparse indossavano pesanti costumi. Quelli da donna per di più, esattamente come quelli dell'epoca, erano dolorosamente irrigiditi da stecche di balena, tanto che Claudia Cardinale e le altre donne ebbero la schiena segnata per molto tempo. La fatica fu tanta che Burt Lancaster andava avanti a forza di antidolorifici. Metteteci anche migliaia di belle e calde candele accese in ognuna delle 40 notti necessarie per le riprese del ballo e capirete che nessuno avesse bisogno di una sauna.

Per terminare la parte delle spese del film basterà citare i fiori freschi fatti arrivare continuamente via aerea da Sanremo, la riproduzione di interi servizi di argenterie, piatti e bicchieri, la ricostruzione di arredi con autentici damaschi o la commissione di 500 paia di guanti. Altre riprese riguardarono il laziale Castello Odescalchi di Bracciano, gli studios romani della Titanus e per gli esterni Bellolampo e la Piana degli Albanesi. Nel romanzo, come nel film, si cita il Castello di Donnafugata – in realtà un sontuoso palazzo con uno spettacolare parco –, che si trova nel Ragusano ma che non fu utilizzato come location. Visconti per il ruolo del principe Don Fabrizio di Salina non avrebbe voluto Burt Lancaster ma Nikolai Cherkasov che il regista dovette apprezzare vedendolo in Alexander Nevskij (1938) e Ivan il terribile (1944), entrambi diretti da Sergei M. Eisenstein, regista anche de La corazzata Potëmkin (1925), film osannato dagli addetti ai lavori ma temuto da noi del popolino a causa della sua esiziale pesantezza. Fatto sta che Cherkasov rifiutò la parte e infine la casa di produzione cinematografica 20th Century-Fox  impose Burt Lancaster. I rapporti fra  Luchino Visconti e Lancaster inizialmente furono freddi.

Tornando a Tor Caldara, insieme ai set spagnoli è stato uno degli scenari principali per i film di Leone, Corbucci, Sollima e altri registi che seppero ricreare il Far West Americano in Europa con i cosiddetti spaghetti-western. Anche questi naturalmente rientrano fra i film in costume. Per un pugno di dollari (1964) di Sergio Leone – successo strepitoso  rimasto negli annali del cinema mondiale – e Django (1966) di Sergio Corbucci sono probabilmente gli esempi più celebri tra i western all'italiana. Per quanto riguarda Django, la trama ricalca quella di altri western: in un villaggio fantasma ai confini del Messico, due bande rivali si fronteggiano per il controllo della città, ormai rimasta priva di uomini onesti, tutti uccisi dall'una o dall'altra banda. Ecco che un uomo misterioso arriva in città. Che intenzioni avrà? Voi cosa direste vedendo che si porta dietro una bara? O un aspirante suicida molto pignolo oppure un assassino già con i suoi piani. Si chiama Django (Franco Nero) e cova sentimenti di vendetta. In breve si capisce il perché della bara. Contiene una mitragliatrice, che usa con tale munificenza da fare contare alla fine del film ben 138 uccisioni! Oggi Django è considerato un film cult, e questo anche grazie al protagonista. Corbucci amava dire: "Ford aveva John Wayne, Leone aveva Clint Eastwood, io ho Franco Nero".

Soprattutto nel Viterbese fu girato il film di grandissimo successo L'armata Brancaleone (1966) di Mario Monicelli, la cui vicenda si svolge nell'XI secolo. La trama di questo film immortale è la seguente: Brancaleone da Norcia (interpretato, come solo lui poteva, da Vittorio Gassman), spiantato ma coraggioso, valente e leale rampollo di presunta nobile famiglia decaduta – anzi, più che decaduta direi crollata –, viene posto a capo di un manipolo di pezzenti di varia natura venuti in possesso di una pergamena imperiale scritta da Ottone I il Grande. Questa assegna al latore della stessa il ricco feudo di Aurocastro (i cui magazzini sono ricolmi di verdure, cacio, pani e vino, così lo descrive il manipolo povero e perennemente affamato) che aspetta qualcuno che ne diventi duce e affronti la nera... non si capisce bene cosa, poiché la pergamena manca di un pezzo. Il gruppo, fra peripezie di ogni tipo, attraversa buona parte d'Italia e alla fine arriva alla meta, che sta nelle Puglie. Naturalmente Aurocastro – come molti altri luoghi citati nel film – in realtà non esiste. Ma c'è la location, Le Castella di Isola Capo Rizzuto, in Calabria. I costumi, e in particolare quelli stupefacenti delle donne nobili, sono veramente particolari e difatti sono divenuti reperti museali. Li realizzò Piero Gherardi, architetto, scenografo e costumista italiano vincitore fra l'altro di due premi Oscar per La dolce vita (1962) e per 8½ (1964), entrambi diretti da Federico Fellini.

Un gran bel film in costume, girato all'Isola d'Elba, è L'avventuriero (1967), diretto da Terence Young, tratto dal romanzo The Rover scritto da Joseph Conrad, con le meravigliose musiche di Ennio Morricone e attori del calibro di Anthony Quinn, Rita Hayworth e Rosanna Schiaffino. Il lungometraggio, dal ritmo intenso ma volutamente lento, è un dramma che si svolge dopo la Rivoluzione francese, tra galeoni inglesi e truppe francesi. Il vecchio bucaniere francese Peyrol (Quinn) cerca finalmente un po' di quiete e invece trova un forte sentimento verso una giovane affetta da turbe mentali legate al suo tragico passato. Tuttavia Peyrol scopre che la giovane si è innamorata di un ufficiale francese e così accetta la missione suicida di portare con una barca un falso messaggio, sapendo che gli inglesi di guardia al largo lo intercetteranno e cadranno nel tranello di pianificare conseguentemente la strategia militare senza sapere che in realtà è una mossa ideata da Napoleone Bonaparte. E difatti ciò avviene e Peyrol, nonostante le magistrali manovre, viene infine colpito a morte dalle cannonate della nave. Gli stessi inglesi lo lasceranno andare alla deriva con la barca ormai quasi affondata, in quanto "La nave è la bara migliore per un marinaio, e quello era un vero marinaio". A proposito di deriva, questo è il termine adatto per definire quella parte – e non solo quella – della vita della grande e bellissima Rita Hayworth, dedita pesantemente da molti anni all'alcol. Dopo L'avventuriero prese parte a solo quattro film e poi dovette ritirarsi. Alcuni se la ricordano ancora la Hayworth, seduta al bar in riva al mare sulla spiaggia dell'Elba, a scolarsi drink. Aveva 49 anni, era ancora bella ma in rapido declino e non in pace con se stessa. E beveva, spessissimo. Il film, costato ben due miliardi dell'epoca, fu girato all'Enfola, alla ex tonnara (oggi sede del Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano) e all'Arsenale. Fu proiettato per la prima al Festival del Cinema di San Francisco il 20 ottobre 1967 e all’Elba un mese dopo, al cinema Pietri di Portoferraio.

Ecco un altro film in costume (pochi...), con location a Lavinio-Lido dei Pini, e pure a Tor Caldara:  Quando le donne avevano la coda (1970), commedia diretta da Pasquale Festa Campanile e interpretata – si fa per dire – da Senta Berger, Paola Borboni, Lando Buzzanca, Giuliano Gemma, Aldo Giuffré, Renzo Montagnani, Francesco Mulè, Lino Toffolo, Frank Wolff. Alla sceneggiatura collaborò Lina Wertmüller. Una curiosità: i due protagonisti (Gemma e Berger) furono doppiati rispettivamente da Giancarlo Giannini e Mariangela Melato, che poi ottennero grande successo in Mimì metallurgico ferito nell'onore (1972) e Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto (1974), entrambi diretti proprio dalla Wertmüller. Quando le donne avevano la coda racconta di alcuni uomini delle caverne che un giorno intrappolano un essere sconosciuto e cioè una donna. A dire il vero ha anche la coda ma tanto quelli di donne non ne hanno mai viste, tanto che inizialmente vorrebbero mangiarsela. Quella però concretamente insegna loro che c'è un utilizzo migliore... Non solo, i cavernicoli finiscono infine nelle grinfie di una tribù di sole donne assatanate di sesso. Pensandoci, il film non è una commedia, ma fantascienza estrema, perché vedendo la Berger (di allora) tutto ci si vorrebbe fare tranne mangiarsela. Ci fu anche il seguito, Quando le donne persero la coda (1972), stesso regista e attori.

Senta Berger in Quando le donne avevano la coda

Che dire dello straordinario sceneggiato Le avventure di Pinocchio di Luigi Comencini, probabilmente la più amata rappresentazione filmica della storia di Collodi? Come il libro, si svolge nel XIX secolo. Le location furono le Saline di Tarquinia, Farnese, Palazzo Farnese a Caprarola, Sant'Oreste, Lago di Martignano, Amelia, Guidonia Montecelio, porto di Civitavecchia, Civita Castellana, Roma Capannelle, spiaggia di Torre Astura a Nettuno. Probabilmente è la più amata rappresentazione filmica della storia di Collodi. Realizzato in cinque puntate e con un grande Nino Manfredi nelle vesti di Geppetto,  Le avventure di Pinocchio fu trasmesso per la prima volta dalla Rai nel 1972 ottenendo un successo straordinario. Negli anni, sono seguite diverse riedizioni, repliche televisive e una pubblicazione home video, ma è quella versione originaria a essere rimasta nel cuore e nei ricordi degli italiani.

Tra gli altri interpreti, ricordiamo Franco Franchi (il Gatto), Ciccio Ingrassia (la Volpe), Vittorio De Sica (il Giudice) e Gina Lollobrigida (la Fata Turchina). Senza dimenticare naturalmente Andrea Balestri, adattissimo alla parte di Pinocchio. Fu scelto da Comencini fra tremila bambini provenienti da tutta la Toscana. Per saggiarne il carattere il regista gli disse: "Qui c'è un martello, lì c'è un quadro, vediamo se hai il coraggio di romperlo". E lui subito ruppe il quadro a martellate. Il regista però lo rimproverò, "Ora me lo ripaghi". E il bambino, "Che vuoi? Me l'hai detto tu di farlo", e se ne andò. Comencini capì che quello era Pinocchio, e aveva ragione. Balestri racconta: "Sul set ho conosciuto attori straordinari. Nino Manfredi era Geppetto anche nella vita, simpaticissimo e gentile con me, paziente, protettivo. Con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, il Gatto e la Volpe, il rapporto poi era speciale. Mi capivano, mi coccolavano, mi viziavano a volte. A Gina Lollobrigida invece facevo i dispetti. Ero impertinente. Una volta ci furono problemi con la casa galleggiante della fatina che si staccò dalla riva del lago di Martignano, nel Lazio, spostandosi pericolosamente al largo. Erano tutti preoccupati, io ero contento perché speravo che lì dentro ci fosse la Lollobrigida. Un'altra volta poi mi rifiutai di piangere davanti alla tomba della Fata Turchina solo perché c'era la foto della signora Gina. Ero proprio un Pinocchio vero. Il tempo mi avrebbe cambiato. Ora sono un uomo vero, anche se quel burattino mi è rimasto nell'anima".

Tra Fano e Pesaro sono individuate alcune location della miniserie televisiva Marco Polo (1982) di Giuliano Montaldo, trasmessa su Rai1 e venduta in 46 paesi. Attinente la storia del grande  viaggiatore veneziano, è stata la prima collaborazione occidentale con una casa di produzione televisiva cinese e occupò 13 mesi di riprese. Le musiche di Ennio Morricone accompagnano le immagini delle plaghe cinesi e mongole, ma un po' di quel che si vede invece è... marchigiano. La nave con cui il mercante sta per partire alla volta del Medio Oriente in realtà è alla banchina est del porto di Fano. Mentre il loro sbarco in Palestina invece avviene proprio sulle spiagge fra Fano e Pesaro. Questo kolossal è a tratti coinvolgente e in altri prolisso e noioso, nonostante il cast con grandi attori tipo Anne Bancroft, John Gielgud, Burt Lancaster, Leonard Nimoy (per una volta senza le orecchie a punta del vulcaniano Spock dei telefilm e film di Star Trek), Mario Adorf, F. Murray Abraham, Kenneth Marshall e Riccardo Cucciolla. Vi parteciparono pure Gordon Mitchell, interprete di tanti film "peplum" decenni fa, e Gino Santercole, che poi raccontò: "Il regista Montaldo mi propose questo film che andò in tutto il mondo. Lì ho dovuto imparare l'inglese perfettamente per doppiarmi. C'era un cast eccezionale, ho un ricordo bellissimo di Burt Lancaster e di Marilù Tolo che nel film faceva mia moglie. Il protagonista Ken Marshall non mi piaceva come attore. Inizialmente il ruolo del protagonista l'avevano affidato ad un altro attore famoso, di cui non ricordo più il nome, poi non so perché questi ha lasciato il film per essere sostituito con Ken Marshall: dovemmo rigirare tutte le prime scene".  Le riprese di Marco Polo riguardarono anche Venezia, però quando si dice Venezia si pensa soprattutto allo scrittore libertino Giacomo Casanova, sul quale fu imperniato il film Casanova (2005), diretto da Lasse Hallström e interpretato da Heath Ledger, Jeremy Irons, Lena Olin e Sienna Miller. A differenza del precedente Il Casanova di Federico Fellini (1976) – diretto appunto da Federico Fellini e con il seduttore interpretato da Donald Sutherland – fu effettivamente girato in città, incluso il Convento di San Giorgio e Palazzo Ducale.

Heath Ledger in Casanova.

L'abruzzese Calascio e la relativa zona di Campo Imperatore nel 1983 furono una delle location – esattamente la rocca abitata da un frate che cura il falco ferito da una freccia – di Ladyhawke (1985), diretto da Richard Donner e con Rutger Hauer, Michelle Pfeiffer e Matthew Broderick.  Il film ottenne grande successo e, fra i tanti girati a Calascio, è senza dubbio quello che più lo identificò in seguito, cosa che dura tutt'oggi. Ecco la trama: in Francia, nel XIV secolo (esattamente nel 1386, 36 anni dopo l'arrivo della peste nera), il ladro Philippe Gaston – detto "il topo" per le sue piccole dimensioni – riesce a fuggire dalle prigioni della fortezza di Aguillon poco prima della sua esecuzione. Viene salvato dalla cattura da parte del crudele vescovo dall'ex capitano della guardia Etienne Navarre, che viaggia su un possente cavallo nero e in compagnia di un falco. Poi si scoprirà che il falco è la sua amata, trasformata nel rapace da una maledizione del vescovo, innamorato di lei ma non disposto a lasciarla ad altri. Lei di notte torna donna, ossia Isabeau d'Anjou, mentre Navarre diventa un grande lupo nero. Insomma, non s'incontrano mai sotto forma umana. A rompere la maledizione sarà un'eclisse, come dice una profezia: "Una notte senza il giorno e un giorno senza la notte". Il vescovo muore e i due, come vuole qualsiasi fiaba, vissero felici e contenti. Il lupo nero di Ladyhawke (ossia Navarre trasformato, nel film) disponibile sul set in realtà non era uno, ma ben quattro grandi esemplari siberiani addestrati da Gary Cero. Sempre Gary Cero addestrò e mise a disposizione per il film il falco (ossia Isabeau trasformata), però in realtà erano diversi esemplari e non erano neppure falchi ma poiane codarossa. Quello che si vede più spesso si chiamava Spike II e fu utilizzato dalla Universal Bird Show di Gary Cero fino al 2000 quando venne ritirato dalle scene e trasferito "in pensione" alla società National Audubon. Morì nel 2007. Altri esemplari furono impiegati nel film solo per alcune situazioni, come quello per le scene di volo o l'altro che andava a posarsi sul braccio di Navarre/Hauer. Uno non fu utilizzato perché aveva tanto piacere nel poggiarsi su Hauer che gonfiava le piume, sembrando però più un pollo che un falco. Gary Cero spiegò che i rapaci hanno una capacità media di apprendere. Quello che un corvo o un pappagallo impara in dieci prove, i rapaci lo imparano con un migliaio. A proposito del falco/Isabeau, come abbiamo scritto la scena in cui viene portata al frate per essere curata fu girata a Rocca Calascio – allora non ancora restaurata –, opportunamente integrata e modificata.

Appena un anno dopo l'uscita nei cinema di Ladyhawke, ecco un capolavoro e cioè Il nome della rosa (1986) diretto da Jean-Jacques Annaud, tratto dall'omonimo romanzo di Umberto Eco del 1980 e interpretato in modo superlativo da Sean Connery, Christian Slater, F. Murray Abraham, Fëdor Fëdorovič Šaljapin e tanti altri. Immortale e irripetibile l'interpretazione del frate Salvatore da parte di Ron Perlman. Scenografia del celebre Dante Ferretti, in seguito premiato per altri film con tre Oscar. E' la storia del frate Guglielmo da Baskerville, un tempo inquisitore e successivamente lui stesso inquisito come eretico, che nel 1327 viene inviato in un'abbazia benedettina del Nord-Italia per investigare su alcune misteriose morti. Dobbiamo però sottolineare che le location – diversamente da quanto indicato da molti – non sono abruzzesi e Rocca Calascia la si vede solo da lontano, e per poco più di un minuto. Altre location di Ladyhawke furono Castel del Monte, i castelli di Soncino e Torrechiara, i borghi medievali di Castell'Arquato e la frazione Bacedasco di Vernasca, il Lago d'Antorno nelle Dolomiti e la ricostruzione a Cinecittà degli interni della Chiesa di San Pietro a Tuscania. La fotografia di Ladyhawke era curata dal premio Oscar Vittorio Storaro e le musiche da Andrew Powell.

La spettacolare Reggia di Caserta, fatta costruire dalla casa reale dei Borbone di Napoli e terminata nel 1845, è stata dichiarata Patrimonio dell'Umanità dall'UNESCO. Doveva rivaleggiare con la già esistente Reggia di Versailles e di fatto raggiunse lo scopo, benché sia più piccola di questa e con un parco meno grande. Tuttavia quanto a volume quella di Caserta è la più grande residenza reale del mondo con oltre 2 milioni di m³. Visitarla e ammirarne le straordinarie opere d'arte che la arricchiscono toglie il fiato, e lo stesso effetto dovette farlo su George Lucas, che vi girò scene di Star Wars: Episodio I - La minaccia fantasma (1999, Star Wars: Episode I - The Phantom Menace) e di Star Wars: Episodio II - L'attacco dei cloni (2002, Star Wars: Episode II - Attack of the Clones) presentandola come gli interni della reggia del pianeta Naboo, mentre per gli esterni della stessa reggia, panorama incluso (per il secondo dei film), i filmati riguardarono il Lago di Como.

Chiudiamo questo servizio – ma ce ne sarebbe da andare avanti per mesi – con l'ultimo film in costume (a oggi) girato in Italia e cioè Il racconto dei racconti - Tale of Tales (2015) co-scritto, co-prodotto e diretto da Matteo Garrone, al suo primo film in lingua inglese. Costato quasi 15 milioni di dollari, gli incassi di questo film fiabesco in tre episodi – pur vincitore di tre Nastri d'argento e un Globo d'oro e con bravi attori come Salma Hayek, Vincent Cassel e Toby Jones – non sono finora all'altezza delle aspettative, e neppure del pareggio in termini di incassi. Le riprese del film si sono svolte tutte in Italia. Ecco alcune location: Palazzo Chigi di Ariccia, Acquapendente, Palazzo Vecchio di Firenze, Palazzo Reale di Napoli, Vie Cave tra Sovana e Sorano, Castello di Donnafugata, Castello di Sammezzano di Reggello, Castello di Roccascalegna, Castel del Monte, Gioia del Colle, Mottola, Statte, Gole dell'Alcantara.

 

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