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Ulisse
Forse parrà strano che in apertura di questo sito ci sia proprio un'immagine di Ulisse, film del 1954 diretto da Mario Camerini e con protagonista Kirk Douglas. In effetti, che c'entra un eroe mitologico greco con un sito sul cineturismo italiano? Il fatto è che quella scena fu girata in Italia. Non solo, Ulisse è il nome latino dell'eroe Odisseo. Insomma, furono gli antichi romani a chiamarlo così, e noi discendiamo dalla loro civiltà. Inoltre, nessuno meglio di Ulisse può rappresentare la curiosità, la voglia di viaggiare, vedere, scoprire, sapere. Lo stesso fa questo sito cercando, scoprendo e illustrando i tantissimi luoghi della nostra bella Italia in cui sono stati girati film e programmi televisivi, affinché viaggiando possiate visitarli anche voi. Come fece Ulisse.
Il Sorpasso
Il sorpasso (1962), uno dei film più rappresentativi dell'Italia del benessere e del miracolo economico di quegli anni, è considerato il capolavoro del regista Dino Risi, e non solo in Italia: lo stesso Dennis Hopper si ispirò a questo film quando diresse il cult movie Easy Rider. Eppure ne Il sorpasso non sono poche le casualità, nella finzione e nella realtà: il pimpante Bruno, interpretato da Vittorio Gassman, incontra il timido Roberto (Jean-Louis Trintignant) per caso; lo stesso Trintignant fu scelto per la parte per caso, solo perché somigliava alla controfigura già ripresa nelle scene iniziali; i due protagonisti si muovono a caso per una parte d'Italia, viaggiando sulla potente Lancia Aurelia B24 guidata spericolatamente da Bruno fino al tragico epilogo; il film, pur perfettamente diretto da Risi e interpretato alla grande, ottenne il successo per caso. Difatti la critica, che oggi osanna Il sorpasso, alla sua uscita in buona parte lo ignorò, e fu invece il pubblico con un inizialmente lento passaparola a decretarne il successo
Montalbano
Il commissario Montalbano nasce dai romanzi di Andrea Camilleri, dal grandissimo successo, seguito da quello analogo delle serie televisive trasmesse dalla Rai. Il personaggio di Salvo Montalbano, grazie anche alle trame perfette, ai luoghi, alle atmosfere e agli altri ottimi attori, segue una comprovata capacità italiana nel dare vita televisivamente a serie di livello internazionale, con interpreti protagonisti talmente calati nella parte da venire totalmente identificati in loro dal pubblico. Se Zingaretti è in assoluto Montalbano, Ubaldo Lay fu l'indiscusso e riconosciuto ufficiale nel Tenente Sheridan, Gino Cervi il coriaceo poliziotto de Le inchieste del commissario Maigret e Tino Buazzelli il pacioso ma abile investigatore in Nero Wolfe. Tuttavia fra questi Montalbano è l'unico personaggio italiano e le vicende si svolgono in Italia e precisamente in Sicilia
La pantera rosa
La Pantera Rosa uscì nei cinema nel 1963 e da subito fu un grande successo, grazie alla regia di Blake Edwards, alle musiche di Henry Mancini e soprattutto dalla straordinaria caratterizzazione data all'imbranato ispettore Clouseau da Peter Sellers. L'attore – senza dubbio bravo ma caratterialmente instabile e umanamente poco o nulla apprezzato da chi lo frequentò professionalmente e nel privato – incarnò talmente bene il personaggio che da allora nessun altro potrà sostituirlo con lo stesso successo. Ci provarono con buona volontà Roberto Benigni e Steve Martin, ma i risultati furono meno che mediocri. La Pantera Rosa diede vita a una fortunata serie, che perse vigore alla morte di Peter Sellers per infarto, nel 1980. Buona parte di La Pantera Rosa fu girato a Cortina d'Ampezzo, in Veneto

Pupi Avati, Tognazzi e il Cremonese


Il maestro Pupi Avati intervistato dal nostro direttore, Giovanni Todaro.

Abbiamo incontrato il regista Pupi Avati poco prima dell'inizio di una magica serata organizzata dall'amministrazione comunale di Piadena in collaborazione con l'Associazione castelli del Ducato di Parma e Piacenza, nell'ambito della rassegna itinerante Musica in Castello. L'appuntamento del Cremonese – difatti i castelli e le dimore storiche coinvolte sono venticinque, fra Emilia Romagna e Lombardia – si è tenuto nel bel Chiostro del Palazzo Comunale, gremito di pubblico, che ha gradito moltissimo questo evento dal titolo Il mio sogno era diventare un grande clarinettista jazz –Viaggio nella vita di un grande regista. Pupi Avati ha parlato della sua vita, privata e professionale, accompagnato da alcuni brani musicali splendidamente eseguiti da Giorgio Babbini al clarinetto, Gabriele Zanchini al pianoforte e fisarmonica e Milko Merloni al contrabbasso. Fra questi il tema musicale principale del film La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone, che come vedremo per Avati ha un'importanza fondamentale, così come Ugo Tognazzi. Ma lo vedremo dopo.

Il Chiostro del Palazzo Comunale di Piadena.

Prima di tutto una succinta panoramica su Piadena, bel paese prevalentemente agricolo di poco più di 3500 anime, pulito, sereno ma anche attivo. Il sito di quella che oggi è Piadena fu abitato fin dalla preistoria, come si può capire anche grazie ai reperti esposti nel Museo archeologico Platina, ospitato nel palazzo municipale che a sua volta occupa l'ex convento seicentesco dei Gerolimini. La lunga storia di Piadena è come quella di tanti comuni italiani, ossia parecchio travagliata. Dopo il dominio dell'antica Roma seguì quello bizantino, tanto che l'esarca di Ravenna Giovanni Platina nel 686 fondò qui il "castrum Platinae". Poi passò a vari proprietari, fino a subire le conseguenze nei secoli XIII e XIV delle lotte fra guelfi e ghibellini, tanto da venire incendiata nel 1306 dai guelfi bresciani e mantovani. Non basta: passata ai Gonzaga e poi ai Visconti, espugnata dai veneziani, tornata ai milanesi, venne messa a ferro e fuoco nel XVII nella guerra fra modenesi e spagnoli. Le dominazioni si susseguirono: asburgica, napoleonica, ancora austriaca. Non stupisce che infine i piadenesi, stanchi di tante dominazioni straniere, abbiano partecipato massicciamente ai moti rivoluzionari del Risorgimento.

Come scritto prima, l'economia principale di Piadena è l'agricoltura e il conseguente allevamento bovino, tanto che in loco esisteva la Latteria Sociale di Piadena, oggi divenuta una filiale della Latteria Soresina. Proprio la Latteria fu una delle location (le altre furono tutte parmensi) del drammatico La tragedia di un uomo ridicolo (1981), diretto da Bernardo Bertolucci, con musiche di Ennio Morricone, fotografia di Carlo De Palma e interpretato fra gli altri da Ugo Tognazzi, Anouk Aimée, Laura Morante, Ricky Tognazzi, Vittorio Caprioli e Renato Salvatori. Ecco la trama: all'industriale caseario parmense Primo Spaggiari (Ugo Tognazzi) rapiscono il figlio Giovanni (interpretato dal vero figlio di Tognazzi, Ricky), poi gli fanno sapere che l'hanno ucciso. Primo, un uomo che si è fatto da solo, però tiene la cosa per sè e continua a raccogliere il denaro del riscatto al fine di utilizzarlo per salvare dal fallimento la sua azienda. Ma accade che... Per questa interpretazione il cremonese Ugo Tognazzi vinse nel 1981 il premio per la Migliore interpretazione maschile al Festival di Cannes e il Nastro d'argento come Miglior attore protagonista, vedi qui uno spezzone:

A Piadena ci si ricorda della troupe e del regista del film, Bernardo Bertolucci (poi premio Oscar, nel 1988, per L'ultimo imperatore), quando anni prima lo si vedeva in paese durante le riprese di Novecento (1976). Tuttavia ci sono solo voci di riprese fatte nelle campagne piadenesi, mentre è certo che il comune confinante di San Giovanni in Croce e quello di Rivarolo del Re ed Uniti furono le location cremonesi (altre nelle province di Parma, Mantova e Reggio Emilia) di questo film dal cast stellare. Basti citare Robert De Niro, Gérard Depardieu, Burt Lancaster, Donald Sutherland, Sterling Hayden, Dominique Sanda, Alida Valli, Stefania Sandrelli e Romolo Valli.

Passiamo quindi all'intervista a Pupi Avati, persona semplice, ironica, di disarmante sincerità nel raccontare anche i suoi fallimenti, e per questo motivo uomo di rara levatura. Trattando il nostro giornale di cineturismo, è ovvio che si sia partiti dal tema location.

Maestro, ha qualche aneddoto inedito attinente le location dei suoi film?

Eh, è molto difficile ricordare tutto quel che ho detto o non detto nell'arco di 40 anni...

Le location le sceglie direttamente lei?

I primi tempi erano molto spesso addirittura preliminari alla scrittura del copione. Perché soprattutto nell'area del Bolognese, dell'Appennino tosco-emiliano quando vedevo qualcosa di interessante me lo segnavo. Allora era rappresentante di pesce surgelato della Findus, mi spostavo molto in auto e così quando vedevo una cosa strana che mi piaceva, un castello, una villa, un bosco, un fiume, qualunque cosa che mi piaceva l'annotavo, e molto spesso questi in seguito sono diventate location dei miei film. Quelle zone sono nella mia mente, sono il mio mondo, dove sono nato e cresciuto. Quando abbiamo cominciato a fare film più professionali mi sono trovato molto bene con una persona che in loco conosceva bene, si chiama Cesare Bastelli, che abita nella campagna emiliana e che è un grande appassionato della nostra terra. Essendo così esperto, mi ha condotto, mi ha accompagnato in giro, è diventato in pratica il mio aiuto regista.

Addirittura le location preliminari alla scrittura del copione?

Molto spesso sì, per esempio Rocchetta Mattei che è un castello neogotico costruito alla fine dell'Ottocento a Riola di Vergato (in realtà è nel confinante comune di Grizzana Morandi NdA), una location cinematografica così straordinaria che ci ho fatto addirittura due film (da esordiente, Cinema!!!, uno di quattro film per la televisione andati in onda nel 1967; poi nel 1968 il primo film ufficiale, Balsamus, l'uomo di Satana NdA). E' lì, con richiami moreschi, nella campagna emiliana, sembra un'astronave scesa da chissà dove. In quel caso era il posto, che meritava. Capita però il contrario, com'è stato nel caso di La casa dalle finestre che ridono, film che invece ha richiesto di andare alla ricerca della location giusta, trovata nelle Valli di Comacchio. Con le location capita che più è dettagliata la descrizione dell'ambiente è più è possibile che quella cosa ci sia effettivamente. Per esempio in La seconda notte di nozze, con Antonio Albanese, Neri Marcorè e Katia Ricciarelli, descrivevo una masseria in Puglia, a Fasano, una masseria con influenze barocche. Mi dicevano, guarda che così non c'è, e io rispondevo che mi pareva strano non ci fosse. Era descritta così bene che gli scenografi alla fine la trovarono.

Un po' come avvenuto per il casone de Le strelle nel fosso...

Bravo, vedo che è preparato (ride). Lo girammo a Comacchio, nella zona di Valle Bertuzzi. Probabilmente il più bel film che abbia mai fatto in vita mia, sicuramente il più sfortunato. Nessuno o quasi l'ha visto. Dovevamo trovare una casa abbandonata in mezzo all'acqua. Una casa che fosse in una condizione naturale tale da giustificare una grande favola contadina del Settecento. Andai a fare i sopralluoghi. Camminavamo, giravamo sulle barche e alla fine di dieci giorni di sopralluoghi gli altri si erano arresi, perché la casa non si trovava. Io ostinatamente mi son detto: questa casa c'è, ho scritto la storia e quindi la casa c'è. E dopo due chilometri, dall'altra parte della palude, trovammo la casa!

Mi corregga se sbaglio. Lei raggiunge la notorietà con La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone, con protagonista Ugo Tognazzi...

Il grande Tognazzi! Mi permise di tornare ad avere una carriera dopo un periodo di fallimenti, ormai ero completamente arenato.

Dopo i clamorosi insuccessi nel 1970 di Balsamus, l'uomo di Satana e di Thomas e gli indemoniati. Anzi, quest'ultimo addirittura non uscì mai nei cinema, non fu neppure distribuito.

A seguito di questi insuccessi incontravo spesso dei distributori che mi suggerivano di cambiare nome, perché dicevano che se si veniva a sapere che io ero quel Pupi Avati che aveva fatto perdere 300 milioni di lire a quel famoso mecenate bolognese, sarebbe stato molto difficile che mi si fosse data una terza chance. E difatti per quattro anni la cosa non avvenne. Tirandomi dietro una moglie e due figli scappai a Roma, disoccupato, con una situazione economica disastrosa, passando le giornate cercando di vendere copioni. Fra tutti i copioni che cercavo invano di vendere, ne avevo uno che mi era particolarmente caro, La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone. Per il ruolo di protagonista accarezzavo l'idea di avere Paolo Villaggio, allora già celebre, riuscii ad avvicinarlo e a convincerlo. Laura Betti, anche lei bolognese emigrata a Roma, mi presentò Giovanni Bertolucci, cugino di Bernardo, che faceva il produttore per la Euro Film. Dissero di sì, però volevano che a garanzia del suo consenso Villaggio siglasse il copione pagina per pagina. A questo punto, Villaggio cominciò a farsi negare, e per farla breve, sparì.

E quindi?

Ero disperato. Un giorno mia madre mi disse di avere letto sul giornale che a Torvajanica si disputava il torneo Tognazzi, e domenica vi avrebbe giocato Villaggio. Io mi faccio coraggio, racimolo tutta la faccia tosta che non ho, prendo la mia Fiat 500, vado a Torvajanica, trovo il posto e mi apre un cameriere. Intravedo un grande prato all'inglese, e c'era tutto il cinema italiano. Tognazzi aveva appena fatto Romanzo popolare con la Ornella Muti, ed era l'attore più popolare e più pagato del cinema italiano. Entro timidamente, Villaggio mi vede e alza gli occhi al cielo, perché da un pezzo cercava di sfuggirmi. Gli dico che alla Euro vogliono che lui firmi tutte le pagine del copione, se no il film non si fa. E lui, seccato, dice che ora non può, che deve giocare, e di metterlo lì su un tavolino. Poi mi volta le spalle, e mi pianta lì. Insomma, tutto in fumo.

In effetti l'uomo Villaggio non è esente da critiche anche da parte di colleghi...

Io appoggio il copione su quel tavolino di formica, esco, risalgo in auto e me ne torno a Roma. Non ricordo se ho pianto, ma se non ho pianto è solo perché mi mancava anche la forza di piangere. Quindici giorni dopo mia moglie mi fa: "Ha telefonato Tognazzi da Parigi". Io faccio spallucce: "Ma dai!". Bisogna sapere che da quando avevo detto che volevo fare il regista, ero stato vittima di mille scherzi crudeli, perché in queste cose i bolognesi, e i provinciali in genere, sono spietati: le belle volte che mi telefonavano nel cuore della notte i finti De Laurentiis per propormi contratti da fiaba... Ma stavolta chi aveva telefonato aveva lasciato un numero per farsi richiamare. Comunque fosse, non potevo certo lasciar perdere. Allora, per le chiamate internazionali non c'era ancora la teleselezione. Chiamo il centralino, prenoto la chiamata, e aspetto vicino al telefono. Finalmente il telefono squilla, e dall'altro capo del filo parla, in francese, un essere umano, che passa la chiamata e, miracolo, al telefono sento la voce di Ugo che mi fa: "Che ne pensa? Potrei farlo io, questo barone Anteo Pellacani? Se le va, ne parliamo a casa mia questo venerdì. Lei è libero?". Io, erano quattro anni che ero libero. Insomma, venerdì andiamo a casa sua, e Ugo ci aveva preparato una cenetta tutta a base di fichi fioroni. Accetta di fare il film a percentuale, cioè senza esigere un cachet. Sa cosa era successo? Bianca Bettoja, la moglie di Tognazzi, doveva mettergli in valigia un copione da leggere ma si era sbagliata e aveva messo il mio, quello che avevo lasciato sul tavolino di formica! In seguito, saputa la cosa, si rifece vivo Villaggio. Gli detti in ruolo secondario, quello del pappone, quello del protagonista andò a Tognazzi. Bene, dal primo ciak de La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone fino a oggi, non ho smesso di lavorare una settimana.

Incredibile fortuna! E sul set come andò?

Durante la lavorazione del film, il mio stato di sudditanza psicologica nei confronti di Ugo era totale. Probabilmente mi vedeva come il quasi ragazzo che grazie a lui aveva realizzato il proprio sogno, e fu estremamente ben disposto. Alla fine di ogni inquadratura, il regista dovrebbe dire: "Stop!". Io invece dicevo: "Grazie!". E lui: "Ma, forse dovremmo farne un'altra, non ti pare? Forse viene meglio". E io: "No, no, grazie, Ugo, va bene così, è perfetto, meraviglioso, grazie!". Per farla breve, non l'ho diretto neanche per un secondo. L'ho semmai guardato e ammirato, in un'estasi di felice riconoscenza.

Che tipo era Tognazzi?

Un uomo di grande, innocente indecenza, o se si vuole di grande, indecente innocenza. Non ci siamo insegnati un granché, noi due, ma una cosa lui a me l'ha insegnata: quando incontri una persona che non conosci, chi rompe il ghiaccio deve sempre esordire con una dichiarazione di debolezza. Un esempio? Ugo poteva iniziare così la conversazione con uno sconosciuto: "Ieri sera sono finalmente riuscito a combinare con quella, e sai che c'è? Ho fatto fiasco!". Aprendo la guardia così, chiedeva all'altro di fare altrettanto, e saltava a pie' pari tutti i noiosi preliminari convenzionali, tutto l'inutile reciproco atteggiarsi e mascherarsi che sembra impossibile evitare e che ci fa sciupare tanto tempo e tanta vita. Se l'altro rispondeva a tono, in un attimo si inaugurava la possibilità di un'amicizia, di una complicità, di un rapporto umano vero. Ma se l'altro si irrigidiva e si chiudeva, che Dio lo aiutasse! Diventava il suo nemico esistenziale, e contro di lui ogni mezzo di guerra era permesso. E siccome nelle troupe c'è sempre l'uno e l'altro tipo umano, dove c'era Ugo c'erano sempre due campi, i nostri e i loro, gli amici e i nemici di Ugo, e della vita.

Insieme avete fatto un altro film, Ultimo minuto, del 1987.

Da allora, gli ho voluto un bene così grande e così duraturo che tanti anni dopo, a ridosso della fine della sua carriera, quando le cose sue cominciavano ad andare male e le mie invece andavano benino, io che dal tempo de La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone mi rodevo per avere avuto l'occasione di dirigere un attore di quella grandezza e averla poi sciupata così, mi dissi che era ora di lavorare di nuovo con Ugo. C'era in me un misto di preoccupato affetto per lui che era in difficoltà, di riconoscenza per l'antico debito grande e di voglia di dimostrargli che, a quel tempo, non aveva avuto davanti a sé un qualsiasi fantoccio inginocchiato, ma uno che nel tempo, e certo grazie anche a lui, qualcosa aveva pur imparato; uno che il mestiere del regista lo sapeva fare, e che se non glielo aveva dimostrato allora, poteva e voleva dimostrarglielo adesso. Allora alzai il telefono e gli spiegai la trama di Ultimo minuto. Lui fu subito entusiasta. Quando al telefono gli chiesi se era d'accordo che glielo scrivessi io, accettò subito con gioia. Letto il copione, gli piacque. Facemmo una produzione finalmente regolare, con tutti i ruoli, le tradizioni e le gerarchie rispettati, e ne uscì un film dove lui è, semplicemente, straordinario. Tant'è vero che Franca Bettoja dice spesso (e ne sono naturalmente felice) che il film che le ricorda di più Ugo com'era nella vita è proprio quel nostro ultimo minuto. Sul set, si stabilì subito fra noi un rapporto di grande intensità, perché quel film significava moltissimo per entrambi. Giravamo la scena d'apertura del film, con Ugo che si sveglia in albergo e Nick Novecento che viene a portargli un caffè. Prima del ciak, gli sono andato vicino per augurargli in bocca al lupo. Gli stringo le mani e mi accorgo che le sue sono gelate: era emozionatissimo. Il suo personaggio di vecchio leone che combatte la sua ultima battaglia, mentre il suo mondo gli crolla intorno, lo respinge e lo tradisce, gli era entrato dentro il midollo delle ossa. Come avrebbe potuto non sapere che quel film era una delle ultimissime occasioni per riguadagnare il posto che era stato suo, il posto che gli spettava? Quando finimmo il film, a tutte le proiezioni private Ugo veniva con moglie e figli: se lo sarà visto sei o sette volte.

Il film non ebbe grande successo, però...

Ero sicuro che non solo il film avrebbe avuto un grande successo, ma che Ugo avrebbe fatto vendemmia di premi, perché aveva dato un'interpretazione di autentica grandezza. Il film però è andato male, e Ugo non ha vinto niente. Avevo sperato di ringraziarlo e risarcirlo, e invece gli avevo dato un'altra occasione per un nuovo smacco, per una nuova sofferenza. Con mia moglie andavamo spesso a trovarlo a Torvajanica, e lo trovavamo da solo in quella grande casa vuota che un tempo era sempre piena di amici veri e falsi, di colleghi e di parassiti, di buontemponi e di adulatori, tutta una corte che si era andata via via diradando con il declinare della sua celebrità e della sua buona stella. Quel che gli piaceva di più era quando gli chiedevo di raccontarci degli aneddoti della sua vita, una fantastica vita da picaro che di aneddoti era stata incredibilmente generosa. L'ultima volta che l'ho visto è stato una sera, dopo lui ci ha accompagnato al cancello e quando mi sono voltato per salutarlo, ci siamo guardati; e lì, ho avuto la chiara sensazione che non ci saremmo più rivisti, perché c'era in lui, in tutta la sua persona, qualcosa di arreso; e Ugo era un uomo che non si era mai arreso, che aveva sempre reagito a tutto. Anche con l'egoismo, eh? Con l'egoismo, con una disordinata fame di vita, perché Ugo era stato uno che per acchiappare le cose belle della vita non s'era mai fatto tanti riguardi. Quella sera, guardandolo, ho sentito che quella fame di vita in lui non c'era più, che al suo posto gli era spuntata dentro la fragilità di chi ha perso il gusto di lottare. E infatti, pochi mesi dopo Ugo non c'era più.


Ugo Tognazzi, Mario Monicelli e Pupi Avati

Una cosa, è vero che si sta facendo dare lezioni di clarinetto?

Sì, è vero, ho cercato sull'elenco telefonico e l'ho chiamato. Giusto per suonare un po', prima ero bravo. O almeno, credevo di esserlo. Colpa di Lucio Dalla, che mi ha demotivato. Da giovane volevo diventare il più grande clarinettista italiano, facevo serate, ero bravo... ma poi è arrivato Dalla. Ho persino pensato di eliminarlo, per invidia. Intendo eliminazione fisica e totale, vedi qui:

Il Villaggio Tognazzi

 Il villaggio in cui si recò Avati per cercare d'incontrare Paolo Villaggio esiste tuttora a Torvaianica, che è solo una frazione del comune laziale di Pomezia, dove sono stati girati una trentina fra film e sceneggiati televisivi, anche se a dire il vero non molti in punti che abbiano valenza turistica. Per esempio, una piccola parte de Il gatto a nove code (1971), film di grande successo diretto da Dario Argento, fu girato sul tetto di un capannone della zona industriale. Oppure l'imbarazzante e di scarsissimo successo Zora la vampira (2000), di Marco e Antonio Manetti, girato al cimitero di Pomezia. Insomma, difficile pensare a frotte di turisti in visita lì. A proposito di camposanti, nella lillipuziana frazione di Pratica di Mare c'è sepolto il regista Sergio Leone. Come raccontò l'attore Carlo Verdone, un giorno il regista gli disse: "A settembre faccio un film a Pratica di Mare, là voglio la mia tomba, ci batte bene il sole". E infatti il famoso regista di spaghetti-western e di C’era una volta in America (1984) riposa lì, sorvegliato da quattro statue di leoni e con la scritta "C’era una volta, c’è, ci sarà sempre".

Più famosa turisticamente è la frazione di Torvaianica, negli anni '50-'60 frequentatissima località balneare romana. Anche lì si girarono scene di vari film, come La strada (1954), di Federico Fellini e interpretato da Anthony Quinn e Giulietta Masina. Ugo Tognazzi vi si fece costruire una villa, facendone poi edificare altre limitrofe che presero a essere chiamate Villaggio Tognazzi. E così è ancora oggi. Nonostante fosse un bravo attore ma appena un discreto tennista, allestì nella sua villa di Torvaianica un campo da tennis con i fiocchi, nel quale dal 1966, nel mese di agosto, si disputava il torneo Scolapasta d'oro (riferito alla cucina, in quanto Tognazzi era un abile cuoco), al quale partecipavano con non poco accanimento personaggi del mondo dello spettacolo e dell'informazione. Il torneo veniva chiamato succintamente "T.T.T.", acronimo di Torneo Tennis Tognazzi, mutuato con ogni probabilità dalle tre "T" con le quali scherzosamente si identifica Cremona (lui era nato e vissuto lì) e cioé Turòon, Turàs, Tetàs. In pratica: Torrone (prodotto tipico cremonese), Torrazzo (il monumento che svetta in città) e Tettone (ossia il seno particolarmente prosperoso del gentil sesso locale, cosa nella quale però, pur vivendo noi nel Cremonese, non ci siamo mai purtroppo imbattuti). Comunque sia, il torneo – iniziato per gioco ma presto diventato un evento – rese Tornaianica una località famosa, grazie alla presenza di partecipanti come Renato Rascel, Arnaldo Ninchi, Luciano Pavarotti, Alessandro Haber, Luciano Salce, Sergio Fantoni, Franco lnterlenghi, PaoloVillaggio, Renzo Arbore, Carlo Verdone, Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Giuliano Gemma, Michele Placido, Riccardo Cocciante, Daniela Poggi, Raffaella Carrà, Carol Andrè, Antony Quinn, Philippe Leroy, Raimondo Vianello e tanti, tanti altri. Impossibile citarli tutti e di sicuro, come richiamo turistico, valevano oro puro. Con gli anni il torneo divenne anche una importante occasione per prendere contatti professionali, vedi qui:

A proposito del grande Raimondo Vianello, che con Tognazzi formò una coppia eccezionale nel mondo dello spettacolo, ecco cosa raccontò Vianello, da sempre uno sportivo anche sotto l'aspetto atletico: "Ugo organizzava i tornei di tennis a Torvaianica. Una volta mi disse di arrivare prima, poi avremmo fatto un bagno in piscina, e mangiato. A pranzo c'erano i peperoni ripieni, e ai miei dubbi Ugo ribatté di stare tranquillo, che tanto avrei giocato la sera. Invece subito dopo mi disse che gli dispiaceva ma che avrei dovuto giocare contro un famoso produttore cinematografico che doveva tenersi buono perché ci voleva fare un film, motivo per cui m'aveva minorato col peperone. Vinsi, nonostante tutto". I due furono amici e formarono a lungo un coppia comica anche televisiva. Finché non furono allontanati dalla Rai (allora c'era solo quella di televisione) per via di una gag ritenuta ingiuriosa, Vedi qui:

Lo stesso rapporto di amicizia ci fu con Paolo Villaggio, che descrisse più volte – come del resto tutti gli altri – Tognazzi come una persona generosa e alla mano e con un solo piccolo neo: guai a parlare male delle pietanze che cucinava, perché si offendeva e ci rimaneva veramente male. Pietanze che Villaggio non sempre gradiva e difatti raccontò: "Ugo una cosa non sopportava nel modo più assoluto: che qualcuno gli dicesse che cucinava male. Così, appena lui diceva che ci avrebbe fatto assaggiare qualcosa noi subito cominciavamo a scambiarci le occhiate di panico. Poi Ferreri (il regista Marco Ferreri NdA) andava in avanscoperta in cucina, assaggiava i piatti, e ci diceva quali non dovevamo assolutamente toccare, perché va anche detto che certe volte Ugo faceva dei piatti paradossali. Una volta casualmente investì un maiale e il contadino glielo fece pagare e portare via. Lui lo tenne nel frigo di Torvaianica e non so quanto tempo fosse passato dalla morte del maiale, ma non erano né giorni né settimane. Ebbe la brillante idea di escogitare il maiale al cioccolato, utilizzando delle uova di pasqua avanzate. Ingenuamente, Raffaella Carrà si mette a mangiare e si profonde in complimenti estasiati: è meraviglioso! questo è il paradiso! Poi vediamo che il suo colorito comincia a virare al verde, e diciamo a Ugo: ma ti rendi conto che la stai uccidendo? Guarda che stavolta non la passi liscia! Garantito che ti denunciano! Poi la Carrà, forse grazie al suo stomaco d'acciaio, se la cavò con un mal di pancia, e Ugo sfuggì alla galera", vedi qui:

 

 

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